I
"Contro la televisione è inutile lottare: se vuole, può portarci via i nostri figli. Ha diritto di vita o di morte su di loro, perché è lei che gli ha insegnato per cosa valga la pena di vivere o morire. Io poi sarei il combattente meno indicato. La televisione incarna la mia religione profonda: un rancore vecchio quanto me mi spinge ad apprezzare tutto quello che distrugge la vita, o la sputtana, dimostrando che è identica ai suoi surrogati. Per altri, più buoni di me, la televisione rappresenta la vita a cui essere grati, la vita varia che ti si inginocchia in casa: anche noi, in questi giorni, non facciamo che guardarla - lei ci ha reso disperati eppure ricorriamo a lei. Vita e antivita, avvinghiate insieme in un nodo inestricabile: per questo sono ridicole tutte le obiezioni che vengono fatte allo strapotere televisivo. Mai, nella storia, gli esseri umani sono stati esposti così a lungo all'indistinzione tra ideale e reale: una mimesi avvolgente, che viene a trovarti lei invece d'essere tu costretto ad andare in biblioteca al museo. Mai la gente ha tanto parlato, nei bar e nelle file alla posta, di fiction. Di storie possibili e parallele, che modellano il pensiero e il quotidiano, oltre che i sogni. Bonolis è fiction, la guerra è fiction. Ma la fiction è la realtà a cui aggrapparsi, quando la nostra privata realtà non regge al confronto della fiction. Non importa quanto brutti siano i programmi e quanto stupidi i loro inventori: è il sistema stesso in cui si è strutturata la tecnologia televisiva che crea, di trasmettitore in trasmettitore, un mondo 'estetico', un universo surrogato a bassa responsabilità e a bassa coerenza logica"
(pagg. 127-28)
II
"Credo che si possa essere d'accordo, però, sul fatto che il grande progetto dell'Occidente, l'unicum che lo contraddistingue tra tutte le società umane, sia l'ambizione di costruire una convivenza senza Dio. [...] Da noi il progetto, consapevole o no, è di massa. Inutile controdedurre ricordando il successo del Papa, anche tra i giovani, e la devozione a Padre Pio, o Comunione e Liberazione e oltre. Sono, per quanto paradossale sembri, fenomeni residuali o di reazioni; la gente stima gli uomini di chiesa, i santi, magari prega e va a messa, ma nessuno crede più davvero nell'esistenza di un altro mondo, col Paradiso e la resurrezione delle anime. Se ci credessero, vivrebbero in tutt'altra maniera. Per resistere senza la speranza nell'aldilà, e nel Paradiso, bisogna poter sperare nel paradiso in terra. [...] Dare l'illusione del paradiso in terra è l'obiettivo finale del consumismo; o, se si vuole, il consumismo è una protesta per l'inesistenza di Dio. Comprando si è onnipotenti, soprattutto se compri qualcosa che ti serve a poco; i centri commerciali sono isole dei beati dove (grazie all'aria condizionata) è sempre primavera, dove ogni tuo desiderio è un ordine, dove tutte le distanze si annullano perché i prodotti di tutto il mondo si offrono fianco a fianco, a tua completa disposizione. [...]
Ma più il tempo passava, più ci si rendeva conto che alcune cose non erano comprabili: le persone, gli oggetti troppo distanti da noi, i sogni, i rapporti umani. La falla rischiava di far abortire il progetto, o almeno di ritardarne l'avanzata trionfale; un modello di soluzione è stato fornito dall'arte e dalla letteratura. Fin da quando Dio c'era ancora, e la realtà era puzzolente, bruta, refrattaria, l'arte garantiva una via di mezzo, un mondo alternativo informato a una ratio superiore. A ogni scatto in avanti dell'economia, man mano che i cittadini d'Occidente facevano una vita più meccanizzata e standard, l'arte li risarciva di quel che andavano perdendo, i fiori i sentimenti puri l'eccesso l'infanzia. In quell'universo parallelo che assomigliava tanto alla realtà [...], ma che si poteva comprare, niente era più sottratto all'onnipotenza dell'uomo. Potevi tenerti in casa l'immagine di due geishe che traversano un ponte sullo sfondo del Fujiyama, il dibattito tra due intellettuali rinchiusi in sanatorio, il sorriso di un parente defunto. L'immagine, ecco la parola magica. Se si accettava che la realtà fosse sostituita dall'immagine della realtà, il paradiso in terra tornava ad essere possibile.
Se l'arte era capace di compiere questo, non restava che ampliare il procedimento, soprassedendo sulla qualità e puntando a un'arte di massa. E' quello che il Novecento ha lentamente ottenuto, col cinema, col design, con la pubblicità, coi video musicali; e alla fine col look, con l'estetizzazione dell'esistenza, col trasformare in spettacolo la stessa informazione, e l'economia tutta. Ormai si comprano (gli analisti sono concordi) non i prodotti ma le immagini dei prodotti, la 'life quality' che è garantita dal logo. Lo 'stile di vita' Nike, Versace eccetera. [...]
Quel che il consumismo sta ottenendo è una realtà sempre più finta e una finzione sempre più reale, in un trionfo del trompe-l'oeil; la nostra vita è una 'mezza cosa' di cui non siamo più padroni, perché è comandata dai padroni dell'immagine. Ed è quello che in fondo vogliamo, perché inconsciamente ci è chiaro che questa nostra realtà (qui, nel castello assediato d'Occidente) è una disperata finzione. [...] Dietro le pretese della gente che la fiction sia 'vera', c'è la speranza inconsulta che la verità sia finta."
(pagg.132-34 e 139-40)
III
"Insomma, la tivù ti dà l'illusione di catturare la realtà (di 'superare' l'arte) proprio nel momento in cui l'ha castrata. Detto in altri termini: prima ci toglie la realtà (che non si vive perché è più comodo guardarla sul teleschermo), poi ce la regala ma riaggiustata come è utile che sia. Il tutto con un sottinteso ontologico: se si può rappresentare tutta la vita, allora la vita non è altro che ciò che si rappresenta (e un corollario: quel che non è rappresentabile in diretta tivù è semplicemente inesistente, o mostruoso)."
(pagg. 166-67)
da Walter Siti, Troppi paradisi - I neretti sono miei