Susanna Basso è una traduttrice "nobile" e "privilegiata" - e non lo dico in senso spregevole, ben inteso. Il suo privilegio - o, per essere più preciso, la sua fortuna - è di aver tradotto un sacco di importanti autori di lingua inglese: Ian McEwan, Kazuo Ishiguro, Alice Munro e Martin Amis. Ha anche ritradotto, per la collana di classici classici diretta da Aldo Busi, un capolavoro come Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen. Il suo è, quindi, un curriculum che, almeno a me, incute timore e rispetto, perché sono consapevole che, da piccolo artigiano della traduzione, non raggiungerò mai le sue eccellenze. Ora Basso ha scritto un volumetto, agile e affascinante, sul suo rapporto con il lavoro traduttorio e sulle sue esperienze con i testi degli autori citati: Sul tradurre. Esperienze e divagazioni militanti.
Devo fare una premessa: ci sono parecchi traduttori che coltivano una concezione quasi mistica della traduzione. Il loro non è soltanto un lavoro, ma diventa una specie missione che li mette a contatto non con testi, più o meno validi, ma con interrogativi essenziali. Dietro le parole - quelle del testo originale e quelle del loro testo d'arrivo - si nascondono verità a cui si può attingere solo dopo lunghe e laboriose riflessioni, da far tremare i polsi a ogni carattere che si batte sulla tastiera. Io ho la sensazione che ci sia, in molti di questi casi, un aspetto consolatorio: il traduttore resta per lo più nell'ombra e non sempre il suo ruolo è riconosciuto, ovvio che si voglia sottolineare a tutti i costi il proprio valore, caricando di peso ogni singola parola. Di questo passo, tra un po' qualcuno arriverà a dire che il traduttore è più importante dell'autore stesso. E' una tentazione comprensibile quando si traducono autori che prestano un'attenzione estrema alle parole, ma che diventa un po' vana per tutti quelli che traducono "banale" letteratura d'intrattenimento.
Quando ho cominciato a leggere il libro di Susanna Basso ho pensato che appartenesse anche lei a questa schiera, considerando soprattutto il genere di autori che traduce. In effetti, nei primi capitoli questa tendenza è ben presente e, non a caso, a me paiono quelli meno interessanti di tutto il libro. Resto un po' perplesso davanti a certi voli pindarici in cui, in tono ispirato, Basso associa alla traduzione il concetto di "salvezza": a pagina undici, per esempio, è citato un racconto di Michele Mari, "la storia di un bambino salvato da una traduzione", sottintendendo che, se una traduzione può "salvare" una persona, allora è un lavoro che può renderci orgogliosi. Oppure quando definisce il lavoro del traduttore "mestiere-rifugio", una sorta di grembo in cui rannicchiarsi per isolarsi dall'esterno (ma allora lo stesso discorso varrebbe per qualsiasi lavoro uno svolga da casa), o quando parla del "miracolo della traduzione". Oppure quando dichiara di avere "imparato l'attesa" e quindi - suppongo - la pazienza necessaria a non affrettare la traduzione di un testo se questa non vuole venire: tutto molto saggio e giusto, purché non si abbiano scadenze impellenti, cosa frequente per i libri a largo consumo buttati fuori a getto continuo dalle case editrici. In questo frangente non è possibile indugiare troppo a lungo su un singolo termine su cui, tra l'altro, nemmeno l'autore forse si è sprecato troppo.
Per fortuna, però, Sul tradurre non è solo questo e diventa anzi più coinvolgente quando l'autrice torna con i piedi per terra e si confronta con la concreta attività del tradurre, presentando anche una serie di stralci di testi tradotti con il relativo originale e, a distanza di tempo, li osserva dall'esterno, sottoponendoli a critica e analisi come se fossero stati fatti da qualcun altro. Questo saggio diventa quindi anche un libro di memorie in cui Basso ripercorre storicamente la sua attività di traduttrice, con tutte le illusioni e gli errori del passato (ma anche con i suoi successi). Chi si è cimentato almeno in qualche traduzione troverà poi osservazioni acute sui meccanismi, talvolta inconsapevoli, che si attivano nel cervello del traduttore. Riguardo alla scelta delle parole, per esempio, Basso scrive: "Il punto è che non sempre il traduttore conosce il percorso delle parole nella sua mente, e gli capita di usarle per associazione di ambiti, ma senza la competenza necessaria". Oppure in un altro punto parla di un fenomeno che chiunque avrà sperimentato, magari nel bel mezzo di una traduzione, e che Basso chiama "il blocco da accumulo", quando sono state macinate troppe parole e si ha la sensazione di non riuscire ad andare più avanti. Un blocco che spiazza, diversamente dall'esitazione iniziale, quando "entrare nella sintassi, nella punteggiatura, nel lessico di un altro richiede tempo, prudenza, delicatezza".
Uno dei capitoli più interessanti è quello dedicato alla ri-traduzione di testi già tradotti. Qui Susanna Basso racconta la sua esperienza con Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen. Quando il traduttore mette mano a un testo che è già stato tradotto in precedenza si confronta necessariamente con il lavoro fatto dai colleghi. E' inevitabile che consulti le loro traduzioni ed è altrettanto inevitabile che lo colga una "doppia tentazione": "Da un lato il rischio di volersi o doversi in ogni caso distinguere a costo di forzature sul proprio testo. E dall'altro, al contrario, la deriva di un'accoglienza passiva del lavoro già svolto, che si può risolvere in furto. E' l'impegno necessario a mantenersi in bilico su questi due versanti del problema a rendere difficile una ritraduzione". D'altro canto, però, confrontarsi con le altre traduzioni consente al traduttore di inquadrare meglio la sua peculiarità professionale: "Le traduzioni esistenti ci fanno conoscere la nostra lingua: le sue idiosincrasie, i suoi limiti". E' un bel capitolo da leggere anche perché l'autrice propone un medesimo breve brano - si tratta del paragrafo conclusivo del romanzo - e mette a confronto le varie versioni proposte nel corso dell'ultimo secolo. Un altro caso di raffronto è nel capitolo invece dedicato alla traduzione degli "enigmi", cioè di quei testi fortemente permeati dalla presenza di giochi linguistici caratteristici di una determinata lingua, che danno filo da torcere ai traduttori. Il passaggio analizzato è tratto da Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll - in questo caso non è un libro tradotto da Susanna Basso - ed è divertente leggere come diversi traduttori hanno affrontato, con maggiore, minore o nessun successo, la sfida rappresentata dai puns di Carroll.
Non so se Sul tradurre possa avere una qualche utilità pratica per chi svolge quotidianamente il lavoro di traduttore. Certamente è d'ispirazione per chi fa questo lavoro. Tuttavia non mi dispiacerebbe leggere un giorno il libro di un traduttore che traduce "libri di merda" - se mi è consentito il termine - e non soltanto grande letteratura.
