Tutti i problemi che l'Italia sta avendo - anche il resto d'Europa, ma l'Italia in misura maggiore - s'intensificheranno nei prossimi anni. Bisogna corazzarsi, stringere i denti e chinare la schiena per cercare di resistere all'impatto della tempesta. Non soltanto c'è la crisi economica, non soltanto la produttività non cresce e, anzi, è in picchiata, ma il paese sta a poco a poco invecchiando. Si lavora di meno un po' perché c'è (per ora?) meno lavoro - e meno lavoro in settori innovativi che possano servire da volano per rilanciare l'economia - e un po' perché quelli che invecchiano si ritirano a vita privata. Qualcuno lamenta il fatto che nei paesi occidentali e in Italia si nasce poco, rallentando così il ricambio generazionale e restringendo la quantità di persone che lavorano (ma qualcun altro potrebbe obiettare: perché fare figli, se poi anche le opportunità professionali si riducono sempre di più? A meno che non accettiamo la premessa che un cervello giovane è mediamente più creativo e innovativo di un cervello logorato dall'età). Su questo non ho un'opinione ben precisa. Da un lato è vero che, mancando forze fresche, difficilmente il paese potrà risollevarsi e difficilmente si troverà chi, lavorando, potrà mantenere il sistema di welfare per la piattaforma sempre più ampia di chi non lavora più. La piramide, alla cui base c'era la popolazione attiva e al cui vertice c'erano gli individui in quiescenza - come si dice in burocratese -, si sta ribaltando: provateci voi a far restare in equilibrio una piramide sulla sua punta! D'altro canto non mi sembra neanche una tragedia la prospettiva che tra qualche decennio la popolazione dell'Italia si riduca a poco più di quaranta milioni d'individui (perché sono queste le proiezioni che ho letto da qualche parte), anche se io non sarò più qui a constatarlo di persona perché farò parte di quei venti milioni di scomparsi. Però, prima di arrivare a quel risultato finale, dovremo attraversare un periodo, chissà quanto lungo, di progressiva diminuzione dei giovani e di aumento degli anziani inattivi, che ovviamente richiederanno sempre più cure per via dell'allungamento della vita media. Il passaggio sarà quindi graduale. Che fare nel frattempo? Esisteranno le risorse necessarie per garantire ancora a lungo i livelli di welfare che tutti oggi considerano scontati e dovuti? Sarà possibile tirare una coperta sempre più stretta? Con queste premesse, a me pare ovvio che c'impoveriremo: un dato di fatto che molti preferiscono non vedere, fingendo che malgrado tutto potremo mantenere anche in futuro lo stesso stile di vita ignorando questi cambiamenti demografici, come se nel frattempo nulla fosse successo. Oppure giungerà il momento in cui verranno incentivati i suicidi o verrà invocato lo sterminio della massa di inattivi per alleggerire il peso su chi è invece ancora attivo? Quando vedremo lo stato reale delle risorse a nostra disposizione assisteremo forse a una competizione sempre più aspra per accaparrarsele? La questione non è se la tempesta si abbatterà su di noi, ma quando e con quale potenza.
11:24 in Irritazioni, disgusti, idiosincrasie | Permalink | Comments (2)
Di tutti i dibattiti - chiacchiericcio, in realtà - che increspano la politica italiana negli ultimi tempi non me ne frega nulla. Se non ho raggiunto uno stato di completa atarassia, poco ci manca. Non credo che nessuno possegga, al di là delle contrarie dichiarazioni ottimistiche, non dico la formula magica per risolvere la situazione disastrosa in cui versa il nostro paese, ma nemmeno un'idea appena appena vaga di una via praticabile da percorrere, e penso che, se anche ce l'avesse, la realtà s'incaricherebbe di mostrare che non funziona, mutando con tale rapidità da frustrare ogni tentativo, per quanto benintenzionato, di intervento. Lo vediamo da qualche mese con le manovre dell'attuale governo, in perenne rincorsa per tamponare una realtà che continua a sfuggire agli aggiustamenti, come una biscia viscida che sguiscia via dalla presa. E' il classico dito nella diga, che chiude provvisoriamente una falla quando la pressione dell'acqua ne apre subito una nuova da un'altra parte. E' svanita la fiducia che facendo così o cosà si otterrà come risultato questo o quest'altro. Mi fanno ridere, quindi, quelli che pensano - o, magari non pensandolo sinceramente, lo sostengono - di avere la ricetta ad hoc in mano. Ormai, anche quando le proposte di qualcuno mi paiono mediamente più sensate, non vi aderisco con convinzione, ma mantengo un certo distacco interiore improntato a una sfiducia di fondo e a un margine di sospetto, come se avvertissi che dietro le buone intenzioni si nasconde qualcos'altro. E taccio delle perplessità che continuo a nutrire sull'efficacia di propositi che comunque trovo più sensati di altri. Per troppo tempo ci è piaciuto affondare nella palude: andare avanti ci farebbe sprofondare del tutto, la strada per tornare indietro ci è preclusa e le vie d'uscita che si scorgono sono, per lo più, immaginarie.
18:51 in Irritazioni, disgusti, idiosincrasie | Permalink | Comments (2)
“Io vorrei che Ahmadinejad si facesse finalmente la sua atomica, che sarebbe un elemento di stabilità per il Medio Oriente. Israele ce l'ha, è un problema di equilibrio. Non è un dittatore, è eletto come gli altri. Non è uno schifoso, è una persona perbene che fa una politica diversa da quella degli Stati Uniti sostenuta da Israele. lo lo appoggio totalmente”. Così ha sostenuto, con la solita lucidità del suo pensiero debole - anzi, debolissimo, ormai spappolato - Gianni Vattimo, intervistato - leggo - dalla trasmissione radiofonica La Zanzara. Ormai ho la sensazione che il postmodernismo e il relativismo culturale spinto agli eccessi siano una malattia mentale. Ma niente di nuovo, da parte di Vattimo, che già qualche anno fa si era offerto di portare lui i razzi di Hamas in Israele o aveva spiegato che la Svizzera è un paese reazionario (mentre l’Iran, evidentemente, è la culla del progresso e dei diritti civili). Per rispondergli, riprendo quello che Massimiliano Parente gli ha scritto, già il 29 maggio 2004, in un pezzo ora raccolto in Parente di nessuno: “Potevi, prima di accodarti a antioccidentali professionisti come Noam Chomsky, Jean Baudrillard, Gore Vidal e compagnia bella per anime belle, potevi studiare islamisti come Gilles Kepel e Bernard Lewis, o scrittori come Salman Rushdie, insomma farti venire qualche dubbio, tu che i dubbi li coltivi, e qualche dubbio insufflato a questa sinistra piazzista sarebbe stato già qualcosa. Non una grande idea, ma un seme prezioso nell'orto dell'Ulivo. Oppure, mazzinianamente, pensiero forte azione forte, puntare non a Strasburgo ma al clan di Bashar Assad e ai mullah di Teheran, unirti alle brigate di Al Aqsa e ai seguaci di Sayyid Qutb. A loro una testa così, di un pensatore debole, omosessuale e cattolico, manca proprio.” Mi limito ad aggiungere: buon viaggio, Vattimo, e ci faccia sapere com’è andata. Dovessero impiccarla, non si preoccupi, manifesteremo anche per lei.
11:04 in Irritazioni, disgusti, idiosincrasie | Permalink | Comments (4)
Qualche giorno fa un sondaggio condotto in Germania su oltre settemila studenti ha rivelato che metà di loro non sa che Hitler fu un dittatore e un terzo pensa che fosse un difensore dei diritti umani. Un quaranta per cento, poi, ritiene che dittatura e democrazia si equivalgano. Non faccio commenti né fornisco ipotesi interpretative, ma mi limito a registrare il mio stupore: pensavo che, in Germania, almeno le nuove generazioni sapessero chi è stato il più famoso dittatore autoctono. Noto con piacere che la differenza tra dittatura e democrazia la conoscono meglio gli studenti residenti in un land dell'ex Repubblica Democratica Tedesca: è evidente che, se non loro direttamente, almeno i loro genitori hanno avuto esperienza della prima e sanno sulla propria pelle che le due cose non si equivalgono.
Ma non è tanto di questo che volevo parlare. Gli interpellati sono ancora ragazzi e spero che, prima o poi, colmeranno le loro lacune. A pensarci bene, le loro risposte non sono poi così assurde, soprattutto quando passo a leggere i commenti dei lettori in fondo all'articolo del Corriere della Sera. Tra gli altri ne riporto uno perché mi sembra esemplare e significativo. Esemplare perché dà voce a un'argomentazione che ho sentito spesso, e da parte di persone adulte, mica studentelli di liceo o di qualche istituto professionale. Un anonimo scrive: "Allo stato dei fatti dittatura e democrazia si equivalgono, anzi la democrazia è peggio perché si nasconde dietro la menzogna che il potere appartiene al popolo. Una dittatura ad opera di una persona che ha a cuore il proprio popolo è di gran lunga più auspicabile della nostra amata democrazia corporativa". E' il tipico modo di ragionare di chi ha goduto e gode di tutti gli aspetti positivi della democrazia e li dà così per scontati da non rendersene più nemmeno conto e non essere nemmeno grato che sia così e non diversamente. Forse c'è qualcuno che suppone che siccome la democrazia non equivale al paradiso terrestre - e all'abolizione di ogni male, compresi quelli metafisici e inerenti alla condizione umana - allora non vale niente. Per il tizio che ha vergato questo pregevole commento, dunque, essere gassati e poter sparare minchiate sul sito di un quotidiano sono la stessa identica cosa (anzi, la democrazia è pure "peggio"). Ne prendo atto, lieto che la democrazia dia modo a tutti di esprimere le proprie potenzialità.
19:53 in Irritazioni, disgusti, idiosincrasie | Permalink | Comments (2)
Ieri ero al "Libraccio" e stavo sfrucugliando i libri usati di storia, politica, attualità e cose così. Ero arrivato al tema Medio Oriente, che tengo sempre d’occhio nel caso in cui mi capiti una perla inedita, e ho trovato una gemma: "Arafat" di Mario Ca.panna, edizioni Rizzoli, del 1989. Si tratta di una lunga intervista al terrorista, pardon, al premio Nobel per la pace palestinese. L'ho sfogliato, ho letto qualche frase qui e là, ho persino riflettuto per un attimo se fosse il caso di comprarlo - obbedendo a quel gusto dell’orrido per cui qualche volta si compra della vera e propria spazzatura -, ma poi il disgusto mi ha sopraffatto e l’ho rimesso sullo scaffale. Però il volume è a suo modo istruttivo: Mario e Yasser si danno del tu come due vecchi amici: non è un’intervista, ma è una bella chiacchierata tra due personaggi che hanno un’intesa perfetta - è tutto un pissi-pissi e una serie di smancerie -, e in quarta di copertina campeggia una foto di loro due che, ridanciani, si abbracciano. Fa quasi impressione, soprattutto se si pensa alla scia di atti terroristici che l’Olp e i terroristi palestinesi si erano appena lasciati alle spalle negli anni Settanta e Ottanta. Evidentemente, massacrare ebrei innocenti e imbelli per manifestare la propria opposizione alle politiche di Israele era una via praticabile e giustificabile, non soltanto per gli Arafat, ma anche per i suoi amici antimperialisti e terzomondisti di sinistra. Alla fine ho preferito comprarmi un vecchio saggio che racconta “storia e retroscena del raid israeliano in Uganda” che salvò gli ostaggi israeliani di un volo Air France dirottato da un commando di terroristi palestinesi, di quelli che stavano simpatici a Ca.panna.
E così ho finito per pensare a Ca.panna e al tipo di sinistra che lui incarna. Sugli scaffali dedicati al pattume scritto e pubblicato dai vari uomini politici italiani c’erano anche i suoi pregevoli volumi che, in tono misticheggiante, rievocano gli anni sessanta, le “lotte” del Sessantotto, e così via ("Formidabili quegli anni", tanto per intenderci). Lui e quelli della sua risma non hanno ancora smesso di predicare e di sentirsi nel giusto. Oggi, per esempio, Ca.panna è impegnato a combattere, lancia in resta, gli Ogm, perché lui ha stabilito che fanno male e che, ovviamente, servono solo gli interessi delle multinazionali imperialiste-assassine-antiproletarie (e, a questo punto, viste le sue frequentazioni del 1989, anche un po’ giudaiche). Lo fa per partito preso, ancora prima di avere dei solidi risultati dagli studi scientifici, che anzi vorrebbe soffocare e vietare a priori, come si apprende da questa triste vicenda e dalla “Fon.dazione Di.ritti Gene.tici” che presiede. Siccome il suo compito è la difesa del Bene e siccome il Bene è quello che dicono lui e quelli come lui, ecco che bisogna impedirne persino la ricerca. A questo punto uno si domanda quale sarebbe la differenza con quei fondamentalisti cattolici che vietano la fecondazione eterologa o la pillola del giorno dopo dicendo che loro sanno che non soltanto contravvengono all’etica cristiana, ma che fanno pure male alla salute delle donne. Insomma, il soggetto è rimasto quel che è.
Da tutto questo traggo un umile insegnamento: mi stupisco sempre quando uno riesce a sfangarla per tutta la vita pur non essendo in grado, letteralmente, di combinare nulla di buono o, peggio, pur sbagliando tutte, ma proprio tutte, le scelte che ha fatto. E sentendosi comunque sempre dalla parte giusta. Perché oggi non soltanto lui continua a sproloquiare, ma si è lasciato dietro - anche grazie alla mitizzazione delle imprese della sua parte politica - un’eredità tossica che continua ad avvelenare buona parte della sinistra. Alternativa, antagonista, antimperialista, terzomondista, miserabilista: chiamatela come volete, ma è proprio quella roba lì, sintetizzata dall’abbraccio tra un inetto e un terrorista.
20:19 in Irritazioni, disgusti, idiosincrasie | Permalink | Comments (1)
Ogni tanto salta fuori la stessa storia: un reportage straordinario sulle studentesse universitarie che, per arrotondare o per concedersi qualche extra, si fanno pagare per fare sesso, pur non esercitando professionalmente l’antica arte del meretricio. Ricordo, di recente, un libro pubblicato da Rizzoli, se non erro, in cui l’autore - un giornalista di cui non rammento il nome - era andato in cerca di tutte queste studentesse prostitute a part time per indagare sulla loro storia e capire che cosa le aveva spinte a quell’attività. Ricordo anche che l’ho letto, a spizzichi e bocconi, la mattina seduto sul cesso, per favorire la defecazione. Poi l’ho buttato (ché tanto era un avanzo di redazione).
Stavolta tocca al Corriere della Sera, che ha pubblicato un pezzo grondante perbenismo, a partire dal titolo (“La storia (brutta) di Ilaria”) fino alla frase finale (“Provare a immaginarsi un luogo dove avere una progettualità più ampia che si prenda cura del tempo di tutti, anche di quello di Ilaria”, come se magari a “Ilaria” e ad altre come lei non andasse benissimo usare il proprio tempo facendosi pagare per fare sesso). Il pezzo è stato ripreso e commentato oggi dal blog del Corriere Solferino28anni, che in teoria è dedicato al mondo giovanile ed è curato dai redattori più giovani della testata, in cui si pone - un po’ capziosamente e, forse, in maniera retoricamente speranzosa - la domanda: “Fareste sesso a pagamento per pagarvi gli studi?”. La speranza è che, naturalmente, i giovani lettori comme-il-faut del Corriere rispondano: No, giammai!
Noto innanzitutto che si parla sempre di ragazze che si prostituiscono o al massimo, in qualche commento, di ragazzi che fanno gli “gigolo” per “signore mature” e non di ragazzi che smarchettano per altri uomini, come se anche questo non fosse un possibile mercato, benché - forse - meno redditizio di quello della prostituzione femminile (giacché il potere della scarsità è decisamente minore tra gli omosessuali maschi, il che, per la legge della domanda e dell’offerta, dovrebbe abbassare i prezzi delle prestazioni e le possibilità di guadagno). Io posso dire che se ai miei tempi avessi avuto le physique du role e la capacità di farmelo rizzare con la sola forza di volontà, a prescindere da chi avessi avuto davanti, l’avrei fatto. Per disgrazia mia, invece, mi piacevano (e mi piacciono) i miei coetanei o quelli più giovani di me (oggi più questi ultimi che i primi, in realtà) e difficilmente, ventenne, avrei potuto convincere un altro ventenne a pagarmi per scopare con me. E con un cinquantenne avrei senz’altro fatto cilecca. Tanto di cappello - o di cappella? -, quindi, a tutti quelli che sono in grado di garantire una prestazione decente a comando.
Anzi, a dirla tutta, io trovo comprensibile - e in qualche modo addirittura lodevole - ed eticamente ineccepibile chi offre sesso a pagamento per “arrotondare” o per condurre uno stile di vita più “lussuoso” di quello che altrimenti potrebbe permettersi. In questo caso si tratta di una scelta libera: ci sono certe cose che piacciono e che costano e se il modo di avere i soldi per ottenerle è concedere provvisoriamente in uso a terzi una parte del proprio corpo, perché non farlo, visto che non c’è costrizione? Non è certamente il caso di chi si prostituisce perché deve guadagnarsi il minimo indispensabile per sostentarsi o - peggio ancora - di chi viene costretto con la forza alla prostituzione: in quest’ultimo caso, poi, siamo nell’ambito del crimine contro la persona che dovrebbe essere punito in quanto tale. Ma per quanto riguarda le studentesse - e gli studenti - che sono capaci di farlo (superando magari il ribrezzo che proverebbero nel fare sesso con qualcuno con cui gratis non lo farebbero o, nel caso dei maschi, procurandosi un’erezione a comando), è un’attività che io consiglierei, persino: massima resa (economica) con il minimo sforzo e un ridotto impiego di tempo, dato che gliene resterebbe a sufficienza per studiare e non gli cuocerebbe il cervello come invece farebbero altri impieghi usuranti. Senza contare che la cosa dovrebbe fare contenti anche i "socialisti", perché si tratterebbe di una forma straordinaria di redistribuzione del reddito (oltre che di solidarietà intergenerazionale).
17:43 in Irritazioni, disgusti, idiosincrasie | Permalink | Comments (1)
Più sono fuori di zucca, più li andiamo a cercare. A quanto pare, Magdi Allam si candiderà alle prossime elezioni politiche - non sapevo che fossimo già in campagna elettorale - con il suo movimento Io amo l'Italia (a cui andrebbe aggiunto, dati i risultati conseguiti in passato: ... ma lei non ama me) e ieri ha rilasciato un'intervista al Giornale, che purtroppo non riesco a trovare nella versione online. E' un vero peccato. Di solito butto un occhio o leggo qualche riga dei suoi editoriali - spassosissimo quello, recente, in cui frignava per gli attacchi e i tradimenti a cui è esposto il povero Ratzinger: sembrava un bambino a cui avessero tolto il ciuccio - e sono infinitamente grato al Giornale che ha bonificato il Corriere della Sera di firme come la sua o quella di Alberoni. L'intervista di ieri, però, è interessante perché l'Allam ci presenta la sua soluzione per la salvezza economica dell'Italia: uscire dall'euro. Anzi, per meglio dire: "Noi pensiamo che lo Stato italiano debba tornare a emettere la propria moneta a parità di cambio con l'euro, che continuerebbe ad avere corso legale". Più o meno la "pazza idea" ventilata da Berlusconi settimana scorsa. Aggiunge il buon Magdi: "Riacquisteremmo la nostra sovranità monetaria. Ci troveremmo nella condizione della valuta necessaria per pagare i 100 miliardi che lo Stato deve alle imprese, delle risorse per lo sviluppo". Ora io non sono un economista, ma a occhio e croce mi pare d'individuare due problemi in questa proposta. In primo luogo, la "parità" con l'euro non durerebbe a lungo perché, a poco a poco, la lira (o come la si voglia chiamare) si svaluterebbe a causa dell'enorme debito pubblico italiano e della scarsa credibilità che lo Stato avrebbe sui mercati (nessun complotto, ma banalmente uno ti presta i soldi se offri garanzie di restituirglieli, e se le garanzie sono scarsine, il suo prestito te lo fa pagare caro). In secondo luogo, be', la soluzione che prospetta Allam è di aumentare l'inflazione. Più moneta circolante equivale alla diminuzione del potere d'acquisto e quindi a un aumento dell'inflazione. E un aumento dell'inflazione equivale a una corrosione progressiva dei risparmi e a una diminuzione reale dei redditi dei lavoratori - a meno che Allam non abbia un'altra straordinaria idea: la reintroduzione della scala mobile. E che cos'è l'inflazione se non una forma di tassa patrimoniale che colpisce soprattutto i ceti meno abbienti della popolazione? L'idea è semplicemente ridicola: abbiamo bisogno di soldi? Stampiamoli, così avremo delle risorse per lo sviluppo. Insomma, io ho bisogno di X euro, tu me li presti, io vado di là, tiro fuori la macchinetta per stamparli e te li restituisco o, se mi hai venduto qualcosa, ti pago così. Un genio dell'economia, questo Allam, e mi stupisco che non lo candidino al Nobel. L'intervista, poi, si conclude con la solita tirata contro le libertà individuali, inquadrate nella triade malefica "aborto, eutanasia, matrimonio omosessuale". E Allam ha pure il coraggio di dire: "Abbiamo messo in soffitta la ragione". Non saprei dargli del tutto torto: è perché "abbiamo messo in soffitta la ragione" che adesso abbiamo tra i piedi gente come lui, i cristianisti, che vorrebbero semplicemente sostituire un fondamentalismo - il loro - a un altro, ridefinendo il primo come conforme alla ragione.
E così in questi giorni ci siamo sollazzati con la telenovela gentilmente offertaci dalla Lega Nord, un nuovo episodio della serie “Incompetenza e corruzione”, ennesima replica, niente di nuovo sotto l’italico sole che continua a splendere, implacabile, sul letamaio della politica italiana. Di primo acchito mi vengono due considerazioni da fare - per carità, niente di originale, ma puro buonsenso. La prima è che la Lega Nord, con i soldi (dei contribuenti, cioè nostri e vostri), ha pagato le spese private del figlio di Bossi, il quale a sua volta era stato candidato ed eletto al consiglio regionale della Lombardia, malgrado la sua inettitudine, lombrosianamente manifesta. Studi universitari - diciamo così - all’estero, automobili, guardie del corpo private, “nemmeno il caffè si pagava” - dicevano - e usava la Lega come il suo bancomat privato. Che cos’è questo se non il vecchio vizio italiano di favorire la propria famiglia sopra ogni altra cosa? Dove manca il cittadino, dove mancano le virtù civiche, si chiude volentieri un occhio davanti alle malefatte e alle incapacità dei propri parenti. Questa è, in nuce, l’ “etica mafiosa”: la mia famiglia prima di tutto, anche quando la mia famiglia si copre di qualche reato. E così Bossi e la Lega, che si volevano tanto anti-italiani, hanno dimostrato di essere arci-italiani, sì, ma nell'aspetto peggiore. Possiamo tranquillizzarci: tutte le loro fanfaronate - le dichiarazioni pseudo-eversive, l’ampolla della sacra acqua del Po, l’identità padana - erano solo un flatus vocis, fumo per nascondere l’integrale italianità della Lega. In secondo luogo mi ha divertito leggere le interviste e le dichiarazioni di certi leghisti - tipo Zaia e altri - che sostengono, ora, che è stato un errore candidare il “Trota” e farlo eleggere in consiglio regionale. Era meglio tenerlo fuori. Sono tutti bravi a dire dopo quello che bisognava fare prima: ma se era così evidente, perché non l’hanno detto prima, considerando anche il fatto che per permettere la sua elezione sono pure stati violati gli statuti stessi della Lega? E se non protestavano loro che ci sono dentro, chi avrebbe dovuto farlo? Non l’hanno fatto perché, ovviamente, la Lega è un partito formalmente leninista: il capo decide tutto e con gli statuti ci si pulisce il deretano, se lo ritiene opportuno. Insomma, questo è il proverbiale senno di poi di cui queste fosse ormai tracimano. Infine, guardando le brillanti carriere di gente come Francesco Belsito o Rosy Mauro, semianalfabeti che però hanno sentito la necessità di comprarsi una laurea, ho sempre più la conferma che la politica è l’ultima risorsa a cui si aggrappano i miserabili quando non sanno fare proprio niente nella vita. Quando si dice premiare il merito.
Ha 27 anni mia madre quando si trasferisce dalla sua città natale di C. alla città di G. Ci si trasferisce con la sua più cara amica A. perché hanno trovato tutt'e due lavoro lì. La distanza fisica è insignificante, nemmeno 150 chilometri, ma la distanza psicologica le sembra insormontabile. Mia madre non si abituerà mai davvero alla città di G. e ancora adesso, ogni volta che torna a C., sembra un'emigrata che rientra dall'Australia dopo decenni di assenza e si commuove alla vista del paesello natio. A. ci resta poco, nella città di G., e poco tempo dopo si trasferisce a Roma. Mia madre, che potrebbe seguirla, non lo fa. Per pigrizia o per mancanza di coraggio, forse. In questo caso anche la distanza fisica diventerebbe considerevole e lei non vuole allontanarsi troppo dalla sua famiglia e da sua madre, mia nonna. Lo trova intollerabile. E così il resto è storia. Rimane a G., qualche anno dopo conosce mio padre e poi nasco io. Ripensando a tutto questo ieri - mentre lei sgrana con il tassista il suo rosario sulle delizie di C. e sulle nequizie di G. -, io mi abbandono a un gioco e a un'ipotesi oziosa. Se davvero mia madre si fosse trasferita a Roma, non avrebbe conosciuto mio padre. E io non sarei mai nato. Non sarebbe stata una gran perdita per il mondo. L'essere che chiamo io - per parafrasare il modo in cui Marguerite Yourcenar inizia Care Memorie - e che è giocoforza il centro mondo, perché è il punto da cui s'irradia la mia coscienza del mondo, non sarebbe mai esistito. Io, che in quanto soggetto e come tutti i soggetti sono per me la cosa più importante - anzi, fondamentale, perché senza soggetto non c'è percezione dell'altro -, scopro di non essere così importante, di essere anzi irrilevante, frutto di una casualità. Tanto che sarebbero bastate una frase e una decisione di quella donna, che in quel caso non sarebbe più stata mia madre, perché io non fossi. Mi calo dentro questa riflessione come in un pozzo: è rassicurante e rasserenante, quasi, tanto che mi viene voglia di spingermi un po' più in là. Già il fatto che io sia io e non un altro è il frutto di una casualità, perché tra milioni di spermatozoi solo uno è andato a fecondare quell'ovulo da cui sono nato quell'essere-che-chiamo-io. E' una disdetta che per scoprire i vantaggi del non-essere si debba per forza passare per l'essere.
