1.
Il decreto governativo, per la parte che riguarda le pensioni, ha qualcosa di surreale. Da un punto di vista puramente razionale è assolutamente sensato: la gente vive più a lungo ed è impensabile che qualcuno smetta di lavorare e poi percepisca una pensione per decenni senza che vi sia sufficiente copertura con i contributi versati durante la vita lavorativa. Poteva essere accettabile quando le persone attive erano ancora in numero maggiore dei pensionati, ma con l'invecchiamento generale della popolazione questi ultimi saranno sempre di più. Se su cento novanta lavorano e dieci no, si può ancora pensare di usare le imposte pagate dai primi per pagare la pensione ai secondi, ma se la ratio è invertita il sistema non regge più. E' quello che sta succedendo, infatti.
Qual è, però, l'elemento surreale della faccenda? E' immaginare un futuro in cui il mondo del lavoro, ormai così slabbrato e sfibrato, possa resistere tanto da garantire continuità a chi oggi ha, per esempio, quarant'anni. Io, per esempio, se ci penso, mi sento proiettato in uno scenario da fantascienza: in teoria dovrei lavorare fino a sessantasette e passa anni e fare per altri venticinque anni le cose che faccio adesso. L'altro giorno mi sono svegliato con un capogiro, sono sceso barcollando e mi sono visto in un futuro, vecchio e rimbambito e in preda alle vertigini, montare sulla mia bicicletta per andare in ufficio. E' stato come se all'improvviso avessi avuto già quegli anni. Ma già questa sarebbe una fortuna, perché in realtà si sta delineando una realtà in cui chi perde il proprio impiego passata una certa età non riuscirà facilmente a trovarne un altro: troppo vecchio per lavorare e troppo giovane per andare in pensione. Eventualità, questa, ancora meno remota poiché il decreto sceglie di incentivare quelle aziende che assumono giovani fino ai trentacinque anni. Mentre mi raccontavano una vicenda personale - quarantacinquenne in mobilità con moglie disoccupata e due bambini piccoli -, un pensiero mi ha attraversato la mente, come un lampo: forse sarebbe meglio non incentivare nessuno in particolare e mettere tutti i lavoratori su un piano di parità.
2.
Del discorso di Mario Monti, quando ha presentato la manovra, mi ha colpito una frase, che cito a memoria: il debito italiano non è colpa dell'Europa, è colpa nostra. Colpa di chi - interpreto io - in passato ha pensato di vivere al di sopra dei propri mezzi, a credito, scaricando sulle generazioni future la restituzione del prestito. Adesso, però, il debito si è ingigantito, la ratio tra le generazioni è inversa e le schiere di giovani su cui scaricare ulteriori debiti si sono assottigliate. Capisco che, se un paese ha molte risorse, si possa anche decidere di dare tanto a tutti, ma se per assicurare le stesse prestazioni del passato occorre contrarre debiti su debiti, mi domando se sia una soluzione eticamente accettabile. Insomma, se avessimo il petrolio degli Emirati Arabi Uniti, vabbe', chissenefrega, i liquidi ci sarebbero in abbondanza e allora tanto varrebbe distribuirli tra la popolazione. Dovrebbe essere ben chiaro sin dall'inizio, invece, quanto certe scelte costeranno e chi sarà chiamato a pagarne il prezzo. Se i soldi mi escono anche dalle orecchie, posso offrire cene luculliane a tutti, ma se a un certo punto mi accorgo di essere al verde non posso pensare di continuare a imbandire lo stesso menù e, soprattutto, non posso chiedere ai figli dei commensali di pagare quando arriva il momento di saldare il conto. Eppure qui siamo all'assurdo: non soltanto chiediamo ai figli di pagare, ma pretendiamo di mangiare come prima e di farlo contraendo altri debiti.
3.
Che cos’è la volontà popolare? Assecondare qualsiasi impulso, senza prima fare i conti con la realtà? Me lo chiedo perché ultimamente in rete ha fatto il giro un discorso che l’inglese Nigel Farage, leader dell’euroscettico Ukip, ha fatto all’Europarlamento. In sostanza, ha detto, il nuovo presidente del consiglio italiano Monti - così come quello greco - è a capo di un governo “fantoccio” voluto dalle lobby dei banchieri e, in quanto tale, non ha nessuna legittimità popolare, nessun mandato democratico. Il discorso di Farage è seducente, anche perché è condotto con le dovute raffinatezze retoriche di cui sono privi soggetti come Borghezio, ma la sostanza è la stessa. Tuttavia che valore ha la volontà popolare se il popolo chiede qualcosa che, a lungo andare, lo danneggia? E’ probabile che se un partito chiedesse i voti promettendo di pagare lauti stipendi a ogni cittadino senza che nessuno debba lavorare trionferebbe alle elezioni. E la bancarotta sarebbe garantita. Leggevo, per esempio, che in Grecia i dipendenti pubblici sono cresciuti, negli ultimi anni, in misura molto maggiore rispetto alla crescita della popolazione: se il popolo vuole la bancarotta bisogna dunque concedergliela?
E naturalmente, per non farsi mancare nulla, c’è sempre qualcuno che va cianciando di “colpo di stato” (soft, certo, ma pure sempre “colpo di stato”). Ecco, io pregherei tutti i miei concittadini di lasciar perdere questo argomento, che ormai è un'arma spuntata, anche perché è veramente una reazione da Pierino che, per l’ennesima volta, grida “al lupo, al lupo”. Ormai ho smesso di contare le volte che ho sentito gridare al colpo di stato: Berlusconi contro i magistrati che indagano su di lui o quando qualcuno proponeva un’ipotesi diversa di maggioranza governativa; i Radicali quando alle regionali non è stato accolto il ricorso contro Formigoni o dove non sono state ammesse le loro liste; la sinistra tutte le volte che Berlusconi riusciva a ottenere, per il rotto della cuffia, la maggioranza parlamentare. E ora, per l’appunto, da più parti quando è stato conferito l’incarico a Mario Monti. Certa gente meriterebbe di provare sulla propria pelle un vero colpo di stato, se non fosse che allora le conseguenze le patiremmo tutti.
4.
I sacrifici sono indispensabili. Pare che su questo siano tutti d’accordo. Così come sembra che tutti siano d’accordo sul fatto che i sacrifici li debbano fare “gli altri”, in qualunque modo vengano definiti questi “altri”. Intendiamoci: anch’io sono assolutamente d’accordo sul fatto che i beni immobiliari della Chiesa Cattolica, non destinati al culto, vengano colpiti da Ici (anche se il gettito sarebbe misera cosa rispetto alle necessità del Paese: a essere generosi si arriverebbe a due miliardi di euro, ma altre stime più realistiche parlano di ottocento milioni) o su un taglio radicale dei costi della politica (ma chi ora lo dice dov’era quando bisognava votare sì alla riforma costituzionale che tagliava il numero di parlamentari?). Il punto è che da soli non basterebbero.
Da quando la manovra è stata annunciata, mi sono capitati sotto gli occhi i comunicati stampa di tutti i raggruppamenti possibili e immaginabili, il cui tenore comune era: “Vanno bene i sacrifici, ma è meglio non toccare...”, dove l’oggetto era, ovviamente, il loro interesse particolare. Non bisogna toccare le auto, guai a colpire le province, non bisogna pretendere nulla dai tassisti o dai farmacisti, gli ordini professionali vanno bene così come sono (persino quello dei giornalisti, scrive un giornalista dal cui sito normalmente fa le pulci agli altri), difficile impresa tassare i capitali già “scudati” ... e via sottraendosi. A chi si lamenta che, per esempio, non indicizzare per un paio d’anni le pensioni al di sopra di una certa somma è fare “macelleria sociale”, vorrei dire che, in caso di tracollo dell’euro, conseguente pesante svalutazione della lira - perché non illudiamoci che la lira risorgerà forte e baldanzosa -, scoprirà che cosa si prova a venire macellati. E sul serio.
