Gli occhi di Laura Mars, con la regia di Irvin Kershner e la sceneggiatura di John Carpenter, non è un film grandioso e probabilmente non è nemmeno riuscito come thriller, eppure lo si guarda con piacere, tanto da dimenticare l’inconsistenza e i buchi narrativi nella trama. Ne è protagonista la fotografa newyorkese di grande successo Laura Mars (Faye Dunaway) che, improvvisamente, scopre di avere capacità visionarie: con la mente vede infatti tutti gli omicidi compiuti da un maniaco. Sembrerebbe una sorta di nemesi, perché le sue fotografie sono piene di violenza e riproducono scene di uccisioni immaginarie, condite con modelle bellissime e feroci, su uno sfondo spesso di guerriglia urbana (e, sia detto per inciso, a me molte ricordano quelle di David LaChapelle). Laura, però, non vede chi è l’assassino, bensì le sue vittime, nel momento stesso in cui vengono inseguite e uccise con oggetti affilati conficcati negli occhi. E a morire sono persone che lavorano nella sua cerchia: l’editrice del suo libro, due modelle e, infine, il suo collaboratore Donald (Rene Auberjonois). La polizia indaga, ma sembra di non venire a capo di nulla. Il bel tenente John (Tommy Lee Jones) si prende particolarmente a cuore il caso, diventando l’angelo custode di Laura di cui finisce per innamorarsi, ricambiato.
Quello che è particolarmente affascinante di questo film è l’ambientazione. Girato nel 1978, ci mostra una New York fatiscente, dominata da criminali, puttane e malfattori, dove le strade sono piene di buche e i marciapiedi disseminati di spazzatura, dove ancora non c’è nulla della New York elegante che sarebbe emersa solo negli anni successivi grazie alla tolleranza zero della cura Giuliani. Per il resto, però, il film procede per forza d’inerzia autonoma: la polizia non indaga, o almeno non nel senso che, come in un thriller tradizionale, si accumulano gli indizi (più o meno plausibili) fino a formare un reticolo che dia luogo all’interpretazione esatta e all’arresto del colpevole, chiarendo il movente che l’ha spinto a uccidere. No, il film va avanti, alla fine viene ucciso Tommy (Brad Dourif), il giovane autista di Laura, che, avendo avuto dei precedenti per furto e tentato omicidio, viene considerato sospetto e ucciso dalla polizia durante un tentativo di fuga. Lo spettatore sa però che questa conclusione sarebbe troppo scontata.
Il finale, invece, è ampiamente prevedibile nella sua calcolata “imprevedibilità” e infatti persino io, che notoriamente non riesco mai a indovinare chi è il colpevole nei film gialli, l’avevo previsto. E’ ovvio che l’assassino dev’essere quello meno probabile - e in questo caso si tratta di John, il poliziotto che s’innamora di Laura. In un certo senso il film è figlio del suo tempo, i contestatori anni Settanta. Quelli che, in teoria, sarebbero i candidati perfetti per il ruolo - ovvero Donald, la “checca” alta e ossigenata e un po’ nevrotica che lavora con Laura, Michael (Raul Julia), l’ex marito alcolizzato e donnaiolo di Laura, e Tommy, di cui già si è detto - sono assolutamente innocenti, mentre colui che dovrebbe essere il tutore dell’ordine e incarnare la giustizia è invece l’assassino. Un rovesciamento delle aspettative, insomma, che però costituisce a sua volta un’ulteriore aspettativa. E qual è la motivazione? La motivazione viene infilata quasi di forza negli ultimi minuti del film e ha un sapore “alla Dario Argento”. Quando non si sa come spiegare un istinto omicida, che cosa c’è di meglio se non ricorrere alla psicologia d’accatto? John, infatti, è schizofrenico: in lui ci sono una parte buona - quella che davvero ama Laura e la vuole proteggere - e una cattiva - quella che commette gli omicidi - e questa frattura dell’io ha origine nella sua infanzia, per via di una madre prostituta e di un padre assente. A differenza dei film di Dario Argento, però, i dialoghi di Gli occhi di Laura Mars non scadono del tutto nel ridicolo.
Alla fine resta comunque la sensazione di aver visto un film piuttosto vacuo, in cui anche la suspense è per lo più artificialmente creata da una rumorosa colonna sonora. Dal punto di vista narrativo restano poi in sospeso molte questioni: perché, per esempio, Laura Mars ha queste capacità visionarie, da che cosa sono causate, da dove arrivano e come finiscono? Com’è possibile che John abbia trovato sull’ultimo cadavere - quello di Donald - una delle carte da gioco di Tommy? Se ce l’ha messa lui stesso, come ha fatto a recuperarla da Tommy? A che cosa serve l’ex marito di Laura nell’economia complessiva della pellicola se non unicamente a fornire un probabile assassino in più? Nonostante tutto ciò, però, il film ha una sua fluidità, grazie anche alla bella fotografia, alla bravura degli attori e all’altera eleganza di Faye Dunaway.

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