Pensare che l’evoluzione delle leggi e della società vadano di pari passo è illudersi: sbaglierebbe chi volesse interpretare la realtà studiando l’assetto giuridico che la regola. C’è una frattura tra ciò che noi siamo e facciamo, tra il nostro modo di vivere, la nostra maggiore o minore libertà in uno spazio e in un tempo sociali determinati e l’insieme delle leggi in vigore in quello spazio e in quel tempo. Allo stesso modo non c’è né coincidenza né sovrapposizione tra l’aspetto personale, intimamente vissuto, delle nostre esistenze e l’attività politica, che tutto sommato resta esterna - e, per lo più, esornativa - rispetto a ciò che noi, presi uno per uno, reputiamo essenziale. A maggior ragione se quest'ultima resta un’opinione o un’adesione quasi fideistica, che si esprime e si nutre di parole e si sclerotizza nelle fissità delle appartenenze coatte. La vita, invece, continua ad agitarsi al di sotto della sua crosta immobile. Ottenere che questa motilità non venga intralciata è già un’aspirazione sufficiente, per me.
Chi vuole cambiare il mondo - o, meglio, chi dice di voler cambiare il mondo - è spesso anche chi non è riuscito a cambiare se stesso e scambia per generosità la frustrazione che non è riuscito a lenire nei confronti della propria vita. E spesso sono gli stessi che non sanno distribuire con la dovuta accortezza le responsabilità tra sé e gli “altri”, declinati nei termini generici della società o, peggio, della politica.
Penso per esempio anche alla "questione omosessuale" e, naturalmente, penso anche a me stesso. Sarebbe consolante credere che con un semplice cambiamento delle leggi la mia vita personale migliorerebbe, ma so che non è così. A volte dico - un po' scherzando e un po' no - che non saprei che farmene di una legge sul riconoscimento pubblico delle unioni gay visto che comunque non ho nessuno con cui unirmi e che, quindi, più impellente di questa legge è per me la questione di trovare qualcuno (oppure di riuscire a spiegarmi perché la mia vita sentimentale è stata, negli ultimi anni, così disastrata - e con il "perché" intendo ragioni imputabili anche e soprattutto ai percorsi carsici della mia psiche). Intendiamoci: ritengo giusto e necessario che vengano introdotte, anche in Italia, leggi sulle unioni gay e contro l'omofobia, perché dal punto di vista legislativo l'Italia è indubbiamente in ritardo rispetto ad altri paesi. Non vi investo però - o non vi investo più - troppo capitale emotivo proprio perché so che comunque queste leggi non cambierebbero essenzialmente la mia vita e non voglio usarle a pretesto per placare la mia frustrazione, che ha altre origini.
Se però distolgo lo sguardo dal mio caso personale, quello che vedo in Italia oggi, sempre per quel che riguarda la "questione omosessuale", è un divorzio tra la realtà sociale e quella legislativa (per non parlare di quella serie di incrostazioni e superfetazioni autoreferenziali che è la politica). Mai come oggi, infatti, l'accettazione dell'omosessualità ha raggiunto un tale grado di diffusione e la condizione reale dei gay è di gran lunga migliore di quanto fosse in passato - soprattutto nelle grandi città, dove giocoforza gli spazi di libertà concreti sono molto più ampi. E questa libertà concreta e reale (fatta anche di quelle cose che molti ritengono stupide o irrilevanti, almeno finché qualcuno non gliele toglie). Ormai la maggioranza della gente si è abituata all'esistenza e alla presenza dei gay nella società italiana - ed è questa l'evoluzione positiva avvenuta anche in Italia. Certo, sarebbe utile se tutto questo si traducesse anche in leggi apposite.
In termini di comportamenti e di atteggiamenti, dunque, l'Italia non è più arretrata della media dei paesi europei e sarebbe un errore giudicarla tale solo badando alle leggi in vigore che solo fino a un certo punto sono lo specchio della situazione reale. Tanto per fare un esempio, nessuno oserebbe dire che la DDR era più aperta e liberale nei confronti degli omosessuali rispetto alla Repubblica Federale Tedesca, eppure la DDR abolì per prima il famigerato articolo 175 del Codice Penale - quello che puniva ogni attività omosessuale -, trasformandolo già nel 1968 in un più blando articolo che puniva solo i rapporti con i minorenni fino ad abolirlo definitivamente nel 1989. La Repubblica Federale Tedesca l'ha invece sempre mantenuto - pur non applicandolo più - e l'ha abolito solo nel 1994, addirittura dopo l'unificazione. La Germania Est era dunque più "avanti"? O un altro esempio ancora, più attuale. Ne parlavo con M.H., che ha molti contatti in Argentina, paese che visita con una certa assiduità. Al riguardo mi diceva che l'omosessualità è molto mal vista laggiù e non gode di una estesa approvazione sociale. Eppure l'Argentina ha da poco introdotto il riconoscimento legale delle unioni tra persone dello stesso sesso. E' un'iniziativa nobile - come ha sottolineato anche M.H., e io sono d'accordo -, ma di per sé questo non significa che l'Argentina è "più avanti" dell'Italia, come ha sostenuto apoditticamente qualcuno da noi quando ha sentito la notizia, ma solo che ha una norma di legge oggettivamente più avanzata di quelle italiane.
Allo stesso modo si scambia la causa con l'effetto quando si dice che i casi di violenza omofobica che si verificano ancora in Italia siano dovuti alla mancanza di una legge che punisca adeguatamente l'omofobia. Una legge certamente utile e necessaria ma che, di per sé, non risolverebbe il problema, come dimostrano i casi di violenza omofobica in un paese come il Regno Unito, dove pure questa legge c'è ed è anche severa.
Tutto questo non vuol dire che cambiare le leggi sia inutile - lo ripeto ancora a scanso di equivoci -, ma serve a ribadire che le interazioni umane, con tutte le loro conseguenze, sono più variegate e la lettera della legge, in un dato momento, non è la fotografia esatta di ciò che sta avvenendo nella società. Badare solo alla prima significa spesso fraintendere la realtà. Senza contare, poi, che quello che conta veramente è la vita vissuta dai singoli individui, con le loro concrete esigenze ed esperienze.