Sto seguendo con sguardo da triglia depressa i dibattiti e le notizie sull'imminente riforma del lavoro. Non ho certezze - e un po' invidio chi pensa o dice che facendo così e cosà si otterrà inevitabilmente così e cosà come risultato -, né tantomeno entusiasmi, ma solo diffuse perplessità. Mi piacerebbe, in generale, che i fatti mi smentissero; mi piacerebbe un'iniezione di ottimismo, e invece no. L'unico effetto è vagamente depressogeno e ansiogeno.
Quali perplessità, quindi, e quali dubbi? Cominciamo dal proverbiale articolo 18: non farò la ola se verrà abolito - come fa qualcuno che già si bagna le mutandine alla sola idea, convinto che sia il freno principale allo sviluppo dell'Italia -, ma nemmeno vestirò in gramaglie per la scomparsa del feticcio (perché tipico dei feticci è di farsi adorare come simboli, a prescindere da quanto incidono sulla realtà). E poi mi chiedo: quanti hanno fatto davvero ricorso all'articolo 18, sopportando i tempi biblici della giustizia italiana, e se vogliamo mantenere l'articolo 18, non è il caso d'insistere allora sulla riforma della giustizia italiana? Per quanto mi riguarda, l'articolo 18 si può anche abolire, ma non senza cambiare anche tutto il resto e non prima di avere cancellato tutte le forme di contratti atipici e a tempo determinato che oggi vengono usati non per reale necessità, ma come escamotage per evitare la stipulazione di un contratto a tempo indeterminato percepito come indissolubile o quasi. Così, almeno in linea di principio, si ristabilirebbe una certa equità nel trattamento, oggi tanto diverso, tra i lavoratori.
Almeno in linea di principio, perché poi nella realtà chissà che cosa succederebbe... Qui prevalgono il mio scetticismo e la mia tendenza allo sconforto. Una volta che tutti i lavoratori - o gli aspiranti tali - sono su un piano di parità di trattamento, sarebbe auspicabile che lo fossero anche nell'accesso agli eventuali impieghi. Se no è troppo comodo che i posti migliori vadano comunque ai raccomandati, ai privilegiati, ai figli di mamma e papà e ai paraculati vari, mentre a tutti gli altri poveracci resta la rat race tra gli avanzi del banchetto.
Detto questo, mi chiedo però: quale lavoro? Già, perché sembra che, fatta la riforma del lavoro, là fuori ci siano innumerevoli lavori ad aspettarci e tutti sommamente interessanti e soddisfacenti (o che, se ora non li vediamo, senz’altro si creeranno dopo la riforma). La mia sensazione è invece che ci stiamo accapigliando intorno alle briciole del lavoro che resta e che in futuro tutto diventerà sempre peggio, visto che ormai abbiamo rinunciato alla concretezza del lavoro, togliendogli prestigio e conferendone sempre di più a lavori immateriali, ai limiti dell’inconsistenza. Non è prestigioso, infatti, produrre, costruire, fabbricare - e infatti tutto questo è stato confinato in aree lontane -, mentre sono più prestigiose le chiacchiere e le astrazioni, gli studi intellettuali che si avvitano su se stessi, quelli che non creano innovazioni e non producono nulla di tangibile, ma si esauriscono in una forma di sterile narcisismo. Quel poco che sopravvive di attività concreta è squalificata e dequalificante: opera di manovalanza che chiunque potrebbe svolgere e che, per questo motivo, non è remunerativa se (e quando) viene pagata al suo valore di mercato.
Resterà comunque sempre un problema: che cosa fare di tutti coloro che, sul mercato del lavoro, hanno poco o nessun valore? Perché - giriamola e voltiamola come vogliamo - ci sono persone che non sanno fare niente o che, se sanno fare qualcosa, sono cose per cui nessuno è disposto a pagarli, così come ce ne sono altre - un’élite, probabilmente - che sanno fare bene cose che non sa fare nessuno o che fanno progredire la società nel suo complesso (come vogliamo chiamarli? Innovatori?). Se è giusto fare in modo che queste ultime emergano - quando oggi, per una serie di motivi, tra i quali il nepotismo o un mondo del lavoro troppo calcificato, restano in penombra o sono costretti a emigrare verso altri lidi -, che cosa fare delle prime? Li buttiamo giù dalla rupe tarpea, li invitiamo a togliersi dai piedi e a suicidarsi quando non sono più produttivi nemmeno il minimo indispensabile a sopravvivere?
Si parla anche di formazione continua. I lavoratori - o quelli che, per l’appunto, hanno perso il loro impiego - dovrebbero aggiornarsi e studiare in continuazione per poter essere reimmessi sul mercato del lavoro. Ma chi fa i conti con il decadimento cognitivo che avanza con l’avanzare dell’età? E supponiamo che un povero cristo, dopo un certo numero di lavori cambiati, non abbia proprio più voglia di “imparare” qualcosa di nuovo? O che, addirittura, non ne abbia la capacità? Per studiare e imparare seriamente qualcosa che non sia una semplice procedura da scimmia ammaestrata occorrono un cervello fresco - privilegio soprattutto dei giovani - e molto tempo. Non è che uno, nella vita, può reinventarsi innumerevoli professioni diverse, se vuole svolgerle tutte con la serietà e la competenza necessarie. Se perdo il mio lavoro, non posso reinventarmi medico dopo un corso di medicina, né ingegnere informatico dopo un corso di informatica. Posso imparare a fare qualcosina di diverso, ma sarà comunque un sapere degradato. Una nuova procedura, per l’appunto, da scimmia ammaestrata.
Eppure l’attuale governo promette che tutte queste misure (e le altre) garantiranno la “crescita” del paese. Questo mi tranquillizza e mi fa piacere, ma me ne farebbe ancora di più se questa “crescita” fosse in qualche modo quantificabile, perché altrimenti temo che sia una promessa come tante altre. Il problema è che, purtroppo, nessuno sa prima con esattezza quello che succederà dopo - nemmeno, anzi soprattutto non gli economisti - e i modelli astratti non garantiscono alcun risultato concreto certo e prevedibile. La carota che viene agitata davanti all’asino perché trotti più in fretta potrebbe un giorno, imprevedibilmente, finire nel culo di qualcun altro. L’importante è mantenere il sangue freddo sin da ora.

Condivido molti di questi dubbi e mancanze di certezze.
Posted by: aitan | 10/02/2012 at 08:04