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26/03/2006

Comments

millepiani

caro stefano,

permettimi di essere solo in parte d'accordo. è vero che sia del tutto fuorviante prendere per 'perle di saggezza' le ossessioni e le nevrosi di TB. dei suoi personaggi, e, letterariamente, credere che il 'ritorno'ripetitivo del fraseggio sia un ritorno 'tutto serio' della 'parola' letteraria, come se dietro questo ritorno, che si allontana progressivamente dalla descrizione 'oggettiva', nasconda una 'verità più profonda' che TB faccia emergere da un fondoinespresso e che si nasconde (forse anche...).
Ma non credo sia vero che le sue 'lunghe tirate', come le chiami tu, facciano ridere 'comunque'. Fanno ridere quando si esercitano su 'personaggi', (mirabili le pagine di Antichi Maestri dedicate ad heidegger o Mahler). Ma se le lunghe 'tirate' le rileggi in ''Perturbamento' o 'A colpi d'ascia', il riso diventa un ghigno. Certo, sempre rivolto ai propri fallimenti. E, se vuoi, è il ghigno dei grandi buffoni, che, prorpio mentre 'ridono' di loro, e ridono, si 'massacrano' in pubblico, non per far ridere, ma per sovvertire l'ordine del potere. In questo senso, l'elemento 'comico' di TB è quello del 'riso ebete' di fronte la tragedia (Bataille lo chiamava 'non-sapere', 'riso', certo, ma non 'comico', quanto 'ebete').
In questo senso, mi pare che tu confonda, contraddicendoti. Scrivi nelle ultime righe: "[...]La lettura di Sarti permette poi di scansare un pericolo che, insito nel parossismo e nell'esasperazione dell'opera bernhardiana, consiste nella tentazione di calcare il piede sul pedale melodrammatico, rendendo la materia teatrale così tragica da risultare incredibile e annullandone il potenziale sarcastico [...]", concludendo poi: "[...] una delle cose più belle della vita è ridere dei (propri) fallimenti e che è possibile affrontare le (proprie) catastrofi grazie all'applicazione metodica del sarcasmo."

Allora, o il 'sarcastico' si annulla nella messa in scena di Sarti, liberando TB e la sua scrittura, oppure è un'applicazione metodica che permette di ridere dei fallimenti - metodo e scrittura che attribuisci ai 'veri' pessimisti, o alla loro più sostanziale interpretazione.

io non credo in nessun senso che la scrittura di TB sia 'sarcastica' e, dunque, nemmeno che si debba liberare da nessun sarcasmo.
Penso che l'ossessività della sua 'pagina' sia legata, invece allo sfondamento del 'comico' in 'ebete'. Per capirci: è uno sgardo senza direzione - sguardo 'ebete' - che non può che 'ritornare' su ciò che 'vede' per convincersi che ciò che vede è davvero quello che vede.
In questo, lo sento molto vicino alla scrittura di 'un certo' Bataille che, proprio nell'affermazione -estatica- del non-sapere, non faceva altro che 'tornare' sulla 'realtà', ridendone.

il 'riso' non è nè il comico nè il sarcastico: è la 'visione senza senso' di ciò che 'ci' accade. ed in questo, i nostri 'fallimenti' non sono che dei 'puri attribuiti', 'semplici accidenti' (come per GB e TB), di una più grande 'farsa' di cui anche la scrittura è parte.
Ecco: la scrittura di TB è 'semplicemente' una 'farsa'. Una 'farsa del senso'.

scusa la lunghezza, ma il tuo post meritava

emilio/millepiani

millepiani

p.s.

capisco che tu attribuisca alla messa in scena di Sarti l'evitare il rischio di annullamento dell'elemento 'sarcastico' che tu trovi nella scrittura di TB. Lo trovo contraddittorio nel momento in cui lo si indichi come metodo, nel momento in cui si vuole uscire da una lettura 'classica', istituita e istituzionalizzata di TB.

emilio/millepiani

stefano

Grazie del contributo. Non preoccuparti della lunghezza, che serve ad aggiungere qualcosa in più sull'elemento 'farsesco' in TB.

Renzo

La cosa strana di TB è che fondamentalmente la sua prosa è quasi sempre la stessa. Frost era molto diverso da ciò che è seguito poi, ma poi il suo stile si è come cristallizzato (per me felicemente).
Quando TB vuole fustigare, allora risulta farsesco e ironico nel senso che millepiani descriveva. Quando, con lo stesso stile, descrive la sua vita, allora diventa atroce ed intollerabile. E poi, vorrei ricordare la sua "precisione", autorevolmente rilevata da Ingeborg Bachmann. Quella precisione che centra al cuore le cose e le devasta fino all'estremo.

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