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19/04/2010

Comments

pio

"in nessuna parte di terra mi posso accasare" più o meno......

fabristol

Mi rispecchio molto in questo post.

vito

idem ...

aitan

Mi rispecchio molto anch'io. (Forse potremmo creare un gruppo, una comunità, una associazione di individualisti impenitenti ma non indifferenti ;o))

rose

idem. non ho mai capito se sono così perché da piccola stavo molto da sola o se stavo da sola perché sono così. mi sembra sempre che aderire a un gruppo richieda conformismo, un rinunciare a pensare con la propria testa, ma ho sempre nutrito grandi afflati umanitari, nonostante tutto!

endimione

E' il concetto di margine, di confine, tipico degli scrittori, degli artisti. Del resto, se vuoi guardare la società (e darne un giudizio, o un'espressione) devi prendere una certa ditanza, come il pittore dall'oggetto che ritrae. L'esilio, più o meno marcato, è una condizione di privilegio e di sofferenza al tempo stesso. Mi piace pensare che la (propria) lingua sia una giusta metafora di tutto questo: più la tua lingua è stereotipata, ricalcata su quella "degli altri", più lo è il tuo pensiero, la tua persona; più hai elaborato una tua lingua personale, più hai elaborato un pensiero, distaccandoti necessariamente, in maniera più o meno marcata, dalla società. Nel primo caso hai la salda rassicurazione dell'appartenenza, nel secondo caso sei nella terra precaria dell'artista e dello scrittore, che i punti saldi se li devono trovare da sé.

fuchsia

Mi aggiungo alla lista. Spesso i colleghi mi chiedono di candidarmi a rappresentante sindacale ma io non ne voglio nemmeno sentir parlare, è più forte di me, non riesco a sentirmi parte e rappresentante di un tutto. E il paradosso è che mi guardo bene dal portare avanti rivendicazioni sul piano personale e, anzi, sono sempre quella che mette in evidenza i problemi e raccoglie le istanze di tutti facendosene spesso portavoce. Ma non c'è verso che io accetti di istituzionalizzare la mia posizione (la "riserva mentale" di cui parli). Chiaramente in tutto questo l'infanzia ha il suo peso, eccome.

Paolo, por supuesto

per 2 sindromi contemporaneamente presenti in me, quella di robin hood (rubare agli ideologicamente ricchi per dare ai poveri) e quella di paperinik (aristocrazia proletaria, un po' di goffaggine ma sempre individualista) avevo il problema e si è naturalmente trasformato/ristretto nel diventare una figura guida in campo lavorativo (nonostante mi veda come qualcosa di più: ad esempio un ottimo presidente del consiglio o ministro alla cultura in un mondo dove amanda lear è segretario generale dell'onu).
sono oggi un capo, contro ogni mio personale desiderio o previsione.
spero di essere amato, e non è sempre possibile. almeno cerco di prendere la decisione più giusta per il mio gruppo di lavoro.

rose

infatti a volte viene la tentazione di forzarsi, pur di rendersi utili, ma poi uno non ce la fa. lucidità o limite?

Sebastian

Dice bene Endimione: "privilegio e sofferenza al tempo stesso"... Perchè è davvero, o perlomeno "dovrebbe essere" la condizione ideale dell'artista, e diciamo artista in generale, sia esso scrittore, musicista, regista, pittore, o quant'altro, ma ancora più in generale, dovrebbe essere condizione ideale del cosiddetto "uomo di pensiero" (ma sta di fatto che non è sempre così!), nel ricercare una visione e la corrispettiva/personale espressione di quella visione medesima - percezione e concezione soggettiva della realtà in cui si è immersi. Ammesso poi, e non concesso, che si debba per forza crearsi "una" visione della cosiddetta "Realtà"...
Anch'io mi sento sempre un po' un "apolide metafisico" (per dirla con Cioran), riluttante a conglobarsi in una categoria troppo netta e precisa, a far parte di una qualsivoglia schiera. Troppo "scettico" e "relativista" per assolutizzare perentoriamente una posizione, che chissà - fra molto? fra poco? - potrei già dover rimettere in discussione. Ho imparato quindi a non prendermi "troppo seriamente": ché una Convinzione di oggi non è detto non si riveli un Abbaglio domani! Infatti, non esistono in proposito garanzie IN ETERNO o dimostrazioni ASSOLUTE.
Lo so, può sembrare un atteggiamento estremo, ma serve a non cadere nelle trappole dei giudizi apodittici. Serve a restare in armonia con l'eterogenea società di "individui" che ci portiamo dentro (Pessoa docet). Serve a conservare quell'elasticità, quell'apertura mentale, quella versatilità che ci impedisce di restare avvitati nell'egotismo, nell'egocentrismo, nell'ego- in generale, e, allo stesso tempo, utile a non cadere nell'insidia - diametralmente opposta - di quella che io chiamo la "logica dell'alveare", la tentazione rassicurante di far PARTE di qualcosa, seguire passivamente un gregge, un branco, una comunità, una fazione ideologica et similia.
Certo, a questo punto qualcuno potrebbe osservare - a giusto titolo - che vivere da borderline, fra individualismo e suo contrario, è già di per sé una posizione (la kirkegaardiana scelta di non scegliere). Come m'insegnò un amico tanto tempo fa: si può vivere fuori, si può vivere dentro, ma poi, molti non sanno che si può vivere anche la "soglia" tra il fuori e il dentro, si possono abitare le porte, le frontiere, le linee di confine...
Forse davvero il nocciolo della questione è in gran parte nel Linguaggio (e giustamente Stefano mette l'accento su tutti quei termini nei quali ci si potrebbe identificare o meno: "gay, ateo, vegetariano, vagamente di sinistra"). Proprio da poco, mi capitava di ragionare sulla natura delle Parole, e di come, probabilmente, spesso non sia chi le usa a sceglierle, ma siano le Parole stesse a scegliere chi le usa. Questo perchè non riflettendo quasi mai sul Linguaggio, ma "abbandonandoci a esso", alla fine è il Linguaggio a "riflettere" le nostre abitudini espressive, i nostri automatismi lessicali. E perciò dire "gay, ateo, vegetariano, vagamente di sinistra" non serve a granchè, son parole che dicono e non dicono... sono strumenti limitati, che vorrebbero definire ciò che non è perfettamente "de-finibile". Le parole son sempre uguali, le persone sempre diverse....

stefano

Qui bisogna proprio fondare un club! :)

pio

tse.... dilettanti!
Il club c'è già, ma prevede un unico socio: me!
:-)

vito

Il club c'è già!
(e neanche sotto tortura mi farete aggiungere..."senza se e senza ma")
:-)

Matthaei

Mi hanno colpito molto le parole di endimione sul linguaggio che si usa come specchio della propria personalità, la trovo un'osservazione molto acuta e azzeccata. Si può essere "personali" anche senza essere artisti, direi.

La pressione all'omologazione è sempre molto forte, e tutti in parte la subiamo, in parte le resistiamo, e in parte la esercitiamo, anche se ci sentiamo "fuori posto". Mi chiedo in che misura la sensazione di essere "fuori posto" interafisca, magari, con il desiderio di comunicazione, di interazione e di condivisione, che, almeno nel mio caso, è una forza importante.
Secondo me, in certi ambiti (e lo dico per esperienza personale), un equilibrio è
possibile.
In altri no. Il mondo delle relazioni (in senso lato) tra gay è uno di questi ultimi, mi sembra tutto molto forzoso e costrittivo.

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