L'aereo non avrebbe potuto volare più in fretta.
Appena atterrato a Tegel e ritirato il bagaglio, ti sei fiondato verso la prima cabina telefonica e l'hai chiamato in ufficio, al numero che ti aveva scritto nella sua ultima lettera. "Chiamami tranquillamente", aveva aggiunto.
Tu eri esagitato da mesi e mesi e non vedevi l'ora che terminasse quell'impegno che ti tratteneva, tuo malgrado, in Italia, per poter partire: nella mente cancellavi il tempo che ancora mancava e attraversavi la vita che ti separava da quel viaggio come in apnea. La linea era disturbata, la sua voce fioca. E in testa ti frullavano le parole della cartolina che ti aveva spedito da Parigi: "Non vedo l'ora che tu venga a Berlino".
"Allora ci vediamo stasera?" gli hai chiesto, quando te l'hanno passato. Ha esistato e poi ha detto "Sono un po' stanco...".
Eppure è venuto a Wilmersdorf, "tra le otto e le nove", come ti aveva detto al telefono per fissare l'appuntamento.
Lì ti è apparso dal nulla, davanti alla pensione 'Trautenau'. E' stata una seconda rivelazione, una conferma.