Ieri pomeriggio sono andato al Teatro Studio a vedere Palacio del fin di Judith Thompson per la regia di Marco Carniti: un'ora e quarantacinque minuti di vero e proprio martirio, in una sala mezzo vuota e al freddo.
Lo spettacolo era in spagnolo, ma tradotto dall'inglese - l'autrice è canadese e, a quanto pare, abbastanza nota lassù -, e consisteva di tre monologhi, in un atto unico senza soluzione di continuità, basati su un evento d'attualità: la guerra in Iraq. Nel primo monologo prende la parola Lynn England, la soldatessa americana che nel carcere di Abu Ghraib è stata fotografata mentre umiliava alcuni prigionieri iracheni. Nel secondo, a parlare è lo scienziato inglese David Kelly, morto (forse) suicida dopo aver rilasciato alcune dichiarazioni sull'inesistenza delle famigerate armi di distruzione di massa che hanno giustificato l'intervento angloamericano in Iraq. L'ultimo monologo, infine, è dello spirito di una donna irachena, torturata dal regime di Saddam perché proveniente da una famiglia di dissidenti comunisti e uccisa da una bomba americana.
Vorrei poter entrare nel merito della messa in scena e della performance degli attori - che sono stati comunque bravi e hanno svolto il loro compito con grande intensità - ignorando del tutto il testo, ma non riesco a farlo, perché è stato soprattutto questo che mi ha più irritato (e mi chiedo perché il regista abbia voluto misurarsi con un testo del genere). L'ho trovato incredibilmente prolisso e, soprattutto, scontato. Forse l'autrice ha creduto di dire qualcosa di molto originale, ma in realtà si tratta di un luogocomunismo che ormai ripetono anche i sassi e, volendo, basterebbe leggere un quarto d'ora Il Manifesto per apprendere le medesime cose.
I primi due monologhi sono riassumibili in una frase: noi (occidentali e massime americani) siamo tutti una manica di stronzi, solo "gli altri" sono buoni. E su questo stucchevole antioccidentalismo d'accatto sono costruite le macerazioni cerebrali dei due primi protagonisti - tratti, come s'è visto dalla vita reale. E questo è il secondo problema: ricorrendo a personaggi reali (e anche molto contestati per le loro azioni), l'autrice finisce per svuotarli e usarli come se fossero delle marionette a cui lei presta la sua anima e i suoi pensieri. Che sono inevitabilmente quelli di una canadese progressista, dotata di tutti i pregiudizi "positivi" (sulle altre civiltà) e "negativi" (sulla nostra). Gli autoritratti che ne escono sconfinano nel caricaturale. Gli unici personaggi che si salvano, nella narrazione dei due, sono per l'appunto "gli altri", che incarnano un po' una versione moderna del mito del buon selvaggio. Viceversa sugli autoctoni è lecito riversare ogni sarcasmo e ogni disprezzo: penso, per esempio, a quando vengono menzionati i "due ragazzi dell'Alabama" che entrano nell'esercito e non sanno mettere due parole in fila (il che sarà anche vero, ma non vedo come invece un contadino iracheno debba essere più saggio di loro, se non per pregiudiziale partito preso).
Più complesso è il terzo monologo, che, forse in omaggio al pubblico milanese, contiene degli estratti in italiano. Lo è per forza di cose perché la protagonista è già morta ed è irachena, quindi per definizione un po' più buona di quegli altri due stronzi (la prima era stronzissima perché militare, ovviamente). In ogni caso, anche qui l'autrice riesce a salvare capra e cavoli: condanna sì Saddam Hussein - a più riprese definito "demonio" dalla narratrice, soprattutto perché ha pervertito il "vero islam" -, ma l'aggravante della condanna sembra il fatto che la sua ascesa al potere sia stata facilitata dalla Cia. Le torture subite dalla donna (e dai suoi famigliari, inclusi i due bambini piccoli, che si comportano da veri eroi) sono quindi in parte ascrivibili anche agli americani, che hanno voluto impedire l'ascesa al potere del Partito Comunista Iracheno, fatto soltanto di brave persone - così dice la donna - e completamente diverso dai partiti comunisti di Stalin, Mao o Pol Pot. Questa storia non è nuova: tutti i partiti comunisti che non hanno conquistato il potere assoluto sono stati più "buoni". Sono stati costretti a esserlo e, poiché non è dato sapere come si sarebbe comportato quello iracheno una volta al potere, lo si può innalzare a metafora della bontà schiacciata dal male. Per ribadire l'antiamericanismo programmatico della pièce, l'autrice fa morire la donna sotto i bombardamenti americani. Giusto per chi non avesse capito l'antifona, insomma...
Lo spettacolo mi è stato gentilmente offerto da M.S.: un regalo di compleanno, insomma, anche se abbiamo scelto insieme di andarci. Quando alla fine siamo usciti - dopo un lungo sbirciare l'orologio, trattenere gli sbadigli e frenare le gambe ballerine -, lui mi ha detto: "La prossima volta ti porto a vedere 'Natale a Beverly Hills'". Solitamente non andiamo molto d'accordo nei nostri giudizi sulle pièces che vediamo a teatro. Stavolta, però, non avrei saputo dargli torto.



