Se qualcuno crede ancora che vi sia una differenza sostanziale nella spinta di fondo che ha dato origine al comunismo e al nazismo, allora farebbe bene a leggere l’agile volume di Luciano Pellicani, Lenin e Hitler, I due volti del totalitarismo.
E’ opinione diffusa, infatti, che comunismo e nazismo - nonostante gli esiti nichilistici di entrambi - siano due fenomeni antitetici. In realtà, alla base di entrambi c’è un “programma pantoclastico”, tipico di ogni totalitarismo, che si definisce tale solo se è caratterizzato dal desiderio di produrre una mutazione totale della realtà. “Il totalitarismo concepisce la lotta politica - scrive Pellicani - come una spietata guerra di annientamento che deve investire la totalità della vita sociale. (...) Nulla del vecchio mondo, corrotto e corruttore, deve restare in piedi”. Il totalitarismo, insomma, ha per cifra dominante un nichilismo radicale. Il mondo, così come è, è visto come un luogo inquinato che deve essere purificato attraverso l’eliminazione degli agenti inquinanti. Perché ciò possa avvenire occorre l’applicazione di una violenza assoluta attraverso il “terrore catartico”, che produrrà una “palingenesi” della società. Vengono individuati degli “elementi corruttori” per i quali si crea “un mondo a parte” - per riprendere, tra l’altro, il titolo dell’opera di Gustaw Herling - in cui questi possono essere scaricati ed eliminati: l’universo concentrazionario. Il mondo si divide così in “puri” e “impuri”: i primi si radunano nel partito dei puri che ha potere di vita e di morte sugli impuri, senza appello. In questo modo la politica diventa un fenomeno religioso: “Il fine assoluto - lo sradicamento del male - conferisce uno statuto ontologico e morale straordinario ai ‘purificatori’ e santifica la violenza alla quale essi fanno ricorso. (...) Questa è la ragione profonda per cui, in un sistema totalitario, il terrore di massa, l’universo concentrazionario e il democidio hanno un significato affatto speciale. Non sono meri strumenti di dominio; sono strumenti di salvezza”. L’obiettivo finale è forgiare un “uomo nuovo”.
Il totalitarismo è tale quando si prefigge di incorporare tutti gli aspetti della società, incluso quello economico. Sia il nazismo che il comunismo hanno individuato un nemico comune: la modernità, con tutto ciò che essa implica: lo Stato di diritto, la democrazia parlamentare, l’economia di mercato, la proprietà privata, l’individualismo, l’illuminismo. Vittima designata è la classe sociale della borghesia che, infatti, è “la principale protagonista del processo di modernizzazione - la transizione dalla società chiusa alla società aperta - è stata, sin dalla sua nascita, messa sul banco degli imputati e sottoposta a un fuoco concentrico proveniente da tutte le parti”. Condizione fondamentale della civiltà moderna - di cui Pellicani riepiloga gli aspetti essenziali - è “l’autonomia della società civile a petto dello Stato”, tanto che “non è concepibile una società civile dotata di una qualche autonomia se il Potere controlla - direttamente o indirettamente - tutti i mezzi di produzione”. Ed è, per l’appunto, ciò che accade negli stati totalitari. Da questo punto di vista, il comunismo leninista è stato un totalitarismo compiuto, eliminando la proprietà privata dei mezzi di produzione. Viceversa, il nazismo non ha eliminato il mercato, ma si è “limitato” a renderlo non libero, subordinando, con una rigida pianificazione, la grande industria alla sua Weltpolitik: “Erano decisioni imposte dal Partito totalitario che controllava lo Stato e che tutto giudicava e valutava in base a una ideologia centrata sul primato assoluto della politica sull’economia”.
Ciò in cui nazismo e comunismo si distinguono è l’identificazione dell’ “impuro”, l’oggetto delle loro mire distruttive: nel caso dei nazisti si tratta degli ebrei, considerati gli agenti dell’infezione da estirpare, all’origine sia dell’odiata democrazia parlamentare che del marxismo, di cui sono deprecabili non i princìpi socialisti, anticapitalisti e antiborghesi, bensì l’internazionalismo. Per i nazisti è necessario quindi rifondare una comunità nazionale - la famigerata Gemeinschaft che si contrappone alla Gesellschaft moderna -, da cui gli ebrei devono essere eliminati. Nel caso dei comunisti, invece, sono i borghesi e i kulaki, i contadini agiati, che sono all’origine di ogni male e che devono quindi essere estirpati. Nel primo caso abbiamo un “genocidio di razza”, funzionale alla creazione dello “Stato della Gnosi razzista”; nel secondo un “genocidio di classe”, funzionale alla creazione dello “Stato della Gnosi classista”. In entrambi i casi, però Hitler e Lenin condividono, nel descrivere il “nemico contagioso”, il lessico della parassitologia: “insetti nocivi”, “pulci”, “cimici”, “vampiri”, “ragni velenosi”, “sanguisughe” e via discorrendo.
E il fascismo italiano? La terza parte del saggio di Luciano Pellicani è proprio dedicato al fascismo mussoliniano. Secondo Pellicani, qui abbiamo a che fare con un “totalitarismo incompiuto”. Naturalmente il fascismo è ostile alla società borghese che, con la sua difesa della concorrenza, della proprietà privata, della libertà individuale, del parlamentarismo, è l’ostacolo maggiore alla realizzazione piena del suo programma totalitario volto alla distinzione tra individuo e stato. Tuttavia il fascismo non distrugge il capitalismo e non lo sgancia la vita economica da esso, malgrado i suoi proclami costantemente anticapitalisti. Non avviene, cioè, quello che avviene nel bolscevismo, ovvero la statizzazione integrale della società civile. Se ciò fosse accaduto, “la rivoluzione fascista sarebbe stata fedele a se stessa”. Pellicani definisce quindi il fascismo un “bolscevismo imperfetto” o, per riprendere la definizione dello storico Zeev Sternhell, “una forma nazionalista e moderata di socialismo rivoluzionario, se per socialismo rivoluzionario si intende - come si deve intendere - una dichiarazione di guerra in permanenza alla società capitalistico-borghese finalizzata alla creazione di una compatta e monolitica comunità organica”. Al fascismo, tuttavia, manca la cosa essenziale perché sia compiutamente totalitario: “l’idea della purificazione del mondo attraverso lo sterminio degli elementi corrotti e corruttori”, ovvero “la visione gnostico-manichea della rivoluzione” che invece si trova espressa molto chiaramente nel bolscevismo e nel nazismo. Commenta Pellicani: “Il fascismo volle essere una ‘macchina di guerra’ contro la civiltà moderna, ma, in realtà, fu un fenomeno superficiale, poiché, fin dalla nascita, gli mancò quella carica palingenetica, tesa a estirpare le radici del Male”, specificando però, a scanso di equivoci: “Ma non fu affatto un fenomeno innocuo, poiché innumerevoli furono le cose negative che lasciò in eredità all’Italia post-fascista, fra le quali l’accanita avversione alla borghesia, al liberalismo e al socialismo riformista, che tanto avrebbe contribuito al radicamento della cultura bolscevica fra gli intellettuali non meno che fra le masse lavoratrici”.
Il saggio di Pellicani merita indubbiamente di essere letto, non soltanto perché scardina molte interpretazioni errate sui due maggiori totalitarismi europei del Novecento, inclusa quella specie di favola per cui le buone intenzioni di Lenin sarebbero state pervertite da Stalin, tesi ormai insostenibile alla luce delle dichiarazioni e delle azioni di Lenin stesso. Così come stabilisce chiaramente che, in un continuum ideale, bolscevismo e nazismo si trovano a un’estremità, mentre all’altra si situano le democrazie liberali, con l’autonomia dei sottosistemi che la caratterizza e il riconoscimento dei diritti individuali grazie ai limiti posti al Potere pubblico. Ma, soprattutto, lo fa con estrema lucidità argomentativa e con la citazione costante delle fonti (compreso quelle dirette degli scritti di Lenin, Hitler e Mussolini). Un volume denso, pieno di suggerimenti per ulteriori letture, nonostante non raggiunga le centoquaranta pagine.

Senza sembrare esagerato: cosa avrebbe detto Pellicani di nuovo rispetto a quanto scritto Hannah Arendt 60 anni fa'?
Posted by: Simone | 07/12/2011 at 22:15
E infatti è uno dei "numi tutelari", spesso citati da Pellicani :)
Posted by: Stefano | 08/12/2011 at 11:18
Machiavelli diceva che ci sono 2 tipi di Stati, quelli liberi e quelli tirannici.
Posted by: Arci | 08/12/2011 at 19:24