Manifesto per l'eguaglianza dei diritti

Le infamie di ieri

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24/07/2008

BILANCIO DELLO SPERPERATORE

Tutte le mie ricchezze
le ho gettate al vento
in una sola notte
o forse due.

I talenti che avevo: sperperati.
Scomparse le onde del mio mare,
asciutti i fiumi. Le stelle
ho voluto spegnerle una dopo l'altra:
era un gioco. E ho regalato il buio
a un commerciante di luce.

Non ho tenuto fede
a nessuna promessa,
ho perso ogni cosa
con piena volontà.

Fabio Pusterla, da Pietra sangue (1999)

(A scanso di equivoci, non son io quello sperperatore, perché se c'è qualcosa che mi difetta è proprio la "piena volontà" e il metodo che questa impone, anche quando si voglia sperperare).

08/07/2008

Civiltà del rumore

"Filippetto a Piazza Navona, il ristorante degli ecclesiastici di passaggio. Ci vado volentieri, ha in lista una quarantina di vini indigeni e io, come metto piede in Italia, mi scopro buon bevitore. Non in senso quantitativo, posso precisare. Si pranza all'aperto, la piazza è chiusa ai veicoli e dovrebbe essere tranquilla. Ma il bisogno che gli Italiani hanno di sonorizzarsi è profondo, la loro ingegnosità inesauribile. Il Comune ha installato nella piazza vasti ventilatori allo scopo (apparente) di ravvivare l'aria. I ventilatori sono apparecchi silenziosi. In tutto il mondo, non qui, qui si è riusciti a azionarli con motori, suppongo, da motocicletta, così che forniscano la conveniente dose di decibel e mettano il luogo a livello della media generale di rumorosità.

Grazie all'accorgimento, il frastuono è tale che per intendersi coi commensali bisogna urlare. A un certo momento le forze mancano ai non allenati e si finisce con lo spiegarsi a segni o tacere, impotenti, il naso sul piatto.

Faceva notare Augustin Bonnet, che ieri mangiava a un tavolino vicino al mio:

- Il vecchio Daudet attribuiva ai provenzali il motto: facciamo baccano, 'fens de brut'. Ma il motto dovrebbe essere reclamato dallo Stato italiano e inserito nel suo stemma. Gli spetta."

Guido Morselli, da Roma senza Papa

[Per contestualizzare: l'io narrante è un prelato svizzero calato a Roma. Il romanzo, pubblicato nel 1974 - postumo, come tutti i romanzi di Guido Morselli -, è ambientato nella capitale, alla fine del XX secolo, cioè ormai qualche anno fa. La sede papale non è stata trasferita a Zagarolo - come fantasticava Morselli -, ma per quanto riguarda il trionfo del rumore come caratteristica tutta italica direi che ci siamo.]

16/04/2008

Realtà e irrealtà nell'epoca televisiva

I

"Contro la televisione è inutile lottare: se vuole, può portarci via i nostri figli. Ha diritto di vita o di morte su di loro, perché è lei che gli ha insegnato per cosa valga la pena di vivere o morire. Io poi sarei il combattente meno indicato. La televisione incarna la mia religione profonda: un rancore vecchio quanto me mi spinge ad apprezzare tutto quello che distrugge la vita, o la sputtana, dimostrando che è identica ai suoi surrogati. Per altri, più buoni di me, la televisione rappresenta la vita a cui essere grati, la vita varia che ti si inginocchia in casa: anche noi, in questi giorni, non facciamo che guardarla - lei ci ha reso disperati eppure ricorriamo a lei. Vita e antivita, avvinghiate insieme in un nodo inestricabile: per questo sono ridicole tutte le obiezioni che vengono fatte allo strapotere televisivo. Mai, nella storia, gli esseri umani sono stati esposti così a lungo all'indistinzione tra ideale e reale: una mimesi avvolgente, che viene a trovarti lei invece d'essere tu costretto ad andare in biblioteca al museo. Mai la gente ha tanto parlato, nei bar e nelle file alla posta, di fiction. Di storie possibili e parallele, che modellano il pensiero e il quotidiano, oltre che i sogni. Bonolis è fiction, la guerra è fiction. Ma la fiction è la realtà a cui aggrapparsi, quando la nostra privata realtà non regge al confronto della fiction. Non importa quanto brutti siano i programmi e quanto stupidi i loro inventori: è il sistema stesso in cui si è strutturata la tecnologia televisiva che crea, di trasmettitore in trasmettitore, un mondo 'estetico', un universo surrogato a bassa responsabilità e a bassa coerenza logica"

(pagg. 127-28)

II

"Credo che si possa essere d'accordo, però, sul fatto che il grande progetto dell'Occidente, l'unicum che lo contraddistingue tra tutte le società umane, sia l'ambizione di costruire una convivenza senza Dio. [...] Da noi il progetto, consapevole o no, è di massa. Inutile controdedurre ricordando il successo del Papa, anche tra i giovani, e la devozione a Padre Pio, o Comunione e Liberazione e oltre. Sono, per quanto paradossale sembri, fenomeni residuali o di reazioni; la gente stima gli uomini di chiesa, i santi, magari prega e va a messa, ma nessuno crede più davvero nell'esistenza di un altro mondo, col Paradiso e la resurrezione delle anime. Se ci credessero, vivrebbero in tutt'altra maniera. Per resistere senza la speranza nell'aldilà, e nel Paradiso, bisogna poter sperare nel paradiso in terra. [...] Dare l'illusione del paradiso in terra è l'obiettivo finale del consumismo; o, se si vuole, il consumismo è una protesta per l'inesistenza di Dio. Comprando si è onnipotenti, soprattutto se compri qualcosa che ti serve a poco; i centri commerciali sono isole dei beati dove (grazie all'aria condizionata) è sempre primavera, dove ogni tuo desiderio è un ordine, dove tutte le distanze si annullano perché i prodotti di tutto il mondo si offrono fianco a fianco, a tua completa disposizione. [...]

Ma più il tempo passava, più ci si rendeva conto che alcune cose non erano comprabili: le persone, gli oggetti troppo distanti da noi, i sogni, i rapporti umani. La falla rischiava di far abortire il progetto, o almeno di ritardarne l'avanzata trionfale; un modello di soluzione è stato fornito dall'arte e dalla letteratura. Fin da quando Dio c'era ancora, e la realtà era puzzolente, bruta, refrattaria, l'arte garantiva una via di mezzo, un mondo alternativo informato a una ratio superiore. A ogni scatto in avanti dell'economia, man mano che i cittadini d'Occidente facevano una vita più meccanizzata e standard, l'arte li risarciva di quel che andavano perdendo, i fiori i sentimenti puri l'eccesso l'infanzia. In quell'universo parallelo che assomigliava tanto alla realtà [...], ma che si poteva comprare, niente era più sottratto all'onnipotenza dell'uomo. Potevi tenerti in casa l'immagine di due geishe che traversano un ponte sullo sfondo del Fujiyama, il dibattito tra due intellettuali rinchiusi in sanatorio, il sorriso di un parente defunto. L'immagine, ecco la parola magica. Se si accettava che la realtà fosse sostituita dall'immagine della realtà, il paradiso in terra tornava ad essere possibile.

Se l'arte era capace di compiere questo, non restava che ampliare il procedimento, soprassedendo sulla qualità e puntando a un'arte di massa. E' quello che il Novecento ha lentamente ottenuto, col cinema, col design, con la pubblicità, coi video musicali; e alla fine col look, con l'estetizzazione dell'esistenza, col trasformare in spettacolo la stessa informazione, e l'economia tutta. Ormai si comprano (gli analisti sono concordi) non i prodotti ma le immagini dei prodotti, la 'life quality' che è garantita dal logo. Lo 'stile di vita' Nike, Versace eccetera. [...]

Quel che il consumismo sta ottenendo è una realtà sempre più finta e una finzione sempre più reale, in un trionfo del trompe-l'oeil; la nostra vita è una 'mezza cosa' di cui non siamo più padroni, perché è comandata dai padroni dell'immagine. Ed è quello che in fondo vogliamo, perché inconsciamente ci è chiaro che questa nostra realtà (qui, nel castello assediato d'Occidente) è una disperata finzione. [...] Dietro le pretese della gente che la fiction sia 'vera', c'è la speranza inconsulta che la verità sia finta."

(pagg.132-34 e 139-40)

III

"Insomma, la tivù ti dà l'illusione di catturare la realtà (di 'superare' l'arte) proprio nel momento in cui l'ha castrata. Detto in altri termini: prima ci toglie la realtà (che non si vive perché è più comodo guardarla sul teleschermo), poi ce la regala ma riaggiustata come è utile che sia. Il tutto con un sottinteso ontologico: se si può rappresentare tutta la vita, allora la vita non è altro che ciò che si rappresenta (e un corollario: quel che non è rappresentabile in diretta tivù è semplicemente inesistente, o mostruoso)."

(pagg. 166-67)

da Walter Siti, Troppi paradisi - I neretti sono miei

24/03/2008

Neoliberismo: lavoro, diritti primari e secondari

Harvey"Questo ci porta [...] alla questione problematica dell'approccio dello stato neoliberista ai mercati del lavoro. Al suo interno, lo stato neoliberista è necessariamente ostile a tutte le forme di solidarietà sociale che mettano dei freni all'accumulazione del capitale. I sindacati indipendenti o gli altri movimenti sociali [...] che avevano acquistato notevole potere in regime di liberalismo 'incastonato' [embedded liberalism] devono perciò essere disciplinati, se non distrutti, e questo in nome della libertà individuale, presumibilmente sacrosanta, del lavoratore isolato. La 'flessibilità' diventa la parola d'ordine rispetto ai mercati del lavoro. E' difficile sostenere che l'aumento della flessibilità sia sempre negativa, specie di fronte a pratiche sindacali altamente restrittive e sclerotizzate. Perciò ci sono riformisti di sinistra che difendono con forza una 'specializzazione flessibile' come mezzo per andare avanti. Se indubbiamente alcuni lavoratori singoli possono trarne beneficio, le asimmetrie di informazione e di potere che sorgono, combinate con la mancanza di una mobilità facile e libera del lavoro (soprattutto attraverso i confini statali), pongono il lavoro in una situazione di svantaggio. La specializzazione flessibile può essere sfruttata dal capitale come sistema comodo per procurarsi mezzi più flessibili di accumulazione. I due termini - specializzazione flessibile e accumulazione flessibile - hanno connotazioni completamente diverse. Il risultato generale sono retribuzioni più basse, aumento dell'insicurezza lavorativa e, in molti casi, perdita di benefici e protezioni lavorative. Queste tendenze sono immediatamente visibili in tutti gli stati che hanno preso la via del neoliberismo. Considerando l'assalto violento a tutte le forme di organizzazioni sindacali e di diritti dei lavoratori e il ricorso  consistente a riserve di forza lavoro massicce ma ampiamente disorganizzate in paesi come la Cina, l'Indonesia, l'India, il Messico e il Bangladesh, sembra che il controllo e il mantenimento di un alto tasso di sfruttamento del lavoro siano sempre stati un elemento centrale del neoliberismo. Il ripristino o la formazione del potere di classe avviene, come sempre, a spese del lavoro.

E' precisamente in questo contesto di riduzione delle risorse personali causato dal mercato del lavoro che la determinazione neoliberista a trasferire sull'individuo tutta la responsabilità per il suo benessere ha effetti doppiamente deleteri. Man mano che lo stato si ritrae dal fornire welfare e diminuisce il proprio ruolo in settori come la sanità, l'istruzione pubblica e i servizi sociali - un tempo fondamentali nel liberalismo 'incastonato' -, segmenti sempre più ampi di popolazione restano esposti all'impoverimento. La rete di sicurezza sociale è ridotta al minimo, in favore di un sistema che sottolinea la responsabilità individuale. Il fallimento personale viene solitamente attribuito a difetti personali, e fin troppo spesso la colpa viene addossata alla vittima."

(pp. 75-76)

"Vivere in regime di neoliberismo significa accettare o sottomettersi a un fascio di diritti necessari all'accumulazione del capitale. Noi, perciò, viviamo in una società in cui il diritto inalienabile degli individui - e ricordiamo che di fronte alla legge la definizione di 'individui" vale anche per le grandi imprese - alla proprietà privata e al profitto ha il sopravvento su qualsiasi altra concezione di diritti alienabili ci si possa immaginare. I difensori di questo regime di diritti sostengono, in maniera plausibile, che esso incoraggia 'le virtù borghesi', senza le quali nel mondo tutti starebbero peggio. Queste comprendono la responsabilità individuale, l'indipendenza dall'interferenza dello stato - il che spesso pone questo regime di diritti in grave opposizione con quelli definiti all'interno dello stato -, l'uguaglianza delle opportunità sul mercato e di fronte alla legge, le ricompense per l'iniziativa e l'impegno imprenditoriale, la cura per sé stessi e per i propri famigliari, e un mercato aperto che consente ampia libertà di scelta sia per i contratti che per gli scambi. Questo sistema di diritti sembra ancora più convincente quando è esteso al diritto di proprietà privata sul proprio corpo - che fa da puntello al diritto di ogni persona di contrattare liberamente la vendita della propria forza lavoro, di essere trattata con dignità e rispetto ed essere libera da costrizioni fisiche come la schiavitù - e il diritto alla libertà di pensiero, di espressione e di parola. Questi diritti derivativi sono attraenti e molti di noi vi fanno grande affidamento, ma lo facciamo come dei mendicanti che vivono delle briciole cadute dalla tavola di un ricco.

Non sono in grado di convincere nessuno con argomenti filosofici che il regime neoliberista dei diritti è ingiusto. Tuttavia l'obiezione a questo regime di diritti è molto semplice: accettarlo significa accettare che non esiste alternativa al vivere in un regime di infinita accumulazione di capitale e di crescita economica, indipendentemente dalle sue conseguenze sociali, ecologiche o politiche. A sua volta, l'accumulazione infinita del capitale implica che il regime neoliberista dei diritti debba essere esteso geograficamente in tutto il globo, attraverso la violenza - come in Cile e in Iraq -, attraverso pratiche imperialistiche - come quelle della WTO, dell'FMI e della Banca Mondiale - o attraverso l'accumulazione primaria - come in Cina e in Russia -, se è necessario. Volenti o nolenti, i diritti inalienabili della proprietà privata e del profitto verranno imposti universalmente. E' esattamente questo che intende Bush quando dice che gli Stati Uniti si impegnano ad ampliare la sfera di libertà in tutto il mondo.

Però questi non sono gli unici diritti a nostra disposizione. Persino all'interno della concezione liberale tracciata nello statuto dell'ONU esistono diritti derivativi, come la libertà di parola ed espressione, di istruzione e di sicurezza economica, il diritto di formare dei sindacati e via discorrendo. Applicare questi diritti avrebbe posto una sfida seria al neoliberismo. Rendere primari questi diritti derivativi e i derivativi i diritti primari della proprietà privata e del profitto implicherebbe una rivoluzione molto significativa nelle attività economiche e politiche. Ci sono anche concezioni di diritti completamente diverse a cui possiamo fare appello: accesso ai beni universali o alla sicurezza alimentare di base, per esempio. 'Tra diritti uguali, decide la forza'. In cerca di alternative, le battaglie politiche sulla giusta concezione dei diritti, e persino sulla stessa libertà, si spostano al centro del palcoscenico."

(pp. 182-83)

da David Harvey, A Brief History of Neoliberalism,
(La traduzione dei brani è mia, ma c'è anche una versione 'ufficiale' pubblicata in italiano.)

21/03/2008

Sulla flessicurezza e i suoi costi

" [...] è meglio pagare un reddito minimo a chi non lavora, oppure lavorare affinché i contratti diventino a tempo indeterminato? Fra le due cose c'è l'immensa questione dei costi. E c'è la questione della 'flessicurezza', che certo non può essere un compenso alla libertà di licenziamento. E tuttavia fatta 'alla danese' ha aspetti interessanti: mantiene il 90 per cento del reddito per quattro anni. Ma quanto costa? Per le politiche attive del lavoro la Danimarca spende il 4 e mezzo per cento del Pil, noi l'uno e mezzo. Dovessimo fare come loro, dovremmo spendere 70 miliardi di euro. Da dove escono fuori? Puntare sulla stabilità dell'occupazione conviene di più che non sui mille euro al mese dati non si sa bene a chi. I servizi efficienti, poi, che il Pd chiede, significa decine di migliaia di formatori, centri per l'impiego su grande scala. Roba che non si accoppia con la battuta persino triste 'abbassiamo le tasse'. In Danimarca quell'idea si basa su un insieme di prelievi obbligatori - fisco, sanità, previdenza eccetera del 55 per cento circa. Noi siamo al 43. E lo vogliamo abbassare? Qui c'è un problema: che qualcuno si deve mettere a fare qualche conto con la calcolatrice." [il grassetto è mio]

Da un'intervista con Luciano Gallino, da leggere tutta.

20/02/2008

Un'iniezione di stoicismo

"Ancorché ti restasse da vivere tremila anni, ed altrettante diecine di migliaia d'anni, ricordati nondimeno che nessuno può perdere altra vita oltre quella che vive; né vive altra vita, se non quella che perde. Confluisce quindi ad uno stesso punto e la vita più lunga e la vita più breve, ché il presente è uguale per tutti, e pure il passato lo è, e questo rende palese come il tempo che l'uomo perde è immensamente piccolo.
Nessuno perderà giammai né il passato né l'avvenire. Infatti, in qual modo sarà possibile levargli quello che non ha? Tu devi quindi rammentarti sempre di queste due cose: la prima, che tutte le cose fin dall'eternità sono uguali, e procedono nella stessa maniera come se fossero chiuse in un cerchio, e che perciò colui il quale le mirasse per cento o duecento anni o per l'eternità non scorgerebbe nessuna differenza; la seconda, che tanto perde colui il quale muore vecchissimo che colui il quale muore giovanissimo, perché è soltanto il presente che ci può essere tolto, dato che soltanto questo possediamo e nessuno può perdere ciò che non possiede."

Marco Aurelio, I ricordi, traduzione di Francesco Cazzamini-Mussi

06/02/2008

Prossimamente, in queste contrade

Via, non disperate: vi rimarrano le vostre case, lì sarete liberi, ma dopo aver tirato le tendine e abbassato le tapparelle. Per dire: in cuffia potrete pure ascoltare Marilyn Manson. Lì, volendo, potrete rinfrancarvi con il segreto esercizio del vostro disordine morale preferito, ché a fare scandalo pubblico vi metterebbero una macina al collo e vi butterebbero a fiume perché così sta scritto in Mt 18, 6.

04/02/2008

Raffigurazioni dell'asservimento umano

I

Non mi sento a posto
quindi sono cattivo
quindi nessuno mi vuol bene.

Mi sento a posto
quindi sono bravo
quindi tutti mi vogliono bene.

Sono bravo
tu non mi vuoi bene
quindi sei cattivo. Così non ti voglio bene.

Sono bravo
tu mi vuoi bene
quindi sei bravo. Così ti voglio bene.

Sono cattivo
tu mi vuoi bene
quindi sei cattivo.

II

Non mi rispetto
non posso rispettare uno che mi rispetti.
Posso solo rispettare qualcuno che non mi rispetta.

Rispetto Giovanni
perché non mi rispetta

disprezzo Giuseppe
perché non mi disprezza

Solo un essere spregevole
può rispettare una persona spregevole come me

non posso amare uno che disprezzo

Dal momento che amo Giovanni
non posso credere ch'egli mi ami

Che prova mi può dare?

III

Lei desidera che lui la desideri
Lui desidera che lei lo desideri

Per far sì che lui la desideri
        lei fa mostra di desiderarlo

Per far sì che lei lo desideri
        lui fa mostra di desiderarla

Giovanni desidera                            Maria desidera
   il desiderio di Maria                         il desiderio di Giovanni
            per Giovanni                                            per Maria
            così                                           così
Giovanni dice a Maria                      Maria dice a Giovanni
    che Giovanni desidera                che Maria desidera
                       Maria                                     Giovanni
                           un contratto perfetto


R. D. Laing
, da Nodi. Paradigmi di rapporti intrapsichici e interpersonali, pagg. 14, 22, 52. Traduzione di Camillo Pennati

29/01/2008

L'angolo (mistico) della poesia

L’altroieri stavo cercando un riferimento in un "diario" che avevo scritto quand’ero in Germania, a Dortmund, una decina d’anni fa. Il riferimento non l’ho trovato - non che fosse così importante -, ma mi sono imbattuto in due poesie dell’austriaco Ernst Jandl, che avevo trascritto. Jandl non lo conoscevo se non di nome, ma la raccolta da cui sono tratte l’aveva comprata Matthias*, il ragazzo con cui condividevo l’appartamento, che a quei tempi studiava fisica e matematica, faceva politica con i verdi, leggeva Nietzsche e - per l’appunto - si divertiva con le poesie di Jandl. Ne riproduco una (per adesso), tentando una traduzione "volante" (perché il divertissement è tutto nei giochi di parole e nel ritmo. Anzi, se qualcuno ha un’idea migliore per rendere quel "ich klebe" all’inizio - che letteralmente significa "io sono incollato" e foneticamente rievoca le prime parole del simbolo niceno in tedesco: "ich glaube", io credo - si faccia pure avanti.)

ich klebe an gott dem allmächtigen vater
schöpfer himmels und aller verderbnis
und an seinem in diese scheiße hineingeborenen sohn
der zu sein ich selber mich wähne um mich schlagend
um mein maul aus diesem meer von kot in die luft zu halten
und immer noch atem zu kriegen warum nur
weil ich ein von maßloser feigheit gesteuertes schwein bin
unfähig willentlich unterzutauchen ins unausweichliche

Ernst Jandl, lechts und rinks. gedichte statements peppermints

(inchiodo il dio padre onnipotente
creatore del cielo e di tutta la guerra
e nato dentro questa merda il figlio suo
che io stesso m’illudo di essere dibattendomi
per tenere il muso fuori da questo mare di escrementi
e tirare ancora un respiro ma perché poi
perché sono un porco mosso da sconfinata vigliaccheria
incapace di affondare volontariamente nell’inevitabile)

* in via del tutto eccezionale, niente iniziali stavolta.

26/01/2008

ADER!SC!

Rischia di diventare un "meme". Ma quando c'è il marchio della genialità, non resta altro da fare che diffonderlo: ecco qua.