Forse grazie a una premonizione, nel maggio scorso avevo comperato Herztier (Il paese delle prugne verdi) di Herta Müller, senza sapere che qualche mese dopo avrebbe vinto il premio Nobel per la letteratura. Ora non mi restava altro che leggerlo.
Non è un romanzo di facile accesso, devo dirlo subito. Ma non è nemmeno impervio per via del linguaggio: prevale la paratassi e il lessico impiegato è abbastanza piano, anche se alla limpidezza del linguaggio, secco e affilato come una lama, si sposa uno sguardo molto poetico e individuale sulla realtà. Una poesia che non ricorre a una pletora di mezzi retorici, ma colpisce direttamente il bersaglio. La maggiore difficoltà deriva, probabilmente, da una narrazione "non gerarchica". Non c’è un ordine cronologico ben preciso e non c’è una struttura esterna che costringa la materia narrativa in un corsetto che dia subito al lettore un quadro generale di ciò che sta succedendo (e che viene quindi raccontato). Al contrario chi legge si trova subito immerso in una serie di episodi che si avvicendano, con personaggi che agiscano senza essere stati prima presentati o caratterizzati. È come se, all’improvviso, il lettore venisse condotto, bendato, in un luogo e poi, sbendato, dovesse capire da solo dove si trova. E questo accade ripetutamente, finché a poco a poco, come con un puzzle, riesce a costruire un quadro generale in cui i vari frammenti finiscono per combaciare. E le scene cambiano in continuazione, la prospettiva si sposta senza posa da un personaggio all’altro, da un avvenimento all’altro. Allo stesso modo, Herztier dà l’impressione di essere una grande pianura, in cui tutti gli elementi della narrazione hanno la stessa altezza e lo stesso valore: non c’è, per l’appunto, una gerarchia predefinita in cui l’autrice faccia immediatamente intendere che cosa è più importante. Inoltre tutto è filtrato dalla coscienza dell’io narrante, che fornisce una prospettiva estremamente soggettiva alla narrazione. E questo significa che tutto ciò che viene raccontato, sin dalle prime pagine, è dato per noto - perché, infatti, il soggetto che lo racconta lo conosce già - ed è compito del lettore cercare di capire che cosa succede. Solo quando si è inoltrato nel romanzo, per esempio, si rende conto che la prima pagina racconta di un dopo e che tutto il romanzo descrive gli antefatti e le vicende che hanno portato a quel dopo. La narrazione avviene quindi in forma di meditazione sul passato.
Non è nemmeno un romanzo allegro. Tutt’altro. L’argomento non lo consente. Herztier è ambientato nella Romania degli anni ottanta, dominata con pugno di ferro dal dittatore Ceausescu, e racconta le vicende di quattro amici - l’io narrante, che resta senza nome ma che potrebbe tranquillamente essere la stessa Herta Müller, Kurt, Georg ed Edgar - i quali uniscono le loro forze per resistere all’atmosfera tetra e opprimente del paese. Il romanzo comincia con il suicidio di Lola, una compagna di università, che s’impicca lasciando dietro di sé una serie di quaderni e la condanna unanime del partito a cui si era iscritta. La riprovazione pubblica e la damnatio memoriae che ne seguono rivelano all’io narrante i meccanismi con cui s’impone il conformismo: in una memorabile passeggiata per la città, comincia a contare le persone che incontra fino a confonderle in un’unica massa indistinta e rassegnata di cui si accorge, sconvolta, di fare parte anche lei. Il suicidio di Lola spinge i quattro amici all’opposizione, forse anche nel tentativo di mantenere viva la memoria della ragazza. La narrazione segue poi i quattro nell’evolversi della loro esistenza: dopo l’università ognuno di loro finisce in un posto diverso, a svolgere lavori diversi che li mettono in contatto con la sordida realtà romena, fatta di rassegnazione e di subordinazione al potere. Herta Müller dipinge un quadro sconsolato della società romena: un paesaggio plumbeo che sembra non essere mai uscito dall’epoca preindustriale - anche nelle fabbriche si producono "pecore di lamiera" e "meloni di legno" -, in cui regnano abbrutimento e morte. Del resto, dichiara l’io narrante, in una dittatura non esistono vere città: "In una dittatura non possono esserci delle città, perché tutto è piccolo quando viene sorvegliato". Il pensiero prevalente (e silenzioso) di tutti si rivolge alla fuga ("Tutti vivevano del pensiero della fuga"), con il rischio che questa comporta ("Ogni fuga era un’offerta alla morte") e con la costellazione di morti che lascia dietro di sé. L’unica speranza è nella morte del dittatore, le cui malattie sono oggetto costante di pettegolezzi e di informazioni sussurrate di nascosto. Il fallimento pesa come una cappa su ognuno di loro: "Il fallimento ci sembrava così naturale come respirare. Come la fiducia, era ciò che avevamo in comune".
Una volta dispersi in varie località, i quattro amici mantengono i contatti scrivendosi lettere con messaggi cifrati. Lettere nelle quali infilano un capello per controllare poi se siano state aperte dalla censura. La sorveglianza è stretta, i pedinamenti costanti e, a poco a poco, ognuno di loro viene convocato dall’inquietante capitano Pjele che, in presenza del suo cane omonimo, li sottopone a umilianti interrogatori: le minacce non sono mai dirette, ma sufficientemente oblique da fomentare la loro paura e un senso generalizzato di persecuzione. Quando poi vengono licenziati e perdono il lavoro - ben più di una catastrofe in una "repubblica popolare" in cui lavorare era non soltanto un "diritto", ma anche un "dovere" - i quattro decidono di chiedere il permesso di emigrare. In Germania, perché appartengono tutti all’etnia tedesca (sveva, per la precisione) residente in Romania. La diaspora prosegue anche lì, disseminando gli amici in città diverse, Francoforte Colonia e Berlino, dove non cessano le persecuzioni, come se l’ombra lunga della dittatura non volesse abbandonarli. Gli amici si rendono conto che è impossibile liberarsi da certi meccanismi ormai interiorizzati: è come se l’oppressione se la portassero dentro. Un esempio banale ma illuminante è questo: "Ci mancava l’abitudine di comunicare segreti al telefono: la lingua si bloccava per la paura". La morte li raggiunge anche lì e, come già Lola, anche Kurt e Georg si suicidano. Restano Edgar e l’io narrante, con cui era iniziato il romanzo, ancora intrappolati in una duplice impossibilità: "Se stiamo zitti, diventiamo sgradevoli, disse Edgar, e se parliamo, diventiamo ridicoli".
Lo sguardo di Herta Müller, però, non si posa solo su Georg, Kurt, Edgar, ma ingloba anche tutta una serie di personaggi secondari che popolano il mondo dell’io narrante. Sono tutti, in qualche modo, segnati dall’infelicità e si arrabattano per sopravvivere - perché, a quanto pare, nessuno vive davvero, pienamente. C’è la madre dell’io narrante, la "nonna che canta" e che, uscita di senno, muore proprio alla vigilia della partenza per la Germania. C’è Margit, la donna ungherese presso la quale la protagonista prende una camera in affitto e che si consuma nella nostalgia per il paese natale in cui non può più tornare. C’è la sarta che, oltre al suo mestiere, legge le carte e predice il futuro a chi la consulta. C’è Tereza, l’amica dell’io narrante, malata di un tumore che non vuole curarsi e che la tradirà andandola a spiare, per conto delle istituzioni romene, in Germania. Ognuno di essi porta le tracce di un fallimento, malgrado abbia sepolto dentro di sé un "cuore animale" - questo il significato del titolo del romanzo - che un tempo aspirava a vivere diversamente. E ognuno di essi è dipinto con una voce che è, allo stesso tempo, distaccata e partecipe - o, per usare un ossimoro, con fredda compassione.