E anche stavolta Londra è andata. Un soggiorno senza particolari programmi, da parte mia, se non il desiderio di essere ancora lì, perché più passa il tempo e più divento abitudinario. Abbiamo scelto - io e M. - un albergo a Bloomsbury, uno dei più convenienti, che potrei definire vintage, con un eufemismo, per non dire che era sciatto e cadente in maniera tipicamente inglese. Un albergo che ha sicuramente conosciuto tempi migliori, ma io mi accontento.
Dire che sono stato "scoglionato" tutto il tempo è dire poco: l'intera permanenza a Londra è stata segnata da un certo senso di disgusto. Non per la città in sé, ma più per quel senso di dover vedere e dover fare, di cui io non riesco a liberarmi nemmeno quando sono in vacanza, e in ultima analisi per me stesso. Oltretutto Londra scatena una contraddizione in me: offre innumerevoli possibilità e sembra quasi un peccato non approfittarne, d'altra parte è già sufficiente esserci senza fare niente di più. Se però io ci sono e non faccio niente di più, mi pare di perdermi tutte quelle possibilità. Mi consola il fatto che, da un punto di vista "museale", ho visto praticamente tutto - certo, mi mancherebbero solo quelle tappe più turistiche che ho sempre evitato come la peste: i gioielli della Corona, Madame Tussaud's - e ho sviluppato un'idiosincrasia nei confronti di quei musei per i quali occorrono più di due ore di visita. Un paio, però, li ho rivisti: il Geffrye Museum a Shoreditch e il Design Museum (che avevo visitato nel 2007). In quest'ultimo erano cambiati completamente gli oggetti esposti e quindi è stato come assistere a una novità. Soprattutto in quest'ultimo c'era una mostra temporanea sulle sfide della sopravvivenza in un mondo sempre più affollato e dipendente dal petrolio. Oltre a mostrare le varie strategie, piuttosto artigianali, messe in atto nei paesi meno sviluppati, e a spiegare come funziona la depressione - malattia che sarà sempre più diffusa in futuro -, c'era tutta una parte dedicata alla merda, che mi ha deliziato: chi sapeva che in Ruanda le feci dei prigionieri rinchiusi per il genocidio del 1994 vengono raccolte e usate per produrre biogas con i quali si alimentano le cucine delle carceri stesse? O chi sapeva che esiste un morbo, il c. difficile, che è possibile curare con trasfusioni di merda di un donatore sano, tramite clistere che si può preparare anche in casa in un frullatore con la semplice aggiunta di soluzione fisiologica? Non si finisce mai d'imparare. L'altra mostra che ho visitato è stata poi Brains, dedicata al cervello (alle sue rappresentazioni e al suo studio), alla "solita" Wellcome Collection di Euston, che mi sorprende sempre. Tra le varie cose in mostra, un bel paio di video: uno con una craniotomia e un altro con la somministrazione, negli anni quaranta, di due elettroshock, con e senza anestesia.
Invecchio e divento insofferente in presenza delle folle. E a Londra c'è sempre un eccesso di folla - di diversi tipi di folla, a seconda delle zone - da cui bisogna sfuggire. A un certo punto uno non ne può più della ressa di turisti sul Thames Walk, tra la Tate Modern e il London Bridge, o delle orde sciamanti di froci in Old Compton Street (di cui uno su due parla italiano), o delle turbe di adolescenti un po' ovunque ma soprattutto a Piccadilly Circus la sera tardi. Quindi, via, alla scoperta di zone nuove e più tranquille. Il pretesto per andare a Dulwich, per esempio, è stata una mostra dedicata a Van Dyck in Sicilia - dove il pittore olandese trascorse più di un anno, tra il 1624 e il 1625 - alla Dulwich Gallery. Mostra pregevole, perché contenuta e con pochi dipinti, facilmente visibili. E Dulwich è un quartiere incantevole: sembra davvero di stare in un villaggio inglese, pieno di verde, di alberi frondosi e di villette. Così come ho scoperto il cimitero vittoriano di Abney Park, a Stoke Newington, grazie a una guida con suggerimenti di scrittori, giornalisti, intellettuali sui loro posti preferiti a Londra.
Grazie a M., invece, siamo andati, il giorno dopo il nostro arrivo, alla Royal Opera House a vedere il Rigoletto diretto da sir John Eliot Gardiner. Io non sono e non sono mai stato un'opera queen, ma devo confessare che non mi sono affatto annoiato, malgrado fossimo in estrema piccionaia e - per restare in ambito avicolo - mi sarebbe servito uno sguardo da aquila per vedere bene il palco. Durante lo spettacolo, però - che è durato il giusto, perché credo che un'opera di Wagner, per esempio, non l'avrei retta -, sono riuscito a godermi la musica e la trama (che il mio compagno di viaggio mi ha riassunto poco prima). Capisco perché un'opera del genere fosse popolare, ai tempi - una specie di telenovela ante litteram -, e lo sia rimasta, con le sue melodie così geniali pur nella loro orecchiabilità. E mi sono pure accorto di quanto quest'opera - o l'opera ottocentesca tout court - sia ormai entrata nel dna di noi italiani: pur non conoscendola, avevo già sentito o orecchiato altrove le sue arie più importanti. Tutto questo malgrado la distrazione dei due bei francesini ingiaccati e incravattati nella fila davanti a noi - e, vabbe', c'era pure una ragazza con loro -, che sono stati redarguiti dalla maschera quando, durante una pausa, hanno tirato fuori un tramezzino di Pret-à-manger per cenare.
Di che cosa si parla a Londra in questo periodo? Ogni giorno ho letto i quotidiani più diffusi della capitale, ovvero Metro al mattino e il London Evening Standard la sera: più diffusi perché gratuiti. Al di là delle prevedibili notizie sulla crisi, declinata in diverse forme nei vari stati europei, e della tournée degli One Direction in Australia, i giornali erano pieni di notizie, interviste e commenti sull'imminente tornata elettorale per la scelta del "nuovo" sindaco di Londra. In realtà queste elezioni sembrano una replica delle ultime, perché i candidati sono gli stessi: l'attuale sindaco in carica Boris Johnson (conservatore), l'ex sindaco Ken Livingstone (laburista) e Brian Paddick (liberaldemocratico). Gli altri sono puro contorno, senza alcuna speranza di essere eletti. Molte polemiche hanno investito Livingstone: evasione fiscale, sete di potere, opportunismo e cialtroneria - perché questa è la sua proposta di tagliare del sette per cento i prezzi, carissimi, dei mezzi pubblici di trasporto -, atteggiamenti da guitto - piangere vedendo un video di testimonianze di suoi elettori che sono risultati essere attori pagati -, e infine eccessiva condiscendenza (per essere gentili) nei confronti degli estremisti islamici. Curiosamente Livingstone ha, nei sondaggi, un punteggio inferiore alla media dei laburisti a livello nazionale, mentre Johnson lo ha superiore rispetto alla media nazionale dei conservatori (e, come mi dice R.S., ha fatto meglio di quanto ci si aspettasse, pur nel limite dei poteri concessi al sindaco di Londra). Leggendo i confronti pubblici e le opinioni degli elettori, ho capito invece che il terzo incomodo, Paddick - che io vedrei bene come sindaco solo per amor di simmetria: Londra sarebbe così, dopo Berlino e Parigi, la terza capitale europea ad avere un sindaco gay, un gadget irrinunciabile per i tempi moderni -, è una specie di equivalente inglese di Walter Veltroni: acqua fresca e aria fritta per tutti. Woolly, lanoso, dicono gli inglesi, cioè privo di sostanza e consistenza. (Certo, poi è bastato che M. comprasse un giorno il Corriere della Sera perché, dopo averlo letto, avessi voglia di buttarmi nel Tamigi). Detto questo, però, fa piacere leggere confronti e programmi che toccano punti ben concreti: il costo dei trasporti a Londra, la drammatica situazione degli alloggi (troppo pochi e/o troppo cari), la sicurezza della città. Non mi sembra di aver letto che nessuno promettesse "A new wind for London" o una "orange revolution".
