Qualche giorno fa mi sono imbattuto in questo articolo pubblicato sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, dove si affronta un interrogativo che con il passare del tempo diventerà sempre più pressante: che cosa succederà al lavoro umano in un'epoca di progressiva e sempre più rapida automazione? L'autore parte da una constatazione banale nella sua evidenza: ogni volta che c'è stato un progresso tecnico, questo è sempre stato più rapido sia delle strutture socio-economiche esistenti che della capacità di adattamento, anche psicologica, degli esseri umani, entrambe più lente e conservatrici. In passato, però, i cicli d'innovazione tecnologica erano meno rapidi, mentre oggi si susseguono a intervalli sempre più brevi e gli individui arrancano cercando di tenere il passo, sempre più a fatica man mano che invecchiano e non riescono ad aggiornare la loro elasticità di apprendimento.
Questo ha conseguenze non soltanto sulla vita di tutti i giorni, ma anche sul lavoro. La novità è che ormai anche molti lavori intellettuali possono essere facilmente automatizzati: l'autore del pezzo cita, per esempio, certi call center in cui l'assistenza viene fornita attraverso una chat, dove un software è in grado di rispondere alle domande più o meno simili e ricorrenti degli utenti. Oppure quei software capaci di scrivere articoli giornalistici, soprattutto quando si basano su dati e stilemi ripetitivi (è il caso di articoli con risultati di partite sportive o report borsistici: qualche esempio di questo genere di articoli, prodotti da software, l'aveva pubblicato una decina di giorni fa anche il Corriere della Sera). Nel caso delle analisi di borsa si arriverà al paradosso di algoritmi che scriveranno per altri algoritmi, quelli che interpreteranno questi resoconti e prenderanno "decisioni" per ulteriori investimenti. Dove ora è richiesta una grande quantità di lavoro umano, basteranno in futuro pochi coordinatori per risolvere quei problemi che le macchine non sapranno risolvere, e quindi dovranno essere particolarmente qualificati. Qualcosa di simile è già successo in passato, con l'invenzione dell'automobile - scrive il giornalista -, che ha soppiantato il trasporto a cavallo. I cavalli avrebbero potuto continuare a restare in servizio solo se si fossero dimostrati più veloci e più convenienti delle auto: una partita persa in partenza, visto che già sfamarli costava più che non mantenere un'automobile.
La situazione oggi si fa drammatica, dunque. Assistiamo già a una costante parcellizzazione del mondo del lavoro, dove quelli che l'autore del pezzo definisce "McJobs" sono in numero sempre crescente rispetto ai lavori qualificati (e qualificanti, oltre che ben pagati). L'innovazione non ha creato una pletora di lavori di alta qualità e di grande contenuto professionale, ma, al contrario, molti dei lavori disponibili sono poco redditizi e comunque in quantità minore rispetto a chi potrebbe o vorrebbe svolgerli. In sostanza esistono impieghi che sono già fuori mercato e che, retribuiti al loro reale valore di mercato, non garantirebbero (o non garantiscono) più la sussistenza a chi li esercita. Se a questo stato di cose aggiungiamo la faccenda del progresso tecnologico e l'automatizzazione, vediamo che le cose rischiano di peggiorare. E' questa - anche secondo me - l'incognita che minaccia ogni riforma del lavoro, per forza realizzata partendo da una situazione che è già superata e che proietta nel futuro uno status quo destinato a deteriorarsi ulteriormente. E' possibile - e auspicabile - che vi sia ancora crescita economica, ma è anche probabile che questa sarà dovuta a questi processi di automatizzazione e all'innovazione tecnologica e sarà quindi, in buona parte, indipendente e slegata dal lavoro umano, così come lo abbiamo conosciuto fino a oggi.
L'autore dell'articolo della Faz avanza una proposta: perché non distribuire i "dividendi" derivanti dall'automatizzazione? In questo caso la ricchezza prodotta non sarebbe più il risultato dell'iniziativa e del lavoro di singoli individui e la ridistribuzione - aggiungo io - non sarebbe una forma di "furto" sui generis della richezza altrui derivante da un aumento dell'imposizione fiscale. In questo modo si dovrebbe garantire una certa serenità economica anche a chi è stato espulso dal mondo del lavoro e, di conseguenza, assicurare la pace sociale. Inoltre, questo renderebbe possibile lo svolgimento di lavori "non automatizzabili", ma che contribuirebbero alla realizzazione di sé dei singoli individui (pur non bastando a fornirgli di che vivere). In che misura questo sia fattibile, non lo saprei dire. E non so neanche dire se sia un progetto utopistico - certamente contrasta la tendenza di alcuni ad arraffare tutto quello che c'è da arraffare, incuranti del benessere altrui -, benché positivo e propositivo, come indica l'autore. E' vero però che sottolinea un aspetto spesso trascurato: oltre al merito - che deve essere giustamente ricompensato - ci sono altri fattori che entrano in gioco nel successo individuale. A questi fattori (che magari consistono semplicemente nella casualità o nella fortuna) si aggiungono anche l'automatizzazione e il progresso tecnologico che distruggono lavori in precedenza svolti dagli individui. A chi ha scritto il pezzo della Faz il merito di essersi posto l'interrogativo e di aver proposto una soluzione. Perché l'alternativa di spingere sempre più persone nella miseria forse non è granché, come alternativa.
