"Perché due uomini non possono avere una relazione tranquilla e rilassata?"
E' una domanda insidiosa che ho sentito fare e su cui ho riflettuto a lungo, senza trovare una risposta giusta. Ma forse è la domanda stessa a essere mal formulata, perché parte da una generalizzazione che non è necessariamente vera. E' una domanda che trasuda sconforto ma che, allo stesso tempo, esenta chi la fa dal chiedersi se per caso non sia lui a non riuscire ad avere una relazione così. Certo, è vero che molto spesso due uomini non riescono ad avere una relazione tranquilla e rilassata, ma di quante coppie eterosessuali si potrebbe sostenere la stessa cosa? Eppure in questo caso nessuno stabilisce una regola valida per tutti e, soprattutto, nessuno rinuncia a cercare una relazione il più possibile armonica. Nel caso dei gay, invece, c'è persino chi si dice dopo un fallimento amoroso - forse per consolarsi - di dubitare della possibilità che due uomini si amino. E' il medesimo tipo di generalizzazione e, come quello della prima domanda, procede dal bisogno di credere che questa presunta impossibilità dipenda da qualcosa insito nella cosa in sé. Come se, una volta caduti dalla bicicletta da piccoli, decidessimo che è impossibile, per un bipede umano, imparare a pedalare e reggersi in equilibrio. Davvero due uomini non possono avere una relazione tranquilla e rilassata? O forse dovremmo sostituire quel "non possono" con un "non vogliono", dove la volontà - o la "disvolontà", per creare un neologismo - non è più esercitata solo dall'ego, ma anche da altre forze che agiscono dentro di noi e che non sempre siamo in grado di controllare fino in fondo? O magari quando sono due uomini che tentano di amarsi entrano in gioco altre componenti di cui le due parti non sono del tutto consapevoli, concorrendo ad agitare un rapporto che altrimenti sarebbe più sereno, componenti che nel caso dei rapporti eterosessuali non hanno modo di manifestarsi? Ci sono tante scorie di cui dobbiamo liberarci. Impresa difficile, ma possiamo tentare di riconoscerle e guardarle in faccia. E guardandole in faccia riusciremo forse anche a guardare noi stessi in faccia e a non raccontarci troppe favole rassicuranti.
Ma supponiamo che l'affermazione contenuta nella domanda sia vera senza eccezioni: si può tentare una spiegazione, partendo da quello che osserviamo? Per avere una relazione tranquilla e rilassata, bisogna prima di tutto essere rilassati e tranquilli in prima persona, altrimenti tutta l'agitazione che ci scuote dentro si riversa automaticamente nel rapporto con l'altro. Se manca un centro sufficientemente solido, se manca un punto di equilibrio dentro di noi, inevitabilmente non riusciremo a stare con fermezza all'interno di una relazione e a gestirne le difficoltà. Ma questa è una caratteristica più specifica di due uomini che si amano - o che vorrebbero amarsi senza riuscirsi, più spesso - e non una caratteristica comune a tutti gli umani? Io credo che per due uomini si aggiunga qualche problema in più. Dicevo delle scorie di cui dobbiamo liberarci. Di queste scorie fanno parte anche tutte le convinzioni che si associano all'idea di essere "maschio" e che, assorbite con il latte materno e dall'ambiente circostante per lo più eteronormativo, si manifestano come interferenze quando cerchiamo di stabilire un rapporto amoroso con qualcuno. Sono interferenze spesso automatiche, ma che scatenano involontari meccanismi di competizione tra uomini, come se fossimo delle macchine programmate per certi comportamenti (da altri, a nostra insaputa, quando eravamo troppo piccoli per ribellarci). Quante volte non ho sentito dei gay lamentarsi perché, a loro dire, gli altri - sempre e solo gli altri - erano troppo effeminati, erano "isterici", avevano troppe "paranoie", erano troppo instabili, erano delle troie (ovvero: troppo facili alla copula), descrivendo invece sé stessi come dei "veri maschi" (magari in cerca di altri "veri maschi"), senza mai precisare esattamente in che cosa consistesse questa vera mascolinità, ipostatizzata così, ex-negativo, da tutte le caratteristiche succitate! Ecco: se due così portano all'interno di una relazione questo genere di frustrazioni è probabile che poi se ne staranno in agguato, pronti a cogliere nell'altro i segnali di ciò che tanto disprezzano (o che gli hanno "insegnato" a disprezzare) e a svalutarlo alla prima occasione buona. Noi siamo "uomini", solo gli altri sono "finocchi" e, quindi, materiale di seconda scelta.
Questa forma di competizione - con la conseguente emarginazione di chi in qualche modo viene percepito come ancora più diverso da noi, percezione che sovente è soltanto nell'occhio di chi guarda - nasconde però qualcos'altro: un rispecchiamento. Nell'altro (che non è abbastanza come vorremmo noi, soprattutto quando noi siamo omosessuali e da sempre siamo stati feriti per la nostra omosessualità e per le peculiarità che a torto vi vengono automaticamente associate) vediamo, come in uno specchio ribaltato, quello che siamo o potremmo essere noi e il nostro sguardo è catturato anche da ciò che ci turba e c'infastidisce perché ci mostra la nostra stessa debolezza, quella parte di noi che abbiamo marginalizzato ed espulso, salvo poi ritrovarla intatta nell'altro. Quando la scopriamo nell'altro - malgrado i meccanismi di difesa
prima di entrare in contatto con lui - siamo costretti a fare i conti con noi stessi. L'uomo - nel senso di maschio - non è quella roba che volevano farci credere, l'uomo è "umano" (e quindi: è debole, si ammala, invecchia, è effeminato, ha paura, ha bisogni e incertezze, non è una roccia sempre) e questo destabilizza, facendo crollare il mito della perfezione. Noi siamo, letteralmente, negli altri e finché non accogliamo questa parte fragile di noi come parte integrale della nostra identità
anche maschile, finché non la mostriamo, finché non accettiamo di avere bisogno dell'altro non riusciremo ad avere con lui una "relazione tranquilla e rilassata". Invece, negli approcci tra uomini, sembra che nessuno voglia mai far vedere il proprio bisogno - perché, soprattutto agli inizi, sarebbe un indice di imperdonabile debolezza -, come se si facesse a gara per mostrare chi è più forte, chi basta di più a sé stesso.
Non vorrei dover tirare ancora fuori l'argomento dell'omofobia interiorizzata, ma temo di doverlo fare, in qualche modo. Per usare una similitudine, per me è come un piccolo animaletto addormentato, che se ne sta in recesso oscuro della nostra mente, pronto a balzare fuori quando accade qualcosa che scatena la sua sete di sangue. Il problema è che non sappiamo mai esattamente che cosa lo risveglierà. Io credo di avere messo abbastanza a fuoco certi punti nodali e so con una certa chiarezza dove bisogna toccare perché la mia omofobia interiorizzata si rifaccia viva. E' capitato, anche di recente, e garantisco che è una faccenda dolorosa, tanto più dolorosa se a livello conscio e con tutto il lavoro (spesso faticoso) che uno ha compiuto su di sé questo aspetto è stato neutralizzato. Ci si può reputare fortunati, dato che per altri questo animaletto è in realtà una grossa bestia feroce che non sono riusciti ad ammansire? Ecco, purtroppo nessuno conosce con precisione le dimensioni di questa belva dormiente negli altri gay che incontra (e spesso neanche dentro di sé, a dire il vero). Una relazione - e a maggior ragione ai suoi inizi - è come un grande campo vuoto, man mano che procede nel tempo e nella conoscenza reciproca, per questo campo incominciano a vagare le bestie interiori di entrambe le parti: ci si può reputare fortunati se non combinano troppi danni. Altrimenti, il campo viene devastato e allora addio ai sogni di "tranquillità e rilassatezza". La relazione rischia di diventare un campo di guerra. (Senza contare, poi, che siccome la relazione non si esercita nel vuoto sociale - o almeno si spera, perché c'è qualcuno che vuole comunque tenere nascosto agli occhi altrui non soltanto la propria omosessualità, ma anche il fatto di avere una relazione con una persona del proprio sesso, ma in questo caso la bestia è un dinosauro che distrugge tutto e subito - spesso c'è anche il contributo degli altri - genitori, parenti, amici, conoscenti e la società in tutta la sua estensione - e delle loro varie omofobie a devastare il campo, se non lo si protegge con sufficiente pazienza e tolleranza.
Ma torniamo alla domanda iniziale, stavolta supponendo invece che l'affermazione non sia del tutto vera. "Perché due uomini non possono avere una relazione tranquilla e rilassata?". In questo caso si potrebbe ribattere: e perché mai dovrebbero averla? Gli eterosessuali hanno sempre relazioni tranquille e rilassate? Non direi... Hanno qualche volta relazioni così, ma tra il tormento infernale e la perfetta serenità c'è un continuum molto ampio e le relazioni si situano in diversi punti di questo continuum. Fatta la tara dei problemi in più che due uomini possono avere - e a cui ho sommariamente accennato sopra - perché non dovremmo aspirare anche noi a una relazione in qualche modo soddisfacente, in cui prevalga il piacere dello stare insieme, ma in cui un problema - di qualunque genere - non venga visto come l'annuncio di una catastrofe che rompe la perfezione? In questo senso la "relazione tranquilla e rilassata" diventa un po' lo spazio mitico in cui si cerca la compensazione per tutto il dolore sofferto in passato (e talvolta anche nel presente) a causa della propria omosessualità, il paradiso proiettivo in cui si ribalta tutto ciò che ci angoscia qui e ora. Se per una coppia eterosessuale gli screzi, i dissidi e i dissapori fanno parte del corso normale delle cose in una relazione, per una coppia gay rischiano di negare in toto la relazione, come se non fossero in grado di accontentarsi di qualcosa di meno della perfezione o di uno stato di continua beatitudine. In questa sete di perfezione e di assoluto, con la conseguente difficoltà di rassegnarci ai difetti dell'umano, siamo da un lato l'epitome del romanticismo e dall'altro l'avanguardia di quello che potrebbero diventare, in futuro, tutte le relazioni amorose: una ricerca continua di uno stato di fuoco perenne, in assenza del quale tutto il resto vale pressoché nulla. Sembra che l'amore-passione abbia maggior presa sulla nostra mente - nostra di omosessuali maschi, intendo - e sembra che debba avere un carattere fondante di ogni relazione e che la sua ricerca debba assolvere - nelle nostre intenzioni, non so quanto consapevoli - un bisogno identitario e un'ansia di compiutezza che possano ovviare all'incertezza della vita umana. Come a dire: almeno qui, almeno in questo, vorremmo essere totalmente felici. E' come chiedere di non essere più umani.
(Questo tentativo di riflessione parte da una domanda che ho trovato, tempo fa, su un profilo online, in un sito gay. Da allora mi ha ossessionato: oscillavo tra la tentazione di negarla - "Non è vero!" - e quella di dargli ragione, ma argomentando. Mi sono accorto che nessuna delle due vie era interamente percorribile, né interamente soddisfacente. Non vorrei nemmeno dare l'impressione di "saperla più lunga": quello che ho scritto - che ho provato a scrivere - qui procede non tanto, o non solo, dall'osservazione degli altri, ma soprattutto dall'osservazione di me stesso. Io non mi chiamo fuori, insomma. Io sono come loro. Forse, qualche volta, mi faccio meno illusioni su me stesso.)