Manifesto per l'eguaglianza dei diritti

Le infamie di ieri

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21/07/2008

E va bene che c'è crisi, ma...

Undici e qualchecosa del mattino. Suonano alla porta. Guardo attraverso lo spioncino e mi sembra di intravedere qualcuno di "ufficiale": un messo comunale o un tipo dell'azienda del gas o dell'elettricità. Metto da parte i miei sospetti e apro. Mi si para davanti un tizio con un cartellino appeso alla t-shirt che comincia a parlare, parlare, parlare, in tono abbastanza monocorde. Esordisce dicendo: "Sono qui per controllare la sicurezza dell'impianto del gas". Prego, si figuri, entri pure. Io, intanto, continuo a guardargli il cartellino che gli ballonzola sulla t-shirt. Lo porto in cucina, dove c'è il boiler. Lui osserva e dice: "Ah, ecco qui, e il contatore dov'è?". Glielo mostro, dietro la porta d'ingresso. "E' uno di quelli piccoli, bene, bene... E' stato rifatto da poco". Effettivamente tutto l'impianto è stato rifatto nel 2002, quando ho comprato l'appartamento. Lui prosegue imperterrito: "In conformità alle nuove normative di sicurezza europee e italiane... bla bla bla... un dispositivo di sicurezza per le fughe di gas... bla bla bla... si potrebbe mettere qui sopra, lo spazio c'è... bla bla bla... I suoi vicini l'hanno già installato, ero passato settimana scorsa ma lei non c'era... bla bla bla..." Alla sua cascata di parole io replico sempre: "Mh". E mentre emetto quell'unico grugnito il mio sguardo fissa, ipnotizzato, il cartellino che gli penzola dalla t-shirt. A un certo punto dice: "Il costo è di centonovantanove euro più Iva". Penso "me cojoni!" e, riscuotendomi dal torpore che il flusso ininterrotto delle sue parole mi ha causato, obietto: "No, mi scusi, sia chiaro: la normativa mi impone di installare o semplicemente la normativa permette a lei di vendere questo dispositivo?" Lui elude la domanda e riprende la cantilena: "Secondo l'attuale normativa europea e italiana bla bla bla... c'era anche l'avviso esposto che saremmo passati... bla bla bla... tutti i suoi vicini... bla bla bla". Lo blocco: "Non ho visto nessun avviso. Guardi, secondo la normativa, io ho dovuto far fare quel buco nel muro. I miei obblighi finiscono lì e lei sta semplicemente cercando di vendermi qualcosa. Se così non è, mi informerò dall'amministratore". Punto il dito sul suo cartellino: "Quella lì non è né la società del gas né un'agenzia ufficiale di controllo, ma una srl che produce e vende allarmi antigas, punto e basta". Lo invito ad andarsene e - ma è sottinteso - a non farsi più vivo. Ero abbastanza furibondo, anche se non l'ho dato troppo a vedere. Capisco bene che altri sprovveduti possano cascarci - e poi uno si domanda come è possibile che a intervalli regolari i giornali riportino notizie di anziani gabbati da questi trucchetti -, perché le tecniche ci sono tutte: innanzitutto il richiamo a una autorità (la "normativa", anche quando questa non impone proprio nulla), poi lo stordimento a forza di parole e, dulcis in fundo, lo stigma dell'anticonformismo ("l'hanno messo tutti, non vorrà mica solo lei fare il diverso?", un'informazione che, oltretutto, potrebbe essere anche falsa e usata come mezzo di pressione). Quando finalmente se ne va, cerco su Google il nome della società per conto della quale opera e ne trovo subito il sito: come volevasi dimostrare, è un'azienda del Bresciano che produce videocamere per la sorveglianza, antifurti e... allarmi per il gas.

Un'oretta dopo mi squilla il cellulare: è un numero di Roma che non ho mai visto prima. Normalmente sono restio a rispondere a numeri sconosciuti e lì per lì temo quasi che siano i Radicali che, da quando non ho più rinnovato la tessera, continuano a chiamarmi sul telefono fisso e con i quali ho ingaggiato una prova di forza rifiutandomi ostinatamente di alzare il ricevitore quando vedo il loro numero. Forse, penso, stavolta si sono fatti furbi e chiamano da un altro numero. D'altro canto ho anche prenotato un albergo a Roma per una notte, settimana prossima, e non vorrei che fossero loro che mi chiamano per avvertirmi di qualche problema. Così, a malincuore, rispondo. E' una voce di donna che mi comunica che sta chiamando per conto della banca con la quale ho il mutuo. O, per meglio dire, della banca inglese che s'è fagocitata la banca, altrettanto inglese, con cui ho il mutuo - banca che, suppongo, prima o poi verrà inglobata da un'altra banca ancora più grossa. Penso subito a qualche inconveniente, e invece no: "Come lei sa la nostra banca ha aperto molte filiali a Milano e ora siamo in grado di offrirle un conto corrente con un tasso d'interesse garantito, per dodici mesi, del cinque per cento, a zero spese". Vorrei quasi chiederle dove vanno a prendere tutti quegli interessi, dato che la crescita economica è ben al di sotto di quel tasso lì. In realtà penso: "A chi li andate a rubare?". "Se vuole le fisso un appuntamento con il direttore di una delle nostre filiali..." Veramente sarei un po' impegnato, in questo periodo - in effetti passare le mattinate a grattarmi le palle e guardare il soffitto richiede un certo impegno -, e poi, così, su due piedi... Spero che desista. "Lei ha una mail?" Ecco, sì, brava. Gliela do, così manderà tutte le "specifiche" del caso, come dice lei, e io potrò continuare a fregarmene allegramente come ho fatto in altri casi simili.

Ora io capisco che c'è crisi e che questi non sanno più dove sbattere la testa per accalappiare nuovi clienti, ma se c'è una cosa che mi urta è proprio questo tipo di marketing rapace. Mi sento come la carogna di un animale sopra il quale volteggiano gli avvoltoi che se la contendono. Se io mai prendessi in considerazione l'acquisto di un allarme antigas o l'apertura di un nuovo conto corrente, non lo farei mai con chi, sponte sua, viene a seccarmi la gloria in casa mia. Anzi, mi rivolgerei alla loro concorrenza solo per fargli un dispetto e punirli, così in futuro ci penseranno due volte prima di commettere lo stesso errore con qualcun altro. Non a caso, infatti, il mio numero telefonico non è presente in elenco e forse dovrei anche mettere un sistema di riconoscimento delle impronte digitali sulla maniglia della porta, ché oggi va tanto di moda.

13/07/2008

Basta poco

Silvio Berlusconi: "Da questa settimana sento che devo rimanere fino a quando l'Italia non diventerà una democrazia normale". Allora non ci vuole molto: è sufficiente che lui se ne vada perché l'Italia cominci a diventare una democrazia appena appena più normale di adesso.

11/07/2008

Chiedilo ad Al Bano

Die Tücken im Kleingedruckten, si direbbe in tedesco: nei caratteri minuscoli sta in agguato l'inghippo - e di solito ci si riferisce ai contratti. E' proprio dai dettagli apparentemente insignificanti che spesso si intuiscono l'architettura complessiva dell'edificio e i suoi aspetti meno lusinghieri. Il Corriere della Sera di oggi riporta, a pagina sette, una lettera in cui Sabina Guzzanti spiega il senso del suo intervento dell'otto luglio a piazza Navona. Sotto, in un piccolo riquadro - ecco qui il dettaglio rivelatore -, c'è l'opinione di... Al Bano che "scomunica l'attrice" e sostiene che le servirebbe un esorcista. Il fatto è così grottesco da rasentare la burla surrealista, come se all'improvviso i giornalisti della redazione politica avessero abbracciato il dadaismo. Ho letto quelle poche righe, ho guardato la fotografia di Al Bano e, dopo un attimo di stordimento e incredulità, mi sono chiesto: "Ma perché?" Sì, perché Al Bano e non... che so... il mago Zurlì, Memo Remigi o Tony Binarelli? E' anche da questo particolare arbitrario, da questa scelta dettata da... già, dettata da... che cosa?... un bisogno improvviso di comunanza con i gusti popolari, forse, che si misura tutto il degrado di buona parte del giornalismo odierno.

09/07/2008

Ingiustizie

"A me non me ne frega niente della vita sessuale di Berlusconi. Ma tu non puoi mettere alle Pari opportunità una che sta lì perché t'ha succhiato l'uccello, non la puoi mettere da nessuna parte ma in particolare non la puoi mettere alle Pari opportunità perché è uno sfregio".

A me, invece, con tutti quelli che ho succhiato io in vita mia, nemmeno un incarico di consigliere circoscrizionale. E' proprio vero che non c'è giustizia a questo mondo!

08/07/2008

Forzare l'esperienza

Mettere addosso all'esperienza il corsetto rigido del "dover-essere" - e mi immagino uno di quei corsetti fatti con stecche di balena e in voga un paio di secoli fa - è il modo migliore per soffocarla a poco a poco fino ad ammazzarla del tutto. Volere che le cose ci accadano in un certo modo, secondo uno schema prefissato, significa non viverle affatto. Occorrerebbe saper mollare la presa, lasciare che l'esperienza debordi e dilaghi obbedendo ai suoi ritmi naturali. A noi, tutt'al più, resta il compito di seguirla, ovvero di viverla, tout court. C'è il rischio, anzi, di provocare una ribellione a volerla dirigere in uno schema, quando invece avrebbe seguito il suo corso e forse ne avremmo goduto. Ecco, è come voler acchiappare a tutti i costi un gatto che si sta facendo i fatti suoi e se ne starebbe tranquillo: lo rincorriamo, lui scappa; continuiamo a inseguirlo e lui si agita; quando finalmente gli afferriamo la coda e crediamo di averlo tra le mani, lui s'infuria, miagola e ci graffia. L'avessimo lasciato libero, lui sarebbe forse, prima o poi, arrivato da noi di sua spontanea volontà. Così è l'esperienza.

29/06/2008

Era meglio se moriva prima (*)

"Meglio uno di destra che va con le donne, di quelli di sinistra che vanno coi culattoni"
Umberto Bossi, ministro delle Riforme per il federalismo (da Repubblica di oggi)

(*) Non se ne abbia a male: è solo una forma di goliardia, la mia. E comunque io non sono un ministro della repubblica e rappresento solo me stesso.

22/06/2008

Domande pleonastiche

In "Il questionario" di Io Donna del 21 giugno - "liberamente ispirato al famoso gioco di Marcel Proust" - Paolo Di Stefano chiede a Roberto Bolle:

Se dovesse cambiare qualcosa nel suo fisico?
"Mi accetto come sono, direi"

... e ci mancherebbe altro!

RobertoBolle

18/06/2008

Italia-Francia

Sono le otto e mezzo di sera: io e J. usciamo per cenare in un ristorante nei pressi di casa mia. Quando entriamo mi prende un colpo: in una delle due sale c'è un maxischermo sul quale verrà trasmessa la partita Italia-Francia. In quella sala i tavoli sono schierati in modo che tutti possano assistere allo spettacolo. Chiedo alla cameriera di darci un tavolo da cui lo schermo proprio non si veda. Ci accontenta: io avrò lo schermo alle spalle, J. lo vede solo di sghimbescio. Non vedo, ma purtroppo sento. Non tanto il rumore della partita o della telecronaca, ma le urla belluine degli avventori per ogni gol segnato e per ogni passaggio ben riuscito. Quando il rumore è troppo forte, faccio una smorfia e strizzo gli occhi, come per sopportare con stoica rassegnazione un destino cinico e baro che mi ha costretto a essere contemporaneo di connazionali simili. Eccoli lì - penso -, tutti a esultare per qualcosa di cui non hanno nessun merito, tutti a ritrovare all'improvviso, come per miracolo, il senso di appartenenza a una collettività che in tutte le altre circostanze è sbrindellata come un cencio frusto o spappolata come un soufflé sgonfio. Immagino lo sguardo vacuo e nemmeno troppo vagamente idiota dei calciatori, questi ragazzotti strapagati perché sanno tirare due calci a un pallone, mentre intonano - se così si può dire - l'inno nazionale italiano, una marcetta da osteria, dando fiato ai polmoni, perché la lezione l'hanno imparata anche loro come l'hanno imparata gli italiani: lo stato può essere allo sfacelo, ma in quest'unica circostanza si può far finta di essere un'unica grande famiglia, tutti stretti a coorte, tutti pronti alla morte. Credo di essere l'unico che nemmeno fiata quando gli altri sbraitano. Non tutto il male viene per nuocere, però. Quando ci alziamo per andare a pagare, l'insopportabile cameriere che, solitamente ciarliero, fa battute e concede confidenze non richieste, questa volta è eccezionalmente muto e si vede che striscia con impazienza la carta di credito, voltandosi in continuazione verso lo schermo per non perdere neanche un passaggio della partita ormai agli sgoccioli. Purtroppo l'Italia ha vinto: come la volta precedente, anche in quest'occasione ho sperato che perdesse e venisse sbattuta fuori dagli Europei, affinché ai miei connazionali non fosse concessa la consolazione surrettizia di un senso bovino di comunità posticcia. Se volete "l'Italia" - vorrei dire a tutti quelli che in questi giorni hanno appeso il tricolore fuori dalla finestra -, costruitela nella vita di tutti i giorni e non in questa maniera proiettiva e allucinatoria. Fuori ha smesso di piovere e le strade sono lucide e deserte. C'è un silenzio quasi sinistro che, dopo un attimo di smarrimento, mi sembra estremamente piacevole. In tutta via Pola passerà forse una macchina. Mi volto e dico a J. che dovrebbe girare una pattuglia di una versione nostrana della "polizia etica": agenti che fermano i sospetti come noi che, irriducibili, non sono chiusi in casa a guardare la partita. Sembra di essere in Corea del Nord, aggiungo, riferendomi alle strade improvvisamente vuote. Persino le trans non battono, stasera: e dire che siamo in una zona ad alta concentrazione prostitutiva. Forse anche loro sapevano che avrebbero trovato ben pochi clienti. Solo in largo Debenedetti si ferma una macchina e una coppia - regolarmente eterosessuale - scarica un travestito. Quando sgomma per ripartire mi cade l'occhio sulla targa. E' ticinese. Certo, ci volevano due stranieri per rinunciare alla partita.

24/05/2008

Essere italiani non mette al riparo dall'imbecillità

1

Nell'edizione milanese di Repubblica di ieri c'era un servizio dedicato alla sosta selvaggia a Milano, con tutti i problemi che questa causa, soprattutto ai tram che, dovendo transitare e vedendosi le rotaie invase dalle automobili parcheggiate lì sopra, sono spesso costretti a notevoli ritardi sulla tabella di marcia. Poi si parlava, naturalmente, del fenomeno del parcheggio in doppia e tripla fila, non di rado con le quattro frecce accese - come se il lampeggiare delle frecce estinguesse miracolosamente l'infrazione -, della sosta indiscriminata sui marciapiedi, fenomeno che ho visto degenerare proprio dove abito io: qualche anno fa sono state introdotte le strisce gialle per i residenti per frenare il parcheggio indiscriminato ovunque. Ora i non residenti, quando non se ne fottono bellamente, parcheggiano senza problemi in doppia fila, sul marciapiede - accanto alla fila riservata ai residenti - e, naturalmente, sui marciapiedi sull'altro lato della strada, dove proprio non si potrebbe. L'articolo di Repubblica riferiva che nemmeno l'aumento del numero di multe serve a scoraggiare i parcheggiatori selvaggi perché, in proporzione, il rischio di prendersi una multa, quando le infrazioni sono così numerose, è talmente basso da risultare più conveniente rispetto al pagamento di un parcheggio regolare. Senza contare il fatto che, nemmeno nella "civile" Milano, è molto diffusa la consapevolezza che la strada è di tutti e non soltanto di chi la invade, espropriandola magari con quegli orrendi "transatlantici" dei Suv che sono la protesi simbolica più urticante dei baùscia meneghini. Se città straniere come Londra, Berlino o Parigi non sono diventate foreste di metallo, mi domando perché Milano non potrebbe imitarle. Mi domando anche perché, in questo caso, nessuno proponga quelle soluzioni fai-da-te che invece vengono invocate per aumentare la sicurezza nelle nostre città. Se è ammissibile - o, addirittura, "liberale" - proporre di organizzare ronde di cittadini per garantire la vivibilità cittadina; se stanno tornando di moda i pogrom e i roghi ai campi rom; se si possono allegramente linciare delle transessuali che si prostituiscono, allora perché non girare con mazze, martelli, punteruoli per forare pneumatici, bucare portiere, mandare in frantumi finestrini, scassare cofani di automobili in sosta vietata o di vetture che, sui marciapiedi, ci intralciano il passaggio? Allora, forse, la bilancia dei costi e dei ricavi (del parcheggiare alla cazzo di cane) penderebbe decisamente a favore dei primi funzionando come disincentivo. Meno stato, più iniziativa privata.

2

Oggi, in via del tutto eccezionale, mi sono guardato due telegiornali. Il peggio del peggio, tra l'altro: su Italia 1 e Rete 4. Ma ero a pranzo da M.S. e, mentre aspettavo che buttasse la pasta, c'era la tv accesa. Due notizie di due tragedie automobilistiche. A Roma due giovani sono stati investiti e uccisi da un pirata della strada, che guidava in stato di ebbrezza e sotto l'effetto degli stupefacenti, quando in realtà non avrebbe potuto affatto guidare perché gli era già stata ritirata la patente poco tempo fa. Mi ha fatto effetto sentire che Studio Aperto definiva l'omicida - trentatré anni suonati - un "ragazzo" e mi sono chiesto quando mai si diventi adulti in questa società che ha eletto il rimbambi(ni)mento a suo principio guida. La seconda notizia riguardava invece un altro "ragazzo" - stavolta non ricordo l'età - che, in Sardegna, ha travolto (e ammazzato, obviously) un poliziotto che, appoggiato sul cofano di un'automobile, stava stendendo il verbale di un incidente. Il "pirla della strada", diceva il telegiornale, non ha visto né il segnale dell'incidente, né i lampeggianti della polizia, né le giacche catarinfrangenti indossate dai poliziotti, ma ha proseguito la sua corsa - senza prestare soccorso all'investito - finché ha tamponato un'altra macchina davanti a lui. Anche lui era ubriaco e non so se fosse pure drogato. Mi viene da commentare: peccato che dei due nessuno fosse un rom, uno slavo, un albanese; peccato che nessuno dei due fosse clandestino. Erano solo due degli innumerevoli italiani coglioni che infestano questo paese e che, purtroppo, nessuna legge ci permetterebbe di espellere o buttare a mare. Peccato, peccato davvero. Ma magari, con un po' di fortuna, scopriamo che erano froci e così le cose si sistemano.

19/05/2008

Attacchi di aforismite

1. A tentare di discutere con un cattolico ci si accorge subito che ai cattolici, solitamente, è più facile fargli entrare qualcosa in culo che non in testa.

2. M.: Io trovo l'intelligenza erotica.
Io: Anch'io. E' per questo che mi masturbo molto.