Manifesto per l'eguaglianza dei diritti

Le infamie di ieri

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29/06/2008

A margine del Gay Pride 2008

Gay Pride Bologna 
(Foto Emmevì - dal Corriere della Sera)

Ieri sera, leggendo online i primi reportage dal Gay Pride nazionale - che quest'anno si è tenuto a Bologna -, ho provato una punta d'invidia per chi c'era e di malinconia per non esserci potuto andare. Ho letto che ci sono state manifestazioni molto più imponenti a Berlino e Parigi, dove siamo nell'ordine dei cinquecentomila partecipanti, mentre qui da noi c'è qualcuno che ancora discute di "esibizionismo sì / esibizionismo no". Tra parentesi, ancora non capisco perché in Italia ci si ostini a organizzare ogni anno un Gay Pride Nazionale "itinerante", quando nei principali paesi europei si tiene sempre nella capitale. Credo che anche in Italia dovremmo manifestare sempre a Roma, che è la capitale e il luogo in cui risiedono il potere politico e - guarda caso - anche i nostri principali avversari. Organizzarlo altrove - ogni anno in una città diversa e magari in realtà di provincia - significa correre il rischio della marginalità: si è poco visibili, si attraggono meno persone e, soprattutto, ci si allontana troppo dai luoghi fisici - come il Parlamento e il Vaticano - in cui avrebbe più senso e forza la contestazione. E in questo momento storico, in Italia, occorre che la presenza dei gay e la rivedicazione di pari diritti sia il più dirompente possibile. Ovviamente questo non impedisce che, poi, si possano organizzare anche delle manifestazioni locali.

Ho letto anche dei Gay Pride più "esotici" che ci sono stati a Brno e a Sofia, dove per la prima volta hanno sfilato un centinaio di persone, aggredite da estremisti di destra. Ed è proprio in Bulgaria, apprendo dal sito di Repubblica, che "il leader della Chiesa ortodossa bulgara ha definito 'immorale e peccaminosa' la marcia e il Gran Mufti musulmano ha definto l'omosessualità 'una malattia' ". Anche a Gerusalemme ci sono state contestazioni di ebrei ortodossi, che hanno gridato "Vergogna" e "Non sodomizzate Israele!". Ancora una volta vedo che le grandi religioni monoteistiche si compattano intorno all'odio contro gli omosessuali: ormai penso abbia ragione il ragazzo della fotografia che ho riprodotto qui sopra e che riprendo dal sito del Corriere della Sera.

Per continuare la mia piccola "rassegna stampa", oggi ho dato un'occhiata anche ai maggiori quotidiani nazionali. Solo il manifesto e l'Unità hanno un richiamo in prima pagina. Gli altri ne parlano esclusivamente nelle pagine interne - quando ne parlano. Avvenire, per esempio, passa tutto sotto silenzio: non c'è il minimo cenno a una manifestazione tanto indigesta alla proprietà editoriale. Stupisce, in negativo, la copertura che ne dà Repubblica: bisogna arrivare a pagina 19 per trovare un riferimento al Gay Pride, ed è solo un trafiletto sotto una fotografia in una pagina di cronache varie ed eventuali, riguardanti per lo più disgrazie: "Si fotografava nuda per comprare abiti firmati", "Benevento, giovane drogata e violentata e a Vibo stupratore si uccide in cella", "Si tuffa da gommone muore tranciato da elica", "Due escursionisti morti sul Gran Sasso", "Maturità, professore minacciato di morte". Se il contesto conta ancora qualcosa e quello che "sta attorno" contribuisce a passare un certo messaggio, il messaggio che arriva da Repubblica è chiaro e ben poco lusinghiero. Al Gay Pride sono dedicate in tutto 42 parole (49 con il titolo): tanto per avere un termine di paragone, alla notizia del professore minacciato di morte sono dedicate 66 parole. Interessante anche l'articolo sull'edizione online della Stampa, in cui il paragrafo più lungo è dedicato all' "opinione" - e lascio immaginare quale opinione - della parlamentare forzitaliota Isabella Bertolini, una cretina notoria, oltre che fondamentalista cattolica: chi vuole, può leggerselo qua.

Molto meglio delle solite fotografie riportate dai maggiori quotidiani online - che sembrano scattate apposta per épater les bourgeois - sono quelle dei partecipanti al Gay Pride: me ne sono guardate un po' su Flickr - il che ha alimentato la mia malinconia - e, tra le mie preferite, ho trovato quella che riproduco qui sotto, scattata da lei. E' una di quelle fotografie che mi piacerebbe vedere pubblicate sui quotidiani a grande tiratura, ma soprattutto è una di quelle scene che vorrei vedere, tutti i giorni, per le strade delle nostre città, senza che suscitassero più scandalo o curiosità.

(1° luglio: su richiesta, sostituisco la fotografia originaria con un'altra fotografia della stessa autrice, altrettanto significativa. Per spiegazioni, rimando al commento di Silvia).

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24/06/2008

28 giugno 1969-28 giugno 2008: "Stonewall"

Mancano quattro giorni al 28 giugno e al Gay Pride nazionale, che quest'anno si tiene a Bologna. Purtroppo non potrò esserci perché questo sabato lavoro, ma idealmente sono di quelli che pensano che resti un evento importante, tanto più di questi tempi e nel nostro paese. Non penso nemmeno che l'aspetto "rivendicativo" e politico escluda quello "ludico": è un'affermazione della propria identità omosessuale nonostante i tentativi di ridurre le persone al silenzio e all'irrilevanza. Per questo mi infastidisce chi vorrebbe che si mostrassero solo una faccia e solo una modalità dell'essere gay o transgender, accusando chi è più "vistoso" di voler provocare con il proprio esibizionismo. E' molto triste che chi è discriminato cerchi di rivalersi su chi è più marginale di lui e riproduca gli stessi meccanismi discriminatori che lui stesso subisce. Esistiamo e continuiamo a esistere malgrado chi vorrebbe costringerci a nasconderci: è questo il senso dell' "orgoglio", non tanto il fatto di essere in un modo piuttosto che in un altro.

Perché il 28 giugno? La vicenda è abbastanza nota o dovrebbe esserlo: nella notte tra il 27 e il 28 giugno del 1969 ci fu un'enorme ribellione di gay, lesbiche e transgender quando, a New York, la polizia fece un'ennesima incursione in un bar del Village, lo Stonewall Inn, in Christopher Street. Stavolta le vittime - solitamente mansuete e remissive - risposero alla violenza con violenza e gli scontri durarono tutta la notte. Ne parlo perché ho appena terminato di leggere un libro - pubblicato nel 1993, e quindi non più aggiornatissimo - che lo storico gay americano Martin Duberman ha dedicato alla vicenda, intitolato per l'appunto Stonewall. Gli scontri del 28 giugno occupano, nel saggio di Duberman, il posto centrale e ne rappresentano in un certo senso il punto focale verso cui converge la narrazione. E' come se dei raggi convogliassero verso questo evento e da qui venissero poi rifratti. I disordini allo Stonewall vengono descritti con dovizia di particolari e Duberman ne ricostruisce con piglio da storico le dinamiche, cercando di separare ciò che è davvero accaduto da ciò che invece è entrato a far parte di una sorta di "mitologia" privata, e allo stesso tempo restituisce tutto il sapore di un'epoca tratteggiando un ambiente e una comunità gay piuttosto diverse da come li conosciamo oggi. Per chi è abituato a vivere in un'epoca in cui i gay rappresentano anche un settore di mercato e in cui la socializzazione è un aspetto commerciale importante - con locali e servizi di ogni genere - troverà in questo saggio di Duberman la descrizione di un mondo in cui bar e discoteche gay erano quasi inesistenti e quei pochi locali che c'erano erano gestiti da mafiosi privi di scrupoli, collusi con poliziotti corrotti a cui veniva pagato il "pizzo" perché non ne disturbassero troppo le attività, e in cui i rapporti tra i gay e il resto della società erano tutt'altro che pacifici.

Ci sono un prima e un dopo, dunque, e il merito del saggio di Martin Duberman, che unisce leggibilità e rigore scientifico, consiste essenzialmente nell'evidenziare questo aspetto. Quando si parla di "Stonewall" e del 28 giugno 1969, si rischia infatti di suscitare l'errata impressione che prima di quell'insurrezione il movimento gay fosse inesistente e che solo in seguito si sia mosso qualcosa. Non è affatto così: c'è stato invece un lento progredire verso un evento, a carattere eminentemente rivoluzionario, che è stato preparato negli anni precedenti ed è stato favorito dal clima politico e sociale dell'epoca. Non a caso, infatti, molti di coloro che si davano da fare nel nascente movimento gay sostenevano anche altre cause, come quella femminista e quella dei neri, o erano già attivi nei raggruppamenti della nuova sinistra che protestava contro l'intervento statunitense in Vietnam. Tra l'altro, uno dei punti su cui si sarebbero poi scontrate le varie anime del movimento di liberazione omosessuale sarebbe stato proprio quello dell' "esclusività", interrogandosi se fosse più opportuno dedicarsi unicamente alle esigenze e alle rivendicazioni di gay e lesbiche o se includere anche quelle di altre minoranze. Ciò che si era già delinato poco prima degli eventi di Christopher Street - accentuandosi immediatamente dopo - era una frattura tra un'ala più "radicale" e una più "conservatrice" - o riformista - del movimento gay, una frattura che si sarebbe risolta nella nascita di gruppi più rivoluzionari come il Gay Liberation Front e la progressiva uscita di scena di quei gruppi pre-Stonewall, come la Mattachine Society, fautori di una politica dei piccoli - e piccolissimi - passi.

Ma quello che più è interessante, nel saggio di Duberman, è l'approccio "biografico". Duberman, infatti, sceglie sei persone tra i protagonisti dell'epoca e, in diversa misura, del movimento gay e ne tratteggia la storia individuale, prima e dopo gli eventi del 28 giugno 1969, dall'infanzia fino all'età adulta, ripercorrendo la scoperta della loro omosessualità e il loro ingresso nell'attività politica. In questo modo il racconto delle vicende collettive, che potrebbe assumere un carattere eccessivamente astratto o vago, si salda agli eventi individuali e al carattere di ogni protagonista, descritto con un tono di affettuosa partecipazione. Il "cast" - così viene presentato dall'autore all'inizio del libro - comprende dunque: Craig Rodwell, che è stato il fondatore della libreria gay Oscar Wild Memorial Bookstore - esistente tutt'oggi a New York, in Christopher Street -, Yvonne Flowers, Karla Jay, Sylvia (Ray) Rivera - la famosa transgender che fu tra le presenze più arrabbiate e determinate durante l'insurrezione in Christopher Street -, Jim Fouratt e Foster Gunnison Jr. Stonewall si conclude un anno dopo, nel 1970, rievocando l'organizzazione e lo svolgimento delle due prime marce dell'orgoglio gay, a New York e a Los Angeles. Da allora le marce che rievocano i fatti del 28 giugno 1969 e commemorano l'uscita di gay, lesbiche e transgender dal silenzio si sarebbero ripetute ogni anno, diffondendosi a poco a poco anche fuori dagli Stati Uniti, fino ad arrivare - molto in ritardo - anche in Italia, dove - lungi dall'essere un relitto del passato - se ne avverte più che mai la necessità.

19/06/2008

Il "cervello omosex"

A intervalli più o meno regolari salta sempre fuori qualcuno che s'interroga sul perché esistano i gay e su che cosa li renda tali. Domanda legittima, si dirà, ma io non ne sono del tutto convinto. A me pare invece che già il fatto di porsi una domanda simile significhi stabilire che esiste una "norma" - cioè l'eterosessualità -, alla quale si contrappone una "deviazione" dalla norma stessa - l'omosessualità - e che solo quest'ultima, in quanto "deviante" (benché in senso puramente statistico), è da indagare. Comincerò a credere nella buona fede di chi fa certe ricerche - nella buona fede, dico, e non nell'intelligenza o nell'utilità di queste stesse ricerche -, quando qualcuno si proporrà di studiare il perché certe persone sono eterosessuali. L'eterosessualità, infatti, è data: l'enigma è l'omosessualità: non ci si rassegna al fatto che come ci sono gli eterosessuali, così ci sono gli omosessuali. E così - apprendo dal Corriere della Sera di martedì - alcuni ricercatori del dipartimento di neuroscienze del Karolinska Institute di Stoccolma hanno studiato quello che la giornalista chiama il "cervello omosex", giungendo a stabilire che "gli uomini omosessuali condividono con le donne etero caratteristiche cerebrali simili. Stesso discorso per le lesbiche: i loro due emisferi assomigliano più a quelli di un uomo che di una donna etero". Per approdare a questo imponente risultato, gli scienziati svedesi hanno sottoposto 90 volontari alla risonanza magnetica e poi alla Pet (la "tomografia a emissione di positroni"). "Gay e donne etero condividono lo stesso tipo di organizzazione dei collegamenti fra neuroni (...), il che potrebbe spiegare come i gay siano emotivamente più simili alle donne" - il corsivo, qui, è mio. Quest'ultima affermazione è una petizione di principio - cioè un'altra formulazione del vecchio adagio secondo cui noi gay saremmo "tanto sensibili" - e nell'articolo viene buttata lì dalla giornalista come se fosse una verità scontata ("Ma sì, dài, lo sanno tutti che i froci sono delle donnette"). Ma in realtà è tutta la ricerca a essere viziata, anzi, bacata, all'origine. Il difetto è nel manico, insomma, a prescindere dallo "sconvolgente" risultato. Innanzitutto 90 persone non hanno alcun valore statistico: sono un campione infimo per chi voglia fare affermazioni generali su una categoria di individui, in questo caso "i gay". Ma se anche, per assurdo, il campione fosse sufficientemente ampio, l'operazione sarebbe comunque ridicola perché di fatto ipotizza che gli appartenenti a questo gruppo siano omogenei tra di loro. Il presupposto non espresso, infatti, è che i gay sono tutti uguali tra loro e che qualsiasi scoperta riguardo un certo numero di loro avrebbe un valore generale per tutta la "categoria" e basterebbe a definirla. Gli omosessuali possono essere definiti solo attraverso un minimo comune denominatore: sono tutti attratti da persone dello stesso sesso. Ma detto questo, non si è detto ancora niente, nemmeno sul modo in cui si esprime (o, talvolta, non si esprime) l'attrazione per le persone del proprio sesso. Viceversa, nella mentalità comune, basta applicare l'etichetta "gay" a qualcuno per coagulare intorno a questa definizione una serie di caratteristiche giudicate più o meno fisse. Basta il nome, cioè, per avere l'illusione di conoscere la "cosa". In realtà i gay presentano, tra loro, tante differenze quante ne presentano gli etero e mi sembra proprio improbabile che, malgrado queste differenze, i loro cervelli presentino una somiglianza di base. Inoltre questa "scoperta" serve - a chi la fa e a chi la prende per buona - soprattutto come mezzo per tranquillizzarsi: se postuliamo che il cervello dei gay (uomini) è simile a quello delle donne (etero), in futuro basteranno una risonanza magnetica o una tomografia per smascherare chi è omosessuale. "Neghi di essere frocio? Ma come? Guarda queste lastre: hai un cervello da donna!". E' tranquillizzante anche perché fa rientrare dalla finestra la mai sopita tentazione di confondere orientamento e genere sessuale, reintroducendo "di contrabbando" l'idea che, sotto sotto, la vera mascolinità (o la vera femminilità) deve in qualche modo presupporre un orientamento eterosessuale. In queste ricerche c'è sempre, più o meno nascosta, il desiderio sinistro, anche se negato, del controllo: inchiodando l'inclinazione sessuale a qualcosa di fisico, di misurabile, si eliminano il dubbio e l'inquietudine che nascono sapendo che chiunque potrebbe essere omosessuale e che, in realtà, non esiste un legame necessario tra una certa caratteristica fisiologica e la forma che assume il proprio desiderio. Rigida la prima, ondivago e fluido il secondo - e, proprio perché fluttuante, senza forma immediatamente riconoscibile. Il desiderio è pericoloso: meglio dichiarare che è per natura che un desiderio è così - uguale per tutti quelli che appartengono a una certa categoria - e non cosà, facendo finta di ignorare che, in questo caso, la natura è un concetto tutt'altro che naturale, ma è il prodotto di una costruzione intellettuale, più o meno raffinata. Infine ho dei dubbi sul campione delle persone sottoposte alla ricerca. I novanta volontari si riconoscono e si definiscono in quanto gay. Altri soggetti - che magari hanno rapporti sessuali occasionali con persone dello stesso sesso, ma mai si definirebbero gay - quali risultati avrebbero dato? Anche il loro cervello sarebbe stato - per dirlo con la giornalista - "omosex"? Oppure sarebbe stato un cervello "etero"? Sembra quasi che ricercatori siffatti siano smaniosi di trovare il luogo fisico in cui è situata l'omosessualità, come se questa fosse un nodulo, una ciste o un'escrescenza. Una cosa che, quindi, è possibile isolare oggettivamente. Poveri illusi!

L'articolo del Corriere della Sera ricorda che questa non è la prima ricerca che mira a cercare un'origine dell'omosessualità - e, ribadisco, come tutte le ricerche di questo tipo, per farlo è costretta a oggettivizzare l'omosessualità, separandola dal resto del mondo emotivo, percettivo ed esperienziale del soggetto, cosa che invece non si fa mai con l'eterosessualità. Già in passato si è cercato il "gene gay", si sono compiuti studi sui cervelli degli omosessuali, si sono condotti esperimenti su topi o su moscerini. E ogni volta queste ricerche hanno dimostrato tutti i loro limiti: vuoi per il campione su cui sono state condotte, assolutamente insufficiente e inadeguato a stabilire con assoluta certezza che certi risultati erano dovuti all'omosessualità e non ad altri epifenomeni (per esempio: i cervelli studiati da LeVay erano, per lo più, di uomini morti per Aids: come si poteva dire che le caratteristiche comuni rilevate dipendessero dall'omosessualità e non dall'hiv o da sindromi collegate al virus?); vuoi per i presupposti ideologici che le animavano. Come si fa a immaginare, infatti, che esista un gene che, a mo' d'interruttore, attiva l'omosessualità in certi individui sì e in altri no? E' una concezione semplicistica e riduttiva dell'omosessualità, che nega all'individuo gay tutta la complessità che invece ammette per chi è eterosessuale. Esperimenti del tipo: modificando geneticamente un topo maschio, si scopre che questo porge il culo e si fa ingroppare come se fosse una topa. Ah, dunque agli occhi di chi conduce questi esperimenti l'omosessualità consisterebbe solo in questo: farsi ingroppare? E il topo che ingroppa un altro topo, che cos'è, visto che lui non è stato modificato geneticamente? E' da notare oltretutto che, secondo questi esperimenti, ci sarebbe meno differenza tra un topo e un uomo omosessuale che non tra quest'ultimo e un uomo eterosessuale, visto che si pensa che il comportamento sessuale di un topo geneticamente modificato possa rivelare qualcosa di una vicenda umana complessa e totale come l'omosessualità. Che dire? Grazie per la stima?

Capisco però che, nella loro incertezza e sentendosi ormai sotto attacco da più fronti, alcuni gay si aggrappino a qualsiasi cosa che possa servire a confermare la "naturalità" dell'orientamento omosessuale. E' normale cercare qualcosa che allenti la tensione e lenisca la fatica di essere parte di una minoranza. Ma l'obiettivo dovrebbe essere un altro: disinnescare l'argomento della "natura" e dichiararlo irrilevante. Pretendere che gli omosessuali vengano accolti come cittadini a pieno diritto ricorrendo all'argomento della "naturalità" dell'omosessualità significa percorrere una china scivolosa e piena di rischi. Non soltanto perché il concetto di natura è ambiguo e passibile di essere definito in modo non univoco, ma anche perché qualcuno potrebbe correttamente obiettare che, tanto per dire, anche il cancro o la peste sono "naturali", ma non per questo vanno lasciati proliferare. Invocare la "natura" non serve a nulla quando si esigono diritti civili che sono sacrosanti: questi vanno rivendicati in nome della propria libertà di esseri umani e in virtù del patto di cittadinanza che ci lega a tutti gli altri individui.

24/04/2008

Essere gay e "adulti"

Due persone - tutt'e due gay - mi hanno detto, nello stesso giorno, di sentirsi "immature". Me lo hanno detto con un tono di disappunto, se non addirittura di sofferenza, come se mi confessassero un grave handicap. Non si conoscono tra di loro, ma episodi simili li hanno portati a una medesima constatazione. Il primo, venticinquenne, mi ha detto che, apprendendo del matrimonio di una sua conoscente coetanea, si è improvvisamente sentito un bambino che deve ancora crescere. Il secondo, ventinovenne, mi ha detto che la sua più grande paura è di restare solo e ha aggiunto che si sente frustrato dal ripetersi di certi meccanismi quando fa nuove conoscenze, tanto da essere arrivato a "invidiare", quasi, la linearità del percorso dei suoi coetanei eterosessuali. Il senso della propria immaturità è, in effetti, qualcosa che, prima o poi, turba tutti noi gay. Ci chiediamo se, davvero, non siamo inadeguati e se, davvero, siamo destinati a restare degli eterni fanciulli. E' una falsa domanda, già viziata nelle sue premesse. Innanzitutto va detto che nessuno - qualunque sia il suo orientamento sessuale - è mai "adulto" in tutto e, a voler rimanere obiettivi, le nostre vite sono una combinazione di più fattori e situazioni: in alcuni casi siamo maturi, in altri siamo ancora dei bambini che si sentono spaesati nel mondo. Ma noi gay, con il nostro tipico romanticismo - dove per "romanticismo" intendo questo anelito all'assolutezza che ci fa svalutare o negare le soluzioni parziali, perché non all'altezza delle nostre aspettative, in ogni ambito -, non sappiamo esattamente riconoscere questo aspetto e vediamo solo quella parte d'infantilismo che è in noi e le consentiamo di fagocitare tutto il resto.

Ma gli "altri" - i non-gay, a cui queste due persone attribuivano la miracolosa qualità dell'essere adulti - da dove trarrebbero la certezza della loro immaturità? E poi, lo sono davvero, tanto maturi quanto appaiono al nostro sguardo? La percezione di noi in quanto adulti dipende, in parte, dall'immagine di noi che si riflette nello sguardo altrui. Sono gli altri che, guardandoci in un certo modo, ci rendono "adulti". Si stabilisce così una sorta di movimento, un vero e proprio andirivieni, tra il nostro sguardo su di noi e la risposta che ci arriva da chi ci circonda, sia in maniera più diretta - la famiglia, gli amici, i conoscenti, i colleghi - che in maniera più mediata - la società di cui abbiamo interiorizzato i valori, impliciti o esplicitamente dichiarati. Agli occhi della nostra società sono soprattutto due gli elementi che rendono adulta una persona . In primo luogo il fatto di essere uscita dalla famiglia d'origine, essersi sposata - con un partner di sesso opposto - e avere formato una famiglia propria. Questo è ancora più vero per un paese fondamentalmente conservatore come l'Italia, dove la famiglia, tradizionalmente intesa, resta ancora la principale erogatrice di "welfare", a differenza dei paesi dell'Europa settentrionale. In secondo luogo il fatto di essere entrata nel "mondo del lavoro", in maniera sufficientemente stabile da poter dire di essere "autonoma". Chi, confrontandosi con queste due caratteristiche, le troverà soddisfatte per sé facilmente si sentirà "adulto", anche se in realtà non lo fosse davvero. L'immagine di sé che gli rimanda l'ambiente sociale, dunque, lo fa sentire adulto.

I gay, invece, sono destinati - da questo punto di vista - a essere più fragili. Innanzitutto a noi è negata, per statuto, la possibilità di soddisfare il primo requisito. I legami stabili che i gay creano non vengono considerati "famiglia". E su questo non mi faccio illusioni: l'approvazione legale di una qualche forma di unione tra persone dello stesso sesso - la soluzione migliore, oltre che la più semplice e razionale, sarebbe l'estensione del matrimonio - è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Necessaria, perché creerebbe un clima sociale favorevole, il quale a sua volta sarebbe promotore di un miglioramento psicologico per molti gay. Non sufficiente, però, perché i mutamenti socio-psicologici che metterebbe in moto sarebbero, giocoforza, lenti e a beneficiarne sarebbero comunque soprattutto le generazioni a venire. Per questo motivo, ora, l'impossibilità di soddisfare la prima condizione ci mette sempre in uno stato di "immaturità", che non è oggettiva - non è detto infatti che immaturi lo siamo davvero -, ma risultante dalla percezione dell'immagine di noi che ci rinvia l'ambiente sociale esterno. Per riconquistare una percezione interiore di "maturità" dobbiamo quindi spendere più energia per contrastare, dentro di noi, il paradigma sociale che ce la nega.

Per quanto riguarda il secondo aspetto - il lavoro -, la questione è più sfumata. Per molti gay il lavoro diventa la sfera di compensazione della mancanza del primo "requisito" di maturità. Sentirsi adulti è comunque possibile se si avverte che, almeno in ambito lavorativo, si sono conseguiti risultati apprezzabili. Come chi, zoppo da una gamba, riuscisse comunque a camminare con una certa speditezza usando la gamba che gli resta. Tuttavia il mondo contemporaneo è sempre più preda della flessibilizzazione, che colpisce tutti, eterosessuali e omosessuali allo stesso modo. Per i secondi, però, questo può trasformarsi un secondo elemento che s'innesta sul primo e che contribuisce a minare ulteriormente l'immagine di sé in quanto adulto. Allora sarà come essere diventati zoppi da entrambe le gambe: nello sguardo altrui si compie il definitivo mutamento in "bambino" e allora serve una grande forza d'animo per sottrarsi a questa definizione di sé eterodiretta e stabilire, invece, la propria verità su di sé. Saranno più facili e frequenti i momenti di scoramento, come quelli che mi hanno descritto le due persone di cui parlavo all'inizio.

Dunque noi siamo, in parte - quanta parte non so dirlo con certezza -, l'immagine che di noi ci rimanda l'ambiente sociale. Il problema più grande di noi gay è di trovare una "centratura" - naturalmente mi rendo conto che questo è un problema di tutti, ma lo è ancora di più per chi appartiene a una qualche minoranza - e una sorta di equilibrio. Basta poco - un soffio di vento, a volte - per farci vacillare o, addirittura, farci cadere. Ecco perché quando riusciamo a reggerci in piedi, siamo sempre stupiti e vigili: sappiamo che c'è un bambino lì, pronto a prendere il sopravvento.

10/04/2008

Dove mi porta il sogno

"In questo sogno, L. aveva scritto un romanzo, che era stato tradotto in tedesco. Però, oltre a essere stato tradotto, era stato anche adattato ed era diventato un fumetto, a tematica vagamente gay, che cominciava nello spogliatoio di una palestra. Ricordo che lo trovavo allegato a... una copia di Sorrisi e Canzoni Tv, che era pubblicato, con lo stesso nome e lo stesso simbolo, anche in Germania. In un certo senso ero soddisfatto per lui: pensavo che ce l'aveva fatta. Ma poi, quando gliene parlavo, lui mi diceva di non essere affatto contento di quel romanzo, perché - tanto per cominciare - gli avvenimenti si susseguivano troppo rapidamente, come se scrivendolo avesse avuto troppa fretta di passare da un episodio all'altro, saltando i nessi logici..."

"Mi colpisce l'aspetto della scrittura del romanzo, che è come un sogno che si realizza sì, ma in modo quasi parodistico: la parola, che è così importante, si svilisce in un fumetto..."

"Sì, però L. ne è soddisfatto e anch'io penso che sia riuscito almeno a fare qualcosa che forse avrei voluto fare io!"

"D'accordo, però alla fine il fumetto è allegato a... una rivista che non è esattamente un foglio letterario. Ma non c'è soltanto questo fatto: il romanzo qui è anche un po' la narrazione della vita. Lo 'spogliatoio' allude a una sessualità con delle ombre, un po' nascosta..."

"Lo spogliatoio, in effetti, è quasi un topos dell'immaginario gay. Si è fuori, ma si è dentro, allo stesso tempo. Voglio dire: l'omosessuale che si mischia agli altri uomini nello spogliatoio di una palestra si mimetizza e porta il suo desiderio, nascosto, in un luogo dove non dovrebbe esserci. O, per lo meno, dove non dovrebbe mostrarlo. Diversamente dagli eterosessuali, che non hanno la fortuna - o la sfortuna, dipende dai punti di vista! - di poter godere dell'oggetto, letteralmente nudo, del loro desiderio, visto che gli spogliatoi sono separati a seconda dei sessi. Poi, per me, questo elemento del silenzio si ricollega alla possibilità dell'ammirazione per la bellezza... Insomma, qui non è solo qualcosa di sordido, ma è anche qualcosa di meraviglioso, cioè che suscita quella meraviglia che toglie il respiro..."

"Ecco, se però colleghiamo questa tematica dello spogliatoio, letta in chiave gay, al fatto che il romanzo, concepito come un grande affresco della vita ma degradato sotto forma di fumetto allegato a Sorrisi e Canzoni Tv, è affrettato, affastella avvenimenti privi di nessi logici, mi vien da pensare che nel tuo essere gay ci sia un qualche passaggio saltato. Che cosa? Quale?"

Una volta arrivato a questo punto, però, non so più proseguire, se non con uno sbuffo o un sorriso, tra il beffardo e lo sconsolato. Sì, qualcosa c'è, ma non so che cos'è. O, viceversa, se qualcosa c'è è stupido - o inutile - interrogarsi su che cosa sia, soprattutto per chi, come me, cerca di abbandonare il vizio delle risposte risolutive.

08/04/2008

Soggetto per un cortometraggio neopornografico (gay)

Qualcuno* mi ha raccontato recentemente di essere stato in un cruising milanese e di avere incontrato un altro che, ubriaco o forse in preda a sostanze psicotrope, gli faceva proposte alquanto oscene che poi, all'atto pratico, si riducevano a ben poca cosa o a quasi nulla. Evidentemente, più che l'atto in sé a eccitarlo erano le parole che le descrivevano e le suggerivano. Lo stesso meccanismo regge gran parte degli incontri virtuali: al sesso si è sostituita l'allusione, molto spesso. Ripensando a questa cosa, mi è venuto in mente il soggetto di un film pornografico sui generis. Un film "neopornografico", per così dire. Siccome però non ho le capacità tecniche per realizzarlo, dico in breve di che cosa si tratta: magari qualcuno raccoglierà il testimone e lo farà davvero. L'idea sarebbe quella di un cortometraggio, di una decina di minuti o un quarto d'ora al massimo, rigorosamente gay. M'immagino una stanza completamente spoglia: pareti bianche e nessun mobile, con l'eccezione di due sedie. Qui lascio libertà di scelta: è indifferente che siano due banali sedie di formica verdastra come si vedono nelle sale d'attesa di certi ospedali o che siano invece sedie di famosi designer. L'importante è che non invitino alla comodità e allo svacco. Le due sedie sono una di fronte all'altra, alle due estremità della stanza, magari girate di tre quarti verso l'obiettivo della cinepresa. Su di esse siedono due protagonisti. Siccome è un film neopornografico gay, dovrebbero essere due ragazzi. E' imperativo che siano bellissimi e, soprattutto, algidi. Devono avere quella bellezza che, lungi dal suscitare desiderio o eccitazione, incute timore, quasi come se per suo mezzo si manifestasse qualcosa di sovrumano. I due ragazzi non sono nudi, ma sono vestiti. Anche qui lascio libertà su quello che potrebbero indossare: in ogni caso non dovrebbe essere nulla di troppo vistoso che distolga l'attenzione dalla situazione e dalla loro bellezza. I protagonisti dovrebbero cominciare a parlarsi. Ognuno di loro dovrebbe dire all'altro quello che vuole fargli, dal punto di vista sessuale. S'incomincerebbe con frasi più o meno anodine - del tipo: "Adesso mi metto in ginocchio e te lo prendo in bocca" - per arrivare, in un crescendo, a proposte via via più sconce e improponibili - e qui lascio alla fantasia del lettore -, magari attraversando tutta una serie di parafilie. Fondamentale è che le frasi siano dichiarative e descrittive di atti e non di propositi o intenzioni: dev'essere come se la cosa stesse accadendo realmente (cioè non: "Ora vorrei sodomizzarti", ma "Ora ti sodomizzo"). Tanto meglio se vengono forniti dettagli plastici (a un generico "Ora ti sodomizzo" è da preferirsi un "Ti apro le gambe, me le metti in spalla, ti entro dentro e spingo lentamente" e così via). Ma soprattutto queste frasi devono essere pronunciate nel tono più distaccato possibile, senza alcun pathos, senza alcun desiderio, come se non fossero descrizioni di atti sessuali, ma recitazione di formule matematiche o fisiche. Ovviamente l'ideale sarebbe che i due ragazzi avessero una dizione priva di qualsiasi inflessione dialettale. A questa impassibilità del "dettato" dovrebbe corrispondere un'assoluta immobilità dei due protagonisti - che io mi immagino seduti con le gambe appoggiate al pavimento e le mani sulle ginocchia - e una completa inespressività negli sguardi e nei tratti del viso. A questo punto l'unico gioco potrebbe essere quello della cinepresa che, in maniera completamente avulsa da quello che viene effettivamente detto, dovrebbe concentrarsi brevemente su dettagli insignificanti, portandoli in primo piano: la punta delle scarpe, un gomito, una mano poggiata sul ginocchio, un occhio, un orecchio. Nessuna colonna sonora, nessun altro rumore a parte le parole nude e crude e prive di qualsiasi evocatività - tranne quella suggerita dal loro significato letterale: come la vibrazione di un gong che diffondesse le sue onde sonore all'interno dello spettatore. Il film potrebbe concludersi su uno scambio di battute, altrettanto inespressivo, di questo tipo: "Sto venendo. Vieni? Vengo. Sono venuto". A questo punto, schermo nero e titoli di coda. Penso che sarebbe un'idea discreta da presentare a un eventuale festival del cinema gay-lesbico.

(* e non è il vecchio escamotage di chi non ha il coraggio di dire "io", perché in questo caso non sono io, anche se in passato mi sono capitate esperienze simili)

04/04/2008

Innocenti pregiudizi inconsapevoli

Mi sorprende sempre quando qualcuno si sorprende scoprendo che una transessuale possa essere lesbica (o un transessuale gay). Il commento più comune è: "Ma allora perché ha cambiato sesso?". Insomma, se un uomo "diventa" donna e poi continua ad amare le donne, non valeva la pena che restasse uomo? Lo dico perché mi è capitato di assistere a questo moto di sorpresa molto di recente - da parte di una persona che certamente non è né transfobica né di mentalità chiusa - durante una discussione sull'argomento transessualità. In quel momento l'ho vista fermarsi e, letteralmente, mi è sembrato che le si accendesse una lampadina. "Certo - ho replicato io - il genere sessuale è indipendente dall'orientamento sessuale. O, per dirlo in un altro modo, l'essere "uomo" o l'essere "donna" non implica necessariamente che ci si senta attratti da persone del sesso opposto." A pensarci bene, c'è un "pregiudizio" - letteralmente, un giudizio che si è formato "prima" e che resiste anche quando si è volontariamente mutata la propria struttura di pensiero - che si attiva automaticamente e che bisogna disinnescare facendo uno sforzo consapevole in più. Se ci si arresta in superficie - "tanto valeva che non 'cambiasse' sesso" - è esattamente come se, sapendo che io sono gay, qualcuno ribattesse: "Ma allora ti senti donna?", perché tra le qualità dell'essere "maschio" per sesso biologico e per genere sessuale dovrebbe esserci quella dell'essere eterosessuale. E invece non è così, perché la percezione del mio genere sessuale non è mai stata, per me, dubbia. Insomma, è interessante notare come la persistenza di certe strutture interpretative si riveli, a volte, proprio nei dettagli meno frequentati e più marginali.

31/03/2008

Fate di noi quel che volete: siamo solo froci

In fin dei conti, che cosa me ne importa? Potrei anch'io, con un'alzata di spalle, ignorare di essere gay e votare comunque chi, negli ultimi anni, non ha fatto nulla per noi e, anzi, ha continuato a dire che siamo dei deviati, che le nostre richieste di pari diritti offendono la sensibilità dei credenti o che possiamo accontentarci di qualche diritto secondario - gli ossi rosicchiati che si gettano al cane - perché i tempi non sono maturi per avere di più e di meglio, cioè quello che ci spetterebbe in quanto cittadini come tutti gli altri. Del resto, a forza di sentire ripetere questa litania e a forza di sentir dire che ci sono cose più importanti da fare per il bene del paese, anche se ogni volta l'elenco delle priorità cambia e ogni volta se ne aggiungono di nuove e di diverse che fanno slittare i diritti delle persone gay sempre in seconda, terza o ultima posizione, sto cominciando a credere che in questo paese i tempi non saranno mai maturi, a meno che, per l'appunto, qualcuno decida di imporli, come è stato fatto altrove - dalla Spagna a Israele - con una decisione legislativa che poi ha prodotto un circolo virtuoso negli ambienti gay e nel resto della società. Ma non è tutta colpa di chi ha ripetuto queste offese, non è tutta colpa di chi non ha fatto niente o di chi ha attivamente ostacolato qualsiasi forma di promozione dell'uguaglianza per le persone omosessuali - fosse questa una legge contro l'omofobia o, non dico l'allargamento del matrimonio a tutte le coppie, ma almeno una qualche forma di riconoscimento per le coppie omosessuali. C'è anche un'altra responsabilità, che è dentro a chi è gay. Ora lo vedo con una certa nitidezza: non importa quanti insulti riceviamo, non importa aver toccato con mano l'atteggiamento - dall'insipienza all'immobilità, dall'aperta ostilità al dileggio - mostrato da entrambi gli schieramenti politici maggiori, ci sarà sempre qualcuno di noi che decide di poter passare sopra a tutto ciò, che è disposto, malgrado tutti i mugugni - perché usare il termine "proteste" sarebbe persino eccessivo -, a scegliere ancora chi fino a un momento prima - ma, che dico, ancora adesso - li trattava a pesci in faccia. Allora capisco che anche questa è una forma di interiorizzazione dell'omofobia: siamo stati a tal punto abituati a svalutare questa parte di noi, a non considerla "rilevante", a nasconderla un po' sotto il tappeto o, tutto sommato, a non considerarla così degna di essere apprezzata che non ci viene nemmeno in mente che il trattamento che ci è stato riservato in questi ultimi anni è tutt'altro che accettabile. A dirla tutta, un trattamento di questo genere meriterebbe una punizione e richiederebbe un'unica risposta da parte nostra: respingere con fermezza chi ce l'ha riservato, ora che è giunto il momento delle elezioni - per quanto farsesche esse siano. E questo trattamento va respinto indipendentemente da quale destra è arrivato, sia la destra che va sotto il nome di "centro-destra", sia la destra che si fregia dell'appellativo di "centro-sinistra". E', credo, una questione di dignità nei confronti di se stessi, di rispetto per sé e per il proprio valore. Per dare il giusto peso alle cose propongo di pensare a una similitudine: supponiamo di essere neri in un paese in cui i neri non possono prendere i mezzi di trasporto pubblico. Se domani qualcuno ci dicesse che, va bene, potremo viaggiare, ma solo in seconda classe e senza disturbare troppo, perché l'unica pigmentazione "naturale" che consente il viaggio in tutte le classi è quella bianca, lo riterremmo una soluzione accettabile? Se ci dicessero che non dobbiamo lamentarci troppo perché il nostro paese - in cui, se stiamo buonini, potremmo tutt'al più viaggiare in seconda classe - ha altri problemi più urgenti, la riterremmo una spiegazione adeguata? Soprattutto quando una promozione completa della parità dei diritti non costerebbe nulla in più, non priverebbe nessun altro dei propri diritti e non escluderebbe di fare quelle cose di cui il paese ha tanto bisogno? Invece a noi gay - in quanto gay - viene richiesto questo "sacrificio" e che molti siano disposti a farlo è indice del vero peso che diamo alla parola "dignità": praticamente nullo. Che cosa devo pensare? Forse che quando protestavamo, facevamo finta? Che in realtà non ci tenevamo affatto? Se è così, il segnale che noi gay per primi diamo è che, a conti fatti, i cosiddetti diritti sono irrilevanti anche per noi, se basta agitare un qualsiasi spettro per farci rientrare nei ranghi e marciare compatti dietro il primo pifferaio che, oltretutto, non ha più nemmeno bisogno di suonare una melodia incantatrice per farsi votare da noi? Io non sono più disposto a firmare cambiali in bianco se il prezzo che devo pagare è l'odio per me stesso e, soprattutto, se - come so - il prezzo è certo e non più soltanto probabile. Lo faccia qualcun altro, ma poi non si lamenti, perché io allora non lo prenderò più troppo sul serio.

25/03/2008

Ritratto di un'America che non c'è più: Edmund White, "Stati del desiderio"

Usawhite_2 Stati del desiderio di Edmund White, pubblicato in Italia una decina d'anni fa, in ritardo rispetto all'edizione originale statunitense, porta il sottotitolo di "Guida alle città e agli uomini americani", ma è qualcosa di più e di diverso. In primo luogo è - malgrado la traduzione non sempre all'altezza della scrittura elegante di White - un altro esempio della lucidità e dell'intelligenza di uno dei massimi scrittori americani viventi che, con il pretesto di conoscere più a fondo e in presa diretta il "paesaggio omosessuale" statunitense, offre a chi legge una serie di preziose riflessioni, spesso di natura filosofica e politica, su che cosa significhi essere gay e su tutta una serie di questioni riguardanti la politica e la società. In secondo luogo questo viaggio nell' "America gay" diventa anche in anche un percorso all'interno della memoria e della storia gay, americana e, di riflesso, anche nostra - soprattutto perché stimola un confronto: rispetto agli Stati Uniti di allora, persino l'Italia di oggi sembra arretrata. Questo reportage, infatti, è stato scritto nel 1979, quando White non aveva ancora compiuto quarant'anni ed era "un malpagato assistente universitario alla Johns Hopkins di Baltimora". Da allora sono passati quasi trent'anni e, con tutto quello che è accaduto nel frattempo, si può ben dire che questo volume è diventato un "testo di storia". Trent'anni non sono molti, ma per quanto riguarda la storia dei gay e della loro emancipazione corrispondono a un'era geologica. Non va dimenticato - e infatti lo stesso White non lo dimentica, nella postfazione scritta nel 1991 - che pochi anni dopo la pubblicazione di questo libro è scoppiata l'epidemia dell'Aids, che ha completamente rimescolato le carte, costringendo la comunità omosessuale americana a molti ripensamenti. Ecco, a leggere oggi questo reportage, si ha quasi la sensazione di rivivere un'epoca caratterizzata da un'innocenza ormai perduta per sempre. Non che Edmund White scriva un libro in cui celebra soltanto le gioie del sesso spensierato - anzi, Stati del desiderio è, da questo punto di vista, un testo piuttosto casto -, ma è evidente che il clima è quello spensierato degli anni settanta, in cui prevalente non è il discorso della mera sopravvivenza alla malattia e della lotta organizzata per ottenere più attenzione, anche governativa, sulla crisi sanitaria, che di lì a pochi anni avrebbero assorbito le energie migliori. Per questo motivo, White può concentrarsi sulla percezione dell'omosessualità nelle diverse città da lui visitate, sul modo in cui gli uomini che incontra si organizzano, si manifestano o si nascondono. Questo racconto è inoltre intriso di politica, nel senso migliore del termine: è la descrizione di come degli individui, da sempre discriminati, s'impongono sulla scena pubblica e rivendicano visibilità e diritti. Dal quadro complessivo di ogni città - di cui vengono descritti i "quartieri gay", il carattere politico generale, il tono religioso che la caratterizza - Edmund White si cala poi nel racconto, sempre molto vivido e preciso, di singoli destini individuali. E la cosa affascinante è che Edmund White non si limita a scelte "scontate": ci sono, è vero, le ovvie Los Angeles, San Francisco, New York - quest'ultima descritta con grande affetto come una città tanto libera da consentire a ognuno il dispiegamento delle proprie possibilità -, ma ci sono anche un sacco di città di provincia: dalla Salt Lake City dominata dalla soffocante presenza dei mormoni, fino a città del sud come New Orleans, Memphis o Dallas. In ogni caso, mi sono divertito a tracciare - qui sopra - una mappa del viaggio di White nell'America gay: basta seguire le frecce per ripercorrerne l'itinerario.

18/03/2008

Dyane, je t'aim(ais)

Dyane_6_2"Sai, quando ero piccolo mi piaceva la Due Cavalli..." dico a J., mentre stiamo uscendo di casa per andare a cena con lui in un dozzinale ristorante cinese. "Anzi, a essere preciso mi piaceva... non so se ti ricordi... la Dyane 6". Non so perché all'improvviso siamo finiti su un argomento così. Io, poi, che di automobili non m'interesso per niente e che, se dovessi comprarne una obtorto collo, baderei a poche cose: che mi porti da qui a là e che abbia il cambio automatico, perché sono pigro. Delle altre caratteristiche tecniche ignoro tutto: cilindrata, potenza del motore, accelerazione... sono per me misteri gaudiosi. Tutt'al più potrei scegliere una macchina in base alla forma e al suo aspetto esteriore. Già: ce ne sono alcune che hanno un'aria simpatica, sufficientemente strana da piacermi. O, per meglio dire, c'erano, perché oramai anche qui l'originalità tende a scomparire. Negli anni settanta, quand'ero piccino, la Citroen aveva indubbiamente la palma della bizzarria delle forme e io avevo eletto la Dyane 6 a mio ideale mezzo di locomozione. Ne ero proprio innamorato. Una volta - avrò avuto quattro o cinque anni - ero in gita con i miei in montagna, a Macugnaga, e mio padre aveva una cinepresa - "perché ai miei tempi ancora non avevano inventato le videocassette" - e io lo costrinsi a riprendermi davanti a una Dyane parcheggiata in strada. "Eri proprio frocio allo spasimo, oltre che un piccolo tiranno!" ribatte J. ridendo. "Ah, perché? - chiedo io, come colto da un'improvvisa rivelazione -, la Dyane era una macchina frocia?". E nel momento in cui formulo questa domanda capisco che, sì, doveva esserlo davvero. Era assolutamente diversa da tutte le altre che si vedevano in giro e ora che la guardo, in una fotografia, mi sembra quasi che avesse un muso dolce e femminile e mi dico che, chissà, forse anche le macchine - come gli esseri umani - sono ascrivibili alla dialettica simbolica del maschile e del femminile. "Sai - continuo a raccontare, tornato fanciullino inside -, mia zia, la sorella di mia madre morta un paio di anni fa, aveva una Dyane 6 bordeaux e io volevo sempre viaggiare con lei". Ma soprattutto c'era una cosa che mi affascinava, mi rapiva, mi incantava: era il cambio della Dyane 6. Diversamente dalla stragrande maggioranza delle macchine, la Dyane aveva il cambio al cruscotto. Questo cambio, posizionato in un luogo così insolito, era per me la cifra della "diversità" e assumeva quasi valore simbolico. Qualche anno dopo, su mia richiesta, mia zia mi ha spiegato che - se non erro - anche l'inserimento delle marce era invertito rispetto a quello delle macchine tradizionali (cioè la prima marcia corrispondeva alla posizione della seconda, la seconda alla prima e così via). Sarebbe troppo facile, con il senno di poi, leggervi un segnale di "inversione", ma certo è che tutte queste cose fanno della Dyane - e su questo ha ragione J. - un'auto davvero frocia. (Viceversa, non sono mai riuscito ad appassionarmi alla Ami 8 che, per un certo periodo di tempo, ha avuto il marito di un'altra zia. In ogni caso, ancora oggi guardo con particolare simpatia a qualsiasi aggeggio su quattro ruote esca dalla fabbrica della Citroen).