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In noi ci dev'essere qualcosa che non va.
Ho quarantacinque anni e non ho nessuno a cui
pensare con affetto. I ricordi
fanno male. Non ho mai pensato che la bellezza
potesse fare tanto male. Guardo i volti e
mi manca il respiro. Forse per me è giunta l'ora
di togliermi tragicamente la vita, oppure di beccarmi
l'Aids. Che sia la Senna o lo Hudson,
sono fregato. Frequento locali sospetti,
la gente parla senza toccarsi,
oppure scopa nel buio
delle darkroom e non parla.
Tutto quello che ha detto è stato: quando usciamo
non ci conosciamo. Meglio così?
Mi guardo i piedi per non cadere, confondo
le strade, qua e là gruppetti di neri
e la loro minaccia, un terrore che mi attrae,
che sia a Nairobi, a San Paolo o nel Bronx.
Maledico il mio mulatto perché è
così impossibile, me stesso perché voglio ancora
qualcosa, perché in me c'è qualcosa che non va.
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Mi sorprendo a controllare in continuazione
il cellulare in cerca di nuovi messaggi.
Come mi piacerebbe davvero premere LEGGI
e vedere le parole "Mi manchi".
Mi sorprendo a sprofondare in continuazione
nel passato, quanto mi attrae.
Potermi distendere ancora dietro a un granaio
nel fieno, quando per la prima volta il ragazzo dei vicini
ha messo la sua mano tra le mie gambe. In realtà
faceva finta, lo facevamo tutt'e due. Mi si era coricato addosso
vestito e io sentivo il suo peso,
il suo ansimare. Quante volte
ci siamo ritirati lassù, sopra i maiali che grugnivano.
O forse non grugnivano e il granaio era
già vuoto. Nei miei ricordi
hanno perso ogni importanza. I nostri
movimenti insignificanti si levavano
sopra ogni cosa. Era estate, faceva caldo,
sudavamo. Ci toglievamo la camicia
e ci slacciavamo i pantaloni. Come
frugavano le nostre mani e come il fieno ci pungeva la pelle.
Non oso risvegliare vecchi ricordi, ma loro si mettono
in fila da soli, l'odore dei genitali. Quando
entro in un bar gay, tutto sembra estraneo,
non c'è il ragazzo del vicino, non c'è il fieno, non c'è nessuno cui io manchi.
Per tutto il tempo, in realtà, non ho fatto che cercare
il pulsante per spegnere.
43
Sono andato dalla mia dottoressa e le ho confessato
con imbarazzo che non avevo voglia di vivere. Non so
come sono arrivato a questo punto, come se non l'avessi mai
avuta o come se non avessi mai saputo che cos'era. Ho osservato
la mia famiglia, ogni membro separatamente, poi gli amici
o i conoscenti o i colleghi, o qualunque altra persona avessi mai
incontrato, e nessuno sembrava avesse voglia di
vivere. Lei mi ha detto di cercarmi un hobby e io ho immediatamente
ribattuto chiedendole se lei aveva voglia di vivere.
Lei ha sorriso con amarezza e ha guardato
la mia cartella: "Non stiamo parlando di me, ma di lei,
ci devono essere un migliaio di cose che la rendono felice".
E questo che cosa vuol dire? E poi, mi rendono felice davvero?
"Si calmi - ha concluso -, in lei non c'è proprio nulla che
non va, è una cosa assolutamente normale, passerà come è
venuta". E io non mi ricordavo nemmeno
quando fosse venuta e che alla fine sarebbe passata
non ne dubitavo. Stanco di come mi trattava, me ne sono tornato
a casa. Ti ho guardato negli occhi. Non ci ho visto più
nulla, non c'era più nulla. Solo il cane mi dava
segni evidenti che a lui non era ancora passata.
Brane Mozetič,
Banalities. La traduzione è mia, purtroppo da un'ulteriore traduzione in inglese dallo sloveno di Elizabeta Žargi e Timothy Liu