I
Decisiva è, a Berlino, la scelta della collocazione dell'alloggio. Negli ultimi anni mi ero affezionato a Prenzlauer Berg, ma già l'anno scorso mi sono spostato al confine tra Kreuzberg e Mitte. Quest'anno l'albergo era definitivamente a Kreuzberg, anche se non nella parte più animata del quartiere. Il posto dove si sta funziona anche da "punto di irradiamento" e, in una città tanto estesa come Berlino, si rischia di inflazionare un po' quello che sta attorno a questo punto e trascurare tutto il resto. Ecco perché, dopo un po', mi è sembrato il caso di cambiare prospettiva. L'albergo non era un vero e proprio albergo, ma un "ostello della gioventù". Negli ultimi anni, oltre a quelli ufficiali dell'organizzazione internazionale, sono sorti a Berlino una pletora di "Jugendhotel" che hanno non soltanto posti letto in camerate, ma anche stanze singole o doppie, con bagno incluso. Il rapporto qualità-prezzo è solitamente ottimo, quindi tanto vale scegliere uno di questi invece di un "normale" albergo. Quello che però non sapevo, quando ho prenotato all'Aletto - questo il nome dell'ostello - è che, più che da giovani backpackers, sarebbe stato occupato (o, per usare un termine più calzante, preso d'assalto) da una torma di studenti in gita scolastica - perché le vacanze estive, in Germania, durano solitamente un mesetto e le lezioni proseguono spesso fino a metà luglio -, con conseguenze prevedibili. Le scolaresche, infatti, si muovono quasi esclusivamente in massa, bloccando ingressi, porte, ascensori e, soprattutto, la sala per la colazione, malgrado questa fosse scaglionata per fasce orarie. E' capitato persino che una mattina dalla doccia non uscisse più acqua e che l'impianto idraulico soccombesse al superlavoro. Detto questo, io credo che gli insegnanti di tutto il mondo che accompagnano gli studenti in gita siano dei santi. Io dopo due giorni meditavo l'omicidio, dal quale avrei risparmiato poche vittime, a patto che mi offrissero uno strip-tease personale.
II
E' solo quando voglio mostrare una città come Berlino a chi non l'ha mai vista che mi rendo conto di quanto sia enorme e quanto risibile la pretesa di far vedere davvero qualcosa in cinque giorni. A meno che, per l'appunto, la visita non consista in un puro e semplice giro su uno di quegli autobus scoperchiati che ormai si vedono anche a Milano, con la voce della guida in sottofondo che spiega i monumenti, facendo voltare le teste di colpo come a un match di tennis. Insomma, per farla breve, abbiamo visto l'essenziale - sul quale stavolta sorvolo, ma avete capito benissimo: Alexanderplatz, Nikolaviertel, Unter den Linden, Gendarmenmarkt, Ku'damm e via sberlineggiando - e anch'io sono riuscito a vedere qualcosa di nuovo: il Deutsche Guggenheim, per esempio, che però è stato abbastanza deludente. Una sola grande sala e una saletta con delle proiezioni video che a me non hanno detto nulla, ma si sa che io non sono un esperto d'arte, tanto che a un certo punto sono sbottato nel più classico dei refrain piccolo-borghesi: "'Sto Guggenheim mi sembra una cagata e l'arte contemporanea una cialtronata pazzesca!". Molto meglio è andata invece con la Berlinische Galerie, nella Alte Jakobstrasse, aperta pochi anni fa. Ci siamo andati attratti soprattutto dalla mostra fotografica di Herbert Tobias, di cui avevo trovato il dépliant in un bar gay della Motzstrasse: quella che si dice serendipity - o, in italiano, "botta di culo" -, perché altrimenti a nessuno dei due sarebbe venuto in mente di andarci. Però non soltanto la mostra di Tobias vale una visita, ma anche le altre mostre in corso - la retrospettiva di Frieda Riess e Piracy di Ronald de Bloeme - sono piuttosto interessanti. Altre visite sono state più "di routine": per esempio quella al museo gay di Mehringdamm, dove ero così sfinito che mi sono dovuto far forza per non addormentarmi su una poltrona finto-Marcel Breuer, col rischio di essere scambiato per un Exponat museale. Vero è, però, che anche le visite più scontate mi hanno riservato qualche sorpresa: per la prima volta, per esempio, sono entrato nel Deutscher Dom di Gendarmenmarkt e mi sono guardato la mostra allestita dal Bundestag e dedicata alla storia del parlamentarismo in Germania, intitolata - come piace fare ai tedeschi, che amano giocare con certi vezzi della loro lingua - "Wege, Irrwege, Umwege" (Vie, strade sbagliate e vie traverse). E sono sceso sotto il Memoriale per lo sterminio degli ebrei, dove c'è una delle mostre più toccanti, più informative e - fatto importante - più chiare dedicate all'Olocausto.
III
Ma Berlino è bella anche perché è un teatro a cielo aperto: basta camminare, tenere gli occhi aperti e ci si imbatterà per forza in qualcosa di insolito, non fossero altro che le facce della gente che la abita. Gente che se ne va in giro fottendosene bellamente dell'impressione che fa e in cui in genere uno può essere sé stesso - o una rappresentazione di sé stesso, se lo ritiene opportuno - senza suscitare più di una scrollatina di spalle. Il trend di quest'anno - come ha osservato anche lui, nel suo elenco di "curiosità berlinesi" che testimoniano uno sguardo vergine sulla mia città preferita - è il ciuffo colorato di rosa, rosso o viola: un fenomeno intergenerazionale che riguarda adolescenti e vecchie signore in ugual modo e che attraversa un po' tutte le classi sociali. Tra le scene a cui abbiamo assistito ne ricordo due. Una in metropolitana: davanti a noi sono sedute due ragazze americane e una mostrava all'altra qualcosa sventolando il portafoglio aperto. In quel momento passa un tizio - alto, allampanato, con i denti sporgenti e l'aria svagatamente sciatta - che dice loro, in tedesco, di non agitare così il portafoglio perché qualche malintenzionato potrebbe rubarlo. Le due non capiscono - o saggiamente fingono di non capire -, abbozzano qualcosa, ma il tizio insistono e continua a metterle in guardia, mimando con gesti goffi un tentativo di furto e alzando la voce, come se questo bastasse a svelare alle due il significato dei suoi moniti. Il bello, però, arriva dopo: quando mi giro vedo che lui ha in mano un quadernetto e una penna, che porge alle due ragazze. Sembra che voglia convincerle a scrivere qualcosa sul quaderno - forse il loro numero di cellulare. Vedo che una delle due ragazze nicchia, mascherando con abilità un certo terrore, mentre l'altra cerca di ignorare il tutto. Io penso - guardando le mani e le unghie di lui, non proprio fresche di manicure - che anche lei sia sopraffatta dal ribrezzo. In quel momento lui capisce di non avercela fatta e borbotta qualcosa del tipo: "Vabbe', io ci ho provato". Mentre se ne va, mi cade l'occhio sulla bavetta all'angolo della bocca che mi ricorda il Forlani dei tempi di mani pulite e provo un misto di imbarazzo e di pietà per lui: vorrei sprofondare al suo posto. La seconda scena, invece, è più piacevole ed è un'evoluzione moderna della tecnica del lavavetri. All'angolo tra Mehringdamm e Tempelhofer Ufer il semaforo è verde per i pedoni e rosso per le macchine: un ragazzo e una ragazza si buttano in mezzo alla strada e, emettendo strane urla, esibiscono la loro arte da giocolieri lanciandosi una serie di birilli bianchi. Io, che sono ansioso di natura, temo nell'ordine: che gli scappino i birilli di mano mentre il semaforo per le macchine diventa verde, che colpiscano per errore il parabrezza di una vettura, che vengano spiaccicati sull'asfalto. Così rimango rapito a osservarli. Tutto invece va per il verso giusto e, un attimo prima che il semaforo cambi colore, loro passano di macchina in macchina a chiedere un contributo per lo spettacolo.
IV
Questa volta - mi si passi il bon mot - niente culi-in-aria, ma molta culinaria. Chi ha detto, infatti, che in Germania non si mangia bene? A Berlino si mangia benissimo: l'offerta è molto ampia e i prezzi sono più che abbordabili - a dire il vero qualche volta siamo rimasti stupiti di quanto poco abbiamo pagato pur essendoci strafocati di cibo. A ogni forchettata pensavo ai patimenti subiti a Parigi - miei personali, oltre che del mio stomaco e del mio portafogli - e ringraziavo dentro di me la Gastronomie berlinese. Naturalmente abbiamo mangiato "tedesco" due o tre volte, provando tra l'altro il primo buffet eat-as-much-as you can applicato alla cucina tedesca, e traendone grande soddisfazione, ma per il resto abbiamo praticamente attraversato tutto il globo. Ci hanno sfamato, nell'ordine: un ristorante eclettico vietnamita-thailandese della Danziger Strasse, denominato molto opportunamente "Rice Queen" - e infatti il cameriere era un orientale gaio assai e molto gentile, come sanno essere gli orientali quando queste due caratteristiche si combinano -; un ristorante libanese nella Kollwitzstrasse - una delle mie strade preferite, a Prenzlauer Berg, costellata di "mangerie" di vario genere e già molto frequentata da me e da lui durante il nostro soggiorno di tre anni fa -; un ristorante mongolo di Pankow - dal nome, che brilla per originalità, di Chinggis - che sono riuscito a ritrovare solo grazie alla consulenza della metà bionda e schwul di loro due, defilato com'è nella Bornholmer Strasse e, infine, un ristorante etiope (Blue Nile) proprio accanto al nostro albergo, dove ho provato l'ebbrezza di mangiare con le mani prendendo il cibo con il loro tipico "pane". Consiglio soprattutto quest'ultimo: l'atmosfera è molto gradevole e rilassante, con tutte quelle luci soffuse; le porzioni sono pantagrueliche; la cameriera è di una gentilezza squisita e i prezzi sono "sbalorditivamente" bassi.
V
Nel frattempo, si stanno ingrossando le file degli expats italiani a Berlino, massime tra blogger antichi e nuovi. Noi, invece, umili viaggiatori provenienti da una landa desolata, ci siamo limitati a incontrarli passando con loro un paio di serate e porgendo i nostri saluti. Una sera abbiamo incontrato lei che, fresca fresca da Cracovia, ci ha prima accolto nella sua casa di Kreuzberg - e, devo dire, per un attimo l'ho invidiata (senza alcuna malevolenza, s'intende), anche se in una casa come la sua io rischierei l'imbozzolamento totale e non metterei più il naso fuori - e ci ha poi portato fuori a cena. Un'altra sera, invece, abbiamo incontrato Ale, del duo Stadtschaft - stavolta da solo perché Lupo, l'altra metà del blog, era indisposto - e il neo-paleo-berlinese Kartch. Di quest'ultimo mi stupisce sempre che, malgrado i funghi e la barbetta incolta, continui a dimostrare almeno dieci anni di meno, esattamente come dieci anni fa. Ale, invece, che a volte pensa se non sia il caso di tornare in Italia, l'ho guardato come si guarderebbe un matto: "Comunque non proprio adesso!". Con loro due abbiamo chiacchierato un po' davanti a un bar gay, che si trova a Kreuzberg e si chiama Moebel Olfe, perché insediato in un ex negozio di mobili e a quanto pare molto in voga da un paio d'anni a questa parte, cosa non difficile a credersi vista la quantità di avventori tra i quali, a occhio e croce, non imperava troppo la sindrome da "figalessa" che regna in qualsiasi locale milanese appena appena un po' "trendy".
VI
Il ritorno è stato per entrambi un po' doloroso: a Berlino, questa Berlino, ci si affeziona facilmente. La conosco da vent'anni ormai e se quindici anni fa era ancora eccessivamente aspra - era una città in rapido mutamento, in cui non si sapeva bene che cosa sarebbe successo -, oggi è forse l'unica grande capitale europea davvero a misura d'uomo, in cui non occorre svenarsi per vivere. Come Marlene, insomma, anch'io ho sempre "einen Koffer in Berlin", una valigia a Berlino.
[Qui le fotografie di queste giornate berlinesi]