Manifesto per l'eguaglianza dei diritti

Le infamie di ieri

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26/08/2007

# 37 - Il consolatore

Il consolatore arriva quando meno te lo aspetti. O forse arriva quando te lo aspetti, ma inconsapevolmente, oppure quando è qualcosa in te che lo aspetta ed è tutto teso con imminenza d'attesa, ma non sai che è quella la sua funzione. Lo scambi per qualcos'altro. Sei lì che ti stai facendo i fatti tuoi e lui appare dal nulla. Magari in un pomeriggio apparentemente immobile. D'un tratto ti sembra che la tua vita stia cambiando, ma in realtà non sta cambiando nulla, perché non è quello lo scopo del consolatore. Solo con il tempo saprai a che cosa serviva il consolatore: lenire con un po' di balsamo i tuoi punti dolenti, farti sentire ancora vivo e desiderato, dirti che tutto andrà bene quando tu pensi che le cose stiano andando per il verso storto, traghettarti al di là di un temporaneo periodo di crisi che tu, nel tuo smarrimento, scambi per catastrofe. E quando passa la crisi che cosa fa il consolatore? Chi è lui per te? Forse non è nessuno. Non è certo un messaggero del cielo. Non è nemmeno una delle sorelle della misericordia di cui cantava il buon vecchio e triste Leonard Cohen. Il consolatore è solo un uomo come tutti gli altri. E' entrato in bilico nella tua vita, ma è entrato nel momento giusto. Quello in cui la porta era socchiusa, uno spiraglio era aperto e bastava un alito di vento a spingerlo dentro. Se fosse passato un altro giorno, magari quello in cui avevi riso tutto il tempo, non ti saresti nemmeno accorto che era lì e che ti guardava. Più malinconico lui di te, non avrebbe trovato lo spazio per rispondere, con la sua voce flebile, al tuo "Entra pure". Del consolatore, soprattutto, non si parla. Non si parla con nessuno. Il consolatore resta in ombra: gli altri non sanno che lui c'è. La sua azione deve avvenire in silenzio affinché lo si possa cancellare quando di lui non c'è più bisogno. Ma chi consola il consolatore? Quando poi cala la notte e il consolatore si aggira nel bosco buio, solo con una torcia in mano perché in tutta quell'oscurità non distingue più nulla, nemmeno la più piccola foglia, se non a sprazzi e con intermittenza. Chi consola il consolatore che ostinato continua a camminare in cerca di una radura? Chi consola il consolatore?

16/08/2007

# 36

E' una sfida tra me e lui - il mio cane nero -; una gara a chi corre più forte. Vince, di volta in volta, chi non si ferma. Se, stanco della corsa, mi siedo per riposare e recuperare fiato lo sento galoppare finché non mi raggiunge. Allora mi rialzo e riprendo a correre finché non lo semino e lui si confonde in un puntino nero, lontano all'orizzonte. Sono ancora l'inseguito e le mie azioni sono ancora reazioni, non iniziative. Ma almeno non resto seduto, paralizzato, pensando che comunque mi balzerà addosso e mi sbranerà. Corro. Non so dove, so per fuggire da chi, ma correre mi pare già un progresso.

25/07/2007

# 35

(1° movimento)

Quando la mattina mi sveglio riaffiori alla superficie della mia coscienza come un'isola che ogni notte sprofondasse in fondo al mare per risalire a galla il giorno dopo. E dire che c'è stato un tempo, lontanissimo, in cui al risveglio la mia mente era così spoglia da costringermi a uno sforzo per ricordarmi che qualcuno era con me. Presenze brevi: ero troppo giovane e troppo preso da me perché concedessi loro di entrarmi davvero dentro e superare la soglia della coscienza vigile. Adesso la mia mente compie lo sforzo inverso, senza voglia né convinzione getta ghiaccio sui miei furori, si dice che deve mantenere l'equilibrio ed esercitare un minimo di freddezza. Eppure sa di essere ormai un sasso che rotola giù lungo un pendio, acquistando velocità. Sdoppiata, si osserva e assiste alla propria rovina, ma non può veramente fare nulla per intervenire e modificarne il corso. Ma quando la tensione si fa troppo forte provo a indossare di nuovo i vecchi abiti del disincanto dicendomi che mi sto illudendo, ma li sento stretti. Ho conosciuto le seduzioni del cinismo, ma non hanno funzionato e ora so che cosa voglio perché l'ho trovato. So di essere come il bambino che, a forza di cadere, allunga le braccia non appena rischia d'inciampare, ma che ha anche imparato a non opporsi più al bisogno di correre. E quando io, esausto per la battaglia e per gli ostacoli - tutti interiori - che ho scavalcato, vorrei accasciarmi, mi basta uno sguardo, ricambiato, per rialzarmi e riprendere la corsa: in quel momento non esiste più ghiaccio che raffreddi i miei furori e non c'è più modo di fermare il sasso che rotola giù.

(2° movimento)

Le nostre parole sono una piccola nave che aggira uno scoglio. Lo scoglio è il tabù. A volte rimane sullo sfondo, come una presenza sinistra che riusciamo quasi a dimenticare, mentre altre volte - come un magnete - attrae a sé la nostra fragile imbarcazione, con forza irresistibile. Non è la sua presenza reale che conta, ma il suo valore di simbolo: questo sì, lo possiamo cancellare, prenderci un attimo di pausa e volgere lo sguardo altrove. Come oggi, per esempio: diamogli le spalle, non lasciamo che getti un'ombra sulle nostre parole finalmente sorridenti. Il mare è liscio come olio, il sole è a picco e la luce si riflette in infinite schegge sull'acqua. E' bello starsene così: perché dirigere la nostra piccola nave in prossimità di quello scoglio? Se solo potessi prendere in mano il timone e portarla via da lì. C'è un porto che aspetta.

18/07/2007

# 34

Arrivare secondi. Arrivare proprio un attimo dopo che il vincitore solleva il trofeo verso il cielo. Guardarlo da lontano mentre tutti lo festeggiano e allontanarsi piano piano, con lo sguardo basso verso terra, pensando che nemmeno stavolta abbiamo tagliato il traguardo al momento giusto. Arrivare pensando di essere arrivati primi e poi sentirsi dire che non era quello il premio che credevamo di vincere e che comunque il premio è destinato a qualcun altro, che lo conquisterà anche se non arriverà primo. E allora non importerà essere arrivati primi o secondi, perché comunque avremo corso nella gara sbagliata, quella a cui nemmeno dovevamo partecipare. Saperlo o non saperlo sarà stato indifferente.

Oppure arrivare trafelati alla stazione, dopo una giornata afosa, affaticati e con la lingua penzoloni e vedere il nostro treno che si allontana senza di noi. E intanto sapere che il treno successivo sarà per una destinazione che non è la nostra. Mentre quello ancora successivo, quando entrerà in stazione, sarà già così affollato da non permetterci di salire. Anche quello ripartirà senza di noi, anche se era il treno giusto e noi, stavolta, eravamo arrivati puntuali. Restare ad aspettare che arrivi il treno giusto senza sapere quando arriverà e se arriverà. Sedersi su una panchina a capo chino, intrecciare le mani, guardare i treni degli altri passare e non sapere quanto tempo ancora dovrà trascorrere prima di poter dire: ecco, finalmente anche noi possiamo viaggiare.

Ma soprattutto: essere stanchi di ritirarsi in buon ordine. Essere stufi di deporre le armi ancor prima di avere ingaggiato la vera battaglia. Provare l'amarezza e la rabbia di chi rinuncia prima che gli sia stato detto che non ha alternativa se non rinunciare. Ribellarsi innanzitutto alla propria inclinazione per la disfatta, ormai così automatica da non essere più nemmeno una scelta, ma una sorta di passione morbosa. Imparare a odiare. Odiare il nemico pur non conoscendolo. Stringere i denti e applicarsi a detestare l'avversario da sconfiggere. Perché se gli concediamo la vittoria ancora prima di avere lottato non significa che siamo più buoni, ma semplicemente che odiamo più noi stessi e la nostra felicità di quanto dovremmo odiare chi non ci consente di raggiungerla. Due avversari avremo da affrontare in battaglia, dunque: quello reale e quello interno, che è la nostra tentazione di sfuggire alla stessa battaglia. Coltivare la spietatezza nei confronti degli estranei, perché l'alternativa sarebbe praticare la spietatezza nei nostri stessi confronti.

Pensare per una volta: morirai tu affinché noi possiamo vivere - e non viceversa.

Dire io, incondizionatamente io.

16/07/2007

# 33

Sono un aeroplano, ma ho un'anima. Vorrei volare, perché mi hanno costruito per questo. Sono rimasto a lungo in un hangar, tanto da aver dimenticato come si fa a volare. Ero soggetto a una manutenzione minuziosa che si smarriva nei dettagli delle mie componenti meccaniche. Ero diventato - a forza di essere accudito così - solo la somma delle mie parti: non ero più un velivolo, non ero più nulla. Tutto era perfetto, scintillante e inutile. O almeno così sembrava. Ma io sono un aeroplano, anche se ho un'anima - e non è solo di metallo. Vorrei volare. Per una volta vorrei volare e dimenticare le disposizioni di sicurezza. Ignorare lo spettacolo degli assistenti di volo che agitano le braccia come mimi stanchi, stracciare il foglio che illustra le misure di emergenza. Spiccare il volo senza che più nulla freni il mio viaggio, acquistare sempre più velocità, sfidare anche la resistenza dell'aria. Volare, nient'altro che volare: per questo sono stato progettato e questo voglio fare. A chi obietta che, in questo modo, potrei schiantarmi rispondo che è meglio schiantarsi che non aver mai volato.

30/05/2007

# 32

mi stai incollata addosso come una seconda pelle, così aderente a me che a volte sembri addirittura la prima e non una diversa da quella originaria. ma proprio quando con un gesto brusco credo di averti scollata e strappata via - tanto che provo un senso di profondo sollievo e il sangue ristagnante riprende a diluirsi e a scorrere veloce nelle vene - mi volto di scatto, mi guardo allo specchio e vedo che sei ancora lì, identica a prima: un altro strato o forse lo stesso. devo ricominciare, ancora, ancora e ancora. se non ricominciassi, l'avresti vinta tu: avresti ragione, non saresti più né una seconda, né una prima pelle, bensì la mia carne vera.

25/05/2007

# 31

"Ti lascio immaginare cosa succederebbe
se tu volessi bere, se tu volessi nuotare,
se tu volessi l'ultimo centimetro di cima
del monte che ti pare
per farne niente o per otturare
un buchetto qualsiasi in fondo a un mare"
Lucio Battisti, La sposa occidentale (testo di Pasquale Panella)

"Mi hai portato in cima alla montagna - disse - e ora non devi scomparire. Non posso, di punto in bianco, lanciarmi nel vuoto fingendo di saper volare. Non ho messo le ali, nonostante te. Riaccompagnami, perché non saprei tornare a valle da solo. Non so più nemmeno come ci sono arrivato qui."

Ma non fece in tempo a pronunciare queste parole che, voltandosi, si accorse che era rimasto solo. Il suo accompagnatore, che lui aveva seguito bendato (o accecato), non era più lì. Chissà, forse stava portando qualcun altro sulla vetta di un'altra montagna.
Non potendo né volare né restare immobile a guardare nel vuoto che gli si spalancava davanti e smarrito il senso di meraviglia per quello spettacolo, è dovuto tornare sui suoi passi e ripercorrere, a ritroso, l'impervio sentiero che l'aveva condotto fino a lì.

"Che strana sensazione - si disse poi -: se prima, pur salendo, mi pareva di avere il passo leggero, adesso, scendendo, mi pare di avere scarpe di piombo. E poi prima ci sono salito quasi spontaneamente, seguendo te. Ora, invece, devo riflettere su dove posare i piedi".

Ma non questo lo preoccupa, ora: si chiede piuttosto se troverà il coraggio per tentare un'altra ascesa.
Lo troverà.

15/05/2007

# 30

Sapeste quanto vi ho amato: così, gratuitamente, senza chiedervi nulla in cambio. Vi accarezzavo nei miei momenti di solitudine e pensavo che in voi avrei trovato tutte le risposte. E quando le risposte non arrivavano e, anzi, sembravano eludere le mie domande, mi dicevo che tutto sommato la sola vostra presenza era la mia consolazione. Talvolta vi guardavo e mi sembravate così belle, quasi perfette. Era commovente rifugiarmi tra le vostre braccia e fingere in questo modo di sfuggire alla crudeltà del mondo. No, sfuggivo solo alla mia responsabilità. Voi sapevate incantarmi: era sufficiente che vi ascoltassi abbastanza a lungo per convincermi che tutto quello che mi dicevate era vero. Era vero, pensavo, perché era bello. Eppure Ulisse e le sirene avrebbero dovuto insegnarmi qualcosa. Non mi veniva neanche in mente che sarebbe bastato sfiorarvi perché la vostra bellezza si sgretolasse e io ne uscissi coperto di polvere e cenere. La vostra bellezza era, spesso, la stessa dei fondali di un palcoscenico o quella illusoria delle facciate degli edifici nei teatri di posa cinematografici, dietro alle quali si spalanca il vuoto, ma che riesce a ingannare tanto bene gli spettatori. Io, davanti a voi, ero uno spettatore. Chi, diversamente da me, si fosse fermato a guardarvi superficialmente, passando poi ad altro, avrebbe sì riconosciuto la vostra bellezza, magari ne sarebbe rimasto incantato e mi avrebbe invidiato perché voi eravate sempre con me, perché io vi trattavo bene o, persino, perché eravate una mia emanazione, ma poi avrebbe continuato a vivere la sua vita. Non era innamorato di voi, infatti. E se voi eravate così belle, anch'io non potevo che esserlo altrettanto, mi rassicuravo. Io vi ho amato tanto, davvero tanto, e non è un'esagerazione dire che mi è capitato di amarvi addirittura più della mia stessa vita. Tutt'altro: potrebbe essere, questa, una descrizione veritiera e oggettiva della realtà, perché per amare voi ho trascurato la mia vita, dimenticandomi di vivere, dimenticandomi come si faceva a vivere. Ammirare la vostra bellezza era una ricompensa sufficiente, pensavo. Ma col passare del tempo ho visto con chiarezza che avevate occhi vitrei e spenti e il volto assente e inespressivo: ho avuto paura. E' stata una rivelazione. Belle e morte, mi sono detto, ecco quello che eravate. Belle e morte nonostante la vita di cui mi avevate prosciugato. Vale la pena amarvi ancora? Vorrei scrivervi una lettera e congedarmi da voi, ma è un'impresa sovrumana per me, perché mi avete accompagnato in tutti questi anni, quando non c'era nessuno, dandomi l'illusione che qualcuno si prendesse cura di me. Dovrei imparare, ora, a guardarvi con disincanto e, avendo intuito la vostra impotenza, fare affidamento su di me. Riuscirò a non amarvi più - o ad amarvi di meno - quando ho riposto tante speranze in voi? Dovrei guardarvi per quello che siete, godere della vostra bellezza senza pretendere di esserne salvato o senza chiederle di colmare il vuoto dell'esistenza. Sapeste quanto vi ho amato: ora vorrei imparare - come l'amante deluso, ma solo perché si era illuso da sé - a non odiarvi.

30/04/2007

# 29 (Nel paese delle nebbie e delle piogge)

Io e te, indissolubilmente uniti da una vita, avevamo deciso di fare un viaggio, stanchi del paese dove risiedevamo ormai da troppo tempo. Abbiamo raccolto le nostre cose, poche perché pensavamo di partire leggeri. Eravamo certi che là dove saremmo andati ci sarebbe stato sempre il sole e non era il caso di appesantirci troppo. Ah, quanto entusiasmo ci animava quando, aprendo gli armadi, tiravamo fuori le valigie e le riempivamo! E quale gioia all'idea di lasciarci alle spalle quella casa che, con le sue pareti scrostate e i suoi vecchi mobili, aveva accumulato tanta tristezza! Per non parlare poi della città in cui avevamo abitato. Io e te dovevamo partire: non c'era altra soluzione.

Abbiamo attraversato lande desolate e paesaggi spogli, tanto che spesso ci chiedevamo se là dove dovevamo arrivare avremmo davvero trovato ciò che aspettavamo. Ma non ci siamo mai abbandonati allo sconforto, perché dopotutto eravamo insieme e sapevamo che ci saremmo sorretti a vicenda. Non poteva succederci nulla di male e, certamente, non avremmo incontrato nulla di peggio di quello che abbandonavamo.

E' stato bellissimo arrivare: era né più né quello che ci eravamo immaginati. Nei primi tempi c'era il sole tutti i giorni e ci svegliavamo pieni di voglia di fare e di scoprire tutte le cose nuove che quel posto ci poteva offrire. Dal nostro cuore era scomparsa la malinconia, sostituita da un eterno mezzogiorno luminoso, accarezzato da un vento leggero che rendeva l'aria trasparente come vetro. Quella chiarezza rendeva limpidi anche i nostri pensieri: la brezza aveva spazzato via ansie, angosce e preoccupazioni. Erano anni che non vivevamo più così e ci sentivamo rinascere.

Un giorno poi - all'improvviso - è cominciato a piovere, ricordi? Eravamo usciti per una delle nostre lunghe passeggiate nei dintorni. Per te che amavi le cose semplici, piccoli amuleti di felicità, non c'era nulla di più bello che andare a zonzo per campi e valli, come una moderna riedizione del viandante romantico. Quel giorno si erano addensate in cielo nuvole nere che di colpo avevano oscurato tutto. La pioggia ci ha colti impreparati e siamo dovuti correre a casa, schiaffeggiati da grosse gocce fredde. Trovato riparo in casa, abbiamo sbarrato porte e finestre e siamo rimasti lì, al chiuso, ad ascoltare la pioggia frustare i vetri e il tetto, dicendoci che sarebbe passata e, non appena fosse uscito di nuovo quel meraviglioso sole per cui ci eravamo stabiliti proprio lì, avremmo ripreso le nostre passeggiate.

Da allora il sole non è più tornato. Il paese che avevamo scelto per quell'unico motivo è diventato un paese di piogge e nebbie ininterrotte. Quando non piove, cala una nebbia così fitta che impedisce di vedere a pochi metri di distanza. Fredda e umida, penetra nelle ossa tanto a fondo che ci pare di scricchiolare. E anche io e te - amore mio - abbiamo cominciato a dubitare della nostra unione. Da quando non c'è più tutta quella luce di un tempo e il vento non spettina più l'erba e non fa più mulinare, in autunno, le foglie secche davanti alla nostra casa, io e te non ci riconosciamo più. Anche questa casa, ormai, è destinata a scrostarsi e, se alziamo lo sguardo, negli angoli del soffitto già scorgiamo il verde cupo delle muffe.

Dovremmo trovare la forza di prendere le valigie che avevamo stipato sopra gli armadi - valigie che, impolverate, pensavamo di non dovere più usare - e di nuovo riempirle per partire: un altro viaggio, un'altra meta. Ma io e te siamo ancora una cosa sola? Io e te possiamo ancora riprendere il cammino? Ma, soprattutto, esiste una via d'uscita da questo villaggio - che per lungo tempo ci ha dato tanta gioia - o la pioggia ha trasformato ogni sentiero in fango e la nebbia ha cancellato il nostro senso dell'orientamento?

29/03/2007

# 28

Io di questo ho paura: che un'assenza troppo prolungata sfumi sempre più i contorni della persona reale fino a quasi cancellarla, mentre io - che la vorrei presente, soprattutto ora - finirei sempre più per sostituirla, senza nemmeno accorgermene, con l'involucro vuoto prodotto dalla mia fantasia o ricalcato sulle poche immagini depositate nella memoria, continuamente plasmate fino a trasformarsi in tutt'altro. Quel poco che ho (avuto) è fragile e delicato come cristallo. E intanto fremo al pensiero di quanto potrebbe questo tutt'altro allontanarsi dalla realtà. Ma è a questa che io vorrei ancorarmi, a questa, prima che fugga. Eppure non ho scelta: convivere con questo timore - e con le inevitabili fantasie che si trascina dietro - è il contrappasso per la pazienza che non ho.