Sono sempre stato un assiduo frequentatore di librerie e, ogni volta che sono andato all'estero, ho sempre reso visita non solo alle librerie locali ma, in particolare, anche alle librerie gay quando c'erano. Ho bazzicato e bazzico, quando ci torno, Gay's the Word a Londra, in Marchmont Street, che è una delle mie preferite. Dopo un periodo in cui navigava in cattive acque è riuscita a riemergere, grazie anche alla lungimiranza e all'intelligenza dei suoi due gestori. E' inimmaginabile che io ci metta piede senza uscirne con qualche libro: li sfoglio lì e finisco sempre per spendere più di quello che vorrei e comprare quello che non mi aspettavo. E' piccola ma ben assortita e c'è anche uno scaffale dedicato all'usato. Ma lo stesso potrei dire delle altre librerie gay europee che ho visitato. Prinz Eisenherz (ora Eisenherz) a Berlino, da quando era in zona Charlottenburg: a quei tempi non si usava comprare libri via internet (e forse internet stava muovendo i primi passi tra il volgo) e io lì ci trovavo persino libri in olandese. Les Mots à la Bouche a Parigi, Berkana a Madrid, Max&Milian a Monaco, Männerschwarm ad Amburgo...
A Milano c'era Babele. La "prima" Babele, quella in via Sammartini, accanto alla stazione Centrale, di cui avevo sentito parlare ancora prima che mi trasferissi a Milano, ancora prima che iniziassi l'università. Allora ci facevo visita qualche volta quando prendevo il treno per tornare a casa e poi, quando mi sono trasferito a Milano, trovando casa proprio lì all'angolo, ci andavo molto spesso. Anche lì, per quanto piccola, facevo sempre delle scoperte curiose. C'era anche un discreto assortimento di libri in lingua straniera. E non mancavo mai di comprare qualcosa. Poi si è trasferita in zona Cadorna, un po' fuori mano per i miei giri, e a poco a poco è cominciato il declino. Malgrado la grandezza, la scelta si è fatta sempre più ridotta, la qualità sempre più latitante. Se ci passavo, perché ero in zona, compravo qualcosa più per solidarietà che non per altro: solitamente gli stessi libri che trovavo lì potevo comprarli, magari con lo sconto, in altre librerie milanesi. L'anno scorso Babele ha chiuso, soccombendo alla concorrenza delle grandi catene e alle librerie online. Confesso che io per primo, per comodità, ormai compro libri nelle grandi librerie o, quando sono in lingua straniera, direttamente online, risparmiando anche. La sorpresa, invece, è stata che qualcuno ha rilevato il marchio e l'ha riaperta in un'altra zona, a Porta Venezia, in quella che qualcuno ha ottimisticamente definito una zona gay in fieri.
Oggi ero già da quelle parti per altre faccende e ho deciso di farci una capatina. Sono rimasto molto deluso. Non soltanto la libreria è molto piccola, ma è anche piuttosto spoglia. I libri sono nella parte più interna del locale e, in gran parte, arrivano probabilmente dai fondi di magazzino della vecchia Babele (e infatti questi fondi, con qualche titolo strano o ormai fuori catalogo, sono probabilmente la cosa più interessante di tutto l'assortimento). Per il resto non c'è nulla che non si potrebbe trovare in qualsiasi altra libreria. Sembra quasi che il libro, che dovrebbe essere l'elemento principe di una libreria, sia ridotto a fatto puramente accessorio. Io ne volevo approfittare per vedere se ce n'erano tre che mi interessavano: una novità e due libri di poesie. Non ne ho trovato neanche uno. Ero l'unico cliente e mentre cercavo di raccapezzarmi nella disposizione dei titoli - che sono sì pochi, ma sono pure disposti male: sembra che la sistemazione dei libri per genere proceda in orizzontale, sicché per esaurire un tema occorre seguire tutta una serie di scaffalature, e per cambiare argomento bisogna tornare indietro - i due commessi guardavano dei video su youtube. A un certo momento è esplosa Patty Pravo con la peggiore canzone del suo repertorio. A parte i libri ci sono dei dvd, che probabilmente si trovano a prezzo più economico alla Fnac, un po' di gadget (le solite cose: portachiavi-arcobaleno, anelli, ciondoli e la solita chincaglieria), e sul soppalco quattro stracci sotto forma di t-shirt, tanto che io mi domando chi potrebbe comprarle lì anziché in un negozio di abbigliamento.
Un po' mi spiace, ma neanche poi tanto. Non ha senso tenere aperta una "libreria gay" se è fatta così. Allora tanto meglio il tentativo compiuto da un negozio come PierPourHom che non ruota intorno solo alla vendita dei libri, consapevole che nella nostra epoca sarebbe un'impresa ardua e destinata al fallimento, ma che integra una scelta curata e originale di testi da proporre insieme con altre cose. Non basta che una libreria si dica "gay" perché diventi automaticamente necessaria a una comunità che spesso è soltanto una somma di singoli. E non serve nemmeno avere una libreria "in più" in un paese dove di libri se ne vendono e se ne leggono comunque pochini e dove, in quanto a letture, i gusti del gay medio - massime se giovane -, quando e se legge, non si discostano da né si elevano al di sopra di quelli del lettore medio e possono essere soddisfatti da qualunque altra libreria. Una libreria gay, a Milano, non attirerà mai le folle che attira il "Borgo". Sic et simpliciter.



