Quando gli dico che ho smesso di cercare attivamente "l'amore" perché ho deciso che se lo cerco non lo trovo, mentre se non lo cerco non lo trovo comunque, quindi tanto vale non cercarlo, ché almeno risparmio tempo ed energie per fare altro, lui mi risponde che nemmeno lui l'ha cercato ma che, non sa perché, gli è sempre "capitato". Sarà che hai una calamita e li attiri tutti tu, ribatto io, un po' piccato. "Forse dovrei intraprendere la via della castità e dell'astinenza, e morta lì", concludo. Al che lui mi dice di smetterla di essere così negativo. Mi viene da ridere, dentro di me, ma non rido: ci sarebbe qualcosa di vagamente ironico nel suo tentativo di spronarmi a essere più ottimista - e quindi a lanciarmi di più -, quando lui è proprio uno di quelli che mi ha bastonato proprio perché mi ero lanciato con lui interpretando male i suoi segnali (anche se continuo a pensare che fosse stato lui, almeno nei primi tempi, a mantere un atteggiamento ambiguo nei miei confronti per non sbilanciarsi troppo). Ci sarebbe qualcosa di ironico - dicevo -, se soltanto fossi nelle condizioni ideali per esercitare e apprezzare questo tipo di autoironia, ma non lo sono. Be', gli dico, non sono né pessimista né negativo, mi limito a tirare le conclusioni, è pura statistica: sono tre anni che mi faccio avanti io, che chiedo io, e i risultati sono stati uguali a zero, quindi adesso mi sarei anche stufato e non mi farebbe proprio schifo se si facessero avanti gli altri. Io tiro i remi in barca, abbasso la saracinesca, chiudo i canali di comunicazione... Mi racconta del suo nuovo fidanzato, che ha tutta l'aria di essere quello giusto - e infatti nel giro di pochissimi mesi hanno bruciato tutte le tappe, presentazione ai genitori compresa -, e mentre lui parla mi sento come se mi calasse un'ascia sulla testa spaccandomela in due, tre, quattro parti. Da un lato ascolto tutto con una certa indifferenza e mi dico che pensavo sarebbe stato peggio, dall'altro provo una punta di amarezza perché non sono io nella parte di quell'altro. Allo stesso tempo, però, mi dico che non avrebbe funzionato, che a me tutta questa intimità familiare sarebbe venuta a noia subito, poi penso che comunque io non sarei mai stato la persona giusta per lui, che trasuda borghesia da tutti i pori - e lo dico non senza rimpianto per quello che io non sono - e al cui quadretto di coppietà tradizionale io non avrei saputo adeguarmi, tanto che certamente l'avrei reso infelice. Quindi mi domando che senso abbia provar tristezza per qualcosa che avrebbe inevitabilmente condotto entrambi all'infelicità? Eppure provo ugualmente tristezza. E anche una punta d'invidia, quando mi dice che l'estate scorsa il suo nuovo fidanzato, dopo nemmeno un paio di mesi che si frequentavano e si conoscevano appena, ha mandato all'aria un suo viaggio per poterlo raggiungere nella località dove lui era in vacanza. Già, penso, esattamente come quell'altro pirla che due anni e mezzo fa ha buttato nel cesso un biglietto aereo - Ryanair, per carità, quindi niente di lussuoso - e una prenotazione d'albergo in Olanda perché sperava - e sperava soltanto - che restando a Milano avrebbe potuto rivedere lui, appena conosciuto. Quel pirla ero io, naturalmente, ma a lui non l'ho mai detto. Una punta d'invidia per lui, anche, che riceveva fiori e scatole di cioccolatini in ufficio da ammiratori segreti e non, mentre io - ma neanche questo gli dico - non trovo uno che spenda dieci centesimi per mandarmi un sms.
E' bello, di tanto in tanto, crogiolarsi nel vittimismo.



