Tra i commenti del post precedente ce n'era uno che, pur non avendo nulla a che fare con l'argomento, mi faceva alcune domande sulla natura del mio blog e sulla funzione della mia scrittura. Tralasciando il fatto che non riesco mai a capire se questi commenti siano seri o delle sottili prese per i fondelli, ne approfitto comunque per fare il punto della situazione e dare qualche risposta.
Innanzitutto non è vero che scrivo "così tanto" sul blog, mentre è senz'altro vero che ci sono altri che scrivono quanto me o forse anche di più. E dubito che lo facciano per un ritorno economico: a parte i blog di allevamento che le pubblicazioni online fanno tenere ai loro giornalisti, spesso per integrare l'edizione cartacea, e che sanno di stantio proprio perché puzzano di obbligo contrattuale lontano un chilometro, in genere i blogger scrivono per il piacere (o per l'ossessione) di farlo. Fino a qualche anno fa tenere un blog era anche diventato una moda: lo facevano tutti, anche quelli che avevano poco o nulla da dire, anche quelli che non sapevano scrivere. Poi, quando la moda è scemata e sono nati altri social media più adeguati al fiato corto di molti utenti, i blogger meno determinati si sono riconvertiti: perché sforzarsi di cesellare l'apparenza di un pensiero o di un'argomentazione quando bastano centoquaranta caratteri o un clic col mouse sul pulsante condividi? Anch'io, del resto, mi sono stufato e scrivo sempre meno e il "tanto" di oggi è solo l'ombra del "tantissimo" di qualche anno fa. L'idea evapora nel percorso, ormai sempre più pigro e lento, tra il cervello e le dita che dovrebbero batterlo sulla tastiera.
Qualcuno lo fa - o lo ha fatto - per soldi? Forse non direttamente (e comunque non ci sarebbe nulla di male se qualcuno riuscisse a trasformarlo in una fonte di guadagno), anche se c'è chi ha usato il blog come rampa di lancio per carriere più o meno letterarie, più o meno coronate dal successo. Io l'ho già detto in altre occasioni: non posseggo quel tipo di scrittura che mi consentirebbe di avere un largo successo di pubblico. Non amo molto lisciare il pelo dei miei lettori, non amo assecondare i loro istinti (condivisi o no che siano) e soprattutto non amo creare consorterie o gruppi di piccoli fan adoranti. Anzi, se qualcuno tenta di blandirmi, provo un certo disagio e ho quasi la sensazione che mi si stia canzonando. Detesto e disprezzo, oltretutto, l'idea di rappresentare qualcosa o qualcuno che non siano le mie private opinioni o esperienze o me stesso ed è anche per questo che, consapevolmente, cerco di non scegliere in modo univoco le cose di cui scrivo: leggendomi ci si può fare un'idea abbastanza precisa del tipo di persona che sono, ma nessuno degli aspetti che emergono dal blog m'inchioda a un ruolo fisso (o almeno così spero).
Perché non scrivo qualcosa di più sostanzioso, come per esempio un romanzo? La risposta più ovvia è: perché non saprei farlo. E se qualcuno non vuole credermi, assicuro che non ho un minimo di inventiva: non saprei creare una trama e non saprei immaginarmi dei personaggi con dei profili psicologici credibili. Non è sufficiente saper scribacchiare un po' per essere in grado di allestire qualcosa di più strutturato e complesso come un romanzo, che richiede un maggiore controllo e un'organizzazione più disciplinata dei propri strumenti. E io questa disciplina non ce l'ho. Scrivo come mi viene, butto giù qualche idea e la faccenda finisce lì. Non è affatto quel grande dispiego di energie a cui alludeva il commento citato all'inizio. La seconda risposta è che ormai scrivono in tanti e quando entro in libreria mi prende lo sconforto: la maggior parte dei libri che si pubblicano sono inutili. Quindi se non sono in grado di scrivere non dico un capolavoro, ma almeno un testo potente, perché dovrei cimentarmi nell'impresa? E', questo, un curioso miscuglio di tristezza per l'impotenza ultima delle parole e di sconfinata fiducia che invece le parole questa potenza potrebbero averla. Una potenza che, a volte, mi pare di cogliere come un lampo, ma sempre negli altri autori.
Scrivo altro? Sì, ho l'abitudine di tenere un diario di carta, quaderni che riempio nevroticamente di parole e che non rileggo mai. Credo che non siano di nessun interesse per nessuno: lì la scrittura è ancora più ombelicale e più sciatta di quanto non sia in questo blog e ormai mi sembra che questo riempire d'inchiostro la carta sia diventato l'equivalente della coperta di Linus. I quaderni si accumulano, ma per ora non avverto il bisogno di rileggermi. Non so quindi a che cosa serva quest'attività, ma so per certo che rileggere i propri diari significa imboccare la via maestra per la depressione: una via che preferisco tenere sbarrata, per me che soffro del morbo del tempo che passa e che tutto trascina via con sé.