All’interno della “Milanesiana”, la manifestazione organizzata da Elisabetta Sgarbi e giunta alla tredicesima edizione, questa sera c’è stato al Teatro Dal Verme un concerto speciale di Franco Battiato, dal titolo - che, con humour vagamente britannico, prende spunto dal tema della Milanesiana di quest’anno - “All’imperfetto preferisco il futuro anteriore”. E’ vero che la Sgarbi invita Battiato ogni anno, ma questa volta il concerto è stato più sostanzioso.
Dopo l’introduzione della padrona di casa, che ha letto la mail con cui Battiato ha accettato di partecipare con “dodici canzoni di pretenziosa metafisica”, è arrivato sul palco lui, il “Maestro”, annunciando un omaggio a Manlio Sgalambro, che ormai è diventato una sua appendice. I primi quindici minuti sono trascorsi con la proiezione di un video in cui due attori - Giulio Broggi nella parte di Epicuro e Pierluigi Corallo in quella di Colote - hanno letto un dialogo tratto dall’ultimo libro di Sgalambo, Della misantropia. In sottofondo Carlo Guaitoli esegue al pianoforte L’Egitto prima delle sabbie. E io devo avere avuto una sorta di premonizione, perché poco prima che cominciasse ho detto, rivolgendomi a lui: “Magari fa qualcosa d’insolito, per esempio L’Egitto prima delle sabbie”.
Il concerto vero e proprio parte alle 21.30. Stavolta, dato il programma misticheggiante, Battiato privilegia una dimensione acustica più intima, accompagnato dal Nuovo Quartetto Italiano. Il primo pezzo è Haiku che Battiato propone nella versione “monca” di Inneres Auge e non in quella originale di Caffè de la Paix: un vero peccato, perché la coda in farsi - Dar daryaye zolmat khorshid ke napadid shod... - intonata dalla voce celestiale di Pouran Ghaffarpour la rendeva più pura, slanciandola verso l’alto. Segue Le sacre sinfonie del tempo. Anche questa seconda canzone, come la prima, mi sembra tirata via di fretta, quasi una “lectio brevis” rispetto alla versione su disco. La terza è Stati di gioia, dall’ultimo album di inediti Il vuoto, di cui non ho una grande opinione. Battiato la presenta dicendo che “non è stata capita”. Non saprei, ma io resto convinto che sia una brutta canzone, come è brutto, nel complesso, l’album da cui è tratta, soprattutto per colpa di testi generalmente poco curati e inutilmente arzigogolati, simili a tentativi di un liceale che voglia essere “poetico” e profondo a tutti i costi ma che finisce per incartarsi.
Insomma, dopo questo esordio, il mio umore si sta offuscando. Per fortuna Battiato recupera con la quarta canzone, Il re del mondo, del 1979, a testimonianza di un’epoca felice in cui melodia e invenzione linguistica erano in perfetto equilibrio - e infatti mi corre un brivido sulla pelle quando sento: “... e sulle biciclette verso casa / la vita ci sfiorò, / ma il re del mondo ci tiene prigioniero il cuore”. Semplice ma ficcante.
La preghiera prosegue con L’ombra della luce - che lui stesso ha definito “un salmo” quando apparve in Come un cammello in una grondaia -, la “mahleriana” L’oceano di silenzio, sempre molto toccante, e Lode all’inviolato, migliore nella versione senza gli schitarramenti che la decoravano (o deturpavano?) in Caffè de la Paix.
Io chi sono - anche questa da Il vuoto - movimenta un po’ il ritmo, perché, malgrado il testo così così, ha un corpo melodico centrale molto accattivante, più elettronico e percussivo, che qui viene riprodotto attraverso una base preregistrata. A questo pezzo succede Tiepido aprile, che secondo me è forse il brano migliore - nel senso di più omogeneo e dal testo più riuscito - di Il vuoto.
Dopo La porta dello spavento supremo, dove ci tocca sentire la voce preregistrata di Manlio Sgalambro, Battiato tiene un predicozzo, un po’ banale a dire il vero, sul tema dell’impermanenza (e sembra un Celentano più conciso e colto), e poi ci regala Stage Door, purtroppo nella seconda versione, da cui è stata espunta la parte più “violenta” presente invece nella prima (pubblicata solo nel cd singolo di Shock in my town), in cui la voce di Battiato s’impennava in un'invettiva: “Perché noi siamo liberi di fare quello che vogliamo, / di uccidere, stuprare e rapinare / e vomitare critiche insensate, / parlare e dire solo sempre inutili cazzate”.
Degna chiusura del “concerto mistico” è E ti vengo a cercare, una delle canzoni dell’album Fisiognomica, l'album di svolta del 1988 con cui Battiato faceva capire che da quel momento avrebbe fatto sul serio, dichiarando esplicitamente i suoi intenti senza più mascherarli dietro a giochi di parole, pastiches letterari o divertissements apparentemente surreali. Una canzone che ancora oggi mi emoziona, specie quando sento: “... questo secolo oramai alla fine / saturo di parassiti senza dignità / mi spinge solo ad essere migliore, con più volontà”. Allora mi provocò un vero e proprio shock: dovevo essere davvero molto giovane e molto ingenuo.
A questo punto sono le 22.20 e Battiato davvero non se ne può andare dopo solo cinquanta minuti di concerto, così concede due bis. Nel primo scherza con il pubblico che gli propone dei titoli: “No, niente Cura, per una volta saltiamo” oppure “Ma che sono, un juke-box?”. Alla fine opta per L’addio - scritta in origine per Giuni Russo e da lui riproposta in Fleurs 2 -, che a me pare un’ottima scelta, perché è un pezzo semplicemente meraviglioso, e per altre due canzoni non sue: La canzone dei vecchi amanti di Jacques Brel (dove perde il filo e si confonde con il testo) e Se mai di Charlie Chaplin. Il secondo bis è invece quello in cui finalmente “cede” al repertorio più tradizionale e accontenta il pubblico con L’animale, La cura e L’era del cinghiale bianco.
Un concerto insolito, dunque, cucito su misura per un'occasione speciale. Un Battiato in ottima forma e indubbiamente in voce. Per chi invece volesse un concerto forse più standard e meno “mistico”, l’appuntamento è con il suo Short Summer Tour, a partire da domani 18 luglio allo Stadio Brianteo di Monza.
Scaletta:
L'Egitto prima delle sabbie
Haiku / Le sacre sinfonie del tempo / Stati di gioia / Il re del mondo / L'ombra della luce / L'oceano di silenzio / Lode all'inviolato / Io chi sono / Tiepido aprile / La porta dello spavento supremo / Stage door / E ti vengo a cercare
Bis:
L'addio / La canzone dei vecchi amanti / Se mai
L'animale / La cura / L'era del cinghiale bianco

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