Ha una storia complicata l'ultimo romanzo scritto dal tedesco Hans Fallada, Jeder stirbt fuer sich allein (Ognuno muore solo), pubblicato per la prima volta nel 1947, l'anno stesso in cui è morto l'autore. Quella versione, però, era stata notevolmente mutilata dagli interventi dell'editor di Aufbau Verlag, Paul Wiegler, che ne aveva espunto addirittura un intero capitolo, oltre ad aver tagliato e piallato qui e là. Soltanto quest'anno il romanzo di Fallada è stato ripubblicato in Germania, nella sua edizione originale, come l'aveva pensato, progettato e scritto l'autore, conoscendo un enorme successo postumo. Successo mietuto anche all'estero, soprattutto in Gran Bretagna (dove è uscito con il titolo Alone in Berlin). E, infatti, a Londra vedevo nelle stazioni della metropolitana i manifesti pubblicitari che lanciavano questo vecchio libro. In Italia è uscito per Sellerio, anche se, controllando su Ibs.it, vedo che la traduzione è di Clara Coisson, la stessa traduttrice dell'edizione Einaudi del 1981. Mi domando quindi se la nuova edizione di Sellerio è semplicemente la ristampa di quella vecchia traduzione che immagino condotta sul testo mutilato da Wiegler o se l'editore palermitano ha chiesto a Coisson di rivedere e integrare il testo uscito trent'anni fa.
Il romanzo di Fallada si basa su una vicenda realmente accaduta: tra il 1940 e il 1942 una coppia di coniugi cominciò a disseminare in giro per Berlino una serie di cartoline in cui incitavano i tedeschi a ribellarsi alla dittatura hitleriana. Naturalmente furono arrestati e condannati a morte. Fallada prende spunto da questo episodio per creare Otto e Anna Quangel che, nel 1940, dopo la morte al fronte del loro unico figlio e dopo l'occupazione nazista della Francia, vedono vacillare la loro fiducia nel nazismo e in Hitler e danno il via a questa forma, assolutamente solitaria e politicamente disorganizzata, di opposizione. Fallada mette molta cura nel caratterizzare i due protagonisti: sono persone umili - lui lavora come falegname in una fabbrica la cui produzione è stata convertita ai fini bellici - e ce li mostra in qualche modo già "compromessi" con il nazismo, proprio per evidenziare il valore della loro ribellione. A poco a poco, il rito delle cartoline, che vengono scritte ogni domenica, diventa un aspetto irrinunciabile della loro esistenza. E' l'unico spazio di libertà all'interno del quale i coniugi affermano la loro dignità di esseri umani - e poco importa che, malgrado le speranze di Otto, le sue cartoline non sortiscano (e non possano sortire) nessun effetto e che la loro opposizione sia del tutto inefficace dal punto di vista pratico, perché quasi tutte vengono consegnate alla Gestapo da chi, terrorizzato, le trova.
Nel corso del romanzo, che si apre proprio sui coniugi Quangel, Fallada allarga poi la sua attenzione a una serie di personaggi secondari, creando così un ritratto minuzioso della società tedesca durante il nazismo. I primi sono quelli che si muovono nell'immediata cerchia di conoscenti dei Quangel e che abitano nel loro stesso edificio, in Jablonskistrasse, a Prenzlauer Berg. C'è la famiglia Persicke, composta da ferventi nazisti, tra i quali si contraddistingue in particolare il giovane Baldur (che all'inizio della narrazione ha sedici anni e mostra già l'arroganza e la spietatezza del capo nazista); c'è la vecchia ebrea Rosenthal, la cui sorte è emblematica della sorte di tutti gli ebrei durante il Terzo Reich; c'è il vecchio giurista in pensione Fromm, un conservatore buono e dallo spiccato senso della giustizia che, in silenzio, cerca di salvare - senza riuscirci - la signora Rosenthal e che, verso la fine, fornisce ai due coniugi in carcere lo strumento per rendere la loro morte meno dolorosa. E ci sono poi degli individui loschi, che si muovono nel sottobosco e che cercano di sbarcare il lunario facendo i ladruncoli, le spie, i ricattatori: è il caso di Emil Barkhausen e di Enno Kluge. Insomma, all'interno di questa rete di rapporti , Fallada ci fa conoscere anche quella piccola umanità che, senza grandi proclami o programmi politici, resiste come può alla barbarie nazista. Un esempio tra tutti è Hete Haeberle, la proprietaria di un negozio di animali domestici alla Koenigstor, che decide di aiutare Enno quando sa che la Gestapo lo cerca, anche se lui ha tentato di truffarla dopo aver finto di essersi innamorato di lei ed essersi infilato in casa sua.
Nella seconda parte i riflettori si puntano sull'altro versante della vicenda, quello del potere nazista, e in particolare della Gestapo, nel suo quartier generale della Prinz-Albrecht-Strasse. Qui Jeder stirbt fuer sich allein assume quasi l'andamento di un romanzo poliziesco: c'è un reato - o quello che la dittatura nazista ritiene tale -, ci sono dei poliziotti che compiono delle indagini in cerca del "colpevole", ci sono gli interrogatori, ci sono le false piste. Con l'unica differenza che, rispetto ai tradizionali thriller, qui i ruoli sono ribaltati, perché è la Gestapo a rappresentare il "cattivo". Anche in questa circostanza, però, Fallada non rinuncia a tracciare, con precise pennellate, un ritratto dei diversi tipi umani che vi si incontrano. Il commissario Escherich è il tipico segugio, così appassionato del suo lavoro che non si ferma nemmeno un attimo a chiedersi se quello che fa è giusto. Gli aspetti procedurali lo assorbono interamente e forse funzionano un po' anche da anestetico sulla sua sensibilità. Diverso è il suo superiore Prall, un uomo grezzo e volgare, che usa la violenza e le torture anche per soddisfare il proprio sadismo - e sarà lo stesso Escherich a farne le spese quando, per un certo periodo di tempo, cadrà in disgrazia e sarà costretto ad assaggiare di persona lo stesso trattamento riservato ai "traditori" della Germania nazista. Certo, Fallada ha l'accortezza di non far cambiare completamente d'animo il commissario, ma nella scena particolarmente riuscita del dialogo tra lui e Quangel, dopo che questo viene catturato, riesce a descriverne il muto tormento interiore.
La parte conclusiva è dedicata al processo dei coniugi Quangel. E' il tipico processo di ogni dittatura, in cui gli imputati sono già stati condannati ancora prima del dibattimento. Il giudice, lungi dall'essere imparziale, sembra sedere sul suo scranno solo per dare sfogo alla propria bile e insultare gli imputati, che pure si dichiarano subito - e orgogliosamente - "colpevoli" di antinazismo. L'avvocato difensore di Otto, dichiarandosi disgustato dalle azioni riprovevoli dei due coniugi, si aggrega all'accusa e rinuncia a difenderlo. Eppure, anche in questo ambiente, Fallada riesce a introdurre qualche personaggio che non ha rinunciato alla propria umanità - perché, dopo tutto, è questo il leitmotiv di tutto il romanzo -, come per esempio il musicista Reinhardt con cui Otto si trova a condividere per un po' di tempo la cella, o come il sacerdote tisico, soprannominato da tutti "il buon pastore", che si prodiga a favore dei prigionieri, malgrado le mille difficoltà, mettendo a repentaglio la propria sicurezza e la propria vita.
C'è poi un'altra protagonista, in Jeder stirbt fuer sich allein, che contiene tutti i personaggi e che nelle pagine del romanzo acquista quasi una vita autonoma. E' Berlino. Perché quest'ultimo romanzo di Fallada s'inserisce a pieno titolo nel filone della Grossstadtliteratur tedesca del Novecento, quella di cui fanno parte opere come Berlin Alexanderplatz. Qui, infatti, Berlino non è soltanto un fondale per gli avvenimenti narrati, ma ha un suo respiro e una sua ampiezza: la toponomastica è accurata, così come lo sono i luoghi - le Kneipen, le case con i cortili interni, tipicamente berlinesi, i tram e le metropolitane. Oltretutto, questa edizione è corredata da una bella piantina di Berlino del 1944 in cui sono segnati i punti in cui si svolge l'azione del romanzo.
E' un romanzo corposo, questo di Fallada: seicentosessantotto pagine, per la precisione. Ma è un romanzo appassionante da leggere. Io l'ho iniziato e finito - in tedesco, tra l'altro - in nemmeno una settimana. E' uno di quei libri da cui non ci si vorrebbe staccare mai e a cui si ritorna non appena si ha un momento di tempo libero. E' un romanzo popolare, nel senso migliore del termine, ma di ottima fattura e di alto livello. Nessuno sperimentalismo, ma pieno di movimento, accentuato da una narrazione spesso al presente indicativo, di cambi di scena e di prospettiva e straripante di personaggi, tutti tratteggiati in maniera convincente. Un'impresa ancor più sorprendente, se si considera - come ho letto nella postfazione - che il testo originario constava di 866 pagine dattiloscritte e che Hans Fallada lo scrisse in sole quattro settimane.