Soggetto per un cortometraggio neopornografico (gay)
Qualcuno* mi ha raccontato recentemente di essere stato in un cruising milanese e di avere incontrato un altro che, ubriaco o forse in preda a sostanze psicotrope, gli faceva proposte alquanto oscene che poi, all'atto pratico, si riducevano a ben poca cosa o a quasi nulla. Evidentemente, più che l'atto in sé a eccitarlo erano le parole che le descrivevano e le suggerivano. Lo stesso meccanismo regge gran parte degli incontri virtuali: al sesso si è sostituita l'allusione, molto spesso. Ripensando a questa cosa, mi è venuto in mente il soggetto di un film pornografico sui generis. Un film "neopornografico", per così dire. Siccome però non ho le capacità tecniche per realizzarlo, dico in breve di che cosa si tratta: magari qualcuno raccoglierà il testimone e lo farà davvero. L'idea sarebbe quella di un cortometraggio, di una decina di minuti o un quarto d'ora al massimo, rigorosamente gay. M'immagino una stanza completamente spoglia: pareti bianche e nessun mobile, con l'eccezione di due sedie. Qui lascio libertà di scelta: è indifferente che siano due banali sedie di formica verdastra come si vedono nelle sale d'attesa di certi ospedali o che siano invece sedie di famosi designer. L'importante è che non invitino alla comodità e allo svacco. Le due sedie sono una di fronte all'altra, alle due estremità della stanza, magari girate di tre quarti verso l'obiettivo della cinepresa. Su di esse siedono due protagonisti. Siccome è un film neopornografico gay, dovrebbero essere due ragazzi. E' imperativo che siano bellissimi e, soprattutto, algidi. Devono avere quella bellezza che, lungi dal suscitare desiderio o eccitazione, incute timore, quasi come se per suo mezzo si manifestasse qualcosa di sovrumano. I due ragazzi non sono nudi, ma sono vestiti. Anche qui lascio libertà su quello che potrebbero indossare: in ogni caso non dovrebbe essere nulla di troppo vistoso che distolga l'attenzione dalla situazione e dalla loro bellezza. I protagonisti dovrebbero cominciare a parlarsi. Ognuno di loro dovrebbe dire all'altro quello che vuole fargli, dal punto di vista sessuale. S'incomincerebbe con frasi più o meno anodine - del tipo: "Adesso mi metto in ginocchio e te lo prendo in bocca" - per arrivare, in un crescendo, a proposte via via più sconce e improponibili - e qui lascio alla fantasia del lettore -, magari attraversando tutta una serie di parafilie. Fondamentale è che le frasi siano dichiarative e descrittive di atti e non di propositi o intenzioni: dev'essere come se la cosa stesse accadendo realmente (cioè non: "Ora vorrei sodomizzarti", ma "Ora ti sodomizzo"). Tanto meglio se vengono forniti dettagli plastici (a un generico "Ora ti sodomizzo" è da preferirsi un "Ti apro le gambe, me le metti in spalla, ti entro dentro e spingo lentamente" e così via). Ma soprattutto queste frasi devono essere pronunciate nel tono più distaccato possibile, senza alcun pathos, senza alcun desiderio, come se non fossero descrizioni di atti sessuali, ma recitazione di formule matematiche o fisiche. Ovviamente l'ideale sarebbe che i due ragazzi avessero una dizione priva di qualsiasi inflessione dialettale. A questa impassibilità del "dettato" dovrebbe corrispondere un'assoluta immobilità dei due protagonisti - che io mi immagino seduti con le gambe appoggiate al pavimento e le mani sulle ginocchia - e una completa inespressività negli sguardi e nei tratti del viso. A questo punto l'unico gioco potrebbe essere quello della cinepresa che, in maniera completamente avulsa da quello che viene effettivamente detto, dovrebbe concentrarsi brevemente su dettagli insignificanti, portandoli in primo piano: la punta delle scarpe, un gomito, una mano poggiata sul ginocchio, un occhio, un orecchio. Nessuna colonna sonora, nessun altro rumore a parte le parole nude e crude e prive di qualsiasi evocatività - tranne quella suggerita dal loro significato letterale: come la vibrazione di un gong che diffondesse le sue onde sonore all'interno dello spettatore. Il film potrebbe concludersi su uno scambio di battute, altrettanto inespressivo, di questo tipo: "Sto venendo. Vieni? Vengo. Sono venuto". A questo punto, schermo nero e titoli di coda. Penso che sarebbe un'idea discreta da presentare a un eventuale festival del cinema gay-lesbico.
(* e non è il vecchio escamotage di chi non ha il coraggio di dire "io", perché in questo caso non sono io, anche se in passato mi sono capitate esperienze simili)



