Manifesto per l'eguaglianza dei diritti

Le infamie di ieri

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13/07/2008

Kenshiro: un film del manga

Ken il guerriero Settimana scorsa, leggendo Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare di Bohumil Hrabal, mi sono imbattuto in una frase - invero attribuita a un personaggio, perciò non commetterò l'errore di credere che esprima il pensiero dell'autore - che mi ha dato da pensare: "Gli intellettuali puzzano di merda lontano dieci metri". Resisterò alla tentazione di usarla come nuovo esergo al blog e invece, siccome non voglio dare l'impressione di essere troppo puzzone (nell'accezione hrabaliana, perché in realtà io sono un maniaco dell'igiene personale), racconterò di quello che ho visto al cinema ieri sera. Per fare contento lui, che aveva dietro di sé una settimana di duro lavoro, oltre che un'influenza intestinale e varie vicissitudini di cui nulla dirò ma che sono culminate con la furia degli elementi che si è scatenata due domeniche fa sulla città di Milano e che hanno concorso a stremarlo, mi sono offerto di accompagnarlo all'Odeon a vedere Ken il guerriero - La leggenda di Hokuto. Per chi non sapesse di che cosa si tratta - come me fino a ieri sera, per esempio - è lo spin-off cinematografico di una serie di cartoni animati giapponesi di parecchi anni fa, il cui protagonista era, per l'appunto, tale Kenshiro - Ken per gli amici, suppongo -, della dinastia di Hokuto, insieme con i suoi fratelli Raul e Toki. Io, in quanto a cartoni animati giapponesi, ero rimasto molto indietro: da piccolo avevo visto prima Heidi, poi Rémy e infine avevo fatto il grande salto con Atlas Ufo Robot. E poi, tranne una breve passioncella per Spank, si è aperta una voragine cognitiva che si è conclusa ieri: si capirà dunque il mio spaesamento.

Quali impressioni ho ricavato, dunque, dalla mia visione di ieri sera? A parte un momento di disorientamento iniziale, dovuto al fatto che mi sembrava di confondere i personaggi - anche per via dei nomi così strani, tranne Raul, che in cuor mio associavo a una specie di incrocio tra Bova e Casadei -, a poco a poco mi sono lasciato conquistare dalla storia. In fin dei conti Ken il guerriero mette in scena - ora fate finta che io mi stia schiarendo la voce per impostarla come richiede la formula che sto per enunciare - la sempiterna lotta tra il Bene e il Male. Siamo infatti in un mondo postatomico, distrutto da innumerevoli guerre causate dalla ferocia, dalla stupidità e dall'avidità degli esseri umani, in cui si fronteggiano i due princìpi, incarnati uno dalla dinastia dei Nanto e l'altro da quella degli Hokuto. Della prima fa parte l'imperatore cattivo, Sauzer, che vuole essere l'unico a regnare sul mondo e non si fa scrupolo di usare i bambini sopravvissuti per costruire un'enorme piramide in suo onore. Della seconda fanno invece parte i tre fratelli che, ognuno a modo suo, combattono contro il male per far trionfare il bene. In realtà, mi dice J. che nella serie televisiva la faccenda è un po' più sfumata e al bene si mescola un po' di male: anche Raul vuole governare con il pugno di ferro, ma lui lo farebbe non per brama di potere, ma perché sa che imponendo la sua volontà - sostanzialmente buona - farebbe cessare le divisioni e, quindi, riporterebbe la pace. E' un imperatore illuminato, quindi. "Un po' come Silvio!" chioso io. In ogni caso tutta quella violenza, quel sangue e quelle mosse assurde accompagnate da sproloqui altrettanto assurdi durante i combattimenti mi hanno messo addosso un certo buon umore. Un po' meno soddisfacente, per i miei gusti, è stato tutto il tripudio di muscoli da body-builder estremo: Ken e Raul erano notevolmente più carini da adolescenti.

Per non rovinare la sorpresa agli spettatori, non dirò come finisce il film - anche se posso anticipare che finisce esattamente come ci si aspetterebbe che finisca. E ci mancherebbe anche che fosse uno specchio fedele della triste realtà! Alla cassa del cinema volevo mandare avanti J. a comprare il biglietto: "Ti do i soldi, vai tu, ché mi vergogno". Ma il mio imbarazzo era fuori luogo: in sala eravamo solo adulti. Quando siamo usciti, però, un dubbio mi è rimasto lo stesso: va bene Ken-shiro, ma dove sono i due cuori e la pallavolo?

12/07/2008

Governare il capitalismo finanziario: un saggio di Jean Peyrelevade

Jean Peyrelevade C'è chi, per spaventarsi, ama leggere romanzi horror, io leggo invece libri come Capitalismo totale. Perché la finanza minaccia la democrazia di Jean Peyrelevade. A scanso di equivoci, l'autore non è un post-comunista (o, magari, un comunista tout court) e non è nemmeno un simpatizzante no-global, ma è stato, in passato, presidente e amministratore delegato di società importanti come Crédit Lyonnais e l'evoluzione del capitalismo verso la sua forma odierna prevalente l'ha conosciuta di persona e dall'interno. Per questo motivo la critica contenuta nel suo saggetto è tanto più ficcante e spietata, tanto da suscitare in lettori come me un senso di acuto sgomento.

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26/06/2008

"India per signorine": l'anti-travelogue di Rosa Matteucci

Da qualche parte - non ricordo più dove e quindi cito a memoria - Alberto Arbasino si faceva beffe di quei gonzi italiani che, a frotte, vanno in India nella speranza di entrare in contatto con la spiritualità più elevata - quella induista o quella buddista - originaria di quel paese e sosteneva che sarebbe stato come se, mutatis mutandis, dall'oriente qualcuno fosse venuto in una parrocchia della provincia italiana, da qualche curato, sperando di cogliere l'essenza del cristianesimo primigenio. Ho ripensato a questa sarcastica boutade leggendo l'ultimo libro di Rosa Matteucci, India per signorine, che contribuisce ulteriormente a demitizzare e a demistificare il luogo comune dell'India come "meta spirituale", mostrandone invece la sua spaventosità e la sua brutale arretratezza. Lo "spirito", in queste circostanze, va a farsi benedire. Quello che resta è uno sguardo che definire disilluso è un eufemismo. Nonostante le difficoltà personali e le disavventure in cui l'autrice si trova coinvolta, India per signorine risulta un travelogue a metà strada tra il tragico e il comico, dove più spesso a prevalere è il secondo aspetto. Sembra infatti che Rosa Matteucci riesca a cogliere sempre il lato grottesco di ogni esperienza, che non di rado viene sottoposta a un processo di "disesotizzazione" e di straniamento al contrario e ricondotta a fenomeni più domestici, ma altrettanto squallidi: tanto per fare un paio di esempi, porzioni di desolazione urbana nelle città indiane paragonate a quartieri degradati di Bari; paesaggi brulli e rovinati che le ricordano le zone più impervie e sgradevoli dell'Abruzzo.

Rosa Matteucci si concentra in particolare su tre tappe del suo viaggio. La prima nella regione del Kerala, dove c'è l'ashram di Amma, una sorta di santona che ogni giorno, da mattina a sera, riceve e abbraccia diciottomila persone. L'interesse maggiore, naturalmente, non è tanto per Amma - e, in subordine, per la questione se sia o no una vera "mistica" o semplicemente una sòla - quanto per le persone che affollano l'ashram e per l'atmosfera - un misto di "villaggio vacanze" e di stazione ferroviaria molto gremita - che lo contraddistingue. La seconda tappa è a Tiruvannamalai, dove Matteucci si ritrova incastrata in una processione in onore di Shiva, senza però riuscire a portarla a termine perché l'Ape che la trasporta ha un guasto per via e la costringe a tornare a piedi. Quest'episodio è però anche l'occasione per descrivere il tumulto e la confusione nella piazza centrale del paese, un incontro successivo con degli zingari che si dimenano al ritmo del "Ballo del Qua Qua" e una notte da incubo - e da sete feroce - in un alberghetto di infima categoria. La terza tappa è Mamallapuram, una località balneare nell'India del Sud, più "addomesticata" e più adatta ai turisti - o, almeno, a tutti coloro che sono stati "respinti" dall'India (o, per lo meno, dall'India immaginaria di cui erano originariamente alla ricerca).

In tutti e tre i casi Rosa Matteucci dimostra una grande capacità nel cogliere e tradurre in immagini linguistiche estremamente efficaci le cose viste, limitandosi spesso a elencarle: la loro successione e giustapposizione raggiungono un alto grado di evocatività. L'occhio dell'autrice, inoltre, si posa - affascinato e ripugnato nello stesso momento - soprattutto sugli aspetti meno invitanti della realtà indiana, quando non addirittura sordidi. Rumore, caos, odori - quando non vero e proprio tanfo -, cibi quasi immangiabili, igiene molto approssimativa, timore di contrarre malattie pericolose, miseria ovunque: nel libro di Rosa Matteucci l'India è soprattutto questo e frequenti sono le descrizioni di questo tipo: "Dunque, in ogni villaggio indiano c'è una zona deputata alla cacca sociale e un contiguo allevamento di maiali mangia merda; questi porcelli non saranno mai macellati e sono destinati a morire di morte naturale, quando il Padreterno avrà deciso di richiamarli a sé". In questa opera di demitizzazione dell'India mi pare vi sia anche un aspetto di critica socio-politica, in senso lato. A un certo punto l'autrice nota - non a torto, mi pare - il legame tra l'immobilismo della società e un sistema religioso in cui a ogni individuo sono assegnati un posto fisso e un destino che rendono inutile qualsiasi sforzo volto al cambiamento o al miglioramento dello status quo. Infine, a differenza di Lourdes, l'unico suo romanzo che ho letto, non c'è qui nessun tentativo finale di "elevare" surrettiziamente la materia bruta della narrazione appiccicandoci una chiusa "spirituale". In questo senso mi pare che India per signorine sia, tutto sommato, più "sincero", anche quando l'ironia al vetriolo di Rosa Matteucci serve a temperare una sincerità che rischia di essere piuttosto indigesta a chi ancora spera di fare il suo viaggio iniziatico nel subcontinente.

24/06/2008

28 giugno 1969-28 giugno 2008: "Stonewall"

Mancano quattro giorni al 28 giugno e al Gay Pride nazionale, che quest'anno si tiene a Bologna. Purtroppo non potrò esserci perché questo sabato lavoro, ma idealmente sono di quelli che pensano che resti un evento importante, tanto più di questi tempi e nel nostro paese. Non penso nemmeno che l'aspetto "rivendicativo" e politico escluda quello "ludico": è un'affermazione della propria identità omosessuale nonostante i tentativi di ridurre le persone al silenzio e all'irrilevanza. Per questo mi infastidisce chi vorrebbe che si mostrassero solo una faccia e solo una modalità dell'essere gay o transgender, accusando chi è più "vistoso" di voler provocare con il proprio esibizionismo. E' molto triste che chi è discriminato cerchi di rivalersi su chi è più marginale di lui e riproduca gli stessi meccanismi discriminatori che lui stesso subisce. Esistiamo e continuiamo a esistere malgrado chi vorrebbe costringerci a nasconderci: è questo il senso dell' "orgoglio", non tanto il fatto di essere in un modo piuttosto che in un altro.

Perché il 28 giugno? La vicenda è abbastanza nota o dovrebbe esserlo: nella notte tra il 27 e il 28 giugno del 1969 ci fu un'enorme ribellione di gay, lesbiche e transgender quando, a New York, la polizia fece un'ennesima incursione in un bar del Village, lo Stonewall Inn, in Christopher Street. Stavolta le vittime - solitamente mansuete e remissive - risposero alla violenza con violenza e gli scontri durarono tutta la notte. Ne parlo perché ho appena terminato di leggere un libro - pubblicato nel 1993, e quindi non più aggiornatissimo - che lo storico gay americano Martin Duberman ha dedicato alla vicenda, intitolato per l'appunto Stonewall. Gli scontri del 28 giugno occupano, nel saggio di Duberman, il posto centrale e ne rappresentano in un certo senso il punto focale verso cui converge la narrazione. E' come se dei raggi convogliassero verso questo evento e da qui venissero poi rifratti. I disordini allo Stonewall vengono descritti con dovizia di particolari e Duberman ne ricostruisce con piglio da storico le dinamiche, cercando di separare ciò che è davvero accaduto da ciò che invece è entrato a far parte di una sorta di "mitologia" privata, e allo stesso tempo restituisce tutto il sapore di un'epoca tratteggiando un ambiente e una comunità gay piuttosto diverse da come li conosciamo oggi. Per chi è abituato a vivere in un'epoca in cui i gay rappresentano anche un settore di mercato e in cui la socializzazione è un aspetto commerciale importante - con locali e servizi di ogni genere - troverà in questo saggio di Duberman la descrizione di un mondo in cui bar e discoteche gay erano quasi inesistenti e quei pochi locali che c'erano erano gestiti da mafiosi privi di scrupoli, collusi con poliziotti corrotti a cui veniva pagato il "pizzo" perché non ne disturbassero troppo le attività, e in cui i rapporti tra i gay e il resto della società erano tutt'altro che pacifici.

Ci sono un prima e un dopo, dunque, e il merito del saggio di Martin Duberman, che unisce leggibilità e rigore scientifico, consiste essenzialmente nell'evidenziare questo aspetto. Quando si parla di "Stonewall" e del 28 giugno 1969, si rischia infatti di suscitare l'errata impressione che prima di quell'insurrezione il movimento gay fosse inesistente e che solo in seguito si sia mosso qualcosa. Non è affatto così: c'è stato invece un lento progredire verso un evento, a carattere eminentemente rivoluzionario, che è stato preparato negli anni precedenti ed è stato favorito dal clima politico e sociale dell'epoca. Non a caso, infatti, molti di coloro che si davano da fare nel nascente movimento gay sostenevano anche altre cause, come quella femminista e quella dei neri, o erano già attivi nei raggruppamenti della nuova sinistra che protestava contro l'intervento statunitense in Vietnam. Tra l'altro, uno dei punti su cui si sarebbero poi scontrate le varie anime del movimento di liberazione omosessuale sarebbe stato proprio quello dell' "esclusività", interrogandosi se fosse più opportuno dedicarsi unicamente alle esigenze e alle rivendicazioni di gay e lesbiche o se includere anche quelle di altre minoranze. Ciò che si era già delinato poco prima degli eventi di Christopher Street - accentuandosi immediatamente dopo - era una frattura tra un'ala più "radicale" e una più "conservatrice" - o riformista - del movimento gay, una frattura che si sarebbe risolta nella nascita di gruppi più rivoluzionari come il Gay Liberation Front e la progressiva uscita di scena di quei gruppi pre-Stonewall, come la Mattachine Society, fautori di una politica dei piccoli - e piccolissimi - passi.

Ma quello che più è interessante, nel saggio di Duberman, è l'approccio "biografico". Duberman, infatti, sceglie sei persone tra i protagonisti dell'epoca e, in diversa misura, del movimento gay e ne tratteggia la storia individuale, prima e dopo gli eventi del 28 giugno 1969, dall'infanzia fino all'età adulta, ripercorrendo la scoperta della loro omosessualità e il loro ingresso nell'attività politica. In questo modo il racconto delle vicende collettive, che potrebbe assumere un carattere eccessivamente astratto o vago, si salda agli eventi individuali e al carattere di ogni protagonista, descritto con un tono di affettuosa partecipazione. Il "cast" - così viene presentato dall'autore all'inizio del libro - comprende dunque: Craig Rodwell, che è stato il fondatore della libreria gay Oscar Wild Memorial Bookstore - esistente tutt'oggi a New York, in Christopher Street -, Yvonne Flowers, Karla Jay, Sylvia (Ray) Rivera - la famosa transgender che fu tra le presenze più arrabbiate e determinate durante l'insurrezione in Christopher Street -, Jim Fouratt e Foster Gunnison Jr. Stonewall si conclude un anno dopo, nel 1970, rievocando l'organizzazione e lo svolgimento delle due prime marce dell'orgoglio gay, a New York e a Los Angeles. Da allora le marce che rievocano i fatti del 28 giugno 1969 e commemorano l'uscita di gay, lesbiche e transgender dal silenzio si sarebbero ripetute ogni anno, diffondendosi a poco a poco anche fuori dagli Stati Uniti, fino ad arrivare - molto in ritardo - anche in Italia, dove - lungi dall'essere un relitto del passato - se ne avverte più che mai la necessità.

21/06/2008

"Sex and the City": perché?

Qualche giorno fa due energumeni mi hanno costretto a vedere, per la prima volta in vita mia, un episodio di Sex and the City su La7. A quanto pare ogni singolo episodio ruota intorno a un argomento e stavolta si parlava di threesomes, come dicono gli anglosassoni. Alla fine della mezz'oretta mi sono chiesto per quale motivo questo telefilm abbia tanto successo e piaccia (quasi) a tutti. Infatti, non ho mai né sentito né letto nessuno che ne dicesse men che bene. Le sue protagoniste sono considerate, da alcuni, alla stregua di maestre di vita e in rete c'è chi ne adotta i nomi come proprio nickname. Tocca quindi a me parlarne male. Mi si spiega che non basta averne visto un episodio per farsene un'idea corretta e, soprattutto, per apprezzarlo. Ma anche la visione di un'unica puntata dovrebbe essere tanto intrigante da funzionare come esca e catturare lo spettatore, fidelizzandolo. A me, invece, la visione di quell'unica puntata ha fatto passare definitivamente la voglia - se mai l'avessi avuta - di affezionarmi a Sex and the City. Quel che non mi piace è proprio il tono generale del telefilm. I protagonisti devono essere cool a tutti i costi: anche quando sono sfigati, lo sono comunque in maniera cool. Sono superficiali e superficialmente spiritosi, vacuamente arguti. Dopo un po', il loro atteggiamento di mondanità newyorkese mi irrita, così come m'infastidisce il compiacimento con cui i personaggi si crogiolano nella loro "plastificazione". In effetti, tutti i protagonisti mi sembrano irrimediabilmente "brutti": sono tutti tirati, tutti leccati, tutti fonati e sembrano reggersi su un'impalcatura fatta di sola apparenza. Assomigliano un po' tutti a delle merci pronte a essere messe in vetrina per attirare l'attenzione del compratore. Tra loro si relazionano come prodotti che competano per conquistare nuove fasce di mercato. Tutte le conversazioni vertono sul sesso, ovviamente, che viene depotenziato e disinnescato proprio perché trattato e discusso in modo così "casuale". Sembra che sia impossibile parlarne se non in tono spiritoso, quasi a suggerire che in fin dei conti "siamo tutti uomini di mondo" - compresi gli spettatori che guardano da casa. A lungo andare - ovvero, anche solo per la mezz'oretta del telefilm - queste conversazioni esercitano su di me un effetto assolutamente anafrodisiaco e sono certo che, se guardassi parecchi episodi, alla fine mi passerebbe del tutto la voglia residua di fare sesso. Non c'è traccia, infatti, di piacere reale o di carnalità - di materialità e, quindi, di perturbamento - in questo lungo chiacchiericcio idiota sul sesso, ma c'è solo un linguaggio sminuito e costruito intorno al motto di spirito, lo stesso idioletto che domina la pubblicità. Se i protagonisti trattano sé stessi da prodotti in vendita - e come tali si propongono -, è ovvio che parleranno uno slang pubblicitario, con testi che sembrano scritti non da autori, ma da copy-writers, e ne sfrutteranno gli stessi stilemi: velocità, cambi rapidi di prospettiva, passaggi veloci tra diversi piani temporali, battute fulminanti ma prevedibili. Purtroppo, però, questi dialoghi risultano molto impacciati - chissà che non dipenda anche dalla traduzione italiana, che li priva dello smalto della lingua originale - e danno al tutto un che di falso, affettato e artificioso. Spento il televisore, mi dico che sicuramente non andrò al cinema a vedere il film che hanno tratto dalla serie. Qualcuno mi vuole dunque spiegare perché Sex and the City piace tanto?

17/06/2008

"Cabinet portrait": leggere al cesso

Uno dei miei grandi difetti è di non riuscire mai a immaginare che su di me si possano dire cose lusinghiere o, semplicemente, gentili. E' anche vero che non faccio niente per.
Jean-Luc Benoziglio, Cabinet portrait

E' la prima volta che un mio sogno viene influenzato da un libro che ho appena letto. Il sogno che ho raccontato pochi giorni fa - quello con l'ennesimo trasloco - presenta infatti alcune caratteristiche in comune con il romanzo che mi ero portato da leggere a Parigi. Indeciso su che cosa mettere in borsa - sapevo solo che avrei voluto leggere qualcosa in francese, qualcosa che s'intonasse al luogo dove avrei passato una settimana - mi sono deciso per uno di quei libri che, di tanto in tanto, compro seguendo un istinto improvviso ma che poi dimentico, magari per anni. In questo caso si è trattato di Cabinet portrait di Jean-Luc Benoziglio, un autore, credo, quasi del tutto sconosciuto in Italia e probabilmente nemmeno tradotto. Sul frontespizio ho scritto: "29 XII 2001, Roma". Devo dunque averlo comprato in una libreria francese di Roma, dopo che M.H., l'ultima volta che ero stato da lui, mi aveva detto che non era male ed era divertente.

Il romanzo di Benoziglio, effettivamente, "scorre" - come si usa dire -, ma scorre e basta: una volta girata l'ultima pagina, mi chiedo che cosa volesse davvero dire l'autore, quale fosse davvero la storia e se tutto il libro non sia solo uno sfoggio stilistico e non serva da pretesto per l’invenzione di un personaggio, il protagonista, segnato da una serie di manie e da una personalità alquanto bizzarra. Come hanno fatto altri scrittori prima lui – penso soprattutto a Gombrowicz, per esempio – , in Cabinet portrait il protagonista è un alter ego dell’autore. Pur non identificandovisi completamente, è evidente che Benoziglio gioca con l’identità dell’io narrante, i cui genitori e antenati, pur restando lui senza nome, hanno il cognome dell’autore in persona. Il protagonista rappresenta una delle numerose incarnazioni dell’ "uomo senza qualità" – o almeno così lui si vede -, anche se non in forma tragica ma, al contrario, in versione ironica. Inoltre – come l’autore – anche l’io narrante è discendente di una famiglia ebraica di origine turca, con la quale però non ha più contatti. Dopo l’ "esodo" del padre in Svizzera e in Francia, infatti, lui è la negazione personificata di tutte le caratteristiche che, secondo antico pregiudizio, vengono assegnate agli ebrei: è incapace di tutelare i suoi affari; non sa minimamente imporre la propria volontà agli altri, nemmeno quando avrebbe tutte le ragioni per farlo; è l’emblema stesso della stanzialità – e su tutto questo ironizza nel corso del romanzo.

Che cosa è passato da questo romanzo al mio sogno? Innanzitutto il tema del trasloco. Il protagonista si trasferisce da un appartamento più grande a uno più piccolo e meno caro, che si trova in una vecchia casa. Quest’ultimo ha il cesso sul ballatoio. Non è un dettaglio da poco, perché il cesso diventa uno dei punti focali del romanzo. L’io narrante, inoltre, ha la mania di consultare, più o meno a casaccio, un’enciclopedia in parecchi volumi che, non potendo ospitare nella nuova abitazione, decide di depositare proprio al cesso. Ed è in questo bugigattolo che si rinchiude ogni volta che ha voglia di istruirsi un po’, suscitando le ire dei vicini, i coniugi Sbritzky, due vecchi accidiosi e permalosi il cui unico passatempo è guardare la televisione, senza sosta e ad alto volume, in compagnia di un grosso cane, coccolato e vezzeggiato come un figlio. Gran parte del romanzo, quindi, è la descrizione delle scaramucce e delle piccole imboscate tra il protagonista e Sbritzky, che cerca in tutti i modi di impedirgli di usare il cesso e di fargli sloggiare gli ingombranti volumi dell’enciclopedia.

Nella prima parte del romanzo, invece, si contrappongono il protagonista e i due addetti al trasloco, da lui chiamati rispettivamente "Armoire" (Armadio) e "Asperge" (Asparago), per le loro dimensioni. I due incarnano la tradizionale coppia minima di personaggi contrastanti e complementari: tra di loro apparentemente opposti, ma in realtà uniti nello sfruttare il più possibile il loro cliente, a cui con l’astuzia strappano più denaro del convenuto e si fanno offrire da bere. Questa interazione dà modo all’autore di inventare una serie di situazioni che sconfinano nel farsesco. Ed è forse questo il "limite" del romanzo di Benoziglio: tutti i personaggi che lo popolano, forse a partire dallo stesso protagonista – anche se in minor misura –, sembrano privi di anima e di motivazioni psicologiche autonome, unicamente funzionali al divertito sogghigno che strappano al lettore.

Cabinet portrait è, quindi, uno one-man-show, in un certo senso: il protagonista si mette al centro del palcoscenico e rappresenta la propria incapacità, fa sfoggio dei suoi difetti e delle sue manie. L’eroe è, per l’appunto, un antieroe. Non è un intellettuale, nonostante la sua imponente libreria – di cui nemmeno ricorda i singoli volumi, pur fingendo di fronte ai traslocatori di averli letti tutti – e nonostante la maniacale consultazione della sua Enciclopedia. È un cinico, ma non è un cinico pericoloso: è semplicemente un cinico disilluso che, con l’acqua sporca dei grandi progetti e dei massimi sistemi, ha buttato anche il bambino dei piccoli piaceri quotidiani. Il suo cinismo, soprattutto, è temperato dall’autoironia e lo rivolge in primo luogo contro sé stesso. Non è un’arma con cui offendere gli altri, ma, anzi, è piuttosto lo strumento di difesa di un individuo troppo facilmente vulnerabile. Risulta anche simpatico nella sua mediocrità, soprattutto quando manifesta di essere qualcuno che resiste contro chi vorrebbe fargli fare cose che proprio non ha alcuna intenzione di fare, come lavorare, per esempio (e, infatti, parte della sua narrazione riguarda i suoi tentativi di guadagnarsi da vivere con lavori disparati e improbabili, tutti approdati al fallimento). È un ipocondriaco, perché le sue lunghe permanenze al cesso sono accompagnate, oltre che dalla lettura delle varie voci enciclopediche, anche dall’attenzione ossessiva per i suoi moti intestinali – o per la loro assenza –, tanto da fargli credere che l’apertura casuale di un volume sulla voce "cancro" sia ben più di una coincidenza. Non a caso, in questa sua irriducibile incomunicabilità, l’unica persona con cui stabilisce un qualche contatto umano e affettivo è il figlio handicappato di una vicina di casa. E ha quasi valore simbolico il fatto che, verso la fine, il narratore trovi proprio le pagine dedicate alla voce "cancro" - e, in particolare, "cancro dell'intestino" - nella tazza del cesso, con le parole cancellate dalle tracce marroni di chi, forse per fargli dispetto, ha fatto un uso improprio della sua Enciclopedia. A conti fatti, anche la parola scritta, anche la cultura sono merda?

Detto questo, mi domando ancora perché questo romanzo – leggibile ma non straordinario – abbia superato la soglia dell’inconscio fino a suscitare il mio sogno di qualche giorno fa.

30/05/2008

Che cosa sapevano? Una storia orale della Germania nazista

Sterminata è la bibliografia dedicata al nazionalsocialismo nei suoi vari aspetti e numerosi autori, soprattutto negli ultimi anni, hanno spostato l'attenzione dai grandi protagonisti alle persone normali. E' uscito da poco un altro volume che si occupa con ancora maggior precisione di queste ultime: La Germania sapeva. Terrore, genocidio, vita quotidiana: una storia orale di Eric A. Johnson e Karl-Heinz Reuband. I due autori sono un americano e un tedesco che hanno unito le loro forze in questo lavoro durato una decina d'anni. Johnson è uno storico e Reuband è un sociologo e, usando gli strumenti delle rispettive discipline, hanno cercato di rispondere con più esattezza a una serie di domande che finora non avevano avuto risposte univoche. Che cosa sapevano i tedeschi - ebrei e non ebrei - del genocidio in corso durante il Terzo Reich? Qual era il grado di consenso di cui godeva il regime di Hitler? Qual è stato il livello di opposizione al regime e quale l'aiuto fornito agli ebrei? Il terrore era davvero così diffuso? Dirò subito che il titolo della traduzione italiana è un po' fuorviante, oltre che abbastanza perentorio: "La Germania sapeva" rispetto all'originale, più dubbioso, "What We Knew" - "Che cosa sapevamo" -, che lascia aperta la possibilità dell'effettiva ignoranza, da parte di molti tedeschi, di ciò che stava accadendo, distinguendo tra il puro e semplice "sospetto" e la "consapevolezza" dei tragici eventi in corso.

Dal punto di vista metodologico, a partire dal 1993 i due autori hanno inviato una serie di questionari a cittadini tedeschi selezionati a caso e che, durante il periodo nazista, appartenevano a diverse fasce d'età e poi ai pochi ebrei tedeschi sopravvissuti e ancora residenti in Germania. Un paio d'anni dopo hanno spedito gli stessi questionari a ebrei tedeschi fuggiti dalla Germania e ora residenti altrove - per lo più negli Stati Uniti -, selezionati grazie alla collaborazione dello United States Holocaust Memorial Museum. La reazione è stata, nel complesso, abbastanza positiva e una buona metà degli interpellati hanno accettato di rispondere ai questionari, nonostante la delicatezza dell'argomento e delle domande poste e, soprattutto, i ricordi tragici che questa indagine faceva riaffiorare alla superficie. La seconda fase, quindi, è consistita in una serie di interviste individuali, raccolte da vari collaboratori. Tra i circa duecento colloqui condotti ne sono stati selezionati una quarantina che sono stati riportati, per l'appunto, in La Germania sapeva e ne costituiscono le due prime parti.

Nella prima parte ci sono le testimonianze degli ebrei sopravvissuti, a loro volta divise tra quelli che lasciarono la Germania prima della Notte dei cristalli - il 9 novembre 1938 -, quelli che la lasciarono dopo, quelli che furono deportati dalla Germania durante la guerra e quelli che, invece, si nascosero. Nella seconda parte ci sono invece le testimonianze dei tedeschi "comuni", a cui è stato chiesto di descrivere la propria vita quotidiana - soprattutto in relazione alla loro eventuale paura e alla conoscenza di ciò che stava accadendo tutt'intorno. Le loro testimonianze sono raggruppate in tre capitoli, a seconda del livello di conoscenza dello sterminio degli ebrei: scarso, legato a delle voci, di prima mano. Queste due parti sono naturalmente le più interessanti di tutto il libro perché permettono di accedere, per quanto possibile, alla vita di tutti i giorni dei protagonisti e delle vittime di quell'epoca, ma anche di conoscere episodi di solidarietà concreta da parte di tedeschi non ebrei: un fenomeno sicuramente minoritario, ma non del tutto assente, anche quando spesso si riduceva a mero simbolo privo di efficacia concreta, come è il caso di quel quacchero tedesco che, a un certo punto, prese a frequentare tutti i venerdì sera le funzioni in sinagoga e girò sempre con un fazzolettino giallo in tasca, proprio come gli ebrei erano costretti a portare su di sé la stella gialla di David.

Nella terza e quarta parte, invece, gli autori interpretano i dati raccolti, prima per quanto riguarda gli ebrei sopravvissuti e poi per quanto riguarda i tedeschi, enucleando in sostanza tre aree di interesse: la vita quotidiana e l'antisemitismo - ovvero: quanto era percepito dagli ebrei l'antisemitismo? E quest'ultimo era aumentato dopo l'ascesa di Hitler al potere? - oppure, nel caso dei tedeschi non ebrei , il consenso al nazionalsocialismo - ovvero: che cosa avevano approvato gli intervistati delle politiche hitleriane? Quanto era popolare il regime nazista? -, il terrore - quanto era diffusa la paura di essere arrestati? La paura era la medesima per entrambi i gruppi? Quali erano le attività illegali in cui erano coinvolti? -, e lo sterminio. Queste due parti conclusive sono arricchite da ulteriori dichiarazioni tratte da interviste non riportate integralmente nelle prime due parti. Il capitolo conclusivo - intitolato "Che cosa sapevano?" - cerca di fare il punto di tutta l'indagine, fornendo un quadro molto più sfumato e più "plastico", per così dire, della Germania in epoca hitleriana, che se da un lato conferma l'adesione maggioritaria - anche se di diversa intensità e con diversi gradi di partecipazione o di indifferenza - al nazismo, dall'altro rende anche giustizia alla minoranza di cittadini tedeschi che cercarono di non diventare complici di questo grande crimine storico.

27/05/2008

Caduta e rinascita dell'individuo nell'unico romanzo di Eugène Ionesco

Eugene Ionesco Pochi giorni fa ho recuperato e riletto un libro che avevo comprato e letto per la prima volta quasi vent'anni fa. Si tratta di Il solitario, l'unico romanzo scritto dal franco-romeno Eugène Ionesco, altrimenti più noto nelle vesti di drammaturgo, autore di opere fondamentali del cosiddetto teatro dell'assurdo come La cantatrice calva, Le sedie o Il re muore. Ho scoperto, tra l'altro, che questo libro, pubblicato in italiano a quei tempi direttamente negli Oscar Mondadori e ormai uscito di catalogo, è appena tornato in libreria in questa edizione.

Protagonista è un uomo di trentacinque anni che eredita un'immensa fortuna da uno "zio d'America" e che, dopo essersi licenziato, decide di vivere di rendita, finalmente libero dalle costrizioni e dal tran tran della sua vita di impiegato. E se prima abitava in una misera stanzuccia d'albergo a Parigi, con parte della somma incamerata si compra un grande appartamento in periferia. Sembrerebbe dunque la situazione ideale per conseguire la felicità: per l'ex impiegato - che resta innominato per tutto il racconto - questo cambiamento è all'insegna della speranza. La realtà, però, si rivela diversa. A poco a poco la quotidianità che lui riempie di piccoli riti e abitudini, come per esempio mangiare sempre allo stesso tavolo dello stesso ristorante, prende il sopravvento e s'incarica di smantellare, pezzo per pezzo, il suo sogno. Allo stesso modo non riesce a sottrarsi ai fastidi e alle piccole meschinità dei rapporti con gli altri esseri umani: la portinaia occhiuta, la governante che sembra guardare con disapprovazione la sua pigrizia, la cameriera del ristorante con cui abbozza una relazione amorosa di breve durata, presto naufragata a causa della sua "stranezza". Persino il dolce far niente, tanto agognato quando lavorava nel suo ufficio, si trasforma in un peso da lenire con l'alcool.

Questa è la vicenda reale, ma il romanzo di Ionesco si offre a una lettura a più strati ed è squisitamente metaforico. Tanto per cominciare - e in maniera piuttosto evidente - il romanzo segna un progressivo rinchiudersi in sé del protagonista. La casa del protagonista, che finisce per contenere tutta la sua vita, è il simbolo della sua stessa individualità che progressivamente esclude tutto il mondo esterno. Questa casa simboleggia il sogno (irrealizzabile) dell'autosufficienza totale, un'autosufficienza che rischia di trasformarsi in autismo. Ma la situazione in cui si trova il protagonista è anche metafora di una grave depressione, di cui vengono descritti i sintomi. La mattina il protagonista non ha voglia di alzarsi dal letto e ogni minimo gesto gli costa uno sforzo immane, tanto che anche lavarsi è una "fatica dura quanto un lavoro da manovale"; è tormentato dalla sensazione di non avere nulla in comune con gli altri e questo lo isola ancora di più ("l'impressione di essere separato dal resto del mondo, l'impressione di essere in una campana di vetro"); per non affrontare queste giornate che gli si stendono davanti vuote e uguali si rifugia sempre più spesso nel sonno ("Mi piace molto evadere nel sonno"); è ossessionato dalla morte e dal tempo che passa. Ma, soprattutto, avverte un profondo senso di noia e di angoscia, rotte da sprazzi di gioia improvvisa. In lui agisce quel tipico meccanismo per cui un singolo elemento negativo si estende fino a fagocitare tutto il resto: "C'era sempre stata quella mancanza, quella sensazione che mi mancava qualcosa, e che quindi tutto era mancanza".

Questa, però, è solo la prima parte del romanzo. Nella seconda avviene un'accelerazione temporale ed è come se gli eventi prendessero la rincorsa e bruciassero gli anni. Anche la narrazione "deraglia" e si fa meno realistica - benché fino a quel momento fosse stato un realismo più psicologico e interiore - e diventa più marcatamente simbolica e onirica. Nella città, infatti, scoppia una rivoluzione: nella strada in cui si trova l'appartamento del protagonista vengono erette barricate, si sentono degli spari, ci sono morti e feriti, e persino le persone che si affacciano alle finestre per assistere a quello spettacolo cruento vengono uccise dalle pallottole vaganti. Questa rivoluzione è l'epitome di tutte le rivoluzioni e allo stesso tempo rappresenta la vanità della lotta. Le parti che si combattono sono assolutamente indistinguibili: una vale l'altra e comunque, in nessun caso, la vittoria di una delle due - se non sono addirittura più di due - porterebbe un cambiamento significativo. Bisognerebbe cambiare la condizione esistenziale, ma non lo si può fare, perché essa è immutabile. L'uomo si trascina in un vicolo cieco metafisico in cui gli eventi esterni si equivalgono tutti, perché non spostano di un millimetro l'ineluttabilità del destino umano che sfocia per forza nella morte. Per questa ragione il protagonista schifa ogni mutamento, legge con occhio disincantato le catastrofi che riempiono le pagine dei giornali, e coltiva un conservatorismo indifferente. Nella seconda parte, quindi, si radicalizza l'immagine della casa come simbolo della totale chiusura dell'individuo su di sé. Il protagonista, infatti, decide di sottrarsi completamente alla battaglia - che è innanzitutto la battaglia della vita - e dopo aver fatto incetta di provviste si rinchiude definitivamente in casa. In questa seconda parte si sente molto di più la mano dello Ionesco inventore delle situazioni assurde che animano il suo teatro.

Fino a qui la "pars destruens". Verso la fine, infatti, il romanzo presenta una sorpresa che non è tale, per chi conosce minimamente la biografia di Ionesco. A poco a poco da questo mare di negatività e di disperazione emerge una possibilità di riscatto che si manifesta attraverso alcuni simboli concreti: l'albero che cresce in cortile dalla montagnetta di rifiuti gettata dai condomini - un'immagine fin troppo scoperta -, la luce vibrante che avvolge i muri e i tetti delle case circostanti e, infine, una visione quasi edenica che spunta dall'armadio della sua camera da letto - alberi, luce, una scala d'argento verso il cielo azzurro - e che gli fa dire: "Qualcosa di quella luce che era penetrata in me rimase. Pensai che era un segno". Queste, che sono le parole conclusive del romanzo, permettono di reinterpretare tutto quello che è stato raccontato in precedenza. Non più soltanto la descrizione di una depressione profonda, ma anche e soprattutto una ricerca di senso che, giunta al suo termine, "compie il salto" in senso kierkegaardiano - o almeno tenta di compierlo. Tuttavia, il finale è sufficientemente aperto: potrebbe essere una rivelazione religiosa che pone fine a una crisi mistica, così come potrebbe essere una guarigione dopo uno stato di grave prostrazione psicologica.

Che dire di questa unica prova narrativa di Eugène Ionesco? Secondo me non è del tutto riuscita. Il romanzo è indubbiamente molto leggibile ed è, soprattutto, pieno di grandi intuizioni psicologiche e filosofiche. Il problema, però, è proprio la forma del romanzo: queste intuizioni sono molto "dichiarate" e assumono quasi sempre un aspetto saggistico o aforistico, tanto che danno l'impressione, a chi legge, di essere molto intellettuali - qualche volta persino cerebrali - e, in quanto tali, appiccicate agli eventi. Leggendolo, ho sottolineato moltissime frasi, che potrebbero tranquillamente essere estrapolate e pubblicate a parte in una sorta di "diario filosofico", magari proprio il Journal en miettes (Diario in briciole) dello stesso Ionesco. Poi, come spesso accade - ma questa potrebbe essere solo una mia sensazione o, addirittura, un mio pregiudizio -, sembra che gli autori fatichino a descrivere il "bene" in maniera altrettanto convincente del "male", tanto che qui Ionesco se la cava con poche paginette finali sfruttando immagini di scarsa originalità. Come se il bene e la speranza fossero, a conti fatti, tanto poco convincenti da non riuscire a "piegare" seriamente il polso dell'autore e a fargli scrivere parole che trasmettano davvero al lettore la luce intravista dal suo protagonista.

23/05/2008

Sbudellamenti nipponici: "Ichi the Killer"

Ichi_the_killer Il film dell'orrore ha, con la realtà, più o meno lo stesso rapporto della pornografia. O forse, in generale, entrambi i generi sono il limite estremo della rappresentazione cinematografica della realtà, perché mettono a nudo il rapporto tra verità e finzione. Nel senso in cui, nella famosa fiaba di Andersen, il famoso re è nudo per i bambini che lo sanno vedere. Forse è per questo motivo che mi piacciono sia la pornografia che i film dell'orrore: in nessuno dei due casi, infatti, ho il pretesto (o la pretesa) di accedere a una conoscenza della realtà attraverso quella che è, palesemente, una rappresentazione fittizia. La confusione dei due ambiti non è possibile. Eppure, così come è difficile trovare un film pornografico che mi soddisfi - al di là della sua funzione puramente strumentale -, altrettanto complicato è trovarne uno dell'orrore che non mi faccia sbadigliare, in primo luogo per le sue carenze stilistiche o registiche. Non mi aspetto cioè che il film dell'orrore sia credibile - non deve esserlo: come per la pornografia, è imperativo che venga violato il principio di mimesi -, ma esigo che sia esteticamente godibile. Questa lunga premessa serve per dire che, qualche sera fa, mi sono guardato in dvd un film che mi ha proprio soddisfatto. Più splatter che horror, a dire il vero, ma non voglio sottilizzare. Si tratta di Ichi the Killer di Takashi Miike. La trama è semplice e intricata allo stesso tempo. Semplice nel contenuto, ma intricata nel modo in cui viene sviluppata. Ridotta all'osso, è la storia di due personaggi che si fronteggiano e che incarnano in qualche modo il masochista estremo (Kakihara, interpretato da Tadanobu Asano) e il sadista estremo (Ichi, interpretato da Nao Omori) - anche se, va detto, il primo presenta a sua volta tratti di notevole sadismo). Il film è ambientato in una Tokyo molto violenta in cui diverse fazioni della yakuza si scontrano per affermare ciascuna il proprio potere e per vendicarsi, l'una contro l'altra, di torti subìti e inflitti. Intricato è lo stile narrativo: solo attraverso la giustapposizione di scene, apparentemente slegate da una successione narrativa cronologica o logica tout court, lo spettatore riesce a ricostruire l'andamento delle vicende. In realtà, nella mia ignoranza del Giappone, mi domando se questo modo di procedere non sia tipicamente nipponico: ricordo infatti un altro film, visto poco tempo fa - si trattava di Ju-On: The Grudge -, in cui i salti temporali erano continui e imprevedibili, sfidando così le aspettative logiche dello spettatore occidentale. Ma al di là di tutto ciò, Ichi the Killer è un esempio pregevole di quello che dovrebbe essere il gore in questo genere di film. Le scene sono efferate e il sangue scorre a fiumi, ma non c'è da avere davvero paura, perché le violenze sono così esagerate e l'irrealtà talmente esibita e palese da non provocare mai l'effetto-mimesi. Ci si può sollazzare, quindi, con crudeltà di grande inventiva godendone come si godrebbe di una rappresentazione artistica ben riuscita. E poi, nel loro aspetto iperbolico, tutte queste scene hanno una notevole carica di humour che solletica le aspettative dello spettatore, che a ogni squartamento e sbudellamento si chiede: "Chissà che cosa s'inventerà stavolta!". Ichi, per esempio, indossa un assurdo costume con il numero 1 sulla schiena - ichi, infatti, in giapponese significa "uno" - e uccide facendo scattare una lama affilatissima che ha inserita nel retro delle scarpe. Spesso basta un solo colpo assestato alla sua vittima per tagliarla in due parti perfettamente simmetriche, facendo schizzare una fontana di sangue che imbratta i muri circostanti. Ichi ha un'aria smarrita da bravo bambino, il che rende ancor più paradossale quest'orgia di violenza gratuita. Altrettanto iperboliche e improbabili le altre scene di violenza del film: un uomo appeso al soffitto con ganci viene trafitto da Kakihara con una serie di spilloni e poi ricoperto di olio bollente (senza nemmeno svenire); Kakihara che si taglia un pezzo di lingua e, un istante dopo, risponde come se nulla fosse a una chiamata al cellulare o che s'infila due spilloni nei timpani per assordarsi e non sentire più il piagnucolio di Ichi durante la resa dei conti finale. Un film che consiglio caldamente a chi voglia trascorrere una tranquilla serata casalinga, all'insegna di un grand guignol, grafico ma rilassante, vagamente stomachevole ma ironico al tempo stesso. I giapponesi, evidentemente, ci sanno fare.

22/05/2008

Stefano Livadiotti, "L'altra casta"

In L'altra casta Stefano Livadiotti spende circa duecento pagine per farci sapere che l'acqua bolle a cento gradi. Fuor di metafora, quello che il giornalista dell'Espresso scrive su "privilegi, carrieri e misfatti da multinazionale" del sindacato è, in parte, cosa nota e non aggiunge nulla di nuovo a quello che da qualche anno a questa parte si dice sui sindacati e, in particolare, su Cgil, Cisl e Uil. Il saggio di Livadiotti è sicuramente molto ben documentato ed è scritto con un stile che vorrebbe essere colloquiale, complice, allusivo e indignato-sdegnato - l'equivalente verbale del dare di gomito a un lettore che, suppone l'autore, gli darà senz'altro ragione -, ma nonostante questo mi lascia perplesso in più punti. I misfatti sono reali, su questo non c'è dubbio, ma quello che viene lasciato in ombra - o dato per scontato - sono i "presupposti ideologici" che discriminano il "bene" dal "male", ciò che è "giusto" da ciò che è "ingiusto". E' quella la discussione che andrebbe fatta a monte, ancora prima di avanzare tutte le critiche contenute nel libro. Quali sono questi "presupposti ideologici"? Sono quasi sempre impliciti, tranne che in un capitolo - intitolato "Lo spettro del precario" -, che non a caso è la parte per me più sgradevole e meno accettabile di tutto il testo di Livadiotti. Qui, in sostanza, viene dato per acquisito che il "sommum bonum" è il lavoro, comunque e a qualunque costo, e quindi è positivo tutto ciò che favorisce qualsiasi forma di lavoro, anche se precaria o - per usare un eufemismo dei giorni nostri - "flessibile". Formulato questo presupposto, qualunque opposizione a questa concezione del lavoro è, quindi, negativa e antimoderna. Si prendano per esempio i lavori temporanei, mediati dalle agenzie interinali, spesso letteralmente imposti e non scelti dal lavoratore, che non ha alternative: Livadiotti usa, senza battere ciglio, l'orribile espressione "somministrazione di lavoro a tempo determinato". Somministrazione: esattamente come si somministra un medicinale o un caffè. Nello stesso capitolo Livadiotti intona un peana a questo tipo di lavoro che, secondo lui, in un anno ha fatto spuntare "come funghi 416 mila posti di lavoro" e conclude dicendo che gli strumenti di flessibilità - introdotti da Treu a suo tempo - stanno funzionando. Forse i dati andrebbero interpretati: come ha sottolineato Luciano Gallino, studioso di ben maggior spessore, molte di queste cifre sono falsate. Non basta conoscere "quanti" sono i lavori, ma bisogna sapere anche quanti di questi sono davvero nuovi posti di lavoro e non regolarizzazioni di lavoro in nero o quale è il monte-ore di questi impieghi, per capire se consentono ai lavoratori di condurre una vita autonoma e dignitosa. Queste questioni, nel testo di Livadiotti, non trovano posto. "I numeri", scrive, "non sono di destra né di sinistra": è vero, è l'interpretazione di questi numeri che è di destra o di sinistra e può produrre politiche di destra o di sinistra. E su questo Livadiotti tace: sembra che i suoi studiosi di riferimento - citati in continuazione come se fossero la bocca della verità - sono Giavazzi, Alesina e i ricercatori dell'Istituto Bruno Leoni, secondo i quali "abbiamo finora fatto solo la metà della strada necessaria sulla via della flessibilità". Compito di un sindacato moderno, dunque - secondo Livadiotti e secondo, presumo, quelli che, per essere più comodamente di destra, preferiscono dire che non c'è differenza tra destra e sinistra -, sarebbe quello di convincere i lavoratori a farsi spezzare la schiena, nel loro stesso interesse.

Il punto, dunque, che Livadiotti sembra ignorare, è questo: spazzando via lo "strapotere" dei sindacati, non è che finalmente s'instaurano la pace e l'equilibrio sociali. All'interno della società agiscono diverse forze che lottano tra di loro per avere la preminenza, tanto che alla fine si impone quella che ha maggior potere. Se si attaccano in continuazione i lavoratori e le loro rappresentanze - con la scusa magari di volerli meglio difendere - andrà a finire che questi non avranno più nessun potere e saranno definitivamente sopraffatti. Può darsi, naturalmente, che - dal punto di vista di un imprenditore - le richieste sindacali siano "eccessive". Ma io mi domando per quale ragione un sindacato debba fare gli interessi in primo luogo dell'impresa. E' evidente che chi difende i lavoratori deve fare in modo che questi ultimi traggano il maggior vantaggio possibile dalla distribuzione della ricchezza prodotta nel paese: è questo il suo compito primario, non quello di abdicare a favore di un generico "benessere del paese". Di tanto in tanto - e nemmeno in maniera troppo sotterranea - il saggio di Livadiotti è percorso da una corrente di disprezzo e di irrisione nei confronti dei lavoratori, i quali sarebbero tanto cari e tanto belli da difendere - e con loro un sindacato che li riconducesse a questo tipo di ragioni - se si limitassero a far coincidere i loro interessi con quelli dei loro datori di lavoro. Uno degli esempi più stomachevoli è questo, che cito parola per parola: "Alla fine del 2007 in Inghilterra i 4 mila e 800 tra piloti e hostess della Virgin Atlantic hanno indetto 48 ore di sciopero per protestare contro gli aumenti salariali offerti dalla compagnia, ritenuti troppo bassi. Il proprietario, l'eclettico multimilionario Richard Branson, ha scritto loro una lettera: 'Se pensate che i nostri stipendi pregiudichino il vostro tenore di vita, allora fareste bene a dimettervi e cercare un lavoro altrove'". Naturalmente si ha la sensazione, per nulla celata, che Livadiotti approvi in toto la risposta di Branson e che quello sia, secondo lui, il modello di relazioni sindacali "ragionevoli" che un sindacato moderno dovrebbe fare proprio: l'appiattimento totale sulle posizioni dell'imprenditore che tratta i suoi dipendenti con questo misto di irrisione e arroganza. Alla stessa stregua si potrebbe anche giustificare la schiavitù. Ecco, nel libro di Livadiotti, questo impulso emerge, di tanto in tanto, trattenuto a fatica. Se si fosse limitato a indicare le storture del sistema sindacale italiano - che sono molte -, il libro sarebbe stato anche interessante, ma il problema è che da parte dell'autore si intuiscono in continuazione un'acredine e una fenomenale mancanza di rispetto per chi vive del solo proprio lavoro. E' un peccato, perché così L'altra casta è davvero un'occasione mancata - anche e soprattutto perché è troppo facile concentrare la propria attenzione su Alitalia, Ferrovie dello Stato, Poste, Inps, Enav e Bankitalia per mostrare lo strapotere del sindacato. Questi sono enti - statali o parastatali - in cui sindacato e dirigenza sono le due teste di una specie di mostro mitologico ed è difficile tagliarne una senza tagliare anche l'altra. Molto più interessante sarebbe stata, per esempio, un'indagine sul campo nelle industrie private medio-piccole - e anche in molte grandi aziende - in cui essere sindacalizzati, lungi dal portare privilegi, è la strada sicura verso il martirio.