Ma bando a queste ciance e veniamo a qualche aneddoto più spicciolo, meno da "guida turistica" - che poi è quello che anche a me interessa conoscere quando qualcuno mi racconta i suoi viaggi.
Il cibo: come si mangia a Oslo? O, meglio, come non si mangia? Be', io pensavo che l'Italia - insieme con la Francia - fosse uno dei paesi che maggiormente discriminano i vegetariani. A Oslo ho dovuto ricredermi. Persino nei ristoranti indiani e cinesi si fatica a trovare un piatto non a base di carne. Per non parlare poi degli altri ristoranti: avevamo preso l'abitudine di fermarci a leggere i menù (per un motivo che poi chiarirò), scoprendo che in molti esiste sì una "alternativa vegeteriana", la quale però è perlopiù descritta in questi termini: "piatto vegetariano del giorno creato appositamente dal nostro cuoco". Il che equivale a dire: quel che c'è c'è e ve lo mangiate, senza fare tante storie. Per il resto, chi va a Oslo sappia che potrebbe finire per interpretare involontariamente il ruolo principale del romanzo di Knut Hamsun, Fame. Mangiare fuori, infatti, costa uno sproposito. Ce ne siamo accorti non appena arrivati, quando M.S. ha voluto placare i morsi della fame mangiando in un Burger King: un semplice menù costa l'equivalente di dodici euro. Da quel momento è stato un crescendo, dai settanta euro in due al ristorante cino-giappo-tailandese fino agli ottanta al Café Cathedral, sotto gli archi di fronte alla cattedrale (è vero che però qui M.S. ha voluto ordinare una fetta di arrosto di renna: cari bambini in ascolto, sappiate che se quest'anno Babbo Natale non vi porta i doni è perché il mio amico gli ha mangiato il mezzo di trasporto prediletto).
L'antifona è stata chiara sin dall'inizio: Oslo è una città cara - ce ne siamo accorti anche comprando il biglietto della metropolitana: tre euro per tre fermate, un euro a fermata - e dunque dovrebbe essere anche una città ricca. La Norvegia dovrebbe essere un paese ricco: in fin dei conti hanno il petrolio del mare del Nord, no? Eppure, camminando la sera - cioè dopo le tre di pomeriggio - lungo la Karl Johans Gate, vedevamo sempre un sacco di mendicanti, che si distinguono dai nostri per il fatto che se ne restano seduti tranquilli e in silenzio, con davanti la loro ciotolina, in attesa che i passanti lascino loro un obolo. L'aspetto più impressionante è che sono disseminati in punti strategici, a distanza regolare l'uno dall'altro, come se ognuno di loro avesse la sua postazione fissa. Ho persino pensato che forse ognuno di loro è lì con una ben precisa autorizzazione del municipio, il quale gli assegna quel posto e non un altro, un po' come avviene per il busking dei musicisti di strada nella metropolitana di Londra. In ogni caso, la presenza di questa povertà - e del manipolo di varia umanità derelitta e alcolizzata di fronte alla stazione - apre scenari sulle inquietanti correnti sotterranee che agitano una società apparentemente così serena e benestante.
In un posto che non si conosce ancora è bello, poi, osservare la gente. A Oslo ho notato per esempio che la gente si mette tutta in ghingheri e si veste in maniera molto formale quando deve andare a teatro - o al ristorante del teatro dopo lo spettacolo -, come se ogni sera fosse la prima della Scala. Non ho visto nessuno in jeans che usciva da un teatro. Allo stesso tempo, però, ho constatato un grande sprezzo del pericolo (di assideramento) in molti autoctoni: nonostante le temperature non proprio miti, soprattutto la sera, tanti se ne vanno in giro vestiti leggeri. Ho visto chi aveva solo una maglietta con niente sotto e il decolleté completamente scoperto, ho visto gente senza calzini e in ciabatte, ma lo spettacolo più curioso è stato quello di un ragazzo che una sera si è tolto le scarpe davanti al parlamento e, parlando al telefono, camminava su e giù con i soli calzini ai piedi.
Segnalo infine una delusione: gli uomini. Fatte salve poche eccezioni, i norvegesi non corrispondono affatto al cliché del maschio scandinavo. Insomma, di Morten Harket o Magne Fururholmen in giro non ne ho visti molti.
Qui, il set completo delle (noiose) fotografie che ho scattato.



