Manifesto per l'eguaglianza dei diritti

Le infamie di ieri

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20/07/2008

Al rientro

Quel che è bello dura poco. Anche stavolta sono rientrato - ieri, per l'esattezza - da Berlino e il primo impatto con l'Italia e con Milano non è stato confortante. Solitamente bastano pochi giorni per disintossicarsi e, quando si torna alle antiche abitudini, è sempre un bel colpo. L'aereo è atterrato al terminal 2 di Malpensa, cioè il vecchio aeroporto. Abbiamo deciso di prendere il treno per tornare a Milano. Il treno, però, parte dal terminal 1. Sapevo che c'è un autobus navetta che fa la spola tra i due terminal, ma quello che non sapevo era come la fa: l'abbiamo appreso a nostre spese. L'abbiamo trovato fermo davanti all'uscita, siamo saliti e abbiamo aspettato. Poi abbiamo aspettato. Infine abbiamo aspettato ancora. Nel frattempo una radio urlava a tutto volume canzoni e jingle pubblicitari. Dopo una ventina di minuti di attesa - e io che pensavo che uno shuttle dovesse fare avanti e indietro in tempi ragionevoli - le porte si chiudono e il veicolo accenna a muoversi. Peccato che in quel momento stiano arrivando altri passeggeri: l'autista, allora, si ferma e li fa salire. Nuova chiusura delle porte e nuovo accenno di partenza. E, di nuovo, un altro gruppo di passeggeri in arrivo: vogliamo lasciarli a terra? No, ovviamente. L'autista fa salire anche questi e, intanto, l'autobus-navetta è ormai pieno come un uovo. Finalmente partiamo sul serio. E qui apprendo due cose: la prima è che il terminal 1 è molto più lontano di quanto pensassi ed è, letteralmente, una cattedrale nel deserto, la seconda è che l'autobus cosiddetto navetta fa due fermate intermedie, una al parcheggio - dove imbarca altri passeggeri - e una in the middle of nowhere dove imbarca un numero imprecisato di steward e di hostess, che riescono a salire solo dopo diversi tentativi da tutte le porte, visto che il mezzo ormai sta straripando. Alla terza fermata sono questi a scendere per primi, così molti pensano che si tratti di un'ulteriore fermata intermedia. Fatto sta che l'autobus si ferma tra il terminal 1 e un parcheggio e non c'è nulla a segnalare che si tratta della fermata definitiva. A questo provvede l'autista che bercia qualcosa del tipo: "Giù, giù! Siamo arrivati", come se stesse facendo scendere il bestiame da un carro. Attraversiamo la strada - e in corrispondenza della fermata e del tunnel che porta al Malpensa Express non ci sono nemmeno le strisce - e andiamo a prendere i biglietti per il treno. L'aereo da Berlino è atterrato alle 13.45: sono le 14.45. Un'ora di viaggio per passare da un terminal all'altro, e per fortuna che le valigie ci sono state consegnate quasi subito. Andando al treno penso che tutto sommato sono fortunato perché io so come si fa ad arrivarci, ma uno straniero che atterri a Milano che impressione riceve da tutto questo casino? Non oso immaginare il caos quando ci sarà la tanto celebrata Expo. Rimetto piede in casa alle 16 in punto, dopo un viaggio nei puzzolenti vagoni del Malpensa Express, "express" per modo di dire, poiché si ferma a Busto Arsizio, a Saronno, a Milano Bovisa-Politecnico - e ho temuto il peggio quando ha rallentato entrando alla stazione di Rescaldina. Di Berlino, invece, dirò più avanti.

27/06/2008

Pedalando senza fretta...

Il destino crudele si accanisce su di me, in fatto di biciclette. No, non mi hanno rubato per l'ennesima volta la bicicletta - l'ultima - comprata tre mesi fa. L'ho soltanto dovuta portare a riparare, perché mi ero accorto che la ruota posteriore era un po' storta e, quando pedalavo, andava sbilenca e sfregava contro il parafanghi, così mi sembrava di essere sempre in salita. Capita, si potrà dire. E' vero, peccato però che poco più di un mese fa la stessa (nuova) bicicletta mi si era piantata nel bel mezzo della strada e, malgrado cercassi di pedalare, la ruota posteriore era misteriosamente bloccata. Eppure tutto sembrava stranamente a posto. Anche allora l'ho portata a far riparare e il ciclista da cui l'avevo comprata mi aveva sostituito la ruota. In garanzia, addirittura. Quando ieri sono ricomparso nel suo negozio - e sospetto che, pur non avendo ancora detto una parola ed esercitando un autocontrollo zen dei miei nervi, si doveva vedere come nei fumetti una nuvoletta piena di "#@!" che mi si levava dalla testa - e gli ho detto: "Ti ricordi che...?" spiegandogli la faccenda e assicurandogli che la bici la uso, sì, e la uso tutti i giorni, ma non per fare acrobazie, lui mi ha giurato perplesso che, in otto anni che fa quel lavoro, è la prima volta che gli succede. Anch'io - ho aggiunto - dopo quattro biciclette è la prima volta che... Con le altre mi limitavo a forare in continuazione... Ma lasciamo perdere... Il danno ormai è fatto: si dev'essere spezzato il mozzo che regge la ruota posteriore, vallo a sapere. La beffa è che, ovviamente, per la legge di Murphy queste cose accadono sempre nei momenti meno opportuni. La prima volta, di domenica pomeriggio in piazza Repubblica, mentre stavo andando a lavorare, ed ero esattamente a metà strada. Con la ruota bloccata, me la sono dovuta trascinare dietro, anche di notte, persino in spalla (e ricordo un cretino, semiubriaco, che accovacciato su un gradino davanti a un locale in via Melchiorre Gioia, mi ha chiesto: "Ehi, ma che cosa fai?"). L'altroieri, a mezzanotte passata, in viale Umbria - che è più o meno dall'altra parte della città rispetto a casa mia. Ho pedalato finché ho potuto, cioè finché è caduta anche la catena - per rimontarla avrei dovuto staccare il carter - e mi sono fatto tutta via Vitruvio a piedi, arrivando a casa madido di sudore e oltremodo irritato. C'è di buono che, in entrambi i casi, mi è stata data la stessa "bicicletta sostitutiva", un'Atala pesantissima e con il sellino troppo basso, con cui pedalo e pedalo ma faccio poca strada. Decisamente, la mia con le biciclette è una storia d'amore non ricambiata.

22/06/2008

C'è nell'aria un certo non-so-che, come una voglia di fascismo...

Venerdì ho pranzato con M. in una tavola calda di via Tadino, dove abbiamo visto in azione il ventre molle del paese, assistendo a una scenetta non molto edificante. Erano più o meno le due e un quarto e il locale si era quasi svuotato. Eravamo rimasti noi, il gestore con un cameriere e, a un altro tavolo, un uomo - che vedevo di spalle - e una donna: una biondastra dall'aria piuttosto sostenuta, una tipica sciora milanese. Non so come tutto sia cominciato, ma a un certo punto il gestore ha detto che il giorno prima qualcuno è entrato e ha rubato il registratore di cassa, approfittando di una breve assenza del cameriere, uscito per comprare le sigarette. Partendo da questo evento, i due - gestore e cameriere - si sono lanciati in una filippica, in crescendo. Per loro era ovvio e scontato che il ladro fosse uno straniero. Che potesse essere un loro connazionale non gli è passato nemmeno per l'anticamera del cervello. E, naturalmente, il gestore - un ometto dall'aria smunta e dimessa e dall'incedere sciabattante nonostante i mocassini - non aveva nulla contro gli stranieri, anzi lui li prendeva pure a lavorare lì, se erano onesti e se lavoravano come lavorano loro, ha detto indicando sé e i due avventori seduti al tavolo. Però era intollerabile che questi venissero qui e pretendessero di farsi belli con il nostro lavoro. Il cameriere - un giovanotto precocemente invecchiato, dai capelli unti e mal rasato - è intervenuto per dargli man forte e ha rincarato la dose: "Bisognerebbe riaprire i forni crematori!". "Bisognerebbe riaprire i forni crematori!" ha ribadito più volte, a mo' di chiosa definitiva. Però - ho pensato -, addirittura i forni crematori per il furto di un registratore di cassa: e i colpevoli li bruciamo direttamente vivi o li ammazziamo prima? Da questo momento in avanti la discussione è scivolata giù, lungo un piano inclinato e ben oliato, e non ci è più stato risparmiato nulla. Bisognerebbe rispedirli tutti a casa loro! I due commensali hanno contribuito raccontando i furti e le malversazioni di cui, a loro volta, sono state vittime. "Mi hanno rubato persino le rose da un vaso davanti all'ufficio!" ha dichiarato con aria scandalizzata la sciora bionda. Dopodiché questa bella combriccola di "non razzisti" si è esibita in un florilegio tipico di luoghi comuni "non razzisti", ma improntati alla più serena obiettività: "non si può più stare tranquilli neanche a casa nostra", "c'è da aver paura ad andare in giro dopo una certa ora" e - soprattutto - "qui ormai in certi momenti non si vedono più facce bianche". Una visione, questa, che doveva offendere profondamente le pupille ariane del cameriere che se ne rammaricava, pur non essendo lui stesso propriamente un modello di venustà. Io e M. abbiamo ascoltato impietriti e stupefatti. Ormai questi discorsi si sentono sempre più di frequente e chi vi si abbandona lo fa con sempre meno remore. E' diventato, in un certo senso, "normale", così come è "normale" non preoccuparsi che queste opinioni possano urtare altri clienti di quello che è e resta un luogo aperto al pubblico. A bassa voce ho bisbigliato a M. : "Qui non ci torniamo più". Trovo preoccupante la china lungo cui sta scivolando questo paese. Discorsi di questo genere si sono sempre fatti: la differenza è che, forse, in passato chi li faceva se ne vergognava un po', ma soprattutto erano discorsi che restavano isolati e non c'erano rappresentanti istituzionali o esponenti politici che ci lucravano sopra come parassiti facendo così la fortuna propria e del proprio movimento o partito. Adesso, invece, fanno tutti a gara a chi grida più forte "al lupo, al lupo", a chi lancia con voce più stentorea l'allarme della sicurezza, e così si solleticano i bassi istinti di molti italiani, i quali si sentono autorizzati ad aprire le dighe e lasciar scorrere il letame che si portano dentro. Mentre siamo ancora nella tavola calda, dico a M. che io vivo in quella zona, tra Stazione Centrale e via Melchiorre Gioia, da undici anni ormai e mai una volta mi è accaduto qualcosa; mai mi sono sentito davvero minacciato o in pericolo, nemmeno quando esco o torno a casa a orari improbabili. Ho solo avuto un gran culo o, banalmente, rientro in una norma statistica? Anzi, nella grande massa di stranieri che abitano a Milano, mi pare che quelli onesti malgrado tutto siano ancora la stragrande maggioranza - e dicendolo non credo di compiere un atto dovuto di buonismo, ma mi limito a descrivere la realtà. Aggiungo che, considerato poi il modo in cui molti vengono trattati e la miseria in cui tanti sono costretti a vivere, ho addirittura l'impressione che siano fin troppo mansueti. E invece no, in giro si avvertono questa puzza di fascismo, questa fame di dittatura, questa voglia di un uomo forte che metta a posto le cose e che, finalmente, ci privi dell'ansia provocata dalla libertà. Tutto questo mi sembra funzionale a un disegno: bisogna fomentare le paure dei cittadini ed esagerare l'allarme sicurezza per far accettare una progressiva militarizzazione del territorio, per imporre uno stato e una sensazione perenni di emergenza e distogliere quindi l'attenzione da altre - e peggiori - malversazioni. Chi esce di casa deve guardarsi attorno e temere di poter essere assalito in ogni momento: solo in questo modo non guarderà più lontano di un palmo dal suo naso. E' di ieri, per esempio, la notizia che il comune di Milano sguinzaglierà per via Padova una banda di poliziotti in pensione che, indossando una pettorina azzurra, provvederanno a fornire questa tanto bramata "sicurezza". Così chi invoca i forni crematori per un ladruncolo è solitamente ben disposto a chiudere più di un occhio sulle leggi vergogna del presidente del consiglio e sullo scempio che in questo paese si sta facendo della civiltà.

(Su quello che sta diventando l'Italia - e sull'ossessione della sicurezza -, consiglio di leggere questo pezzo)

18/06/2008

Italia-Francia

Sono le otto e mezzo di sera: io e J. usciamo per cenare in un ristorante nei pressi di casa mia. Quando entriamo mi prende un colpo: in una delle due sale c'è un maxischermo sul quale verrà trasmessa la partita Italia-Francia. In quella sala i tavoli sono schierati in modo che tutti possano assistere allo spettacolo. Chiedo alla cameriera di darci un tavolo da cui lo schermo proprio non si veda. Ci accontenta: io avrò lo schermo alle spalle, J. lo vede solo di sghimbescio. Non vedo, ma purtroppo sento. Non tanto il rumore della partita o della telecronaca, ma le urla belluine degli avventori per ogni gol segnato e per ogni passaggio ben riuscito. Quando il rumore è troppo forte, faccio una smorfia e strizzo gli occhi, come per sopportare con stoica rassegnazione un destino cinico e baro che mi ha costretto a essere contemporaneo di connazionali simili. Eccoli lì - penso -, tutti a esultare per qualcosa di cui non hanno nessun merito, tutti a ritrovare all'improvviso, come per miracolo, il senso di appartenenza a una collettività che in tutte le altre circostanze è sbrindellata come un cencio frusto o spappolata come un soufflé sgonfio. Immagino lo sguardo vacuo e nemmeno troppo vagamente idiota dei calciatori, questi ragazzotti strapagati perché sanno tirare due calci a un pallone, mentre intonano - se così si può dire - l'inno nazionale italiano, una marcetta da osteria, dando fiato ai polmoni, perché la lezione l'hanno imparata anche loro come l'hanno imparata gli italiani: lo stato può essere allo sfacelo, ma in quest'unica circostanza si può far finta di essere un'unica grande famiglia, tutti stretti a coorte, tutti pronti alla morte. Credo di essere l'unico che nemmeno fiata quando gli altri sbraitano. Non tutto il male viene per nuocere, però. Quando ci alziamo per andare a pagare, l'insopportabile cameriere che, solitamente ciarliero, fa battute e concede confidenze non richieste, questa volta è eccezionalmente muto e si vede che striscia con impazienza la carta di credito, voltandosi in continuazione verso lo schermo per non perdere neanche un passaggio della partita ormai agli sgoccioli. Purtroppo l'Italia ha vinto: come la volta precedente, anche in quest'occasione ho sperato che perdesse e venisse sbattuta fuori dagli Europei, affinché ai miei connazionali non fosse concessa la consolazione surrettizia di un senso bovino di comunità posticcia. Se volete "l'Italia" - vorrei dire a tutti quelli che in questi giorni hanno appeso il tricolore fuori dalla finestra -, costruitela nella vita di tutti i giorni e non in questa maniera proiettiva e allucinatoria. Fuori ha smesso di piovere e le strade sono lucide e deserte. C'è un silenzio quasi sinistro che, dopo un attimo di smarrimento, mi sembra estremamente piacevole. In tutta via Pola passerà forse una macchina. Mi volto e dico a J. che dovrebbe girare una pattuglia di una versione nostrana della "polizia etica": agenti che fermano i sospetti come noi che, irriducibili, non sono chiusi in casa a guardare la partita. Sembra di essere in Corea del Nord, aggiungo, riferendomi alle strade improvvisamente vuote. Persino le trans non battono, stasera: e dire che siamo in una zona ad alta concentrazione prostitutiva. Forse anche loro sapevano che avrebbero trovato ben pochi clienti. Solo in largo Debenedetti si ferma una macchina e una coppia - regolarmente eterosessuale - scarica un travestito. Quando sgomma per ripartire mi cade l'occhio sulla targa. E' ticinese. Certo, ci volevano due stranieri per rinunciare alla partita.

15/05/2008

Un giorno alle terme (benché a Milano)

Ieri era sabato. Sì, lo so, era mercoledì, ma ho preferito far finta che fosse sabato, visto che era il mio giorno libero. O forse ho avuto la sensazione che si ha, normalmente, quando non si ha nulla da fare e si decide di spassarsela senza pensare ad altro. O almeno ci si prova. Intanto ho imparato che non mi viene così facile strapparmi alla morsa che mi sono imposto da solo e che mi fa sentire in ansia se "non faccio niente". In ogni caso, ieri J. e io siamo andati a visitare le Terme di Milano. Me ne aveva parlato E., un paio di settimane fa, dopo esserci stato, e se ne era detto entusiasta. Premetto subito che queste sono terme "vere" e, a costo di deludere qualche lettore in speranzosa attesa di audaci rivelazioni, non sono un pretesto da cruising gay. Ma, soprattutto, sono enormi e questo soddisfa il mio bisogno di gigantismo. L'edificio, in stile Liberty, si trova in piazza Medaglie d'Oro ed era dell'ATM, l'azienda dei trasporti pubblici milanesi. Come spiega il foglietto illustrativo, lì una volta c'erano una sala da ballo, un centro ricreativo per i dipendenti e cose di questo genere, ma a poco a poco l'edificio stava andando in malora. Ora è stato ristrutturato e sono state aperte, appunto, queste Terme.

All'ingresso una gentile signorina, dopo aver recitato a memoria - male - una litania con quello che ci aspetta dentro cotanto luogo, ci consegna accappatoio, telone, ciabatte e flaconcini di shampoo e crema per il corpo e ci augura buona permanenza. Ci addentriamo negli spogliatoi con armadietti dall'apertura tecnologica e ci prepariamo all'esplorazione. E' dalle ex-cantine che partiamo perché lì è il cuore pulsante, per così dire, delle terme. Vasche di tutti i tipi per l'idromassaggio, con cascate e cascatelle; percorsi di acqua fredda e acqua calda per riattivare la circolazione periferica; una vasca per la "cromoterapia"; due saune a diverse temperature; un bagno di vapore e una vasca per i fanghi (soltanto estetici e non curativi, come ha specificato nel tardo pomeriggio la "maestra del benessere" mentre noi ci spalmavamo addosso quell'intruglio appiccicoso). In quegli antri fortunatamente non muschiosi - il livello di igiene è, ovunque, straordinario - abbiamo trascorso svariate ore, in due riprese, tanto più piacevoli per la quasi totale assenza di avventori (il che serviva a ricordarmi in continuazione che era mercoledì - accidenti - e non sabato, come sarei sempre stato tentato di pensare). A me piacciono i luoghi chiusi in cui si ha la sensazione di essere totalmente fuori dal mondo, come se all'improvviso il tempo fosse sospeso e da un luogo ben preciso fossimo passati in nessun luogo oppure ovunque.

Al piano terreno, invece, ci sono quattro "sale relax" dedicate ai quattro elementi tradizionali: Terra, Aria, Acqua e Fuoco. Certamente è tutto quanto piuttosto artificiale e artificioso, ma tutto sommato chi se ne importa. Le abbiamo "provate" tutt'e quattro e, all'unanimità, abbiamo eletto la "sala Acqua" come la nostra favorita, soprattutto per via dei lettini con i materassi ad acqua (riscaldata) che accolgono - in modo quasi uterino - l'ospite. E persino io, che sono restio a dormire in un luogo che non sia il mio letto (o un letto tout court), mi sono appisolato nella penombra, cullato dalla colonna sonora dello sciabordio delle onde e dalle proiezioni marine sul soffitto. In fondo al corridoio principale dello stesso piano si accede a quello che doveva essere il salone principale e in cui ora è allestito un buffet con frutta, biscotti, succhi, tè, tisane e - soprattutto - yogurt di varia consistenza e temperatura: più liquido, meno liquido, semigelato, intero o scremato, con o senza vaniglia. Confesso di non avere mai mangiato tanto yogurt come ieri. Inoltre, siccome la giornata era bella e il sole splendeva alto nel cielo, era aperto anche il giardino, con tre vasche: due per l'idromassaggio e una terza con "musica subacquea". Qui, però, è praticamente impossibile ignorare di essere a Milano: basta alzare lo sguardo per ritrovarsi di fronte un brutto palazzaccio a più piani. Meglio ritornare, quindi, dentro per farsi un altro giro di acque.

Tra una cosa e l'altra siamo rimasti alle Terme di Milano per sei ore e ne siamo usciti verso le sette di sera. Io ero quasi barcollante da quanto mi ero rilassato, completamente disabituato a "buttare" via una giornata senza fare nulla - nulla di produttivo, intendo - e dedicandomi solo a me stesso: da questo punto, c'è ancora molto da fare, molto da lavorare. Ho talmente interiorizzato l'ethos di questa città - se così si può definire la nevrosi che la caratterizza e che fa assomigliare gran parte dei suoi abitanti a dei cani aizzati, a caccia di una preda sempre più irraggiungibile, forse inesistente - da non rendermene più conto se non quando lo sospendo volontariamente, come è avvenuto ieri. Stanotte, però, ho dormito benissimo.

01/04/2008

Ladri di biciclette

Ladri

Io non sono un ciclista della domenica, non sono uno di quei culi di pietra che, durante la settimana, restano inchiodati alla scrivania, fissano con sguardo da pesce lesso lo schermo del computer e come unico movimento fanno clic con il mouse. Non sono uno che, la domenica, infila le sue debordanti trippe in una tutina elasticizzata piena di scritte pubblicitare come quelle dei ciclisti veri, si mette in testa un casco da bicicletta per proteggere la calotta cranica e il vuoto spinto che c'è dentro e, montando su una mountain bike o una bicicletta da corsa vaga senza meta per qualche ora e poi torna a casa, madido di sudore e con la lingua penzoloni. No, io sono uno che la bicicletta la usa come mezzo di locomozione. Sono uno che da undici anni - da quando, cioè, abito in pianta stabile a Milano - rischia la vita tutti i giorni, non inquina e non ha bisogno dell'Ecopass. Per me la bicicletta non è un fine, è un mezzo, in tutti i sensi della parola. Quando mi sono trasferito definitivamente a Milano, nel 1997, mi sono portato dietro la bicicletta (rossa) che avevo dal 1982, ormai completamente sgangherata. Qualche mese dopo ne ho comprata una nuova: non sapendo dove andare, sono andato da Longoni, a Cinisello Balsamo, e poi sono tornato usandola. Quella vecchia l'ho abbandonata in via Sammartini, accanto alla stazione centrale, sapendo che qualcuno avrebbe provveduto a disfarsene rubandola - e così è stato. La mia bici "Longoni" è durata molti anni e, col tempo, è diventata una creatura alla Frankenstein: non so quante volte l'ho fatta riparare. Oltre alle camere d'aria, sostituite innumerevoli volte, ai copertoni - sostituiti con quelli antiforatura, che sono comunque riuscito a forare un paio di volte, courtesy of le strade sconnesse di Milano -, ai cerchioni, ho cambiato un paio di volte la sella - una volta me l'avevano rubata lasciando il resto della bicicletta legata al palo sotto casa, cosicché rischiavo di usarla, fantozzianamente, "alla bersagliera" -, il tubo che regge la medesima - perché mi si era spezzato mentre pedalavo, proprio davanti al pronto soccorso del Fatebenefratelli, di cui però non ho avuto bisogno, ma nel caso il destino mi stava facendo un favore -, la forcella del manubrio anteriore... Stanco di farla riparare, qualche anno fa ho deciso di comprarne una nuova, migliore e più solida. L'ho comprata da un rivenditore di via Ponte Seveso. Era bella, era resistente, era olandese e aveva un sacco di "rapporti", ma io usavo solo quelli dietro e non quelli davanti, no pun intended. Aveva un brutto nome, però: Merida. Quasi una i di troppo. Come un ragazzo bellissimo e sexissimo che poi scopri che si chiama, che so, Asdrubale o Giusberto. Un giorno me l'hanno rubata in piazza Cavour: colpa mia, lo ammetto, non l'avevo legata con una catena abbastanza solida. Era domenica, ero in palestra, la città era semideserta. Così ho ritirato fuori la bici Frankenstein e mi sono dovuto riadattare, portandola di tanto in tanto a fare un check-up. Dopo l'ultima foratura, un anno fa, e con la catena che faceva gro gro gro a ogni colpo di pedale, mi sono rassegnato e - memore del furto della mia bella olandese - ho deciso di comprarne una solida ed economica. Ho preso il modello base della mountain bike di Decathlon, per novantanove euro e me la sono goduta un anno, anzi meno. Con una foratura posteriore prenatalizia. L'altro giorno sto per uscire, scendo nel sottoscala dove sono depositate le biciclette e dove lascio anche la mia - che in realtà è l'unica non ricoperta dalla polvere, perché la uso regolarmente - e non vedo nulla. Lì per lì penso a un attacco di amnesia: "Ma dove l'ho lasciata? Possibile che non l'abbia riportata in casa?". Poi mi cade lo sguardo a terra e trovo il catenaccio con cui solitamente la lego - ma non quando è nel sottoscala, dove nessuno la lega, e il catenaccio è avvolto attorno alla sella. Prima di rubarmela, hanno pensato bene di sbarazzarsene. Dopo aver lasciato le mie biciclette nei posti più improbabili e rischiosi - tipo a notte fonda fuori da locali equivoci -, me ne faccio soffiare una letteralmente sotto il naso. Così oggi ho recuperato la vecchia bici Frankenstein e mi sono rassegnato a portarla a fare riparare. Ma, ahimè, stavolta non c'è stato nulla da fare: impossibile prolungare la sua agonia e troppe (oltre che economicamente troppo onerose) sarebbero state le riparazioni da fare. Ne ho comprata una nuova, in un piccolo negozio di via Thaon di Revel: anche stavolta un modello base, una bicicletta di grande semplicità ed eleganza, senza cambio, tutta nera lucente, minimal chic, senza scritte. E adesso rubatemi anche questa, già che ci siete! (La vecchia bicicletta Frankenstein l'ho abbandonata in piazza Segrino, affidandola al buon cuore di uno dei numerosi ladri di biciclette di cui - ho scoperto a mie spese - Milano abbonda).

11/03/2008

Incontro casuale con celebrità

Circa tre ore fa ero al "Libraccio" di via Vittorio Veneto (o è viale Vittorio Veneto? Non me lo ricordo mai) e ci ho incontrato il noto cantante (e frontman) di un gruppo musicale che, di questi tempi, va per la maggiore - per riprendere un'espressione da vecchia zia che usava sempre Mike Bongiorno quando introduceva un ospite musicale nei suoi quiz. A dire il vero, anzi, questo gruppo piace molto anche a me. Si è comprato Le benevole di Jonathan Littell. In ogni caso lui era tutto arruffato, con la barba incolta e scarmigliata, vestito di cenci - ma vintage - con scarpe grigie a punta e sfondate, come ne vedo spesso ai piedi dei ragazzi londinesi. Ma quel che più mi ha impressionato sono state le unghie - a dire il vero ho visto solo quella del pollice - con uno strato di nero sotto, il che è bastato per farmi distogliere lo sguardo. Va bene essere "alternativo, autoridotto, fuori dall'ottica del sistema"*, ma lavarsi non è, di per sé, un turpe vizio borghese. L'ho raccontato a lui, che mi ha chiesto, ironicamente: "Te lo faresti?". Considerando la mia mania per l'igiene, gli ho risposto che non lo toccherei nemmeno con la canna da pesca.
(Forse devo cominciare a raccontare delle "celebrità" che, nel corso degli anni, ho incontrato per caso a Milano...)

(* anche questa una citazione)

29/02/2008

Uno "scandalo" universitario

Una decina di giorni fa, sulle pagine milanesi di Repubblica, ho letto che stanno indagando un professore dell'Università Statale di Milano perché non soltanto pare vendesse, durante l'orario di ricevimento, i suoi libri senza rilasciare nessuna ricevuta, ma anche perché pare garantisse a chi concordava l'esame con lui il massimo dei voti, aumentando così in maniera spropositata l'affluenza alle sessioni d'esame di quella materia, altrimenti snobbata. La notizia non mi avrebbe colpito più di tanto e l'avrei letta facendo spallucce - del resto, siamo in Italia, che cosa aspettarsi d'altro? - se quel professore non occupasse la cattedra di letteratura tedesca nella stessa Università in cui mi sono laureato io, ormai tredici anni fa. Allora, siccome Repubblica non faceva nomi, ho mobilitato il mio "agente all'Avana" in Sant'Alessandro perché, senza dare troppo nell'occhio, indagasse e rivolgesse qualche domanda indiscreta agli studenti che bazzicano il dipartimento di lingue. Nel frattempo sono andato sul sito dell'Istituto di Germanistica a controllare quali dei docenti attuali erano già presenti ai miei tempi. In un primo momento mi sono concentrato su un ordinario che allora non c'era e ho storto il naso. Ho pensato: questo ha curato dei libri che compaiono come prima cosa sulla sua homepage, e poi, con quest'aria da belloccio, non me la racconta giusta.

Trascorso qualche tempo, ieri sera - non so per quale motivo - ho googlato il nome del mio professore, che è stato anche il relatore della mia tesi, e, toh, ho avuto la sorpresa di leggere questo post, che risale al luglio dell'anno scorso. Pare, insomma, che il "malfattore" sia proprio lui, mentre io l'avevo - l'avrei - escluso a priori. La faccenda, dunque, è roba vecchia. Se io l'ho escluso non è perché sono certo della sua onestà, ma perché so come si comportava lui con noi studenti. In realtà, con il vecchio ordinamento, c'erano ben poche persone che davano l'esame di letteratura tedesca se non erano specialisti, mentre - da quanto apprendo dal post - lo scandalo attuale riguarda soprattutto gli studenti di lettere o di filosofia che volevano rimpolpare i loro crediti con un esame "facile". Per quanto riguarda invece il corso di laurea in lingue, era noto a tutti che per scegliere tedesco come prima lingua bisognava essere molto tenaci e di quelli che si iscrivevano al primo anno solo una sparuta minoranza arrivava fino al quarto e poi alla laurea.

Fausto Cercignani - tanto vale, a questo punto, scrivere il nome - era noto perché aveva la bocciatura facile. Nel mio caso personale, la sua "fama" ha preceduto la conoscenza in carne e ossa: nel 1988, qualche mese prima di iscrivermi a Lingue in Statale, ho seguito un corso di tedesco del Goethe-Institut a Ludwigsburg, nei pressi di Stoccarda, e nella mia classe c'era un bocconiano che - chissà come lo sapeva - mi preparò "decantando" questa caratteristica di colui che di lì a poco sarebbe diventato il mio professore di letteratura tedesca. Sapevo quindi che cosa mi aspettava. In realtà lui "accoglieva" solo le matricole, per le quali teneva il corso monografico, ma di cui verificava - in sede d'esame - anche le "competenze" linguistiche. L'esame dei primi due anni, infatti, era strutturato in tre parti: la prima consisteva in un colloquio in lingua con il lettore di madrelingua tedesca, superato il quale si sarebbe poi passati alla parte di storia della letteratura tedesca e infine al corso monografico. La perfidia, però - che terrorizzava tutti noi studenti -, consisteva nel fatto che, accanto al lettore, sedeva anche il temuto professor Cercignani che, con gli occhialini che gli scivolavano sul naso dando al suo viso magro e affilato un'aria ancora più arcigna, sedeva in silenzio, a braccia conserte, e ascoltava la prova. Era lui che, dopo, usciva dalla stanza e, come un giudice, emetteva la sentenza. Ricordo che, nella prima parte del primo esame, presi ventisei e feci quasi i salti di gioia. Altre mie compagne d'università furono ripetutamente bocciate, finché non si produsse la desiderata diaspora (qualcuno, per esempio, passò a francese). A un paio di loro disse brutalmente che, se volevano studiare tedesco, forse era meglio che prima si togliessero l'accento bresciano. Ricordo anche che, all'esame del terzo anno, eravamo rimasti io e pochissimi altri e lui, vedendoci lì ad aspettare, commentò sarcastico: "Voi siete gli eletti?". Questo per dire quanto di manica larga fosse lui.

Per questo motivo, quando ho letto questa notizia sono rimasto esterrefatto. Lui, proprio lui di tutti i professori? Ho pensato: se è vero, dev'essere impazzito. Che molti professori giochino sporco quando si tratta di assegnare la bibliografia per gli esami e insistano perché i loro libri vengano comprati nuovi - e non usati, o prestati o, orrore degli orrori, fotocopiati - è cosa risaputa. Talvolta si verificano - o si verificavano - episodi che se non sono proprio illegali sono comunque di dubbia moralità (e anche al riguardo potrei raccontare qualcosa della professoressa con cui feci il primo esame di letteratura francese, ma sorvolo): chi studia ha la netta impressione che un corso sia davvero il pretesto per vendere un libro di scarsa o nulla validità scientifica o letteraria. Ma al di là di questo, ci sono rimasto male - posto che ciò di cui è accusato si dimostrasse vero - anche perché ho pensato a come questa storia si potrebbe riflettere su di me e su tutti gli altri che si sono laureati con lui. Pur lasciando stare il fatto di aver venduto, in nero, dei libri - qui si tratta di frode fiscale e uno potrebbe anche essere un grande studioso pur essendo un delinquente -, questa vicenda fa passare l'idea che i suoi voti sarebbero stati "regalati", cosa che nel mio caso e in quello delle mie colleghe di università non è certamente vero. Non mi resta che attendere l'esito delle indagini.

10/02/2008

Un venerdì pomeriggio negli anni settanta

Com'erano belli gli anni settanta! Nell'immaginario collettivo è sempre stato esaltato il decennio successivo, quello dell'edonismo sfrenato, del riflusso, della fine (apparente) delle ideologie - come la chiama chi, semplicemente, sostituisce un'ideologia che preferisce a una che non gradisce -, ma io ho un ricordo abbastanza vivido degli ultimi anni settanta. Forse perché ero un bambino e benché non possa dire di avere avuto un'infanzia particolarmente felice (ma neanche particolarmente infelice), dovevo essere un bambino dallo sguardo curioso e precoce che, suo malgrado, ha assorbito molto di ciò che lo circondava. Per questo, venerdì pomeriggio io e J. siamo andati a vedere la mostra Anni Settanta, il decennio lungo del secolo breve, alla Triennale di Milano. La mostra è indubbiamente interessante, tant'è che ci siamo rimasti più di due ore, anche se non lo è costantemente. Già all'ingresso ci accolgono dei pannelli che riassumono, per sommi capi, gli eventi principali di ogni anno: peccato che, poi, il percorso non sia altrettanto chiaramente delineato. Io, poi, con il mio senso dell'orientamento smarrisco subito la "retta via", così finiamo per passare dal 1971 al 1979, poi di nuovo indietro al 1976 e al 1974. Alla fine rinunciamo e guardiamo le cose in assoluta libertà, così come capitano.

L'inizio mi sembra un po' deludente: una sala dedicata al teatro di quegli anni ("i labirinti del teatro"), con delle sagome di cartone e delle fotografie male illuminate e polverose, tanto che sembra a sua volta un'esposizione presa di peso da un museo anni settanta; un'altra sala ("il teatro dei colori") praticamente immersa nell'oscurità dove campeggiano, su una pedana, alcuni oggetti che vengono via via evidenziati da un fascio di luce. Poi, per fortuna, il resto dell'esposizione migliora. Poiché non è stata realizzata da un singolo autore, ma vari specialisti si sono occupati ciascuno del suo campo, la varietà è notevole e c'è qualcosa per tutti i gusti e, soprattutto, per sollecitare i ricordi di ogni visitatore. Io, per esempio, ho provato una certa emozione entrando in un bar perfettamente ricostruito nello stile di quegli anni e completo di bancone, macchina per il caffè, telefono a gettoni, flipper, juke-box e, persino, bevande d'epoca. J. si entusiasma entrando nella sala che, dedicata alla storia dei videogiochi, gli ricorda la sua infanzia. A dire il vero "la consolle dei videogiochi" viola un po' il limite temporale della mostra, perché di questi viene ripercorsa tutta la storia fino ai nostri giorni. Altre sale sono riservate alla musica - con il trionfo del vinile e della grafica artistica con cui venivano curate le copertine dei dischi (e va detto, però, che non sono state scelte le più rappresentative) -, alla televisione, alla radio (con la ricostruzione di uno dei primi studi di Radio Popolare) e al cinema (con la celebrazione della "commedia sexy" italiana e la riproduzione di una sala cinematografica in dimensioni ridotte). Non mancano accenni alla situazione politica di quegli anni: al piano superiore è stata ricostruita la "cella" (di 3,24 metri quadrati) in cui fu tenuto prigioniero Aldo Moro nel 1978, mentre nei corridoi due televisori trasmettono, in loop, due telegiornali: uno in cui un giovane Bruno Vespa - identico a oggi: ci chiediamo se sia mai stato giovane - annuncia la morte di Moro, e un altro in cui viene data notizia dell'omicidio di Pier Paolo Pasolini (che, attraverso una formulazione molto pudica, aveva chiesto "dei rapporti" al suo omicida).

Al piano terreno la mostra prosegue prima con una serie di opere d'arte contemporanee vagamente ispirate a quegli anni ("corpi dell'arte, corpi nell'arte"): c'è anche un letto completamente rivestito da un reticolato di filo spinato. Scherzando, dico a J.: "Toh, guarda il letto della Binetti!". Tutto sommato, però, questa mi pare la parte meno coerente con il progetto complessivo dell'esposizione. In "press gallery", invece, gli eventi principali degli anni settanta - l'austerity, la morte di due papi, il referendum sul divorzio, la strage dell'Italicus e altri ancora - vengono rivisti attraverso le prime pagine dei quotidiani dell'epoca, riprodotti su lunghi "tendaggi" che calano dall'alto, mentre alle pareti sono appese le copertine dei rotocalchi più diffusi. Fa effetto vedere, per esempio, una copertina di Panorama che, con una donna incinta crocifissa, annuncia un reportage sull'aborto - "Guarda - dico a J. -, questo è Panorama in edicola settimana prossima!" -, così come fa effetto leggere, sulle prime pagine dei quotidiani cattolici, titoli che sproloquiano di "difesa alla vita": si ha la netta sensazione che le lancette dell'orologio, in quest'anno di grazia 2008, siano state fatte girare all'indietro. Prima dell'uscita entriamo in una sala dedicata al fumetto, i cui pavimenti sono tappezzati di riproduzioni di giornaletti, compresi quei ridicoli fumetti porno che io vedevo dal barbiere (senza sfogliarli, perché ero troppo piccolo per farlo) e che sono stati portati via dalla piena della pornografia in internet. L'ultima parte della mostra è invece dedicata all'avventura di Fiorucci e dei suoi negozi - a Milano e a New York - e qui ho avuto un po' la sensazione che questa fosse anche una forma di autopromozione pubblicitaria, visto che Elio Fiorucci è nel "comitato scientifico" che ha organizzato la mostra.

Alla fine, dopo le oltre due ore di visita, ci concediamo una pausa al caffè interno, dove restiamo a chiacchierare ancora un po', mentre fuori la luce del giorno si ammorbisce. Una delle mie ossessioni è quella di potere, brevemente, "uscire dal tempo". Impresa impossibile, ovviamente, anche se però è possibile eliminare la percezione del tempo che scorre, trasformare i bei momenti in una sorta di presente costante. Ecco, quelle ore pomeridiane trascorse con J. hanno rappresentato questa momentanea uscita dal tempo. Faustianamente, l' "attimo" si è fermato, perché era bello - e in questi attimi la mente si rifugia, trova pace e serenità.

04/02/2008

Vietato morire per scelta

Alle quattro e mezzo circa di oggi pomeriggio, all'incrocio tra via Settembrini e via Vitruvio, noto uno strano assembramento annunciato da un ingorgo davanti al Gonzaga. Su entrambi i lati dei marciapiedi, una folla con il naso all'insù. Volanti della polizia e agenti che fanno circolare i passanti. Un tratto di via Settembrini è chiuso al traffico da una sorta di cordone sanitario. Parcheggiati lì davanti anche un'ambulanza e un furgone dei vigili del fuoco. Alzo anch'io il naso in aria e vedo un uomo che, aggrappato alla ringhiera di un balcone al terzo o al quarto piano, minaccia di buttarsi giù. "E' lì da due ore" sento dire da qualcuno. Ma ormai, anche se si buttasse, non morirebbe. Sotto c'è un enorme materasso gonfiabile, color giallo sporco, che ne attutirebbe la caduta. Per riuscire ad atterrare sull'asfalto dovrebbe prima prendere la rincorsa da dentro e spiccare il volo: non ce la farebbe. E poi lassù c'è un altro poliziotto che cerca di convincerlo a rientrare. In quel momento di confusione e distrazione generale penso che chiunque - e dunque anch'io - potrebbe buttarsi sotto una macchina o sotto un tram: sarebbe un bel paradosso che sfida le leggi della statistica. Tutti impegnati a impedire un suicidio, ne vedrebbero un altro verificarsi sotto i loro stessi occhi. In ogni caso, lui alla fine rientra, come da copione. Il tentato suicidio si rivela per quello che doveva essere sin dall'inizio: un banale atto di esibizionismo. Uno che si voglia davvero suicidare lo fa senza tante storie o comunque sceglie una situazione e un metodo che gli garantiscano buone possibilità di successo. Farlo buttandosi dal quarto piano nel pomeriggio di un giorno feriale e in una zona trafficata di Milano è invece garanzia di fallimento, a meno che non si voglia solo attirare l'attenzione su di sé. Se ne sono accorti tutti, infatti, tant'è che sono lì a godersi lo spettacolo. Perché di questo si è trattato: c'era un senso di ilarità, quasi, e - contemporaneamente - di irrealtà che percorreva la folla. E' strano assistere de visu a una scena allo stesso tempo insolita e familiare. Insolita perché non tutti i giorni ci capita di imbatterci in qualcuno che vuole schiantarsi sul selciato, ma familiare perché l'abbiamo vista talmente tante volte in film e telefilm che la riconosciamo subito. E la realtà si trasforma ipso facto in finzione. Poi, forse influenzato dall'articolo che ho letto oggi sul Corriere della Sera in cui si parla di suicidi e di hikikomori in Giappone - i giovani che si tappano in casa e non mettono più naso fuori -, mentre mi allontano e la folla si disperde, ricordo di aver letto, in un libro che ho tradotto qualche tempo fa, che in Giappone ai parenti di chi si uccide buttandosi sotto un treno vengono fatte pagare le spese per l'interruzione del servizio e per la rimozione del cadavere. Questa procedura ha dato il via a un genere di suicidio del tutto particolare: il suicidio "per vendetta". Mentre guardavo quel dispiegamento di forze ho pensato a quanto sarebbe costato se l'avesse dovuto pagare l'"aspirante suicida". E, subito dopo, ho pensato alle belle contraddizioni della nostra società, che si fa un punto d'onore di impedire il suicidio ogni volta che può, senza indagare il motivo per cui qualcuno sceglie di "levare la mano su di sé". Investe risorse per correre a salvare l'uomo che dal cornicione minaccia di saltare nel vuoto, ma allo stesso tempo lascia che numerosi altri uomini e donne come lui vivano una vita di merda, magari costretti a sgomitare per sopravvivere, invischiati in una competizione feroce per assicurarsi un'esistenza decente, vittime di una corsa per topi a cui loro, se avessero potuto scegliere, nemmeno si sarebbero iscritti. Però quando magari - forse anche vinti dalla disperazione - decidono di farla finita ecco che si tende loro la salvifica mano, perché anche loro devono avere il "diritto" di vivere una vita infame. Più che afflato umanitario, questa sembra quasi una forma di vendetta, indice di una lieve ipocrisia: non bisogna consentire ad altri di sottrarsi agli affanni dell'esistenza. Che sguazzino anche loro nel nostro stesso fango e che non osino spezzare le sbarre della prigione. Noi vi salveremo sì - è il messaggio -, ma soltanto dopo, per il resto arrangiatevi.