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Le infamie di ieri

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22/07/2008

Berlino: Ossessioni alimentari

Quando torno in Germania - ovvero, a Berlino e dintorni - ho un "set" di dipendenze alimentari che devo soddisfare. Con il passare del tempo sono cambiati i singoli componenti di questo set: qualcosa è uscito e qualcos'altro è entrato. In occasione di questo ultimo soggiorno berlinese ho pagato il mio tributo volontario a tre specialità:

1) La prima ossessione, abbastanza recente perché l'ho scoperto solo due anni fa, è il Malztrunk (detto anche Malzbier), di cui nemmeno lui - che sta stilando un meritorio elenco di prodotti alimentari diffusi in Germania ma ignoti in Italia - conosceva l'esistenza. Si tratta, in pratica e per farla breve, di una birra scura analcolica e dolciastra. Analcolica perché il lievito viene aggiunto alla temperatura di 0° C e non fa in tempo a fermentare; dolciastra perché addizionata di glucosio. Così ha un vago retrogusto di birra, ma allo stesso tempo è dolce e frizzante come una Coca Cola. Una delizia. Ne ho bevuto quantitativi ingenti, in attesa di indagare se sia reperibile anche in Italia (ma in questo caso, come suggerisce lui, non sparirebbe anche l'incanto?)

Malztrunk   

2) La seconda ossessione è il bretzel. Su questo non c'è niente da dire, lo conoscono tutti. Stavolta mi sono limitato: ne ho mangiati solo due. Solitamente esagero, soprattutto se sono in giro da solo. Non soltanto bretzel - talvolta nella variante con sopra il formaggio fuso e incrostato -, ma anche quei piccoli panini dal colore marrone dorato e bianchissimi dentro fatti con lo stesso impasto. Meglio se sono caldi di forno e ancora morbidi all'interno. E quando i granelli di sale scivolano sulla lingua e scricchiolano tra i denti, per me è una vera libidine. So bene che non è un prodotto esclusivamente tedesco e, non a caso, l'anno scorso ne ho mangiato uno gigante a New York. Per una volta ho apprezzato la megalomania degli americani.

Brezel  

3) La terza ossessione è una delle più antiche, ma durante il soggiorno berlinese mi sono abbandonato solo una volta a questo piacere. E' il "Mohnkuchen", il dolce tedesco che racchiude tra due strati un impasto di ricotta e semi di papavero. Penso che potrei sbafarmene un tronco intero senza battere ciglio. In questo caso sono davvero in prossimità della dipendenza e chissà che non siano proprio tutti quei semi di papavero a indurla. Mi piace comunque e a prescindere: non soltanto quello delle panetterie o delle pasticcerie, ma anche quello industriale che si trova nei supermercati.

0700    

21/07/2008

Misto berlinese

I

Decisiva è, a Berlino, la scelta della collocazione dell'alloggio. Negli ultimi anni mi ero affezionato a Prenzlauer Berg, ma già l'anno scorso mi sono spostato al confine tra Kreuzberg e Mitte. Quest'anno l'albergo era definitivamente a Kreuzberg, anche se non nella parte più animata del quartiere. Il posto dove si sta funziona anche da "punto di irradiamento" e, in una città tanto estesa come Berlino, si rischia di inflazionare un po' quello che sta attorno a questo punto e trascurare tutto il resto. Ecco perché, dopo un po', mi è sembrato il caso di cambiare prospettiva. L'albergo non era un vero e proprio albergo, ma un "ostello della gioventù". Negli ultimi anni, oltre a quelli ufficiali dell'organizzazione internazionale, sono sorti a Berlino una pletora di "Jugendhotel" che hanno non soltanto posti letto in camerate, ma anche stanze singole o doppie, con bagno incluso. Il rapporto qualità-prezzo è solitamente ottimo, quindi tanto vale scegliere uno di questi invece di un "normale" albergo. Quello che però non sapevo, quando ho prenotato all'Aletto - questo il nome dell'ostello - è che, più che da giovani backpackers, sarebbe stato occupato (o, per usare un termine più calzante, preso d'assalto) da una torma di studenti in gita scolastica - perché le vacanze estive, in Germania, durano solitamente un mesetto e le lezioni proseguono spesso fino a metà luglio -, con conseguenze prevedibili. Le scolaresche, infatti, si muovono quasi esclusivamente in massa, bloccando ingressi, porte, ascensori e, soprattutto, la sala per la colazione, malgrado questa fosse scaglionata per fasce orarie. E' capitato persino che una mattina dalla doccia non uscisse più acqua e che l'impianto idraulico soccombesse al superlavoro. Detto questo, io credo che gli insegnanti di tutto il mondo che accompagnano gli studenti in gita siano dei santi. Io dopo due giorni meditavo l'omicidio, dal quale avrei risparmiato poche vittime, a patto che mi offrissero uno strip-tease personale.

II

E' solo quando voglio mostrare una città come Berlino a chi non l'ha mai vista che mi rendo conto di quanto sia enorme e quanto risibile la pretesa di far vedere davvero qualcosa in cinque giorni. A meno che, per l'appunto, la visita non consista in un puro e semplice giro su uno di quegli autobus scoperchiati che ormai si vedono anche a Milano, con la voce della guida in sottofondo che spiega i monumenti, facendo voltare le teste di colpo come a un match di tennis. Insomma, per farla breve, abbiamo visto l'essenziale - sul quale stavolta sorvolo, ma avete capito benissimo: Alexanderplatz, Nikolaviertel, Unter den Linden, Gendarmenmarkt, Ku'damm e via sberlineggiando - e anch'io sono riuscito a vedere qualcosa di nuovo: il Deutsche Guggenheim, per esempio, che però è stato abbastanza deludente. Una sola grande sala e una saletta con delle proiezioni video che a me non hanno detto nulla, ma si sa che io non sono un esperto d'arte, tanto che a un certo punto sono sbottato nel più classico dei refrain piccolo-borghesi: "'Sto Guggenheim mi sembra una cagata e l'arte contemporanea una cialtronata pazzesca!". Molto meglio è andata invece con la Berlinische Galerie, nella Alte Jakobstrasse, aperta pochi anni fa. Ci siamo andati attratti soprattutto dalla mostra fotografica di Herbert Tobias, di cui avevo trovato il dépliant in un bar gay della Motzstrasse: quella che si dice serendipity - o, in italiano, "botta di culo" -, perché altrimenti a nessuno dei due sarebbe venuto in mente di andarci. Però non soltanto la mostra di Tobias vale una visita, ma anche le altre mostre in corso - la retrospettiva di Frieda Riess e Piracy di Ronald de Bloeme - sono piuttosto interessanti. Altre visite sono state più "di routine": per esempio quella al museo gay di Mehringdamm, dove ero così sfinito che mi sono dovuto far forza per non addormentarmi su una poltrona finto-Marcel Breuer, col rischio di essere scambiato per un Exponat museale. Vero è, però, che anche le visite più scontate mi hanno riservato qualche sorpresa: per la prima volta, per esempio, sono entrato nel Deutscher Dom di Gendarmenmarkt e mi sono guardato la mostra allestita dal Bundestag e dedicata alla storia del parlamentarismo in Germania, intitolata - come piace fare ai tedeschi, che amano giocare con certi vezzi della loro lingua - "Wege, Irrwege, Umwege" (Vie, strade sbagliate e vie traverse). E sono sceso sotto il Memoriale per lo sterminio degli ebrei, dove c'è una delle mostre più toccanti, più informative e - fatto importante - più chiare dedicate all'Olocausto.

III

Ma Berlino è bella anche perché è un teatro a cielo aperto: basta camminare, tenere gli occhi aperti e ci si imbatterà per forza in qualcosa di insolito, non fossero altro che le facce della gente che la abita. Gente che se ne va in giro fottendosene bellamente dell'impressione che fa e in cui in genere uno può essere sé stesso - o una rappresentazione di sé stesso, se lo ritiene opportuno - senza suscitare più di una scrollatina di spalle. Il trend di quest'anno - come ha osservato anche lui, nel suo elenco di "curiosità berlinesi" che testimoniano uno sguardo vergine sulla mia città preferita - è il ciuffo colorato di rosa, rosso o viola: un fenomeno intergenerazionale che riguarda adolescenti e vecchie signore in ugual modo e che attraversa un po' tutte le classi sociali. Tra le scene a cui abbiamo assistito ne ricordo due. Una in metropolitana: davanti a noi sono sedute due ragazze americane e una mostrava all'altra qualcosa sventolando il portafoglio aperto. In quel momento passa un tizio - alto, allampanato, con i denti sporgenti e l'aria svagatamente sciatta - che dice loro, in tedesco, di non agitare così il portafoglio perché qualche malintenzionato potrebbe rubarlo. Le due non capiscono - o saggiamente fingono di non capire -, abbozzano qualcosa, ma il tizio insistono e continua a metterle in guardia, mimando con gesti goffi un tentativo di furto e alzando la voce, come se questo bastasse a svelare alle due il significato dei suoi moniti. Il bello, però, arriva dopo: quando mi giro vedo che lui ha in mano un quadernetto e una penna, che porge alle due ragazze. Sembra che voglia convincerle a scrivere qualcosa sul quaderno - forse il loro numero di cellulare. Vedo che una delle due ragazze nicchia, mascherando con abilità un certo terrore, mentre l'altra cerca di ignorare il tutto. Io penso - guardando le mani e le unghie di lui, non proprio fresche di manicure - che anche lei sia sopraffatta dal ribrezzo. In quel momento lui capisce di non avercela fatta e borbotta qualcosa del tipo: "Vabbe', io ci ho provato". Mentre se ne va, mi cade l'occhio sulla bavetta all'angolo della bocca che mi ricorda il Forlani dei tempi di mani pulite e provo un misto di imbarazzo e di pietà per lui: vorrei sprofondare al suo posto. La seconda scena, invece, è più piacevole ed è un'evoluzione moderna della tecnica del lavavetri. All'angolo tra Mehringdamm e Tempelhofer Ufer il semaforo è verde per i pedoni e rosso per le macchine: un ragazzo e una ragazza si buttano in mezzo alla strada e, emettendo strane urla, esibiscono la loro arte da giocolieri lanciandosi una serie di birilli bianchi. Io, che sono ansioso di natura, temo nell'ordine: che gli scappino i birilli di mano mentre il semaforo per le macchine diventa verde, che colpiscano per errore il parabrezza di una vettura, che vengano spiaccicati sull'asfalto. Così rimango rapito a osservarli. Tutto invece va per il verso giusto e, un attimo prima che il semaforo cambi colore, loro passano di macchina in macchina a chiedere un contributo per lo spettacolo.

IV

Questa volta - mi si passi il bon mot - niente culi-in-aria, ma molta culinaria. Chi ha detto, infatti, che in Germania non si mangia bene? A Berlino si mangia benissimo: l'offerta è molto ampia e i prezzi sono più che abbordabili - a dire il vero qualche volta siamo rimasti stupiti di quanto poco abbiamo pagato pur essendoci strafocati di cibo. A ogni forchettata pensavo ai patimenti subiti a Parigi - miei personali, oltre che del mio stomaco e del mio portafogli - e ringraziavo dentro di me la Gastronomie berlinese. Naturalmente abbiamo mangiato "tedesco" due o tre volte, provando tra l'altro il primo buffet eat-as-much-as you can applicato alla cucina tedesca, e traendone grande soddisfazione, ma per il resto abbiamo praticamente attraversato tutto il globo. Ci hanno sfamato, nell'ordine: un ristorante eclettico vietnamita-thailandese della Danziger Strasse, denominato molto opportunamente "Rice Queen" - e infatti il cameriere era un orientale gaio assai e molto gentile, come sanno essere gli orientali quando queste due caratteristiche si combinano -; un ristorante libanese nella Kollwitzstrasse - una delle mie strade preferite, a Prenzlauer Berg, costellata di "mangerie" di vario genere e già molto frequentata da me e da lui durante il nostro soggiorno di tre anni fa -; un ristorante mongolo di Pankow - dal nome, che brilla per originalità, di Chinggis - che sono riuscito a ritrovare solo grazie alla consulenza della metà bionda e schwul di loro due, defilato com'è nella Bornholmer Strasse e, infine, un ristorante etiope (Blue Nile) proprio accanto al nostro albergo, dove ho provato l'ebbrezza di mangiare con le mani prendendo il cibo con il loro tipico "pane". Consiglio soprattutto quest'ultimo: l'atmosfera è molto gradevole e rilassante, con tutte quelle luci soffuse; le porzioni sono pantagrueliche; la cameriera è di una gentilezza squisita e i prezzi sono "sbalorditivamente" bassi.

V

Nel frattempo, si stanno ingrossando le file degli expats italiani a Berlino, massime tra blogger antichi e nuovi. Noi, invece, umili viaggiatori provenienti da una landa desolata, ci siamo limitati a incontrarli passando con loro un paio di serate e porgendo i nostri saluti. Una sera abbiamo incontrato lei che, fresca fresca da Cracovia, ci ha prima accolto nella sua casa di Kreuzberg - e, devo dire, per un attimo l'ho invidiata (senza alcuna malevolenza, s'intende), anche se in una casa come la sua io rischierei l'imbozzolamento totale e non metterei più il naso fuori - e ci ha poi portato fuori a cena. Un'altra sera, invece, abbiamo incontrato Ale, del duo Stadtschaft - stavolta da solo perché Lupo, l'altra metà del blog, era indisposto - e il neo-paleo-berlinese Kartch. Di quest'ultimo mi stupisce sempre che, malgrado i funghi e la barbetta incolta, continui a dimostrare almeno dieci anni di meno, esattamente come dieci anni fa. Ale, invece, che a volte pensa se non sia il caso di tornare in Italia, l'ho guardato come si guarderebbe un matto: "Comunque non proprio adesso!". Con loro due abbiamo chiacchierato un po' davanti a un bar gay, che si trova a Kreuzberg e si chiama Moebel Olfe, perché insediato in un ex negozio di mobili e a quanto pare molto in voga da un paio d'anni a questa parte, cosa non difficile a credersi vista la quantità di avventori tra i quali, a occhio e croce, non imperava troppo la sindrome da "figalessa" che regna in qualsiasi locale milanese appena appena un po' "trendy".

VI

Il ritorno è stato per entrambi un po' doloroso: a Berlino, questa Berlino, ci si affeziona facilmente. La conosco da vent'anni ormai e se quindici anni fa era ancora eccessivamente aspra - era una città in rapido mutamento, in cui non si sapeva bene che cosa sarebbe successo -, oggi è forse l'unica grande capitale europea davvero a misura d'uomo, in cui non occorre svenarsi per vivere. Come Marlene, insomma, anch'io ho sempre "einen Koffer in Berlin", una valigia a Berlino. 

[Qui le fotografie di queste giornate berlinesi]

30/05/2008

Che cosa sapevano? Una storia orale della Germania nazista

Sterminata è la bibliografia dedicata al nazionalsocialismo nei suoi vari aspetti e numerosi autori, soprattutto negli ultimi anni, hanno spostato l'attenzione dai grandi protagonisti alle persone normali. E' uscito da poco un altro volume che si occupa con ancora maggior precisione di queste ultime: La Germania sapeva. Terrore, genocidio, vita quotidiana: una storia orale di Eric A. Johnson e Karl-Heinz Reuband. I due autori sono un americano e un tedesco che hanno unito le loro forze in questo lavoro durato una decina d'anni. Johnson è uno storico e Reuband è un sociologo e, usando gli strumenti delle rispettive discipline, hanno cercato di rispondere con più esattezza a una serie di domande che finora non avevano avuto risposte univoche. Che cosa sapevano i tedeschi - ebrei e non ebrei - del genocidio in corso durante il Terzo Reich? Qual era il grado di consenso di cui godeva il regime di Hitler? Qual è stato il livello di opposizione al regime e quale l'aiuto fornito agli ebrei? Il terrore era davvero così diffuso? Dirò subito che il titolo della traduzione italiana è un po' fuorviante, oltre che abbastanza perentorio: "La Germania sapeva" rispetto all'originale, più dubbioso, "What We Knew" - "Che cosa sapevamo" -, che lascia aperta la possibilità dell'effettiva ignoranza, da parte di molti tedeschi, di ciò che stava accadendo, distinguendo tra il puro e semplice "sospetto" e la "consapevolezza" dei tragici eventi in corso.

Dal punto di vista metodologico, a partire dal 1993 i due autori hanno inviato una serie di questionari a cittadini tedeschi selezionati a caso e che, durante il periodo nazista, appartenevano a diverse fasce d'età e poi ai pochi ebrei tedeschi sopravvissuti e ancora residenti in Germania. Un paio d'anni dopo hanno spedito gli stessi questionari a ebrei tedeschi fuggiti dalla Germania e ora residenti altrove - per lo più negli Stati Uniti -, selezionati grazie alla collaborazione dello United States Holocaust Memorial Museum. La reazione è stata, nel complesso, abbastanza positiva e una buona metà degli interpellati hanno accettato di rispondere ai questionari, nonostante la delicatezza dell'argomento e delle domande poste e, soprattutto, i ricordi tragici che questa indagine faceva riaffiorare alla superficie. La seconda fase, quindi, è consistita in una serie di interviste individuali, raccolte da vari collaboratori. Tra i circa duecento colloqui condotti ne sono stati selezionati una quarantina che sono stati riportati, per l'appunto, in La Germania sapeva e ne costituiscono le due prime parti.

Nella prima parte ci sono le testimonianze degli ebrei sopravvissuti, a loro volta divise tra quelli che lasciarono la Germania prima della Notte dei cristalli - il 9 novembre 1938 -, quelli che la lasciarono dopo, quelli che furono deportati dalla Germania durante la guerra e quelli che, invece, si nascosero. Nella seconda parte ci sono invece le testimonianze dei tedeschi "comuni", a cui è stato chiesto di descrivere la propria vita quotidiana - soprattutto in relazione alla loro eventuale paura e alla conoscenza di ciò che stava accadendo tutt'intorno. Le loro testimonianze sono raggruppate in tre capitoli, a seconda del livello di conoscenza dello sterminio degli ebrei: scarso, legato a delle voci, di prima mano. Queste due parti sono naturalmente le più interessanti di tutto il libro perché permettono di accedere, per quanto possibile, alla vita di tutti i giorni dei protagonisti e delle vittime di quell'epoca, ma anche di conoscere episodi di solidarietà concreta da parte di tedeschi non ebrei: un fenomeno sicuramente minoritario, ma non del tutto assente, anche quando spesso si riduceva a mero simbolo privo di efficacia concreta, come è il caso di quel quacchero tedesco che, a un certo punto, prese a frequentare tutti i venerdì sera le funzioni in sinagoga e girò sempre con un fazzolettino giallo in tasca, proprio come gli ebrei erano costretti a portare su di sé la stella gialla di David.

Nella terza e quarta parte, invece, gli autori interpretano i dati raccolti, prima per quanto riguarda gli ebrei sopravvissuti e poi per quanto riguarda i tedeschi, enucleando in sostanza tre aree di interesse: la vita quotidiana e l'antisemitismo - ovvero: quanto era percepito dagli ebrei l'antisemitismo? E quest'ultimo era aumentato dopo l'ascesa di Hitler al potere? - oppure, nel caso dei tedeschi non ebrei , il consenso al nazionalsocialismo - ovvero: che cosa avevano approvato gli intervistati delle politiche hitleriane? Quanto era popolare il regime nazista? -, il terrore - quanto era diffusa la paura di essere arrestati? La paura era la medesima per entrambi i gruppi? Quali erano le attività illegali in cui erano coinvolti? -, e lo sterminio. Queste due parti conclusive sono arricchite da ulteriori dichiarazioni tratte da interviste non riportate integralmente nelle prime due parti. Il capitolo conclusivo - intitolato "Che cosa sapevano?" - cerca di fare il punto di tutta l'indagine, fornendo un quadro molto più sfumato e più "plastico", per così dire, della Germania in epoca hitleriana, che se da un lato conferma l'adesione maggioritaria - anche se di diversa intensità e con diversi gradi di partecipazione o di indifferenza - al nazismo, dall'altro rende anche giustizia alla minoranza di cittadini tedeschi che cercarono di non diventare complici di questo grande crimine storico.

19/04/2008

Autopsia di una finzione: "L'ignorante e il folle", di Thomas Bernhard, all'Elfo

Lignoranteeilfolle"La luce è una disgrazia. [...] Disfacimento, nient'altro che disfacimento"

Nel camerino di un teatro d'opera due uomini parlano. Anzi, uno parla e l'altro ascolta. Il primo è un medico - un anatomopatologo - e il secondo è un vecchio etilista cieco, padre del soprano che, di lì a poco, andrà in scena nel Flauto Magico di Mozart, nel ruolo della "Regina della Notte". La cantante è la più brava "macchina da colorature" che abbia calcato le scene mondiali negli ultimi tempi e quella sera canterà la sua parte per la duecentesima volta o giù di lì. Mentre il vecchio è in ansia perché la figlia non è ancora arrivata - e si attacca alla bottiglia di una grappa dozzinale -, il medico si dilunga nel racconto di un'autopsia, che parte dal cervello e finirà, nella seconda parte, agli organi genitali. Sto parlando di L'ignorante e il folle, di Thomas Bernhard, messo in scena all'Elfo, qui a Milano, da Ferdinando Bruni - che recita magistralmente il ruolo del medico - e Francesco Frongia. E' la terza opera teatrale di Thomas Bernhard che vedo a Milano, nel giro di un paio d'anni. Thomas Bernhard è stato, soprattutto negli anni della mia inquieta giovinezza, uno dei miei autori preferiti, ma lo conoscevo soprattutto come romanziere: come autore teatrale non ho letto quasi nulla - l'unica eccezione è stata Heldenplatz - ma l'ho sempre visto solo in scena. Anche L'ignorante e il folle riprende alcune caratteristiche, sia stilistiche che tematiche, dell'opera del grande austriaco. Innanzitutto c'è la scrittura, musicale e ossessiva, che sorregge tutto il dramma. Si ha sempre la sensazione, in presenza di Bernhard, che il fraseggio, importantissimo, ricalchi il modo delle "sinfonie": temi e voci si rincorrono, si ripetono, spesso con variazioni minime. In questo caso c'è un crescendo: se il dettato pare ancora piuttosto "razionale" - e plausibile - nella prima parte, nonostante il dialogo tra i due uomini venga più volte repentinamente interrotto dalla descrizione, estremamente dettagliata, dell'autopsia, esso diventa, nella seconda parte, sempre più sincopato e sempre più "assurdo": la forma dell'irrisione prende il sopravvento. Gli altri temi ricorrenti sono quelli tipicamente bernhardiani della ferocia famigliare - qui è il rapporto nevrotico tra padre e figlia -, della stupidità dell'umanità tutta, ma in particolare dei medici (soprattutto quando sono dei luminari), dei giornalisti - e l'opera comincia proprio con la lettura delle recensioni, ridotte a frasi estrapolate, formule vuote di senso che si contraddicono da un giornale all'altro - e del loro lavoro - i giornali sono definiti "orifizi" che buttano fuori di tutto - e, naturalmente, del teatro e dell'opera ("Il teatro / e l'opera in particolare / caro signore / è veramente l'inferno"). In L'ignorante e il folle, in particolare, s'intersecano vari piani: quello della "finzione", rappresentato dal Flauto Magico; quello "scientifico", nelle parole precise e fredde della medicina, che vengono però recitate con un pathos normalmente riservato alla descrizione di eventi ben più drammatici; quello più "realistico" che, però, minaccia sempre di scivolare e sprofondare nell'irrealtà e nell'assurdità, non soltanto perché a più riprese viene messa in risalto l'insensatezza di tutto ciò che gli uomini fanno, ma anche perché a forza di essere accostato alla finzione dell'opera mozartiana e alla morbosa descrizione autoptica finisce per perdere i suoi contorni definiti. Alla fine mi chiedo se l'anatomopatologo che pratica, con tanto gusto, l'autopsia su un cadavere non sia proprio lo scrittore che disseziona quel cadavere che è la cosiddetta "realtà" - un cadavere perché fatto della stessa sostanza di cui sono fatte le opere teatrali. E, come sempre mi capita quando leggo Bernhard, anche stavolta ho riso molto - e non sono stato l'unico, in sala. Non tanto perché la ferocia, la morte, o l'ineludibilità dell'esistenza - e dei suoi travestimenti per rendercela accettabile - siano comici in sé, ma proprio perché di fronte a tutto questo non resta altro da fare che riderne, anche se la risata è sguaiata o grottesca e alla fine, quando si spengono le luci (che sono, anche metaforicamente, una "disgrazia") ed esplodono i vetri dell'acquario, non restano che buio e disfacimento.

03/04/2008

Unerwartete Freuden - ovvero: gioie inattese

E' bello quando, inattesi, certi mondi paralleli irrompono nella nostra vita e s'incuneano nella quotidianità. Ieri pomeriggio io e lui ci siamo seduti a un caffè, poco distante dal parco Sempione, e al tavolo accanto al nostro c'erano due donne che parlavano tedesco. Con un bell'accento, quello che piace a me, in cui le parole sono articolate in maniera nitida e sembrano affilate come lame. Ecco, quando sento parlare tedesco così, all'improvviso, in un contesto in cui non me lo aspetterei - e ieri, infatti, non me l'aspettavo, tanto più che quella stradina era assolutamente tranquilla e silenziosa - è come se venissi scaraventato in un "altrove", nel mio personale mondo parallelo più amato. D'un tratto, se posso usare una similitudine così scontata, mi si è aperto il cuore e ho sentito il sangue pompare e scorrermi più veloce e più dolce nelle vene. Sono stato invaso da una gioia gratuita e inspiegabile, molto vivida e molto fisica. E' in momenti come questo che la memoria e i ricordi sono davvero "vividi" - e vivi - e bastano poche parole in una lingua che ho molto amato e che amo per farmelo sentire, nel caso in cui, invischiato nelle vicende quotidiane, io me lo fossi dimenticato. Riflettendoci sopra, poi, mi sono detto che inevitabilmente, col tempo e a forza di frequentarla, questa lingua ha acquisito una dimensione organica, tanto che me ne basta una goccia perché in me si dilati e mi spalanchi di nuovo un mondo. (Se credessi alla reincarnazione, potrei dire che, in un'altra vita, sono stato tedesco). In ogni caso, la breve esperienza di ieri ha avuto un effetto tonico sul mio umore che è durato per tutto il resto del pomeriggio, dopo che ci siamo salutati e me ne sono andato in una zona silenziosa del parco, dietro il Castello Sforzesco, e seduto su una panchina ho corretto un po' la mia traduzione, godendomi il sole e il vento freddo, che a intervalli regolari soffiava con più impeto e sollevava la polvere del sentiero principale. E anche in quel momento mi è parso di essere lì e altrove, nello stesso tempo, assurdamente felice.

29/01/2008

L'angolo (mistico) della poesia

L’altroieri stavo cercando un riferimento in un "diario" che avevo scritto quand’ero in Germania, a Dortmund, una decina d’anni fa. Il riferimento non l’ho trovato - non che fosse così importante -, ma mi sono imbattuto in due poesie dell’austriaco Ernst Jandl, che avevo trascritto. Jandl non lo conoscevo se non di nome, ma la raccolta da cui sono tratte l’aveva comprata Matthias*, il ragazzo con cui condividevo l’appartamento, che a quei tempi studiava fisica e matematica, faceva politica con i verdi, leggeva Nietzsche e - per l’appunto - si divertiva con le poesie di Jandl. Ne riproduco una (per adesso), tentando una traduzione "volante" (perché il divertissement è tutto nei giochi di parole e nel ritmo. Anzi, se qualcuno ha un’idea migliore per rendere quel "ich klebe" all’inizio - che letteralmente significa "io sono incollato" e foneticamente rievoca le prime parole del simbolo niceno in tedesco: "ich glaube", io credo - si faccia pure avanti.)

ich klebe an gott dem allmächtigen vater
schöpfer himmels und aller verderbnis
und an seinem in diese scheiße hineingeborenen sohn
der zu sein ich selber mich wähne um mich schlagend
um mein maul aus diesem meer von kot in die luft zu halten
und immer noch atem zu kriegen warum nur
weil ich ein von maßloser feigheit gesteuertes schwein bin
unfähig willentlich unterzutauchen ins unausweichliche

Ernst Jandl, lechts und rinks. gedichte statements peppermints

(inchiodo il dio padre onnipotente
creatore del cielo e di tutta la guerra
e nato dentro questa merda il figlio suo
che io stesso m’illudo di essere dibattendomi
per tenere il muso fuori da questo mare di escrementi
e tirare ancora un respiro ma perché poi
perché sono un porco mosso da sconfinata vigliaccheria
incapace di affondare volontariamente nell’inevitabile)

* in via del tutto eccezionale, niente iniziali stavolta.

22/01/2008

Un esempio rivelatore (e veritiero) di polisemia

Santa_merda

Chissà se il Santo Padre si è accorto che, volendo, in tedesco "der Heilige Stuhl" si potrebbe anche tradurre "la Santa Merda".

29/10/2007

I Tokio Hotel e il mistero degli amori adolescenziali

Ormai sono antico: ho scoperto solo ieri l'esistenza dei Tokio Hotel, una boyband tedesca, e solo perché - a quanto sembra - domani si esibiscono a Milano. Le prevendite hanno superato le più rosee previsioni e il concerto è stato spostato dall'Alcatraz al Forum, cinque volte più grande. Così stamattina mi sono fatto un giro su Youtube per vedere un po' chi sono questi quattro ragazzetti di Magdeburg, sentire che cosa cantano e a che cosa è dovuta la loro attrattiva sulle masse di adolescenti in fibrillazione ormonale. Ho ascoltato un paio di canzoni, tra le quali la loro hit Durch den Monsun, mi sono guardato qualche intervista alla televisione tedesca e a quella francese e sono rimasto perplesso. La musica non è granché: derivativa, già sentita, è la solita macedonia che da decenni a questa parte viene ammannita in Germania agli adolescenti tedeschi. E questo non sarebbe motivo di grande stupore: mi stupisce il successo all'estero. Anni fa, quando bazzicavo più di frequente quelle contrade, aveva un certo successo un gruppo di nome Echt, capitanati da un efebo biondino e carino, che faceva musica più o meno simile, ma non credo che la sua fama abbia mai oltrepassato il Reno o l'Elba. Eppure, in questi filmati, ho visto scene di isterismo da parte delle ragazze che li adorano. Io li guardo e non mi sembrano nemmeno granché appetibili: sì, il cantante ha un'aria molto androgina - tanto che a un primo sguardo distratto sorge davvero il dubbio se sia maschio o femmina: la cosiddetta "ambiguità sessuale" tira ancora? -, ma forse è proprio questo elemento di "indifferenziazione sessuale" a esercitare un certo ascendente (forse persino parzialmente tranquillizzante) sulle ragazzine. Se c'è ambiguità sessuale, è un'ambiguità che non ha più nulla di inquietante o di pericoloso - e infatti basta che Bill Kaulitz - questo il suo nome - apra bocca e si metta a parlare: sorridente, solare, per niente tenebroso. Per quanto riguarda gli altri membri del gruppo, non sono né particolarmente belli, né particolarmente carini, né particolarmente affascinanti: due di loro hanno ancora addosso quello che i tedeschi chiamano "Babyspeck", la ciccia dei bambini. Eppure anche loro ricevono una buona dose di urla adoranti. Possibile che il solo fatto di essere diventati famosi dia loro quell'aura che li rende desiderabili e, in quanto celebrità, irraggiungibili? Se le loro fans scatenate si guardassero attorno vedrebbero tanti coetanei molto più carini di quei quattro sul palco e, soprattutto, molto più a portata di mano. Alla loro età io non avevo di questi miti e non mi sono mai innamorato di nessuna celebrità, tutt'al più mi sarò masturbato davanti alle loro foto, ma poi passavo ad altro. A pensarci bene, la ragione era molto semplice: per me già i miei coetanei, quelli che vedevo a scuola, avevano quello status di irraggiungibilità e di inaccessibilità che altri attribuivano solo ai cantanti con cui tappezzavano i loro diari. I miei innamoramenti adolescenziali non raggiungevano mai il loro obiettivo perché non erano in grado di abbattere o di superare il muro di silenzio che separava me dai miei idoli, che pure avevo - teoricamente - a portata di mano, se solo fosse stato socialmente accettabile articolare il mio desiderio nei loro confronti. Con le loro foto, che non possedevo comunque, avrei tappezzato i miei diari.

19/10/2007

C'era una volta...

Bzzz… Bzzz… Mi vibra il cellulare. Un messaggio. È D. che mi scrive da un’isola sperduta della Grecia – che ora, per ragioni di privacy, non nomino – e mi chiede se posso controllare su questo sito a quanto viene scambiato un euro in lire turche, perché domani intende fare un salto in Turchia e non vuole che lo freghino. Non ho nulla da fare: tempo dieci secondi e scopro che un euro vale più o meno 1,71 lire turche. Gli rispondo subito. Tutta l’operazione è durata meno di un minuto: abbiamo solcato distanze che – penso – solo poco più di dieci anni fa mi sarebbero sembrate insormontabili. Anzi, lo erano. Lui forse avrebbe dovuto telefonarmi (e trovare un telefono pubblico, prima) e io sarei dovuto essere a casa. E l’informazione richiesta avrei potuto trovarla solo in un quotidiano specializzato o direttamente in banca. Eppure è così che si viveva, a quei tempi. Si viveva comunque. Ma non rimpiango nulla: ho già ripetuto alla nausea che la comparsa di diavolerie come il telefono cellulare e internet ha decisamente migliorato la qualità della mia vita. Come minimo mi fa risparmiare tempo e fastidi. Per quanto riguarda il primo, ho resistito per puro snobismo fino al 2000 – anche perché ritenevo che, vivendo per i fatti miei e avendo un numero fisso (anche se non presente in elenco), non c’era motivo di avere anche un telefono mobile (utilissimo invece per tutti quei gay che vivono in famiglia: bisognerà, prima o poi, fare uno studio degli effetti che il cellulare ha avuto sulla liberazione, per lo meno sessuale, di molti gay italiani, mammoni e casalinghi). Per quanto riguarda il secondo, ricordo invece quando lo sentii nominare per la prima volta. Era l’inverno del 1994 e io stavo a Berlino. Condividevo un appartamento del pensionato studentesco di Storkower Strasse, nell’ameno quartiere di Lichtenberg – per chi non conosce Berlino: sto facendo dell’ironia – con lui, che studiava alla Technische Universität. Già allora, per i suoi studenti, l’università tecnica metteva a disposizione aule con computer collegati in rete e aperte tutta la notte. Lo vedevo tornare sempre più tardi – una volta mi disse che aveva perso l’ultima S-Bahn e si era fatto a piedi da Ostkreuz fino a Storkower Strasse – e avevo cominciato a sospettare qualcosa di losco: droga, prostituzione, gioco d’azzardo, tratta delle bianche? Niente di tutto questo: del resto, era un bravo ragazzo che nemmeno beveva birra. Semplicemente, passava ore e ore attaccato a questo nuovo fenomeno di internet. Fu lui, quindi, che me ne parlò per la prima volta, e dovettero passare quattro anni prima che cominciassi a usarlo anch’io. Senza più staccarmene. E se ripenso a tredici anni fa, a me sembra impossibile di avere vissuto in un pensionato studentesco dove non avevo nemmeno una linea fissa, nella metà orientale di una città in cui ancora mi capitava di dovermi mettere in fila davanti ai telefoni pubblici e in cui alle nuove conoscenze chiedevo di mandarmi una cartolina postale se volevano dirmi qualcosa di urgente (perché, nonostante tutto, la posta – prioritaria o non prioritaria – veniva consegnata il giorno dopo essere stata imbucata). Ora, nel 2007, mi sembra impensabile vivere senza internet e senza telefono cellulare e quell’epoca – tredici anni fa – assume quasi i contorni di una mitica “era del cinghiale bianco”. (Del resto, qualche anno fa mi è capitata tra le mani, usata, una copia della rivista gay Babilonia del 1984 e ho provato il medesimo shock: tutti gli annunci personali facevano riferimento a un numero di carta d’identità e a un indirizzo “fermo posta” e la pubblicità non era né di dvd – ancora ignoti – né di videocassette – abbastanza rare –, ma ancora di pellicole in Super 8!).

23/07/2007

"Frau Paula Trousseau": Claudia invecchia, ma non cresce

Christoph_hein_2Dopo un romanzo che non mi era sembrato eccelso - In seiner fruehen Kindheit ein Garten (Nella sua prima infanzia un giardino) - quest'anno Christoph Hein - che io, sia detto per inciso, adoro - ha pubblicato Frau Paula Trousseau (La signora Paula Trousseau), ritornando agli antichi splendori. Lo dico perché man mano che leggevo la storia della protagonista eponima avevo sempre più la sensazione che Paula Trousseau fosse la sorella gemella di Claudia, il medico di Berlino Est le cui vicende e la cui biografia interiore erano state tratteggiate così bene da Hein nel suo primo romanzo, L'amico estraneo.

Il romanzo comincia dalla fine ed è una fine tragica: un avvocato, Sebastian Gliese, riceve una telefonata dalla gendarmerie di una cittadina francese che gli comunica che nel fiume è stato ripescato il cadavere di una donna, Paula Trousseau, un'amica che lui non vedeva da tempo. Poco dopo, riceve la visita di Michael, il figlio della donna, che gli mostra la lettera con cui la madre gli ha annunciato il suo suicidio, pregandolo di affidare a Gliese la conservazione e l'eventuale vendita dei suoi dipinti. Paula Trousseau, infatti, era una pittrice, anche se una di quelle che - come dichiara subito un conoscente della donna all'avvocato - sapeva solo dipingere "depressioni su tela". Partendo da questo evento, quindi, si dipana tutto il resto del romanzo, che il lettore legge con la speranza di trovare una spiegazione per la morte di Paula. Ma il romanzo di Christoph Hein non è un giallo e, giunti all'ultima pagina, non troviamo la spiegazione definitiva, perché le cinquecento pagine che precedono l'epilogo sono più che sufficienti per capire che tutta la vita di questa donna altro non è stata che un inoltrarsi, sempre più inesorabile, in un vicolo cieco.

Frau Paula Trousseau ricostruisce quindi tutta la vicenda umana della protagonista e lo fa con un duplice flashback. Nel primo è Paula a condurre, in prima persona, la narrazione, che parte nel momento in cui intorno ai vent'anni decide di rimandare il matrimonio con quello che la sua famiglia giudica un buon partito per poter sostenere un esame all'accademia di arte a Berlino. Nessuno crede in lei, ma lei è ostinata: sa di averne le capacità. Quando viene ammessa riesce ad affermarsi anche contro l'opinione di suo marito, che arriva a ingravidarla contro la sua volontà - sostituendo la pillola anticoncezionale con un placebo - perché rimanga con lui a Lipsia e non si trasferisca a Berlino a studiare. In un certo senso, Hein riprende il tema che stava al centro del romanzo di Christa Wolf Riflessioni su Christa T.: il desiderio di una donna di sottrarsi a un destino già prestabilito per affermare invece se stessa e riuscire, finalmente, a dire "io". L'autore è bravissimo a entrare nella psicologia di questa donna e, come è tipico della sua poetica, evita qualsiasi giudizio autoriale: quello che troviamo sulla pagina è la cronaca spassionata - ma tutt'altro che noiosa - di una vita e l'attento psicogramma di una donna cresciuta in una società che, nonostante i proclami, era rimasta ancora tradizionale.

Nel secondo flashback, invece, Hein torna ancora più indietro nel tempo e racconta l'infanzia e l'adolescenza della protagonista. Stavolta la narrazione avviene in terza persona e si concentra sui drammi famigliari di Paula: un padre che despoticamente domina le due figlie e la moglie, la quale a sua volta si rifugia nell'alcool, e un fratello che, vittima di un incidente sul lavoro, vive alla giornata scontrandosi in continuazione con i genitori. E' su questo sfondo che si prepara la successiva deriva esistenziale della protagonista.

Che cosa succede poi? A poco a poco sembra che Paula perda di vista l'obiettivo dell'autonomia e della realizzazione di sé. O, per meglio dire, non riesce a realizzarlo senza scivolare, in alcune occasioni, nel cinismo o nella crudeltà - che forse nemmeno lei sa quanto involontaria o frutto di una nevrosi - mettendo così in luce una parte ambigua e oscura della sua personalità. Per esempio, dopo aver usato a sua volta la figlia per imporsi contro il marito, non si fa scrupolo di "rinunciarvi" e lasciare così che il giudice la affidi a lui quando lei chiede il divorzio. I suoi successivi rapporti d'amore sono improntati a distanza e a freddezza - quando non a un puro e semplice tornaconto. Sembra che a un certo punto Paula perda la capacità di relazionarsi con gli altri esseri umani, come se la sua ferita originaria - che affonda indubbiamente le radici nella sua storia famigliare - le impedisse di essere emotivamente presente. E' soprattutto in queste circostanze che emerge la sua profonda affinità con Claudia, la protagonista di L'amico estraneo. Quando Paula dichiara: "E ho deciso di non soffrire più per amore" sembra di sentire Claudia, anche se a differenza di questa affiora a tratti la consapevolezza della sua profonda anedonia e il suo distacco da ogni principio vitale: "La mia grande - troppo grande - solitudine mi inquietava. Notavo in me dei cambiamenti che non mi piacevano e che mi turbavano. Evitavo gli sconosciuti, evitavo di fare nuove conoscenze, mi ritraevo in me stessa. Diventavo timorosa della gente, mi trasformavo ancora nella scolaretta che ero stata e che preferiva rinchiudersi nella sua stanza per leggere o dipingere indisturbata. Mi arrabbiavo con me stessa, cercavo di costringermi ad avvicinare gli altri, ma mi risultava difficile". Eppure l'amore - e l'intimità vera che si può stabilire grazie ad esso - irrompe almeno due volte nella vita di Paula, senza che però lei sia pronta ad accoglierlo fino in fondo. Il punto è che le uniche due persone che riescono a infrangere la corazza della protagonista sono due donne: l'amica di lunga data Kathi e Sibylle, la moglie di un amico di uno degli ex di Paula. Ma Paula non sembra del tutto pronta a vivere appieno la sua parte omosessuale, per quanto psicologicamente appagante essa sia, soprattutto se confrontata con la freddezza e il fastidio con cui vive la sua ultima relazione eterosessuale, quella con Heinrich che - malgrado l'abbia aiutata e sostenuta per anni, manifestando una bontà d'animo rara - viene cacciato di casa in malo modo da lei. (Per inciso, aggiungo che Christoph Hein descrive - in modo molto semplice, senza fare proclami - anche un caso di "omogenitorialità", perché Michael, il secondo figlio che Paula decide di avere da uno dei suoi spasimanti di cui lei non è innamorata, viene cresciuto da lei e dall'amica Kathi, che lo ospita quando, adolescente, va a studiare a Berlino).

Come spesso accade nei romanzi di Christoph Hein, all'evoluzione personale della protagonista si affianca la Storia, con i suoi rovesci e i suoi mutamenti. Paula Trousseau cresce nella Repubblica Democratica Tedesca, anche se - diversamente da molti altri personaggi che popolano i romanzi di Hein - rimane abbastanza ai margini dei grandi eventi. Anche la politica resta sempre su un fondale lontano, proprio perché Paula è, in buona sostanza, una persona apolitica: solo a tratti veniamo a conoscenza dei problemi che artisti, galleristi e docenti dell'Accademia d'arte devono affrontare quando qualcuno osa contrastare la visione ufficiale dell'arte o cerca di veicolare dei messaggi politici, spesso di opposizione al regime, con la sua arte. Di tanto in tanto, quasi in modo casuale, apprendiamo che un amico o un conoscente hanno approfittato di un viaggio in Occidente, autorizzato dalle autorità, per non fare più ritorno nella DDR, ma tutti questi episodi sembrano non penetrare davvero nella coscienza della protagonista che, anche in questo caso, si limita a rafforzare la sua "corazza". Solo con la "caduta del muro" e l'unificazione dei due stati tedeschi la protagonista si trova drammaticamente confrontata con il problema di non riuscire più a piazzare le sue opere d'arte, sia perché le appaiono terribilmente provinciali sia perché lei stessa non riesce a imparare a muoversi nelle logiche del capitalismo. Con l'apertura delle frontiere, però, Paula comincia a viaggiare e a recuperare il tempo perduto, visitando i musei che fino ad allora conosceva solo di nome, ma si rende conto che ormai è troppo tardi e la sua vita è definitivamente sprecata. O almeno è quello che crede. Ed è con questa "convinzione" che s'imbarca per l'ultimo viaggio in Francia, quello che si conclude con la rinuncia definitiva, il suicidio, che pone il sigillo finale alla corazza che si è costruita per tutta la vita.