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Le infamie di ieri

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22/07/2008

Berlino: Ossessioni alimentari

Quando torno in Germania - ovvero, a Berlino e dintorni - ho un "set" di dipendenze alimentari che devo soddisfare. Con il passare del tempo sono cambiati i singoli componenti di questo set: qualcosa è uscito e qualcos'altro è entrato. In occasione di questo ultimo soggiorno berlinese ho pagato il mio tributo volontario a tre specialità:

1) La prima ossessione, abbastanza recente perché l'ho scoperto solo due anni fa, è il Malztrunk (detto anche Malzbier), di cui nemmeno lui - che sta stilando un meritorio elenco di prodotti alimentari diffusi in Germania ma ignoti in Italia - conosceva l'esistenza. Si tratta, in pratica e per farla breve, di una birra scura analcolica e dolciastra. Analcolica perché il lievito viene aggiunto alla temperatura di 0° C e non fa in tempo a fermentare; dolciastra perché addizionata di glucosio. Così ha un vago retrogusto di birra, ma allo stesso tempo è dolce e frizzante come una Coca Cola. Una delizia. Ne ho bevuto quantitativi ingenti, in attesa di indagare se sia reperibile anche in Italia (ma in questo caso, come suggerisce lui, non sparirebbe anche l'incanto?)

Malztrunk   

2) La seconda ossessione è il bretzel. Su questo non c'è niente da dire, lo conoscono tutti. Stavolta mi sono limitato: ne ho mangiati solo due. Solitamente esagero, soprattutto se sono in giro da solo. Non soltanto bretzel - talvolta nella variante con sopra il formaggio fuso e incrostato -, ma anche quei piccoli panini dal colore marrone dorato e bianchissimi dentro fatti con lo stesso impasto. Meglio se sono caldi di forno e ancora morbidi all'interno. E quando i granelli di sale scivolano sulla lingua e scricchiolano tra i denti, per me è una vera libidine. So bene che non è un prodotto esclusivamente tedesco e, non a caso, l'anno scorso ne ho mangiato uno gigante a New York. Per una volta ho apprezzato la megalomania degli americani.

Brezel  

3) La terza ossessione è una delle più antiche, ma durante il soggiorno berlinese mi sono abbandonato solo una volta a questo piacere. E' il "Mohnkuchen", il dolce tedesco che racchiude tra due strati un impasto di ricotta e semi di papavero. Penso che potrei sbafarmene un tronco intero senza battere ciglio. In questo caso sono davvero in prossimità della dipendenza e chissà che non siano proprio tutti quei semi di papavero a indurla. Mi piace comunque e a prescindere: non soltanto quello delle panetterie o delle pasticcerie, ma anche quello industriale che si trova nei supermercati.

0700    

21/07/2008

Misto berlinese

I

Decisiva è, a Berlino, la scelta della collocazione dell'alloggio. Negli ultimi anni mi ero affezionato a Prenzlauer Berg, ma già l'anno scorso mi sono spostato al confine tra Kreuzberg e Mitte. Quest'anno l'albergo era definitivamente a Kreuzberg, anche se non nella parte più animata del quartiere. Il posto dove si sta funziona anche da "punto di irradiamento" e, in una città tanto estesa come Berlino, si rischia di inflazionare un po' quello che sta attorno a questo punto e trascurare tutto il resto. Ecco perché, dopo un po', mi è sembrato il caso di cambiare prospettiva. L'albergo non era un vero e proprio albergo, ma un "ostello della gioventù". Negli ultimi anni, oltre a quelli ufficiali dell'organizzazione internazionale, sono sorti a Berlino una pletora di "Jugendhotel" che hanno non soltanto posti letto in camerate, ma anche stanze singole o doppie, con bagno incluso. Il rapporto qualità-prezzo è solitamente ottimo, quindi tanto vale scegliere uno di questi invece di un "normale" albergo. Quello che però non sapevo, quando ho prenotato all'Aletto - questo il nome dell'ostello - è che, più che da giovani backpackers, sarebbe stato occupato (o, per usare un termine più calzante, preso d'assalto) da una torma di studenti in gita scolastica - perché le vacanze estive, in Germania, durano solitamente un mesetto e le lezioni proseguono spesso fino a metà luglio -, con conseguenze prevedibili. Le scolaresche, infatti, si muovono quasi esclusivamente in massa, bloccando ingressi, porte, ascensori e, soprattutto, la sala per la colazione, malgrado questa fosse scaglionata per fasce orarie. E' capitato persino che una mattina dalla doccia non uscisse più acqua e che l'impianto idraulico soccombesse al superlavoro. Detto questo, io credo che gli insegnanti di tutto il mondo che accompagnano gli studenti in gita siano dei santi. Io dopo due giorni meditavo l'omicidio, dal quale avrei risparmiato poche vittime, a patto che mi offrissero uno strip-tease personale.

II

E' solo quando voglio mostrare una città come Berlino a chi non l'ha mai vista che mi rendo conto di quanto sia enorme e quanto risibile la pretesa di far vedere davvero qualcosa in cinque giorni. A meno che, per l'appunto, la visita non consista in un puro e semplice giro su uno di quegli autobus scoperchiati che ormai si vedono anche a Milano, con la voce della guida in sottofondo che spiega i monumenti, facendo voltare le teste di colpo come a un match di tennis. Insomma, per farla breve, abbiamo visto l'essenziale - sul quale stavolta sorvolo, ma avete capito benissimo: Alexanderplatz, Nikolaviertel, Unter den Linden, Gendarmenmarkt, Ku'damm e via sberlineggiando - e anch'io sono riuscito a vedere qualcosa di nuovo: il Deutsche Guggenheim, per esempio, che però è stato abbastanza deludente. Una sola grande sala e una saletta con delle proiezioni video che a me non hanno detto nulla, ma si sa che io non sono un esperto d'arte, tanto che a un certo punto sono sbottato nel più classico dei refrain piccolo-borghesi: "'Sto Guggenheim mi sembra una cagata e l'arte contemporanea una cialtronata pazzesca!". Molto meglio è andata invece con la Berlinische Galerie, nella Alte Jakobstrasse, aperta pochi anni fa. Ci siamo andati attratti soprattutto dalla mostra fotografica di Herbert Tobias, di cui avevo trovato il dépliant in un bar gay della Motzstrasse: quella che si dice serendipity - o, in italiano, "botta di culo" -, perché altrimenti a nessuno dei due sarebbe venuto in mente di andarci. Però non soltanto la mostra di Tobias vale una visita, ma anche le altre mostre in corso - la retrospettiva di Frieda Riess e Piracy di Ronald de Bloeme - sono piuttosto interessanti. Altre visite sono state più "di routine": per esempio quella al museo gay di Mehringdamm, dove ero così sfinito che mi sono dovuto far forza per non addormentarmi su una poltrona finto-Marcel Breuer, col rischio di essere scambiato per un Exponat museale. Vero è, però, che anche le visite più scontate mi hanno riservato qualche sorpresa: per la prima volta, per esempio, sono entrato nel Deutscher Dom di Gendarmenmarkt e mi sono guardato la mostra allestita dal Bundestag e dedicata alla storia del parlamentarismo in Germania, intitolata - come piace fare ai tedeschi, che amano giocare con certi vezzi della loro lingua - "Wege, Irrwege, Umwege" (Vie, strade sbagliate e vie traverse). E sono sceso sotto il Memoriale per lo sterminio degli ebrei, dove c'è una delle mostre più toccanti, più informative e - fatto importante - più chiare dedicate all'Olocausto.

III

Ma Berlino è bella anche perché è un teatro a cielo aperto: basta camminare, tenere gli occhi aperti e ci si imbatterà per forza in qualcosa di insolito, non fossero altro che le facce della gente che la abita. Gente che se ne va in giro fottendosene bellamente dell'impressione che fa e in cui in genere uno può essere sé stesso - o una rappresentazione di sé stesso, se lo ritiene opportuno - senza suscitare più di una scrollatina di spalle. Il trend di quest'anno - come ha osservato anche lui, nel suo elenco di "curiosità berlinesi" che testimoniano uno sguardo vergine sulla mia città preferita - è il ciuffo colorato di rosa, rosso o viola: un fenomeno intergenerazionale che riguarda adolescenti e vecchie signore in ugual modo e che attraversa un po' tutte le classi sociali. Tra le scene a cui abbiamo assistito ne ricordo due. Una in metropolitana: davanti a noi sono sedute due ragazze americane e una mostrava all'altra qualcosa sventolando il portafoglio aperto. In quel momento passa un tizio - alto, allampanato, con i denti sporgenti e l'aria svagatamente sciatta - che dice loro, in tedesco, di non agitare così il portafoglio perché qualche malintenzionato potrebbe rubarlo. Le due non capiscono - o saggiamente fingono di non capire -, abbozzano qualcosa, ma il tizio insistono e continua a metterle in guardia, mimando con gesti goffi un tentativo di furto e alzando la voce, come se questo bastasse a svelare alle due il significato dei suoi moniti. Il bello, però, arriva dopo: quando mi giro vedo che lui ha in mano un quadernetto e una penna, che porge alle due ragazze. Sembra che voglia convincerle a scrivere qualcosa sul quaderno - forse il loro numero di cellulare. Vedo che una delle due ragazze nicchia, mascherando con abilità un certo terrore, mentre l'altra cerca di ignorare il tutto. Io penso - guardando le mani e le unghie di lui, non proprio fresche di manicure - che anche lei sia sopraffatta dal ribrezzo. In quel momento lui capisce di non avercela fatta e borbotta qualcosa del tipo: "Vabbe', io ci ho provato". Mentre se ne va, mi cade l'occhio sulla bavetta all'angolo della bocca che mi ricorda il Forlani dei tempi di mani pulite e provo un misto di imbarazzo e di pietà per lui: vorrei sprofondare al suo posto. La seconda scena, invece, è più piacevole ed è un'evoluzione moderna della tecnica del lavavetri. All'angolo tra Mehringdamm e Tempelhofer Ufer il semaforo è verde per i pedoni e rosso per le macchine: un ragazzo e una ragazza si buttano in mezzo alla strada e, emettendo strane urla, esibiscono la loro arte da giocolieri lanciandosi una serie di birilli bianchi. Io, che sono ansioso di natura, temo nell'ordine: che gli scappino i birilli di mano mentre il semaforo per le macchine diventa verde, che colpiscano per errore il parabrezza di una vettura, che vengano spiaccicati sull'asfalto. Così rimango rapito a osservarli. Tutto invece va per il verso giusto e, un attimo prima che il semaforo cambi colore, loro passano di macchina in macchina a chiedere un contributo per lo spettacolo.

IV

Questa volta - mi si passi il bon mot - niente culi-in-aria, ma molta culinaria. Chi ha detto, infatti, che in Germania non si mangia bene? A Berlino si mangia benissimo: l'offerta è molto ampia e i prezzi sono più che abbordabili - a dire il vero qualche volta siamo rimasti stupiti di quanto poco abbiamo pagato pur essendoci strafocati di cibo. A ogni forchettata pensavo ai patimenti subiti a Parigi - miei personali, oltre che del mio stomaco e del mio portafogli - e ringraziavo dentro di me la Gastronomie berlinese. Naturalmente abbiamo mangiato "tedesco" due o tre volte, provando tra l'altro il primo buffet eat-as-much-as you can applicato alla cucina tedesca, e traendone grande soddisfazione, ma per il resto abbiamo praticamente attraversato tutto il globo. Ci hanno sfamato, nell'ordine: un ristorante eclettico vietnamita-thailandese della Danziger Strasse, denominato molto opportunamente "Rice Queen" - e infatti il cameriere era un orientale gaio assai e molto gentile, come sanno essere gli orientali quando queste due caratteristiche si combinano -; un ristorante libanese nella Kollwitzstrasse - una delle mie strade preferite, a Prenzlauer Berg, costellata di "mangerie" di vario genere e già molto frequentata da me e da lui durante il nostro soggiorno di tre anni fa -; un ristorante mongolo di Pankow - dal nome, che brilla per originalità, di Chinggis - che sono riuscito a ritrovare solo grazie alla consulenza della metà bionda e schwul di loro due, defilato com'è nella Bornholmer Strasse e, infine, un ristorante etiope (Blue Nile) proprio accanto al nostro albergo, dove ho provato l'ebbrezza di mangiare con le mani prendendo il cibo con il loro tipico "pane". Consiglio soprattutto quest'ultimo: l'atmosfera è molto gradevole e rilassante, con tutte quelle luci soffuse; le porzioni sono pantagrueliche; la cameriera è di una gentilezza squisita e i prezzi sono "sbalorditivamente" bassi.

V

Nel frattempo, si stanno ingrossando le file degli expats italiani a Berlino, massime tra blogger antichi e nuovi. Noi, invece, umili viaggiatori provenienti da una landa desolata, ci siamo limitati a incontrarli passando con loro un paio di serate e porgendo i nostri saluti. Una sera abbiamo incontrato lei che, fresca fresca da Cracovia, ci ha prima accolto nella sua casa di Kreuzberg - e, devo dire, per un attimo l'ho invidiata (senza alcuna malevolenza, s'intende), anche se in una casa come la sua io rischierei l'imbozzolamento totale e non metterei più il naso fuori - e ci ha poi portato fuori a cena. Un'altra sera, invece, abbiamo incontrato Ale, del duo Stadtschaft - stavolta da solo perché Lupo, l'altra metà del blog, era indisposto - e il neo-paleo-berlinese Kartch. Di quest'ultimo mi stupisce sempre che, malgrado i funghi e la barbetta incolta, continui a dimostrare almeno dieci anni di meno, esattamente come dieci anni fa. Ale, invece, che a volte pensa se non sia il caso di tornare in Italia, l'ho guardato come si guarderebbe un matto: "Comunque non proprio adesso!". Con loro due abbiamo chiacchierato un po' davanti a un bar gay, che si trova a Kreuzberg e si chiama Moebel Olfe, perché insediato in un ex negozio di mobili e a quanto pare molto in voga da un paio d'anni a questa parte, cosa non difficile a credersi vista la quantità di avventori tra i quali, a occhio e croce, non imperava troppo la sindrome da "figalessa" che regna in qualsiasi locale milanese appena appena un po' "trendy".

VI

Il ritorno è stato per entrambi un po' doloroso: a Berlino, questa Berlino, ci si affeziona facilmente. La conosco da vent'anni ormai e se quindici anni fa era ancora eccessivamente aspra - era una città in rapido mutamento, in cui non si sapeva bene che cosa sarebbe successo -, oggi è forse l'unica grande capitale europea davvero a misura d'uomo, in cui non occorre svenarsi per vivere. Come Marlene, insomma, anch'io ho sempre "einen Koffer in Berlin", una valigia a Berlino. 

[Qui le fotografie di queste giornate berlinesi]

13/07/2008

Berliner Luft

Alexanderplatz mit Spargel

Domattina si parte per l'ormai consueto viaggio annuale a Berlino, anche se stavolta è poco più di una toccata e fuga, troppo poco per placare la mia sete berlinese: solo cinque giorni. Devo far conoscere la "vecchia signora" a qualcuno che ancora non l'ha vista. Il ritorno è previsto per sabato 19 e stavolta garantisco un totale "silenzio stampa" fino a quella data. Bis bald!

10/06/2008

Parigi (III)

Sì, va bene - dice - ma che cosa hai visto di questa Parigi in cui hai passato sei giorni? Riapro il mio diario e cerco le annotazioni di questa vacanza. Innanzitutto, l'albergo, in rue du Roi de Sicile: tranquillo, molto anni settanta - vale a dire: vecchiotto e per nulla trendy -, ma pulito. Tranquillo soprattutto perché la nostra stanza dà su un cavedio con, in fondo, i bidoni della spazzatura. L'unico rumore è quello degli inquieti piccioni che la mattina tubano dalle finestre dell'edificio di fronte. Siamo nel Marais: scelta dettata non tanto dalla gaietà della zona quanto dalla comodità di essere in centro. Questo ha i suoi vantaggi, perché si può camminare ed evitare di prendere troppo la metropolitama, ma anche qualche svantaggio, perché rischia di impigrire: un fenomeno che ho già notato quella volta che, a Londra, stavo praticamente a due falcate da Charing Cross Road e mi sono mosso meno del solito.

Vediamo dunque un riassunto, a mo' di cavalcata. Il primo giorno è puramente esplorativo. Come quando si va in piscina e si mette mezzo piede nell'acqua per controllare che non sia troppo fredda, abbiamo subito attraversato la senna e siamo andati sulla rive gauche, a sgranchirci le gambe sul boulevard Saint Michel e sul boulevard Saint Germain. I boulevards di Parigi - questo lo ammetto - sono molto belli e invitano alla flanerie. Quello che non invitava era il tempo, che è stato sempre inclemente: più che pioggia, freddo e vento (e infatti sono tornato raffreddatissimo). Ci siamo spinti fino alla chiesa di Saint Sulpice, tutta impacchettata per i restauri, a guardare il "Giacobbe che lotta con l'angelo" di Delacroix, male illuminato e mezzo nascosto da un tabernacolo e, soprattutto, dalle mediocri icone contemporanee esposte nella stessa cappella. Negli altri giorni, io e M. percorriamo in parte strade separate. Io sono un inquieto e un ansioso: non concepisco, in vacanza, di starmene a letto fino a tardi e sprecare così tutto quel tempo in cui potrei vedere delle cose, così la mattina mi butto fuori e "mi porto avanti". Prima di visitare il cimitero di Montparnasse sono pure salito sulla torre, fino al cinquantaseiesimo piano, per godermi la vista di Parigi stesa ai miei piedi. Una cosa tipicamente da turista. Nel pomeriggio, invece, rinunciamo a vedere le "catacombe" nei pressi di Denfert-Rochereau: stanno per chiudere di lì a mezz'ora e c'è una coda troppo lunga di studentelli inglesi in gita scolastica.

Dopo la visita (in solitaria) al cimitero di Montmartre, il terzo giorno, sono andato a farmi un giro a Belleville, con questo percorso: Boulevard de Belleville, rue des Couronnes e, infine, discesa per rue de Belleville. E qui, effettivamente, sembra di essere in una Parigi diversa, persino più densamente abitata. Ai grandi marchi che ormai hanno conquistato anche Parigi - Starbucks, Zara, H&M, Bershka - si sostituiscono i negozietti che, verso la congiunzione con il boulevard, diventano sempre più cinesi. Ritrovo M. in albergo e da lì proseguiamo per un giro dell'Ile St. Louis: M. vuole mostrarmi la (probabile) casa in cui visse Edmund White quand'era a Parigi. Neanche lui sa con certezza quale sia, ma lo deduce dalla descrizione della vista che White aveva dalla sua finestra. Quando ci fermiamo davanti a un bouquiniste lungo la Senna, cedo alla prima tentazione e compro due libri usati. Poi continuiamo verso l'Institut du Monde Arabe e, più tardi, verso la Moschea che visitiamo, rinunciando alla visita guidata. Sentendo le prime parole della guida - "la prima moschea era la casa del profeta in cui si riunivano i fedeli" - intuisco che non sarà una presentazione molto distaccata e obiettiva dell'Islam.

Il quarto giorno mi sveglio di buon'ora e da solo vado a visitare il parco André Citroen. Non ero riuscito a trovarlo sulla cartina e avevo chiesto consiglio alla receptionist dell'albergo che, con grande disponibilità, mi ha risposto: "J' connais pas". Alla fine lo trovo da solo: non è a nordest, come qualcuno mi aveva fatto intendere e dove avrei potuto cercarlo in eterno, ma a sudovest. Nel pomeriggio me ne torno presto in albergo, provato dai chilometri macinati e dalle sveglie mattutine, e mi metto a fare una cosa che a casa non faccio mai: guardare la televisione, con la scusa che è un modo per fare esercizio di francese. Guardo, nell'ordine, un emozionante programma sull'impennata dei prezzi degli immobili nelle località di vacanza sul mare, da Nizza a Biarritz; il dibattito su Yves Saint Laurent - di cui ho già detto - e un quiz che c'era già una ventina d'anni fa e che vedevo quando il segnale di France 2 arrivava anche in Italia: "Des chiffres et des lettres", identico a com'era allora, compresa la pensosa formula ("Le compte est bon") con cui il concorrente annuncia di essere riuscito a ottenere il numero indicato usando le cifre suggerite. La sera vorrei andare al cinema, ma poi vado con M. a sentire un concerto nella chiesa di St. Elisabeth d'Hongrie, in rue du Temple. Sono alcuni estratti dal Vespro della Beata Vergine di Claudiò Monteverdì. Il coro, diretto dall'italiano Silvio Segantini, merita, lo confesso, anche perché tenori e bassi hanno un'ottima resa estetica. Qualcuno ha avuto l'idea di inframmezzare i brani musicali con la lettura di estratti da un testo, in francese, del 1606 di un tal Nicolas Ellain ("Avis sur la peste"), in cui la peste è descritta - che originalità - come una punizione divina per le malefatte degli uomini. A un certo punto, però, sento dietro di me il prete che parlotta con il declamatore (Kevin Cappelli: lo cito qui così magari si ritroverà googlandosi) e, quando mi volto, mi pare di vederlo un po' seccato. Alla fine dell'esecuzione del brano musicale il prete porge un biglietto al direttore del coro e da quel momento non ci saranno più intermezzi recitati.

Il quinto giorno sono andato al parco di Monceau, che nella mia guida è descritto come uno dei più bei parchi di Parigi. In realtà quasi tutti i parchi parigini sono belli. Questo si contraddistingue per essere un parco di joggers: alle nove e mezzo di mattina è pieno di gente che corre. Siccome sono in zona, visito l'unico museo in cui ho messo piede durante questo soggiorno, il Musée Nissim de Camondo. M'incuriosiva perché è la dimora, tra fine ottocento e inizi novecento di un ricco banchiere ebreo, Moise, amante dell'arte e d'arredamento che, dopo la sua morte, è stato mantenuto nelle condizioni in cui era originariamente, pieno zeppo di mobili, specchiere, letti, divani, vasi, quadri, tappeti e arazzi. Da lì, ritorno a piedi in albergo, facendo il boulevard des Malheserbes, passando davanti alla Madeleine e svoltando infine in rue de Rivoli. Nel pomeriggio raggiungo M. al Musée de l'Histoire du Moyen Age - in passato noto come Musée de Cluny e ancora così indicato dalla segnaletica di superficie -, in cui però non entro, limitandomi ad aspettare M. nel cortile d'ingresso, giusto il tempo per invocare la saggezza di Erode quando uno sciame di ragazzini e ragazzine francesi prende d'assalto la panchina su cui anch'io sono seduto e incomincia a urlare, spintonarsi tra di loro e, soprattutto, spintonare me che chiedevo di starmene in pace senza contatti fisici.

L'ultimo giorno l'ho dedicato al mercato delle Pulci di Saint Ouen. Nel tragitto dalla porte de Clignancourt m'imbatto in: un uomo che, a braccia aperte, regge degli opuscoli in cui invita i passanti a fargli domande su Dio e ad abbracciare Gesù Cristo; una bancarella che vende quarantacinque giri - cinque per un euro - e in cui trovo ben quattro copie di un raro vinile di Amanda Lear ("Thank You / Too Hot to Andle" - scritto proprio così) e scopro, con sgomento, che Stéphanie de Monaco non ha inciso solo "Ouragan" ma ben quattro o cinque singoli; una trans seduta al tavolo esterno di un bistro, insieme con un uomo, due birre e un cane che, seduto a sua volta sulla sedia, aveva tutta l'aria di aspettare anche lui la sua birra. Ritornando da Saint Ouen faccio una tappa alla Tour Effeil: giusto dieci minuti, per fotografarla dal Trocadéro, quasi per "scaricarmi la coscienza". Ne approfitto anche per prendere una crepe al formaggio a un baracchino e il tipo che me la vende capisce, non so per quale motivo, che ne voglio due, così quando gli dico: "Non, une crepe", lui butta l'altra con un gesto da cui intuisco che, se potesse, mi sgozzerebbe seduta stante. Il pomeriggio è dedicato a una lunga passeggiata, con M. stavolta, dagli Champs Elysées fino all'Eliseo (ci saranno Nicolà e Carlà?), passando per il Faubourg Saint-Honoré (M.: "Questi francesi! Dedicare una strada a una torta!"), fino ad approdare in place Vendome (Io: "Va bene, ma dov'è place Vent-de-femme?", perché questo è il tenore delle nostre battute).

Domenica mattina, infine, sveglia presto e taxi per andare all'aeroporto d'Orly dove, grazie alla mia ansia patologica, riusciamo a fare il check-in per primi. Per finire, una rivelazione per gli amanti degli aneddoti: in saletta imbarchi, accanto a me, siede una donna che assomiglia parecchio a Gae Aulenti. Allungo l'occhio sul fax che tiene in mano: "Gaetana Aulenti". Cielo, voleremo con una celebrità. Ma la notizia vera è che anche Gae Aulenti vola con Easyjet. O è lei la poveraccia - pardon, la parsimoniosa - o siamo noi i vip.

09/06/2008

Parigi (II)

L'inferno del vegetariano

Ecco - dico a M. l'ultima sera, mentre stiamo cenando in una brasserie all'angolo tra rue des Archives e rue Rambuteau - ormai sto diventando come certi vecchi quando viaggiano: al ritorno parlano solo di quanto e come hanno mangiato. Con la differenza che io, a Parigi, mi sono lamentato parecchio. Per farla breve: chi è vegetariano, a Parigi soffrirà. Che cosa aspettarsi, del resto, da un popolo che ingozza le oche per fargli scoppiare il fegato e mangiarselo sotto forma di paté? Rimpiango i ristoranti e i buffet vegetariani di Londra, dove non mangiare carne non è un'esperienza punitiva da scontare con un misero panino farcito di solo Camembert o con un'insalata striminzita. Fortunatamente vengono in mio soccorso i ristoranti etnici: prima una "assiette israélienne" con falafel in uno ebraico di rue des Rosiers, poi un enorme cous-cous di verdure in quello marocchino della rue St. Croix de la Bretonnerie, infine il self-service dell'Institut du Monde Arabe. Dopo questi menù maghrebini o mediorientali mi domando se devo andare a Tel Aviv per mangiare francese. Probabilmente mi costerebbe di meno, perché questo è il secondo problema dopo la vegetarianofobia dei francesi (o è solo dei parigini?). Trovo che i prezzi per mangiare fuori siano aumentati in maniera orrenda in questi ultimi anni. Già nel 2002 avevo avuto le prime avvisaglie, ma ora ne ho la conferma definitiva. E per "mangiare fuori" non intendo proprio nulla di raffinato: quando si pagano venticinque euro per due caffè, una minerale, una quiche ai porri e un bicchiere di macedonia, allora c'è del marcio in Francia. Così come la mia cena in un caffè-ristorante francese, ai bordi del Marais, è stata intervallata e speziata di imprecazioni e moccoli quella sera che, affamato, ho preso una zuppa di cipolle per 6 euro e 90 - e si trattava di una scodellina di brodo con mezza cipolla (piccola) affettata e niente crostoni o formaggio - e un'omelette al formaggio (probabilmente fatta con un uovo) per altri 6 euro e rotti. Il tutto innaffiato da mezzo litro di acqua minerale Badoit, per 4 euro e 80. Alla pizza a 14 euro e 50 nella pizzeria finto-sciatta Pink Flamingo che alcuni americani hanno aperto in un quartiere in ascesa dalle parti di place de la République abbiamo preferito rinunciare. Ma mi rassegnerei a tutto questo se non ci fosse, ad accompagnarlo come una ciliegina sulla torta, lo scoglionatissimo servizio dei camerieri. Che il parigino medio assuma l'espressione tipica di chi sta annusando costantemente una badilata di merda può essere anche alquanto charmant quando si tratta di un beau garçon nel fiore degli anni, il che suscita subito squisite fantasie di punizione, ma diventa piuttosto irritante quando è il codice principe con cui i camerieri e il personale di servizio si rivolgono ai clienti. Preferisco Londra.

Per me una coca senza ghiaccio, grazie

Ancora a proposito di caffè, brasserie, bistro e ristoranti. L'ultima sera L., un amico di vecchia data di M. che vive e lavora a Parigi, ci ha portato in un caffè veramente "decadente" - come l'ha definito lui -, cioè un posto che sopravvive immutato da parecchi anni, tetragono a ogni tentativo di infighettamento. Un'oasi, insomma, in un Marais sempre più "bon chic bon genre". Lì ho visto una cosa che avrei preferito non vedere: la cameriera prendeva il ghiaccio con le mani da un secchiello e lo metteva nei bicchieri. Qualcuno ha ordinato un cocktail e lei ha frantumato il ghiaccio tenendolo nella mano sinistra, mentre la destra colpiva con il pestello. Alla fine dell'operazione si è asciugata le mani sulla gonna. Naturalmente i camerieri addetti a questa procedura toccano il bancone, maneggiano i soldi e, visto l'assembramento del locale e il calore che vi si forma, ogni tanto si gratteranno anche le pudenda. L. mi ha detto che una volta, in una pizza, ha trovato un cerotto, a forma di dito. "Ma almeno la pizza è cotta e il calore avrà ucciso i germi" ribatto io. Forse era una pizza a 14 euro e 50. Ma non erano gli inglesi, quelli con la moquette anche in bagno, i sudicioni notori? Non ci sono più certezze.

In morte del papa - la grandeur dei francesi

I francesi si amano molto e ce lo fanno sapere in ogni minima occasione: è la grandeur. (Probabilmente anche gli inglesi si amano molto, ma loro fanno finta di no: è l'understatement.) Un pomeriggio sono rimasto in albergo a riposare e ho acceso la televisione. Senza che io lo sapessi, quel giorno c'era stato il funerale di Yves Saint Laurent nella chiesa di Saint Roch e su non so che canale c'era un dibattito dedicato a lui. In realtà, anche nei giorni precedenti, facendo zapping tra i canali, avevo sentito parlare in continuazione di lui e della sua morte. E' vero: Yves Saint Laurent è stato un personaggio importante, nel suo campo. Ha segnato un'epoca. Ma da qui a parlarne come se fosse morto il papa - che invece, purtroppo, è ancora vivo - ce ne passa. In quella trasmissione televisiva ne ho sentite di tutti i colori: era un genio, era un poeta, aveva liberato le donne - perché, ho scoperto poi, le aveva fatte vestire in tailleur, anche se magari con la giacchetta trasparente e le tette in mostra -, era generoso, era paziente, non era affatto geloso se le sue modelle sfilavano per gli altri, con lui è morto l'ultimo esponente della "haute couture". Ci mancava solo che dicessero che era uno stilista taumaturgo e che, quando posava le mani sul capo di qualcuno, costui, se era malato, guariva come d'incanto. A testimoniare c'erano la sua biografa che, quando si dice il timing, ha appena pubblicato un libro su YSL e a cui luccicavano gli occhi perché il cadavere ancora caldo farà senz'altro impennare le vendite; un "creatore di moda" per la casa Paule Ka; la redattrice capo del settore moda di Marie-Claire e il curatore di non so quale museo dell'immagine, del design o della moda. E in tutto questo non è stato detto una sola volta di che cosa è morto Yves Saint Laurent, tanto che io ancora non lo so e non l'ho capito: ho provato una pena immensa per le immagini di repertorio di un anno fa, in cui ho visto un uomo letteralmente devastato, dall'aspetto molto più vecchio dei suoi sessantanove anni d'allora. Come se, per le celebrità, fosse meglio sorvolare sul processo del morire e passare direttamente alle esequie e all'agiografia: indugiare sulla sofferenza e sul lento declinare di un'esistenza è cosa che si addice solo ai poveracci.

08/06/2008

Parigi (I)

Parigi e "Parigi"

Il turista che va a Parigi non trova Parigi, bensì "Parigi". Se è questo è parzialmente vero per ogni viaggio turistico, in cui la realtà viene appositamente preparata e addomesticata per quell'atto di consumo che è il turismo di massa - anche quando il viaggiatore è solo -, lo è certamente per Parigi. Chi la visita, oggi, non può fare a meno di pensare che, più che la città vera e vivente, sta visitando un'idea di Parigi, cioè tutto ciò che, simbolicamente, incarna e rappresenta nell'immaginario collettivo sedimentato nel tempo. I francesi lo hanno capito e questo vendono: cammini per Parigi e ti imbatti in continuazione in quella rappresentazione: la città romantica degli amanti, la ville lumière, la grandeur e via discorrendo. Ci sono cose a Parigi che, probabilmente, non esistono più per i parigini, ma vengono tenute in vita artificialmente solo per il turista. Chi va più al Moulin Rouge, se non chi ha prenotato un pacchetto tutto compreso nelle agenzie viaggio? Chi crede che nelle piazzette di Montmartre, tra i pittori che piazzano lì i loro cavalletti, magari pagati dall'ufficio del turismo perché facciano un po' scena, ci sia il nuovo Toulouse-Lautrec o, addirittura, che quella vita pittoresca sia il modo in cui gli artisti lavorano anche oggi? E se oggi esistessero ancora un Sartre o una De Beauvoir che scrivessero le loro opere nei caffè di Saint-Germain-des-Près dovrebbero probabilmente accendere un mutuo per pagare il conto (due café crème 8 euro e sessanta). La Parigi "normale" non si dà al turista, ma si sottrae, e al suo posto manda avanti questo fantasma. Viceversa, in altre città come Londra o Berlino - che pure hanno una loro mitologia - è più facile grattare sotto la superficie, solo se lo si voglia. Parigi, oggi, la possiamo guardare come una stella. Noi crediamo di vedere la stella oggi, mentre in realtà quello che vediamo è la luce di una stella morta milioni di anni fa.

"Post mortem": i cimiteri

Volevo, innanzitutto, rendere omaggio a qualche morto. "Se torno a Parigi - mi dicevo - vado a visitare la tomba di Cioran". Emil Cioran è sepolto al cimitero di Montparnasse, il più vicino al Quartiere Latino, la zona in cui abitava. Certamente mi aspettavo qualcosa di diverso. Per esempio, un luogo meno affollato. Qui le tombe si succedono l'una all'altra, formando file così strette tra cui è quasi impossibile camminare. Non bazzico abitualmente i cimiteri, ma ho la sensazione che a Parigi ci sia ressa anche lì dentro. All'ingresso un pannello indica la posizione di sepoltura dei morti celebri, ripartiti in varie divisioni numerate, come se fosse un esercito. Cioran è nella tredicesima divisione. Ovviamente non riesco a trovarlo finché una signora mi vede spaesato e mi chiede chi cerco. "Cioran", rispondo - pronunciandolo alla francese, Sioràn. Fortunatamente sa dov'è e mi ci porta: la tomba del vecchio romeno è spoglia, solo una lastra di marmo grigio. E' sepolto con la compagna Simone Boué e qualcuno ha posato un bigliettino di ringraziamento. Mi faccio fotografare in posa pensosa, mentre indico il suo nome, accompagnato dalla data e dal luogo di nascita e di morte. Chi altro c'è al Montparnasse? Be', Samuel Beckett, che però ci dà del filo da torcere. Lui è nella dodicesima divisione. Io e M. passiamo pazientemente in rassegna tutte le tombe. Gli dico di guardare in particolare quelle senza croce: immagino che difficilmente, dopo una vita di nichilismo, Beckett potesse farsi mettere una lapide con un cristo inchiodato. In questa divisione ci sono parecchie tombe senza nome, cosicché cominicio a pensare che Sam abbia voluto giocarci uno scherzetto, lui che ha scritto L'innommable. Una vecchina che sta cambiando i fiori a una tomba ci chiede chi cerchiamo. "Beckett", rispondo con un certo imbarazzo. E infatti, dal suo sguardo perplesso, capisco che lei non ha idea di chi sia. Già - penso -, a parte noi, quante persone comuni - la "gente" - sapranno chi è questo Samuel Beckett? La signora prende tempo e domanda se siamo sicuri che sia nella dodicesima divisione, dopodiché ci spiega che questa divisione continua anche di là, facendo un gesto vago con il braccio, e aggiunge che lì però cercano tutti Serge Gainsbourg. M., esausto, commenta: "Sembra di essere in una sua pièce". Effettivamente. Quando ormai stiamo per gettare la spugna, mi cade l'occhio su una tomba: Samuel Beckett, sepolto con la compagna Suzanne. Nell'undicesima divisione c'è invece Eugène Ionesco, ma sono troppo stanco e non ho voglia di cercarlo. E in realtà non ho bisogno di cercarlo: è lui che trova me, in un certo senso, dalla sua tomba d'angolo che dà sul viottolo. Oltre al nome suo e della moglie, c'è una citazione che testimonia il suo avvicinamento finale al cristianesimo, qualcosa del tipo "Credo nel non-so-che-cosa, vorrei dire: Gesù Cristo". Mentre ce andiamo penso che questi tre grandi chiosatori del nulla e della solitudine sono tutti sepolti con le rispettive mogli e compagne, come dei buoni borghesi.

Al cimitero di Montmartre ci vado invece da solo: voglio vedere la tomba di Heinrich Heine, che trovo quasi subito. Anche lui, il poeta ebreo esule dalla Germania, è sepolto con la moglie, di cui però è praticamente cancellata l'identità. Sotto il busto bianco del poeta c'è, oltre al suo nome, la scritta "Frau Heine". Oltre a me c'è una ragazza tedesca che scatta delle fotografie. E intanto che ci sono vado a vedere anche la tomba di Dalida, per pura e semplice curiosità. Non so dove cercarla, ma sento una ragazza che dice "En haut, à gauche" - in alto, a destra - e, pur non sapendo a chi o a che cosa si riferisca, intuisco che deve trattarsi della cantante franco-italo-egiziana. La seguo e mi ritrovo davanti a una delle tombe più kitsch che abbia mai visto: lei nello stile di una madonna, con dei raggi che partono dalla sua figura.

Il cimitero del Père Lachaise, invece, non l'ho visitato.

01/06/2008

Parigi val bene una messa

Parigi, nel luglio del 1987, è stata la prima grande capitale europea che ho visitato. Avevo diciassette anni. Anzi, a dirla tutta, è stata la prima volta che sono andato all'estero. L'amico con cui ci sono andato aveva lì alcuni parenti che ci hanno ospitato. Siamo rimasti un mese e mezzo e abbiamo girato la città in lungo e in largo. Ogni mattina ci preparavamo e, con una piccola colazione al sacco, prendevamo il metro. Non stavamo proprio in centro. Non stavamo a Parigi, in effetti, ma in una di quelle banlieues che oggi, secondo Sarkozy, sarebbero ricettacolo di racaille. Eravamo a Bobigny, nella periferia orientale, e da lì, con una passeggiata di una ventina di minuti, passavamo per Drancy, di cui allora ignoravo la tragica storia, e raggiungevamo la fermata del metro più vicina, che era La Courneuve - 8 mai 1945, inaugurata solo un paio di mesi prima. Ogni giorno sceglievamo una meta diversa e ci perdevamo nel reticolato della metropolitana parigina. Oltre alle mete tradizionali abbiamo visitato cose che il normale turista, sottoposto ai ritmi frenetici dei pacchetti viaggio da pochi giorni, era costretto a ignorare e ci permettevamo anche di sciupare giornate intere senza fare nulla di preciso, magari a guardare i piccioni ai giardini del Luxembourg, dove io speravo di imbattermi per caso in Cioran durante una delle sue frequenti passeggiate, per poter poi dire di averlo visto davvero. Per risparmiare ci muovevamo molto a piedi, anche perché Parigi è in assoluto una delle città più scarpinabili che io conosca. L'effetto collaterale fu che, al mio ritorno, avevo perso parecchio peso e ci sono fotografie che testimoniano il prima e il dopo e che potrebbero essere usate come materiale pubblicitario per dimostrare l'efficacia di certe erbe o intrugli dimagranti. Da allora, in occasione di ogni mio viaggio, mia madre avrebbe preso l'abitudine - e talvolta il vizio - di chiedermi angosciata, telefonandomi: "Mangi?"

Da allora sono tornato diverse volte a Parigi, soprattutto negli anni novanta, pur non affezionandomici come mi è capitato invece con Berlino e, successivamente, con Londra - un amore, questo, che dura tuttora, tanto che nei miei momenti di sconforto mi basta pensare che Londra c'è - anche se non ci sono io - per sentirmi di colpo meglio. Nel 1994, per esempio, Parigi fu la prima tappa di un affrettato Inter-Rail (perché a quei tempi non avevano ancora inventato le low cost) e mi servì da rapido ripasso: alloggiai qualche giorno in un ostello nei dintorni di Place de la République, di cui ricordo solo che la mattina l'arcigna inserviente ci scodellava un'unica tazza di café-au-lait accompagnata da un croissant, restando poi lì impalata accanto alla macchina del caffè a vegliare che nessuno di noi ne prendesse una seconda di straforo. Poi devo esserci andato altre due o tre volte, non ricordo bene, sempre ospitato da M.H., che prendeva in affitto un grande appartamento, messo a disposizione dal Gruppe Olten ai suoi iscritti. Era un quinto piano senza ascensore, vicino alla fermata di Marcadet Poissonniers: era ai piedi di Montmartre, ma sul lato meno "presentabile", e quando scendevo in strada, andavo al supermercato o mi limitavo a guardare dalla finestra, mi sembrava di essere a Calcutta o a Dakar.

L'ultimo mio viaggio a Parigi è stato nel 2002. Ricordo molto bene l'anno - io che da qualche tempo a questa parte confondo un anno con l'altro - perché avevo appena comprato la casa in cui abito ora. E con la casa era arrivato il quasi totale prosciugamento del conto corrente e la sottoscrizione del mutuo. Io e M.S. decidemmo di passare qualche giorno a Parigi perché un mio ex-collega mi aveva prestato gratuitamente un appartamentino che allora possedeva, nei pressi di place des Vosges, a volo d'uccello - è il caso di dire proprio così - dal Marais. Era un sesto piano, stavolta, e sempre senza ascensore: facevo progressi. Da lì saremmo poi andati a Brighton prendendo l'Eurostar, perché nella cittadina costiera inglese c'erano dei conoscenti di M.S. che potevano ospitarci, altrettanto gratuitamente. Da allora non sono più tornato a Parigi.

Questa lunga premessa serve a dire che domani io e lui partiremo per Parigi. Per una strana coincidenza anche il mio compagno di viaggio è stato l'ultima volta a Parigi nel 2002. Tante cose sono cambiate in sei anni. Per esempio ora le low cost volano anche su Parigi e l'aereo è diventato più conveniente del treno. Per me, poi, sarà una nuova esperienza: strano a dirsi, ma è la prima volta che alloggerò in un albergo della Ville Lumière, scelto e prenotato con cura da uno dei miei siti preferiti (e uno dei più affidabili) e sono molto emozionato. Vabbe', si fa per dire. Non ho programmi precisi, ma solo un paio di idee che non rivelo per non rovinare la sorpresa ai miei lettori - e, soprattutto, per non sputtanarmi nel caso in cui poi non riesca nel mio obiettivo. Se avrò tempo - e voglia, ché è questa a mancare ultimamente - aggiornerò il blog, altrimenti il rientro è previsto per l'8 giugno. Per ora vi lascio con un delizioso video musicale del 1981, di ambientazione squisitamente parisienne.

13/12/2007

Corrispondenza (al ritorno) da Londra (3 e fine)

Incredibilmente, Londra mi ha concesso un'ultima giornata di sole, confermando così che sono un meteopatico. Non che il sole di per sé mi renda più gioioso se non lo sono per i fatti miei, ma indubbiamente il tempo cupo e grigio non fa che peggiorare un umore già buio di suo. La mattina dell'undici dicembre, quindi - nonostante si tratti di una data infausta -, sono uscito dall'albergo e mi sono diretto al metro di Russell Square. Il mio inconscio deve avermi voluto giocare uno scherzo: per la prima volta sono uscito senza macchina fotografica. Indeciso se tornare indietro a riprenderla o lasciar perdere, ho preferito continuare per la mia strada. Per una volta, ho stabilito, mi sarebbero bastati gli occhi e la memoria.

La prima tappa è stata il museo dei trasporti di Londra, a Covent Garden, inaugurato poco più di un mese fa da Vivienne Westwood e dal sindaco di Londra, Ken Livingstone, come annuncia un cartello all'ingresso. Il museo - modernissimo e "user friendly" come lo sono ormai i musei di ultima generazione - ripercorre la storia dei trasporti pubblici della città, partendo dall'inizio del diciannovesimo secolo, quando Londra non era ancora la metropoli che è diventata e quando la gente lavorava quasi sempre vicino all'abitazione, usando i piedi come unico mezzo di trasporto. Al primo piano sono esposti i primi esemplari di "omnibus", gestiti da privati che avevano intravisto la possibilità di fare nuovi affari: mezzi goffi, trainati da cavalli che costituivano il costo fisso maggiore. Dalle carrozze trainate dai cavalli si passa poi alle prime ferrovie e, soprattutto, alla costruzione di quell'impresa geniale che è stata la metropolitana sotterranea, entrata in funzione il 10 gennaio 1863. I primi treni sotterranei erano rumorosi e puzzolenti - senza contare poi il problema dell'eliminazione del vapore, dato che l'elettrificazione arriverà solo nel 1905 - e, tra i pezzi esposti, c'è proprio uno di questi primi vagoni, risalente al 1890, completamente privo di finestrini. Del resto, dovevano avere ragionato, che cosa c'era da vedere sotto terra? Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, come mostra lo sguardo verso gli sviluppi futuri a cui è riservata una parte del museo. Ma non di sola metropolitana vive - e si muove - il londinese: ci sono anche gli autobus, soprattutto i famosi "Routemaster" a due piani, i tram, aboliti e ora ripristinati nel quartiere di Croydon, perché ecologicamente molto vantaggiosi, e il celebre taxi nero prodotto dalla Austin che, scopro, deve soddisfare criteri molto severi (per esempio, essere completamente accessibile anche alle carrozzelle e a chi soffre di handicap di movimento). Il museo, però, non presenta solo la storia dei mezzi di trasporti in sé, ma anche di tutto ciò che vi ruota attorno, soprattutto le persone che hanno lavorato per i trasporti di Londra: è quindi anche una storia sociale che comprende, per esempio, l'evento rappresentato dalla prima donna conducente di autobus o i reclutamenti di autisti direttamente nelle Barbados o in Giamaica, poiché lavorare sugli autobus non era certo un lavoro leggero.

La sera, invece, R.S. mi ha invitato a uno spettacolo presentato da lui al Drill Hall, in Chenies Street, una traversa di Tottenham Court Road. E' un piccolo teatro che - dice di sé - da trent'anni è al servizio della comunità gay di Londra. Titolo della serata: "Viva la Diva". Si sa che i gay hanno la tendenza ad "adottare" alcune personalità (femminili) del mondo dello spettacolo - in questo caso, l'attenzione era rivolta alla musica leggera - e a trasformarle in vere e proprie dive, che funzionano quasi da specchio in cui riflettere (e allontanare da sé) i propri drammi. R.S. ha cominciato presentando la sua diva d'elezione e facendo, in un certo senso, opera di divulgazione: la sua scelta, infatti, è caduta su Dalida, piuttosto ignota nel Regno Unito, perché la cantante francese riassume in sé certe caratteristiche che fanno di lei l'ideale "diva da gay". Scintillante e glamorous, è stata anche un concentrato di disgrazie e di tragedie. Questo è, in effetti, un ingrediente fondamentale perché una diva possa essere compiutamente tale: dev'essere ammirata e idealizzata, ma allo stesso tempo anche compatita - poveraccia, anche lei ha sofferto tanto, non solo noi froci tormentati - e, in certa misura, anche ridicolizzata (perché questa è una parte importante dell'esorcismo che ogni buon gay deve mettere in atto per superare il proprio dolore o per farci i conti. "Anche quando cantava e ballava Laissez-moi danser - ha chiosato R.S. - noi sapevamo che, dentro, lei stava piangendo. E pensate che in Francia è veramente una gloria nazionale, tanto che a Parigi le hanno dedicato una piazza: Place Dalida. E' come se qui a Londra ci fosse, che so, una Cilla Black Avenue o una Kylie Street". Alla testimonianza del presentatore sono seguite poi le testimonianze di altri: la drag queen australiana Heidi Licious ha parlato del ruolo centrale svolto da Madonna negli anni della sua adolescenza, l'americana Amy Lame ha tratteggiato un profilo appassionato e appassionante di Dusty Springfield, a sua volta lesbica e dalla vita così tormentata da farmi venire voglia di conoscerla meglio, Joe Pop ha fatto invece una carrellata sulle sue insolite dive punk e rock, e infine David McAlmont ha raccontato del suo amore per Shirley Bassey, di cui lui stesso ha cantato alcune canzoni (sia in passato che l'altra sera, davanti a noi, dal vivo) - un amore non ricambiato, visto che quando ha avuto occasione di conoscere Bassey di persona, lei l'ha trattato in modo sprezzante dicendogli: "Yes, I know who you are and what you are": spesso le dive gay sanno essere anche omofobe, mostrando una rara ingratitudine per chi le ha innalzate sull'altare. Tra un discorso e l'altro sono stati proiettati un paio di video: di Dalida e Dusty Springfield, per la precisione. R.S. ha offerto poi uno spettacolo nello spettacolo: tra un intervento e l'altro abbiamo assistito alla sua progressiva trasformazione, da sobrio - ehm - e compassato - ri-ehm - intellettuale inglese a drag queen sui generis: prima con un tocco di rossetto, poi con sopracciglia disegnate a matita, poi con boa rosso e, infine, con parrucca, abitino succinto e tacchi a spillo. Tutto merito - a sua detta - della sua "personal stylist", lì presente a vendere gli attrezzi per produrre un makeover tanto straordinario. "Tranne l'abitino - ha precisato R.S. -: quello non ve lo potete permettere, perché l'ho comprato al centro commerciale di Elephant and Castle".

Ieri mattina, sveglia molto presto, per il mio solito terrore di arrivare in ritardo all'aeroporto e ritorno in Italia. Naturalmente - avendo letto il Corriere online il giorno prima - mi aspettavo di trovare un paese in ginocchio per via dello sciopero dei camion. "Forse non troverò nemmeno un taxi, perché non ci sarà più benzina per farli viaggiare e mi toccherà trascinare la valigia, a piedi, da Linate fino a casa". Invece mi è parso tutto normale, per quanto qualcosa possa essere normale in un paese anormale come l'Italia.

Concludo questo "reportage tripartito" con un interrogativo inquietante. Qualche giorno fa ho osservato con attenzione due monete da un penny, una coniata nel 1990 e l'altra nel 2006. Ho notato che, su quest'ultima, l'effigie di Elisabetta II era stata debitamente invecchiata. Il tempo passa per tutti, anche per le sovrane. Imbolsita, con un po' di pappagorgia. Fenomeno che non avviene con le più pregiate banconote, dove Elisabetta è ancora nel fiore dei suoi anni. Allora mi sono chiesto: quando un giorno l'amata regina morirà, verrà ritirato tutto il denaro circolante nel Regno Unito per essere sostituito con l'immagine del nuovo sovrano?

(P.S.: Cercavo informazioni sulla serata al Drill Hall e ho scoperto che qualcuno, tra i presenti, ha un blog e l'ha raccontata a sua volta. Prodigi della rete).

11/12/2007

Corrispondenza da Londra (2)

In realta' in questi giorni - malgrado il mio soggiorno londinese - non sono di ottimo umore (e sto usando un eufemismo): mi sembra che gran parte dell'entusiasmo che caratterizzava le mie visite precedenti a questa citta' sia scemato. Non certo per colpa di Londra, di cui riconosco - a sprazzi - la vitalita', ma solo per "colpa" mia. Eppure faccio affidamento su una sorta di "batteria" interiore ed e' come se la esponessi al sole delle esperienze, vivendole un po' con il pilota automatico, nella speranza che qualcosa si accumuli da sola, incamerando energia da cui potro' attingere quando saro' tornato nel "bel paese". E cosi' continuo ad andare a zonzo, nonostante il clima non proprio clemente. L'altro giorno avevo scritto che la giornata si stava mettendo al meglio: ovviamente quando sono uscito dall'Internet caffe' aveva cominciato a piovere e il cielo portava tutti i segni di una catastrofe imminente. Non e' piu' migliorato da allora - anche ora esito a scrivere che c'e' un timido e pallido sole che fa capolino tra le nubi. Per di piu' ieri mattina ho dimenticato l'ombrello in metropolitana, e quale momento migliore per perdere un ombrello se non quando piove? Ne ho comprato un altro da Boots: ha smesso di piovere.

Passeggiando per certe zone della citta' mi domando se "Londra" esista davvero o se non si sia trasformata in un palcoscenico in cui viene messo in scena uno spettacolo che ci ostiniamo a chiamare Londra. Ci pensavo domenica sera, mentre camminavo tra Piccadilly Circus e Haymarket. Avevo la sensazione che un esercito di stranieri - pacifici, certo, e consumatori - avesse invaso la citta'. Questa e' Londra? mi sono chiesto. Sicuramente in mezzo a quella folla che si spostava da un punto all'altro, attratta dalle luci come delle zanzare, dovevano essere ben pochi gli inglesi, a giudicare dalla gran varieta' di lingue che sentivo parlare (moltissimi gli italiani, moltissimi gli spagnoli, qualche tedesco e olandese, rari i francesi), e ancor meno i londesi. Come se questi ultimi avessero rinunciato a una porzione della citta' per darla in gestione a chi organizza tutta questa fiera per turisti. Negozi di paccottiglia, ristoranti dozzinali, e cosi' via. Espongo il mio dubbio a R.S., che in effetti mi da' ragione e mi dice che fino a una ventina d'anni fa c'erano le "stagioni" del turismo, ma poi al di fuori di quelle erano piu' rari i turisti. Adesso, invece, arrivano a getto continuo - il che non e' un male, di per se', ma poi ci sono questi paradossi: zone intere della citta' che non esistono piu' in quanto tali, autonomamente. Senza contare che praticamente nessuno abita intorno a Piccadilly Circus. "Ah, sono lontani i tempi in cui i ragazzi battevano intorno all'Eros di Piccadilly" gli dico, con finto rimpianto (poiche' quei tempi li' io non li ho conosciuti).

Eppure, depresso o non depresso, irritato o non irritato dagli sciami umani - poiche' naturalmente la maggior parte dei turisti si muove in massa -, continuo anch'io a fare il turista. Sempre con il vezzo di andare in zone poco battute, come ieri mattina a Wood Green. Non che fosse la meta principale del mio viaggio: semplicemente sono sceso li' per proseguire poi a piedi verso l'Alexandra Palace. Fatto sta che sono rimasto sorpreso dal quartiere. Diversamente da Stoke Newington, qui sembra di non essere piu' a Londra, ma nel centro di una cittadina di medie dimensioni, tanto piu' che sono presenti tutte le solite catene di negozi: Costa, Boots, H&M e via discorrendo. Pero' poi basta abbandonare un attimo la strada principale (chiamata qui High Road, forse perche' e'  piu' ampia e carrozzabile rispetto a una banale High Street) per trovare una serie di vie punteggiate dalle tipiche "terraced houses" inglesi, che qui hanno un aspetto piacevolmente retro, da vera "Old England", con minuscoli giardinetti anteriori non di rado invasi dalle erbacce.

Siccome poi l'uomo non vive ne' di solo pane, ne' - ahime' - di solo pene, ma anche di "cultura", ho pensato bene che fosse il caso di darmi una patina culturale. Ho visitato una mostra in corso all'Art Gallery del Barbican Centre: Seduced. Il tema e' la rappresentazione del sesso - e dei vari atti sessuali - nell'arte, dall'antichita' fino ai giorni nostri. E' una mostra seria, preciso, non si tratta del solito pretesto - in stile "Museo del Sesso" di Amsterdam o Berlino - per far vedere cazzi e fiche a quelli che non hanno il coraggio di entrare in un porno shop. Interessante e' anche il fatto che questa mostra non si limita all'arte occidentale, ma presenta anche un excursus nell'arte orientale, giusto per mostrare che le proibizioni che accompagnavano le rappresentazioni della sessualita' - e il timore che queste, per l'appunto, potessero sconvolgere le menti degli innocenti, cioe' donne, bambini e classi operaie - non erano un fenomeno universale. Cosi' basta guardare le stampe di certi giapponesi del diciottesimo o diciannovesimo secolo - come per esempio Utagawa Kurisada o Kitagawa Utamaro - per restare sorpresi dal loro carattere esplicito (ed esplicitamente gioioso). Con la nascita della fotografia, poi, cambia il rapporto con l'osservatore: le fotografie pretendono di rappresentare la "cosa reale" - anche se naturalmente questa pretesa e' un'illusione, ma tant'e' -, aprendo nuove prospettive nell'arte. Il resto della mostra passa in rassegna i surrealisti, la collezione fotografica di Kinsey (si', quello del rapporto Kinsey, che oltre a raccogliere dati sulla sessualita' dei suoi intervistati, colleziono' anche molte immagini esplicite), fino ad arrivare agli artisti contemporanei, i quali giocano sempre di piu' con il confine sottile e scivoloso tra l'arte e la pornografia mettendo alla prova le capacita' di accettazione dello spettatore (e, molto piu' spesso, delle autorita' pubbliche): Robert Mapplethorpe - di cui sono esposte tutte le fotografie della mostra The perfect moment -, Andy Warhol, kr buxey, Jeff Koons e Nan Goldin.

La seconda mostra visitata, invece, e' all'ICA (Institute of Contemporary Arts), nel Mall, ed e' anche questa una mostra fotografica, una retrospettiva di Peter Hujar. Un po' deludente, devo ammettere. Forse perche', abituato alle cose "in grande", non mi aspettavo che tutto lo spazio espositivo si riducesse a tre misere sale. Anche le fotografie di Hujar che - secondo il foglio illustrativo avrebbe ispirato artisti piu' giovani come i summenzionati Robert Mapplethorpe e Nan Goldin - sono si' belle, ma (a mio modestissimo avviso) non eccezionali. O forse sono io che non storicizzo e la lezione dei fotografi come lui e' stata a tal punto assorbita anche dai fotografi amatoriali da essere diventata banale? In ogni caso, qui sono esposte immagini soltanto in bianco e nero, per lo piu' ritratti. Alcuni sono di personaggi noti, amici dello stesso Hujar: Susan Sontag, Andy Warhol, Divine. Altri, invece, sono di emeriti sconosciuti: molto potente e' la foto di una ragazza di colore, svenuta o addormentata sulle scale dell'androne del palazzo dove abitava Hujar. E naturalmente, io provo sempre un certo fascino per le fotografie che catturano un certo "degrado" urbano: case scrostate, bar squalliducci e isolati, strade deserte. Nella New York di Hujar non mancano di certo.

Per concludere, un paio di note di "colore locale". A Londra hanno liberalizzato tutto il liberalizzabile e si vedono cose che dieci anni fa erano impensabili: librerie aperte tutti i giorni fino alle undici di sera, sex shop chic che si affacciano su Oxford Street (e ieri sera mi sono divertito a seguire due ragazzi e una ragazza italiani che si aggiravano, divertiti e imbarazzati, tra cazzi di gomma, vagine artificiali, anelli vibranti, creme erettive. Voglio dire: imbarazzati i due ragazzi, perche' la ragazza - che faceva da "chaperon" - era perfettamente  a suo agio). L'unica cosa che sembra rimasta "non liberalizzata" sono i cinema: qui l'ultimo spettacolo e' quello delle otto/otto e mezzo. Solo in via del tutto eccezionale, qualche sala di qualche cinema molto centrale ha uno spettacolo dopo le dieci, il venerdi' e il sabato sera. Questo in una citta' dove la gente va agli after hours alle quattro di mattina.

Poi, per la prima volta da quando vengo a Londra, l'altro giorno e' passata una donna, con in braccio un bambino, a chiedere l'elemosina all'interno dei vagoni della metropolitana. Uno spettacolo comune a Milano, qui mi e' parso stranissimo. Tendendo la mano salmodiava, in una specie di lingo, "Money para baby para food". Nessuno ha tirato fuori nemmeno un centesimo: era come se fosse assolutamente invisibile. Ieri sera, mentre aspettavo il metro a Oxford Circus, in loop gli altoparlanti trasmettevano un annuncio: "Professional beggars are operating on the network of the underground. Please don't encourage their activities, instead donour to a registered charity". Insomma: non incoraggiate l'attivita' dei "mendicanti di professione", ma date alle organizzazioni di beneficienza regolarmente registrate. Mi e' venuta la tentazione di tendere la mano dicendo: "Excuse me, I'm not a professional beggar, I'm just an amateur. Could you please give me some money?".

09/12/2007

Corrispondenza da Londra

Questa volta non ho avuto il tocco magico nella scelta dell'albergo in cui alloggiare a Londra: non che mi sia andata male, questo no, ma sono finito in una stanza a meta' strada tra la chambre de bonne e la soffitta del poeta, all'ultimo piano di un alberghetto in Tavistock Place, in zona Bloomsbury. Pulito e' pulito - quando poi mi e' capitato di leggere di topi o scarafaggi nelle recensioni di altri "hotel", mi ritengo fortunato -, ma manca del tutto qualsiasi amenity, come la televisione o il telefono in camera. Per non parlare poi del bollitore con il caffe' e il te' gratuito che sono uno standard in questi alberghi inglesi. Il pavimento scricchiola ed e' in pendenza e, poiche' la stanza e' all'ultimo piano, devo arrampicarmi come una specie di scalatore.

Per la prima volta arrivo a Londra e trovo un tempo compiutamente "inglese". Pioviggina e fa freddo. Ma, a quanto pare, le giornate si alternano. Il primo giorno era grigio e piovoso, cosi' come ieri, mentre il secondo giorno e' stato luminoso e freddo (come promette di diventare anche la giornata di oggi). Questo tempo cosi' variabile limita la mia voglia di andarmene a zonzo. E, ancora per la prima volta, mi scopro svagato, distratto e anche un po' svogliato: com'e' possibile? Ho Londra ai miei piedi - per cosi' dire - e non so esattamente dove andare?

Visito il Museum of Science, a South Kensington, nella zona museale che comprende anche il V&A e il Museo di scienze naturali. Naturalmente non ho considerato che un museo che si estende su cinque piani non puo' essere visitabile in poco tempo - e infatti ci resto quattro ore (ignorando parte delle sale e scegliendo solo quello che piu' mi interessa). La parte piu' affascinante e' quella interattiva, che risveglia il bambino in me: una serie di oggetti e di macchinari a disposizione dei visitatori che, azionandoli, scoprono certi principi basilari della scienza. E infatti e' la zona in cui si affolla la maggior parte dei bambini e delle scolaresche (che, peraltro, sono onnipresenti). Passo in rassegna velocemente gli ultimi due piani, dedicati alla storia della medicina - e, come al solito, avverto le farfalle nello stomaco a causa della mia iatrofobia, pensando che con questo e' il terzo museo "a tema" che vedo nel giro di un anno, dopo l'Hunterian e l'Old Operating Theatre. Al primo piano c'e' un'esposizione dedicata alla storia della plastica, che ha appena compiuto cent'anni, dall'invenzione della bachelite nel 1907. Scopro che un ricercatore dell'Universita' di Manchester - se non ricordo male - sta persino studiando la possibilita' di creare del "sangue di plastica" che, almeno provvisoriamente, svolga certe funzioni del sangue vero. Nelle sale dedicate alla storia delle "macchine da calcolo" mi colpisce la didascalia sotto l'immagine del matematico Alan Turing: dice che e' "morto prematuramente", come se fosse morto di una malattia incurabile, senza far alcun cenno al fatto che si e' suicidato perche' vittima dell'omofobia imperante negli anni cinquanta del secolo scorso. Mi fermo davanti all'enorme macchina da calcolo di Babbage: progettata da quest'ultimo duecento anni fa, e' rimasta puramente teorica fino al 1991 quando e' stata effettivamente costruita e ha realizzato i primi calcoli. Davanti a questo antenato del computer, quasi mi commuovo. Museo estremamente interessante - soprattutto perche' mentre passo di sala in sala mi trovo di fronte alla mia stessa ignoranza. E soprattutto perche' riesce a fare intuire al visitatore la bellezza e la "poesia" delle scienze esatte, anche se non le ha mai studiate in maniera approfondita.

L'altra sera, invece - come da "tradizione" -, ho incontrato R.S. Siamo andati prima in un pub gay ("The Retro Pub", credo fosse il nome, in una stradina laterale dello Strand), dove ho goduto degli effetti della legge che ora vieta di fumare anche qui in Inghilterra. E poi in un ristorante turco tra Holborn e Chancery Lane. Gli ho raccontato delle ultime vicende italiane. Non soltanto delle frasi di D'Alema agli studenti, ma anche della bagarre che e' scoppiata in Italia proprio quando io sono partito per Londra, con il sacrosanto decreto anti-omofobia che, pur essendo il minimo sindacale per chi dice di opporsi alle discriminazioni (e all'odio) contro i gay, ha suscitato le ire e, immagino, il ribrezzo di figuri come Binetti o Mastella. (Binetti, lo ragguaglio, "is a sort of Italian Ruth Kelly, but worse"). A questo ho poi aggiunto la ciliegina sulla torta: la notizia - letta su Repubblica il giorno della mia partenza - di un consigliere comunale, un idiota aennino, di Soriano nel Cimino, che non vuole che si intitoli un parco a Pier Paolo Pasolini perche' "che cosa ha fatto questo ricchione per il paese?". E poi, si sa che nel parco ci giocano i bambini, che magari potrebbero avere pensieri impuri, molestati dallo spirito del poeta. Quando sente tutto questo, R.S. mi dice che, in fin dei conti, questa gente sa di avere perso, da un punto di vista storico. E aggiunge che prima o poi anche l'Italia si adeguera'. Gia', prima o poi - ribatto io -, ma quando? Lui mi spiega che anche qui c'e' una sparutissima minoranza che dice le stesse cose, ma queste persone vengono considerate dei "ridiculous freaks" - dei fuori di testa che fanno ridere e basta. E ormai l'omofobia e' veramente un "no no" in Inghilterra, alla pari di qualsiasi altra forma di odio "razzista", socialmente intollerabile e non tollerata. "Del resto - conclude, mostrandomi le persone intorno, nel pub gay in cui stiamo discutendo - guarda qui: che gente pericolosa!". Mi guardo attorno: potrebbe essere un qualsiasi pub. E davvero penso che gli odiatori di professione - compresi quelli piu' rivoltanti e pericolosi, cioe' quelli che non lo sono esplicitamente, ma si nascondono dietro l'untuosita' delle buone intenzioni - non sanno di cosa parlano e sono fuori dal mondo.

Ieri avrei voluto vedere altre mostre o altri musei, ma prima ho deciso di farmi un giro in qualche quartiere "insolito". Ho preso l'autobus da Oxford Street e sono andato fino a Stoke Newington, piuttosto a nord e piuttosto a est. Si trova al di sopra di Islington. Forse, ho pensato - diversamente da quest'ultimo -, Stoke Newington non si e' ancora "gentrified", cioe' borghesizzato, come si usa dire qui quando rinnovano tutto un quartiere e i prezzi delle proprieta' immobiliari schizzano alle stelle spingendo la "Britannia" un po' meno "cool" ancora piu' ai margini della citta'. In effetti, qualcosa di diverso c'e'. Nella strada principale - Stoke Newington High Street, perche' questi quartieri-villaggio hanno tutti una strada principale che si chiama High Street - mancano le catene come McDonald's, Nero, Costa, Starbucks, ma in compenso e' pieno di ristoranti indiani, di piccoli supermercati e di negozi che vendono cose a 99 centesimi, a loro volta gestiti per lo piu' da indiani. Per ritornare ho la "brillante" idea di prendere un autobus che mi porta fino a Kentish Town. Voglio ridiscendere a piedi sino a Camden Town e poi tornare in metro. Quando arrivo nella stazione di Camden Town, pero', mi ritrovo a fare i conti con l'agghiacciante "linea nera" - la Northern Line - del metro: passa un treno non in servizio, gli altri sono in ritardo, le banchine si affollano e a me viene un mezzo attacco di claustrofobia. Risalgo velocemente i quasi cento scalini, esco e decido di tornare a piedi, nonostante il vento e la pioggia, costeggiando Euston Station.

La novita' di questo soggiorno, invece, e' che - malgrado questo sia il mio terzo giorno qui - non ho ancora comprato un libro che sia uno. Nelle librerie ci entro, ma mi prende un certo senso di disgusto per la quantita' di pubblicazioni che escono a getto continuo. Intanto penso alla mole di carta stampata che ho ancora da leggere a casa. Potrei anche dire che ho trascorso due giorni senza leggere una riga (a parte i giornali gratuiti distribuiti ovunque), ma non e' del tutto vero, perche' tra ieri sera e stamane ho preso in mano un libro che ho portato con me. La via della disintossicazione e' dura. Saro' "guarito" quando smettero' anche di scrivere, suppongo.

E ora me ne vado: Londra e' la' fuori che mi aspetta. Non posso farla attendere troppo a lungo.