Manifesto per l'eguaglianza dei diritti

Le infamie di ieri

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21/07/2008

E va bene che c'è crisi, ma...

Undici e qualchecosa del mattino. Suonano alla porta. Guardo attraverso lo spioncino e mi sembra di intravedere qualcuno di "ufficiale": un messo comunale o un tipo dell'azienda del gas o dell'elettricità. Metto da parte i miei sospetti e apro. Mi si para davanti un tizio con un cartellino appeso alla t-shirt che comincia a parlare, parlare, parlare, in tono abbastanza monocorde. Esordisce dicendo: "Sono qui per controllare la sicurezza dell'impianto del gas". Prego, si figuri, entri pure. Io, intanto, continuo a guardargli il cartellino che gli ballonzola sulla t-shirt. Lo porto in cucina, dove c'è il boiler. Lui osserva e dice: "Ah, ecco qui, e il contatore dov'è?". Glielo mostro, dietro la porta d'ingresso. "E' uno di quelli piccoli, bene, bene... E' stato rifatto da poco". Effettivamente tutto l'impianto è stato rifatto nel 2002, quando ho comprato l'appartamento. Lui prosegue imperterrito: "In conformità alle nuove normative di sicurezza europee e italiane... bla bla bla... un dispositivo di sicurezza per le fughe di gas... bla bla bla... si potrebbe mettere qui sopra, lo spazio c'è... bla bla bla... I suoi vicini l'hanno già installato, ero passato settimana scorsa ma lei non c'era... bla bla bla..." Alla sua cascata di parole io replico sempre: "Mh". E mentre emetto quell'unico grugnito il mio sguardo fissa, ipnotizzato, il cartellino che gli penzola dalla t-shirt. A un certo punto dice: "Il costo è di centonovantanove euro più Iva". Penso "me cojoni!" e, riscuotendomi dal torpore che il flusso ininterrotto delle sue parole mi ha causato, obietto: "No, mi scusi, sia chiaro: la normativa mi impone di installare o semplicemente la normativa permette a lei di vendere questo dispositivo?" Lui elude la domanda e riprende la cantilena: "Secondo l'attuale normativa europea e italiana bla bla bla... c'era anche l'avviso esposto che saremmo passati... bla bla bla... tutti i suoi vicini... bla bla bla". Lo blocco: "Non ho visto nessun avviso. Guardi, secondo la normativa, io ho dovuto far fare quel buco nel muro. I miei obblighi finiscono lì e lei sta semplicemente cercando di vendermi qualcosa. Se così non è, mi informerò dall'amministratore". Punto il dito sul suo cartellino: "Quella lì non è né la società del gas né un'agenzia ufficiale di controllo, ma una srl che produce e vende allarmi antigas, punto e basta". Lo invito ad andarsene e - ma è sottinteso - a non farsi più vivo. Ero abbastanza furibondo, anche se non l'ho dato troppo a vedere. Capisco bene che altri sprovveduti possano cascarci - e poi uno si domanda come è possibile che a intervalli regolari i giornali riportino notizie di anziani gabbati da questi trucchetti -, perché le tecniche ci sono tutte: innanzitutto il richiamo a una autorità (la "normativa", anche quando questa non impone proprio nulla), poi lo stordimento a forza di parole e, dulcis in fundo, lo stigma dell'anticonformismo ("l'hanno messo tutti, non vorrà mica solo lei fare il diverso?", un'informazione che, oltretutto, potrebbe essere anche falsa e usata come mezzo di pressione). Quando finalmente se ne va, cerco su Google il nome della società per conto della quale opera e ne trovo subito il sito: come volevasi dimostrare, è un'azienda del Bresciano che produce videocamere per la sorveglianza, antifurti e... allarmi per il gas.

Un'oretta dopo mi squilla il cellulare: è un numero di Roma che non ho mai visto prima. Normalmente sono restio a rispondere a numeri sconosciuti e lì per lì temo quasi che siano i Radicali che, da quando non ho più rinnovato la tessera, continuano a chiamarmi sul telefono fisso e con i quali ho ingaggiato una prova di forza rifiutandomi ostinatamente di alzare il ricevitore quando vedo il loro numero. Forse, penso, stavolta si sono fatti furbi e chiamano da un altro numero. D'altro canto ho anche prenotato un albergo a Roma per una notte, settimana prossima, e non vorrei che fossero loro che mi chiamano per avvertirmi di qualche problema. Così, a malincuore, rispondo. E' una voce di donna che mi comunica che sta chiamando per conto della banca con la quale ho il mutuo. O, per meglio dire, della banca inglese che s'è fagocitata la banca, altrettanto inglese, con cui ho il mutuo - banca che, suppongo, prima o poi verrà inglobata da un'altra banca ancora più grossa. Penso subito a qualche inconveniente, e invece no: "Come lei sa la nostra banca ha aperto molte filiali a Milano e ora siamo in grado di offrirle un conto corrente con un tasso d'interesse garantito, per dodici mesi, del cinque per cento, a zero spese". Vorrei quasi chiederle dove vanno a prendere tutti quegli interessi, dato che la crescita economica è ben al di sotto di quel tasso lì. In realtà penso: "A chi li andate a rubare?". "Se vuole le fisso un appuntamento con il direttore di una delle nostre filiali..." Veramente sarei un po' impegnato, in questo periodo - in effetti passare le mattinate a grattarmi le palle e guardare il soffitto richiede un certo impegno -, e poi, così, su due piedi... Spero che desista. "Lei ha una mail?" Ecco, sì, brava. Gliela do, così manderà tutte le "specifiche" del caso, come dice lei, e io potrò continuare a fregarmene allegramente come ho fatto in altri casi simili.

Ora io capisco che c'è crisi e che questi non sanno più dove sbattere la testa per accalappiare nuovi clienti, ma se c'è una cosa che mi urta è proprio questo tipo di marketing rapace. Mi sento come la carogna di un animale sopra il quale volteggiano gli avvoltoi che se la contendono. Se io mai prendessi in considerazione l'acquisto di un allarme antigas o l'apertura di un nuovo conto corrente, non lo farei mai con chi, sponte sua, viene a seccarmi la gloria in casa mia. Anzi, mi rivolgerei alla loro concorrenza solo per fargli un dispetto e punirli, così in futuro ci penseranno due volte prima di commettere lo stesso errore con qualcun altro. Non a caso, infatti, il mio numero telefonico non è presente in elenco e forse dovrei anche mettere un sistema di riconoscimento delle impronte digitali sulla maniglia della porta, ché oggi va tanto di moda.

06/07/2008

La paura della dipendenza

"Ah... Dunque hai paura della dipendenza!" Lì per lì resto sorpreso, soprattutto perché me lo dice come se d'un tratto avesse scovato la chiave di volta di tutta l'architettura della mia personalità e io, colto alla sprovvista, non voglio credere che sia così. Poi ci ripenso: e se, davvero, avessi un po' timore di diventare dipendente? Mi riferisco, naturalmente, non alla dipendenza dagli oggetti inanimati, ma alla dipendenza dalle persone. "Eppure, un certo grado di dipendenza è inevitabile, in qualsiasi rapporto umano, anche nelle relazioni amorose, e non è per forza una cosa negativa". Lo so e non lo so. Lo so con la parte razionale di me, ma non con quella più istintuale, che invece fugge, come quando automaticamente si ritrae la mano dal fuoco perché altrimenti ci si scotterebbe. Del resto, penso, quante sono le cose che "so" e che, pur sapute, non modificano le mie reazioni e i miei comportamenti istintivi e atavici? Quando avverto che qualcuno mi sta diventando troppo "necessario" provo un involontario e istantaneo moto di ripulsa e di allontanamento che si traduce in una successiva chiusura in me stesso, come se qualcosa mi allertasse di un pericolo sconosciuto. Quale, non so. Avviene tutto rapidamente, come togliere la mano quando si prende la scossa. Credo che il senso dell'indipendenza sia legato all'esaltazione della propria autonomia e, in qualche misura, della propria potenza. Essere indipendenti - o illudersi di esserlo, per essere più precisi - significa nutrire innanzitutto il mito della propria potenza: "Io posso fare (quasi) tutto da me". Con il suo puro e semplice trascorrere, però, il tempo scalfisce impietosamente questo blocco apparentemente granitico. Il passare del tempo, infatti, insegna anche agli individui che più ostinatamente si cullano nell'illusione della propria indipendenza - e quindi della propria potenza e della libertà che ne conseguirebbe - quanto in realtà anche loro siano fragili e dipendenti dall'aiuto e dalla presenza altrui. Quando si è molto giovani e nel pieno possesso delle proprie forze - anche fisiche - è facile ritenersi pressoché onnipotenti e coltivare uno spropositato senso di autonomia. Ma poi, appunto, il tempo passa e le circostanze cambiano. "Non ho bisogno di una stampella!" s'impunta il nostro orgoglio in alcuni momenti. E, invece, sarebbe una forma di saggezza riconoscere che, qualche volta, è proprio di una stampella ciò di cui abbiamo bisogno, anche se questo ferisce l'immagine della nostra potenza, della nostra indipendenza e della nostra libertà. Del resto, persino il desiderio è un sintomo che mette a nudo la nostra dipendenza. Ma, tornando a me, da dove arriva e da che cosa è provocata questa "paura della dipendenza"? Quali esperienze - magari lontane nel tempo - l'hanno scatenata, quali altre l'hanno rinforzata, se è stata rinforzata? Ho avuto paura dell'abbandono? Ma come e quando, in quali circostanze? Allora qualcosa dentro di me ha formulato, implicitamente, il proposito di rendersi il più "indipendente" possibile per prevenire il rischio di essere abbandonato? Sono, queste, tutte domande lecite, ma assolutamente inutili: se anche scoprissi, grazie a una rivelazione miracolosa, le risposte giuste, non è detto che cambierebbe l'atteggiamento che sta al di là di ogni riflessione e che da questa non è intaccato. Dovrei, forse, ignorare le domande e non interrogarmi più sulle origini e sulle cause, ma accettare il semplice dato di fatto che l'essere dipendenti è indistricabilmente intrecciato alla nostra natura di esseri umani, che tra l' "io" e il "tu", tra il "noi" e gli "altri" i confini sono inevitabilmente liquidi. Tutto ciò che facciamo o viviamo, dunque, non è dovuto solo a noi stessi - alla nostra presunta autonomia o al nostro delirio di potenza e di indipendenza -, ma deriva in buona parte anche dalla dipendenza nei confronti del nostro prossimo e da quanto riusciamo ad accettarla. Nel concetto di libertà va incorporato dunque un certo grado di dipendenza: bisogna imparare a tenere a bada la paura.

01/07/2008

Il corpo in movimento e la mente

Una cosa che mi sta facendo bene è il movimento. Nei momenti migliori sento che mi si staccano di dosso i pensieri inutili - cioè la maggior parte dei miei pensieri - e io entro in sintonia con il mio corpo e con le sue esigenze immediate. In un certo senso lo "dimentico", ovvero dimentico la sua presenza - che è poi l'impronta mentale di un corpo "di troppo" - e lui torna a essere sé stesso, irriflesso e spontaneo come dovrebbe essere ogni volta che corpo e mente non vivono in due mondi paralleli. Immergersi troppo nelle proprie riflessioni non serve a nulla per cambiare il modo in cui il corpo si getta nel mondo e vive, ma anzi rischia di creargli ulteriori intralci e intrappolarlo con altri lacci. Più la mente cerca di districarlo dai suoi impicci, più lo blocca e irrigidisce. Invece bisogna disinnescare, almeno un po', questo circolo vizioso e mettere fuori uso proprio la res cogitans, aiutando la res extensa, il corpo, a tornare inconsapevole. E' possibile farlo addestrando il corpo a muoversi e a compiere una serie di gesti automatici, come se fosse il nostro cane fedele. Compierli a lungo finché non diventano "normali", finché la mente smette di chiedersi perché il corpo li sta compiendo e finché questo si stacca dall'eccessivo controllo e dall'indagine continua della mente. Chi non è abituato sentirà nascere - o rinascere - in sé un senso di potenza inusitata e, con essa, un senso di euforia che si riversa anche nella mente. In questo modo accade che, a poco a poco, anche la mente ne viene influenzata e, forse, modificata. Da qualche tempo a questa mi sono imposto di andare a nuotare, regolarmente e non più solo saltuariamente. La pigrizia vincerebbe se mi abbandonassi ai miei istinti, infatti. Così, almeno una volta alla settimana, vado a nuotare: mi piace contare le vasche, cercare di farne di più settimana dopo settimana - sono arrivato a cinquanta, non credo che riuscirò a superare questo limite -, ma l'importante è che avverto distintamente, man mano che aumentano le bracciate, i pensieri che mi scivolano di dosso e il corpo che, lentamente, ritorna a impadronirsi di sé stesso. E - come effetto collaterale - anche la mente si svuota e si rilassa, anche i pensieri si fanno meno tormentosi. E' vero, quindi, che lo "sport" può diventare una forma di meditazione che libera, contemporaneamente, il corpo e la mente. Allo stesso modo quando vado in palestra, cerco di seguire anche qualche corso guidato da un istruttore. Anche in questo caso non è la pigrizia a vincermi, a farmi rallentare i movimenti finché la mente - con le sue rimuginazioni e le sue distrazioni prende il sopravvento -, ma è l'automatismo dei movimenti, ripetuti sempre uguali o con minime variazioni progressive, che restituisce il corpo a sé stesso. Lo stesso accade quando percorro lunghi tratti di strada in bicicletta, anche se il mio pedalare è sempre finalizzato al raggiungimento di una meta e non è un movimento fine a se stesso. In tutti questi casi il corpo che si muove scaglia l'io fuori dalla prigione della mente, quando questa - per inerzia e abitudine - persiste nell'abbandonarsi alle sue rimuginazioni. Vale la pena provarci anche se la partenza costa uno sforzo in più alle persone con il mio carattere.

Il rimedio che non rimedia

Se, a forza di picchiare la testa contro il muro, questa adesso mi fa male, il modo migliore per farmi passare il dolore non sarà certamente continuare a picchiarla, magari solo perché qualcuno mi ha detto o io stesso mi sono convinto che, prima o poi, la sofferenza se ne andrà. Forse è meglio smettere, forse è meglio dedicarsi ad altro, forse è meglio distrarsi. Il paragone è assurdo, tanto è evidente ciò che vuole dimostrare, eppure ci sono circostanze in cui, malgrado l'evidenza, cerchiamo di risolvere un problema continuando a riprodurre il comportamento che l'ha causato - o, se non l'ha propriamente causato, lo ha esacerbato. Deve intervienire qualcosa che ci faccia capire che, andando avanti così, non soltanto non correggiamo l'errore, ma peggioriamo la situazione. E, per di più, qualcuno ci dice che va bene così, che se il mal di testa non passa è perché non abbiamo picchiato abbastanza forte o non abbiamo insistito abbastanza a lungo, ci sembrerà che stiamo facendo la cosa giusta e nel fatto di essere incitati a continuare in questo modo vedremo una sorta di premio.

Io, per esempio, mi rendo conto che uno dei miei problemi - che potrei anche chiamare "vizi" - consiste in una certa tendenza all'elucubrazione. O, detto più volgarmente, alla "sega mentale". Non tanto sui fatti del mondo esterno, ma su me stesso: "Perché ho fatto questo e quest'altro? Perché sento questo e quest'altro? Perché reagisco così e non cosà?". Tutto si trasforma in una domanda, tutto diventa un interrogarmi incessante sulle vere motivazioni dei miei comportamenti e sulla vera natura dei miei sentimenti, dando in qualche modo per scontato che dietro le apparenze e dietro la facciata ci deve essere qualcos'altro. Quand'ero piccolo avevo l'abitudine di prendere a martellate le automobiline per vedere com'erano fatte dentro: non sono diventato un meccanico o un ingegnere, ma ho trasferito quest'abitudine a me stesso, che ho preso a trattare da "macchina" da smontare, con l'illusione di capire "com'è fatta dentro", sviluppando una certa tendenza all'autoanalisi e un certo compiaciuto gusto nello spaccare il capello in quattro. Però, come per le macchinine, i colpi di martello finiscono per distruggere il contenuto e, comunque, diversamente dai meccanismi interni di un oggetto la mente non è passibile di un'unica interpretazione. Chi vuole analizzarsi deve tener conto del fatto che non sta per compiere un percorso univoco, che porta da un punto A a un punto B, ma rischia invece di smarrirsi in un labirinto, dove tutto è vero e falso allo stesso tempo, a seconda di quanto si rende plausibile l'interpretazione. Il rischio finale è della paralisi: se tutto ciò che io considero per me giusto e buono non lo fosse? Se nascondesse reconditi significati o propositi di cui il mio io "conscio" non è al corrente? Come rimediare, dunque? Certamente non elucubrando ulteriormente: l'astrattezza di un'analisi discorsiva usata per correggere i danni provocati da troppi ragionamenti non farebbe altro che provocare altri danni, dello stesso tipo. Proprio come chi, appunto, per farsi passare un'emicrania causata da troppe testate contro il muro ricorresse ad altre testate. Bisogna cambiare metodo e lasciare posare la mente e le sue trappole.

27/06/2008

Pedalando senza fretta...

Il destino crudele si accanisce su di me, in fatto di biciclette. No, non mi hanno rubato per l'ennesima volta la bicicletta - l'ultima - comprata tre mesi fa. L'ho soltanto dovuta portare a riparare, perché mi ero accorto che la ruota posteriore era un po' storta e, quando pedalavo, andava sbilenca e sfregava contro il parafanghi, così mi sembrava di essere sempre in salita. Capita, si potrà dire. E' vero, peccato però che poco più di un mese fa la stessa (nuova) bicicletta mi si era piantata nel bel mezzo della strada e, malgrado cercassi di pedalare, la ruota posteriore era misteriosamente bloccata. Eppure tutto sembrava stranamente a posto. Anche allora l'ho portata a far riparare e il ciclista da cui l'avevo comprata mi aveva sostituito la ruota. In garanzia, addirittura. Quando ieri sono ricomparso nel suo negozio - e sospetto che, pur non avendo ancora detto una parola ed esercitando un autocontrollo zen dei miei nervi, si doveva vedere come nei fumetti una nuvoletta piena di "#@!" che mi si levava dalla testa - e gli ho detto: "Ti ricordi che...?" spiegandogli la faccenda e assicurandogli che la bici la uso, sì, e la uso tutti i giorni, ma non per fare acrobazie, lui mi ha giurato perplesso che, in otto anni che fa quel lavoro, è la prima volta che gli succede. Anch'io - ho aggiunto - dopo quattro biciclette è la prima volta che... Con le altre mi limitavo a forare in continuazione... Ma lasciamo perdere... Il danno ormai è fatto: si dev'essere spezzato il mozzo che regge la ruota posteriore, vallo a sapere. La beffa è che, ovviamente, per la legge di Murphy queste cose accadono sempre nei momenti meno opportuni. La prima volta, di domenica pomeriggio in piazza Repubblica, mentre stavo andando a lavorare, ed ero esattamente a metà strada. Con la ruota bloccata, me la sono dovuta trascinare dietro, anche di notte, persino in spalla (e ricordo un cretino, semiubriaco, che accovacciato su un gradino davanti a un locale in via Melchiorre Gioia, mi ha chiesto: "Ehi, ma che cosa fai?"). L'altroieri, a mezzanotte passata, in viale Umbria - che è più o meno dall'altra parte della città rispetto a casa mia. Ho pedalato finché ho potuto, cioè finché è caduta anche la catena - per rimontarla avrei dovuto staccare il carter - e mi sono fatto tutta via Vitruvio a piedi, arrivando a casa madido di sudore e oltremodo irritato. C'è di buono che, in entrambi i casi, mi è stata data la stessa "bicicletta sostitutiva", un'Atala pesantissima e con il sellino troppo basso, con cui pedalo e pedalo ma faccio poca strada. Decisamente, la mia con le biciclette è una storia d'amore non ricambiata.

14/06/2008

Traslochi da sogno

Ancora una volta devo traslocare. E anche stavolta solamente in sogno. Di questo trasloco onirico non restano che pochi frammenti e un senso, letterale, di angoscia, cioè di soffocamento all'idea di essere rinchiuso in uno spazio ristretto. Da una casa grande devo infatti trasferirmi in un minuscolo monolocale che misura forse una quindicina di metri quadrati. Arriva il giorno del trasloco e io non ho ancora preparato nulla: i mobili sono tutti al loro posto e, soprattutto, i miei libri sono ancora negli scaffali. Nella casa vecchia, inoltre, ci sono anche i miei genitori: anche questo un elemento ricorrente dei miei sogni recenti, in cui in qualche modo torno sempre alla "casa delle origini", malgrado la casa sia la mia. Arrivano i traslocatori: sono in due, ma solo uno attira interamente la mia attenzione. E' un ragazzino che avrà intorno ai vent'anni, dai capelli neri e dai lineamenti fini, piuttosto minuto di corporatura e molto grazioso. Per prepararsi al lavoro deve cambiarsi e, con molta nonchalance, si spoglia completamente nudo per indossare una sorta di tuta blu. Lo fa restando seduto sul pavimento e, quando distende una gamba, ricoperta di una lieve peluria scura, per infilarsi i calzoni e si china con il torso, il suo corpo disegna un arco perfetto che irretisce il mio sguardo. Questa immagine è carica di un erotismo che colora tutto il sogno e si scontra con il senso di angoscia provocato dal trasloco. Lo guardo, ma allo stesso tempo cerco di non darlo a vedere perché da un lato ci sono i miei genitori e non vorrei farmi notare, dall'altro non vorrei essere indiscreto nei confronti del ragazzo che - è questa la cosa curiosa - si sta comportando con assoluta naturalezza, come se spogliarsi in questo modo fosse la cosa più normale del mondo. L'altro contrasto, infatti, è tra la sua innocenza - l'innocenza di chi ha un corpo così attraente e lo "indossa" con una levità tale da non accorgersene - e il mio imbarazzo - che mi rende invece costantemente presente a me stesso, in ogni mio movimento. Per non restare lì, immobile e incantato, incomincio a togliere i libri dagli scaffali, ma capisco che la mia è un'impresa disperata: i libri sono troppi e in casa ho un unico scatolone, abbastanza piccolo, che si riempie subito. E qui il sogno - o quello che mi ricordo - finisce.

Il sogno è breve, ma mi colpisce per molti aspetti. Il primo - e il più evidente - è l'ennesima ricorrenza dell'immagine della casa, che ormai ho imparato ad accettare come un simbolo della mia personalità o del mio io, con l'altrettanto frequente presenza dei miei genitori, che sembra alludere a un'incapacità di espellere dalla mia identità la condanna delle origini e, allo stesso tempo, simboleggia l'intervento dell'autorità e del controllo, tanto interiorizzati da far parte ormai della mia personalità. Il trasloco da una casa all'altra rappresenta, come al solito, il cambiamento (anche se ora non so più se è un cambiamento reale, che sta avvenendo, o se è semplicemente una voglia di cambiamento, che però non avviene o stenta a rendersi visibile). Stavolta, però, il cambiamento viene da una condizione migliore a una peggiore: la casa, infatti, è più piccola e da me percepita come soffocante, come se il mio inconscio mi dicesse che, se davvero sta avvenendo un cambiamento, questo assume la forma di una regressione. (Naturalmente questa è l'interpretazione "pessimista", perché mi è stato fatto notare che questo trasloco verso una dimora più piccola potrebbe, in realtà, anche significare l'abbandono di "manie di grandezza" insostenibili, a favore di uno spazio più piccolo ma interamente "mio", da cui l'autorità genitoriale sarebbe assente. Per liberarsi, insomma, bisogna accettare un compromesso che non è detto sia negativo). Un altro aspetto ricorrente è rappresentato dai libri, visti ancora come una sorta di intralcio, qualcosa che diventa fastidioso nel momento stesso in cui mi accorgo di doverli portare con me (eppure la novità è che, fino all'ultimo momento, mi ero dimenticato di averli). Infine c'è il ragazzo che si spoglia nudo. A me sembra che questo sia il vero centro del sogno, la vera sorgente luminosa, per così dire, intorno alla quale si struttura tutto il sogno. Devo fare una premessa: non ho quasi mai fatto sogni erotici, in passato. Il sesso, a volte, era presente, ma in forma "dolorosa" - ricordo, per esempio, un sogno in cui qualcuno manifestava l'intenzione di fare l'amore con me, ma poi si rivelava deciso a uccidermi. Questa volta, invece, l'immagine di questo ragazzo irradia calore in tutto il sogno, fino a mettere un po' in secondo piano il senso di angoscia che fino a quel momento è stato l'elemento dominante. Mi domando anche se la sua immagine, oltre che essere una proiezione del mio desiderio, non sia anche un rispecchiamento, in negativo, di quello che non sono (e che forse vorrei essere): non mi riferisco tanto alla sua giovinezza, per me ormai inattingibile, ma al suo essere in diretto contatto con il suo corpo e la sua presenza fisica. E' il Naturkind che io non sono e non sono mai stato.

01/06/2008

Parigi val bene una messa

Parigi, nel luglio del 1987, è stata la prima grande capitale europea che ho visitato. Avevo diciassette anni. Anzi, a dirla tutta, è stata la prima volta che sono andato all'estero. L'amico con cui ci sono andato aveva lì alcuni parenti che ci hanno ospitato. Siamo rimasti un mese e mezzo e abbiamo girato la città in lungo e in largo. Ogni mattina ci preparavamo e, con una piccola colazione al sacco, prendevamo il metro. Non stavamo proprio in centro. Non stavamo a Parigi, in effetti, ma in una di quelle banlieues che oggi, secondo Sarkozy, sarebbero ricettacolo di racaille. Eravamo a Bobigny, nella periferia orientale, e da lì, con una passeggiata di una ventina di minuti, passavamo per Drancy, di cui allora ignoravo la tragica storia, e raggiungevamo la fermata del metro più vicina, che era La Courneuve - 8 mai 1945, inaugurata solo un paio di mesi prima. Ogni giorno sceglievamo una meta diversa e ci perdevamo nel reticolato della metropolitana parigina. Oltre alle mete tradizionali abbiamo visitato cose che il normale turista, sottoposto ai ritmi frenetici dei pacchetti viaggio da pochi giorni, era costretto a ignorare e ci permettevamo anche di sciupare giornate intere senza fare nulla di preciso, magari a guardare i piccioni ai giardini del Luxembourg, dove io speravo di imbattermi per caso in Cioran durante una delle sue frequenti passeggiate, per poter poi dire di averlo visto davvero. Per risparmiare ci muovevamo molto a piedi, anche perché Parigi è in assoluto una delle città più scarpinabili che io conosca. L'effetto collaterale fu che, al mio ritorno, avevo perso parecchio peso e ci sono fotografie che testimoniano il prima e il dopo e che potrebbero essere usate come materiale pubblicitario per dimostrare l'efficacia di certe erbe o intrugli dimagranti. Da allora, in occasione di ogni mio viaggio, mia madre avrebbe preso l'abitudine - e talvolta il vizio - di chiedermi angosciata, telefonandomi: "Mangi?"

Da allora sono tornato diverse volte a Parigi, soprattutto negli anni novanta, pur non affezionandomici come mi è capitato invece con Berlino e, successivamente, con Londra - un amore, questo, che dura tuttora, tanto che nei miei momenti di sconforto mi basta pensare che Londra c'è - anche se non ci sono io - per sentirmi di colpo meglio. Nel 1994, per esempio, Parigi fu la prima tappa di un affrettato Inter-Rail (perché a quei tempi non avevano ancora inventato le low cost) e mi servì da rapido ripasso: alloggiai qualche giorno in un ostello nei dintorni di Place de la République, di cui ricordo solo che la mattina l'arcigna inserviente ci scodellava un'unica tazza di café-au-lait accompagnata da un croissant, restando poi lì impalata accanto alla macchina del caffè a vegliare che nessuno di noi ne prendesse una seconda di straforo. Poi devo esserci andato altre due o tre volte, non ricordo bene, sempre ospitato da M.H., che prendeva in affitto un grande appartamento, messo a disposizione dal Gruppe Olten ai suoi iscritti. Era un quinto piano senza ascensore, vicino alla fermata di Marcadet Poissonniers: era ai piedi di Montmartre, ma sul lato meno "presentabile", e quando scendevo in strada, andavo al supermercato o mi limitavo a guardare dalla finestra, mi sembrava di essere a Calcutta o a Dakar.

L'ultimo mio viaggio a Parigi è stato nel 2002. Ricordo molto bene l'anno - io che da qualche tempo a questa parte confondo un anno con l'altro - perché avevo appena comprato la casa in cui abito ora. E con la casa era arrivato il quasi totale prosciugamento del conto corrente e la sottoscrizione del mutuo. Io e M.S. decidemmo di passare qualche giorno a Parigi perché un mio ex-collega mi aveva prestato gratuitamente un appartamentino che allora possedeva, nei pressi di place des Vosges, a volo d'uccello - è il caso di dire proprio così - dal Marais. Era un sesto piano, stavolta, e sempre senza ascensore: facevo progressi. Da lì saremmo poi andati a Brighton prendendo l'Eurostar, perché nella cittadina costiera inglese c'erano dei conoscenti di M.S. che potevano ospitarci, altrettanto gratuitamente. Da allora non sono più tornato a Parigi.

Questa lunga premessa serve a dire che domani io e lui partiremo per Parigi. Per una strana coincidenza anche il mio compagno di viaggio è stato l'ultima volta a Parigi nel 2002. Tante cose sono cambiate in sei anni. Per esempio ora le low cost volano anche su Parigi e l'aereo è diventato più conveniente del treno. Per me, poi, sarà una nuova esperienza: strano a dirsi, ma è la prima volta che alloggerò in un albergo della Ville Lumière, scelto e prenotato con cura da uno dei miei siti preferiti (e uno dei più affidabili) e sono molto emozionato. Vabbe', si fa per dire. Non ho programmi precisi, ma solo un paio di idee che non rivelo per non rovinare la sorpresa ai miei lettori - e, soprattutto, per non sputtanarmi nel caso in cui poi non riesca nel mio obiettivo. Se avrò tempo - e voglia, ché è questa a mancare ultimamente - aggiornerò il blog, altrimenti il rientro è previsto per l'8 giugno. Per ora vi lascio con un delizioso video musicale del 1981, di ambientazione squisitamente parisienne.

31/05/2008

Della domesticità e della fuga

Sabato scorso, dopo aver pranzato con M.S. a casa sua, mi sono accasciato sul divano e facendo zapping in televisione mi sono fermato a guardare qualche scena di un film con Totò - per la cronaca, si trattava di Destinazione Piovarolo, che in passato avevo già visto parecchie volte. Tutta la situazione - il sabato postprandiale, il film di Totò in tv, l'appesantimento della digestione, la presenza dell'ex fidanzato che, dopo aver lavato i piatti in cucina, mi si è seduto accanto, persino la pioggia che scendeva - ha contribuito a creare un clima di domesticità che in un attimo mi ha riportato a situazioni simili di quand'ero più giovane e abitavo ancora con i miei. Anche allora certi pomeriggi di sabato e di domenica erano fatti della medesima sostanza, che da un lato mi rassicurava e dall'altro mi ammorbava. Mi sentivo, al tempo stesso, protetto e soffocato. Sabato scorso, in maniera concentrata, sono passato da una sensazione all'altra ed è stato come una rivelazione (o una conferma) di me stesso - o di una parte del mio carattere - a me stesso. Da allora mi sono sempre mosso tra questi due poli, riproducendo lo stesso schema mentale di allora, solo che solitamente non me ne rendo conto. Oppure lo nascondo anche a me stesso, perché non mi rende la vita facile e mi mette continuamente sotto tensione. Ho bisogno di questa domesticità, cerco questa intimità, ma quando ci sono dentro mi sento all'improvviso intrappolato e mi viene voglia di fuggire. Però, quando sono fuggito, avverto di nuovo il richiamo di quel tepore che prima mi era sembrato così soffocante. Questo non lascia presagire nulla di buono: è come essere sempre con un piede dentro e uno fuori. Lamentarsi del freddo e cercare il caldo, salvo poi lamentarsi del caldo e cercare di nuovo il freddo. Ed è per questo motivo che, indipendentemente dalle condizioni reali in cui mi trovo, tutto mi sembra provvisorio e io mi percepisco ai margini delle cose. Anche quando nella mia vita non potrebbe esserci nulla di più definitivo e io non potrei occupare un posto più centrale.

27/05/2008

Come una madonna

Siccome nessun altro era disponibile, stamattina sono dovuto venire in ufficio a - come si dice - "somministrare" le prove per la selezione di due nuovi interinali. Ho provato un sincero moto di pietà quando mi sono trovato davanti la decina di candidati - e lo dico senza alcuna ironia. Soprattutto quando ho letto i loro curricula: non soltanto le qualifiche di alcuni di loro sono molto alte, ma in maggioranza sono esperti nello "sbarcare il lunario" e hanno fatto una grande quantità di lavori e lavoretti. Nulla di ben definito, nulla di stabile: altrimenti non sarebbero stati lì dov'erano, a mettere crocette su un test a risposta multipla. In quel momento ho visto lo stato di disgregazione e lo sfacelo in cui versa oggi il mondo del lavoro. Quando, allertato dal cronometro che segnava lo scadere del tempo assegnato, ho alzato gli occhi dal computer e li ho guardati, mi sono sembrati tutti dei malati incurabili che tentano un viaggio della speranza. Come recitava una cartolina da Lourdes che avevo nella mia collezione, quand'ero piccolo: "Alla grotta benedetta ho pregato per voi".

18/05/2008

Sale sulle ferite: due piccoli episodi

Due eventi mi hanno leggermente scombussolato nelle ultime settimane. Il primo riguarda il mio lavoro. Per un paio di mesi abbiamo avuto, nel nostro ufficio, un giovane interinale che si è rivelato gay. Non l'ho selezionato io, premetto subito a scanso di equivoci. Tra di noi si erano creati affiatamento e simpatia reciproca: lui era molto estroverso e intelligente e così abbiamo finito per confidarci piccole sciocchezze, chiacchierare nei tempi morti, scambiarci opinioni e pettegolezzi. Sin dall'inizio, del resto, ho intuito che lui era diverso dalla media dei miei colleghi uomini, ormai così tipici da aver ridotto quest'ufficio a una sorta di "bar sport". Da ieri non è più con noi e guardando a ritroso questo breve periodo, che è volato, ho capito qualcosa in più su di me. Non che prima io non lo sapessi, ma non l'avevo sottoposto a una verifica così brutale. Ho capito innanzitutto di essere "poroso" e di far fatica a vivere in compartimenti stagni, separando nettamente le varie parti della mia personalità. Quando si è gay - e, di necessità, si fa parte di una minoranza - si impara a lasciar fuori la propria sessualità dai luoghi dove non è desiderata o, quanto meno, dove non è condivisa dalla maggioranza. Una non-condivisione che, spesso, non è fatta di cattive intenzioni o di esplicita malignità, ma che semplicemente si nutre di indifferenza. Per esempio nel luogo di lavoro. E' vero che io sono "dichiarato", ma questo non significa che a tutti i miei colleghi io racconto nei dettagli i fatti miei. Lo farei se ci fosse reciprocità, perché in caso contrario avrei solo la sensazione di fare dei pettegolezzi, non richiesti, su me stesso. Con alcuni colleghi parlo di tutto, e quindi anche della mia omosessualità, mentre con altri vale il principio del "si sa, ma non si dice". A questo si aggiunga il fatto che con altri non ho praticamente alcun tipo di dialogo, se non limitato alle esigenze di lavoro. L'arrivo di E., il giovane collega temporaneo, è stata quindi una boccata di aria fresca. Mi sono sentito come se si fosse allentata una morsa che mi stringeva dentro, anche se ormai a questa "stretta" mi ci ero così abituato da non avvertirla più di tanto. Solo in questo periodo, in cui con lui ho potuto lasciarmi andare del tutto, senza dover controllare troppo quello che dicevo per timore di un giudizio negativo, ho provato quella che immagino sia la sensazione della "maggioranza", cioè di poter parlare di esperienze personali sapendo che queste sono condivise, sono - e uso, per pura pigrizia, un termine che non mi piace - "normali". Adesso che lui non c'è più so che tutto questo mi mancherà. Questa, dopo tutto, è la "condanna" di noi gay: partire sempre un attimo dopo rispetto agli altri, infilare tra sé e la realtà quel momento in più di riflessione - "E' opportuno che io faccia o dica questo? Non è meglio che taccia? Come reagiranno se mi comporto così o cosà?" - che intorpidisce o rallenta la spontaneità. Ho pensato, allora, che sarebbe bello imparare a vivere senza dover rimuginare troppo.

Il secondo evento è stata una mail che ho ricevuto, inattesa, e che mi ha dato da pensare. Mi ha scritto R., dicendomi che ha scoperto il mio blog e che, solo dopo averlo letto per qualche tempo, ha fatto due più due e l'ha associato al mio nome e, quindi, alla mia persona. R. è - come lo chiamo io - il mio mentore, colui che esattamente undici anni fa mi ha introdotto nel "magico" mondo della traduzione editoriale. Non ha fatto nulla di particolare se non passare il mio nome presso la casa editrice per cui lavorava. Ora ha aperto un blog anche lui e me l'ha segnalato per mail: naturalmente scrive benissimo e io ci ritrovo quello humour asciutto che mi sembrava, già allora, una delle sue caratteristiche salienti. Ma non è questo che mi ha dato da pensare. R. non l'ho più rivisto, se non un paio d'anni fa, per caso, all'uscita di un cinema. Ma lo ammiravo perché aveva avuto il coraggio di fare una cosa che io non sono (ancora?) riuscito a fare: licenziarsi e dedicarsi a tempo pieno all'attività di traduttore (e credo che se lo potesse permettere, perché è senz'altro più bravo di me). Ora mi annuncia che si è ri-trasferito a Berlino, dove aveva già abitato anni fa. E io lo ammiro ancora di più, perché ha avuto di nuovo il coraggio di fare quello che io, per pigrizia o per ignavia, non so fare. Lo ammiro, ma allo stesso tempo questa notizia ha riaperto la mia vecchia ferita, tanto più che R. ha disinnescato una delle mie scuse tradizionali per non compiere questo passo: "Ormai sono troppo vecchio". Ebbene, lui ha un paio d'anni più di me. Questi due piccoli eventi - apparentemente di poco conto - hanno sparso sale sulle mie solite ferite, non rimarginate, non rimarginabili.