Con Stranger to History. A Son's Journey through Islamic Lands (Straniero alla mia storia) Aatish Taseer scrive un travelogue che è un ibrido tra il tradizionale racconto di viaggio e l'autobiografia. Al viaggio geograficamente inteso si associa, in parallelo, un viaggio dentro di sé e dentro la sua storia personale, in vista di una ricomposizione degli elementi che costituiscono la sua identità. Taseer, infatti, è un cittadino britannico, figlio di una giornalista indiana e di un importante uomo politico pakistano. Nato nel 1980 da una relazione clandestina, perché era scandaloso che un'indiana e un pakistano potessero amarsi, è stato abbandonato e dimenticato dal padre all'età di due anni. Il libro prende le mosse dagli attentati avvenuti a Londra nel 2005 e perpetrati per l'appunto da terroristi islamici di origine pakistana. O, per essere più precisi, da cittadini britannici di origine pakistana, residenti a Beeston, un quartiere di Leeds. Ed è in questo momento che Aatish Taseer comincia a interrogarsi sul senso dell' "identità islamica" oggi, e sul perché individui nati e cresciuti in Inghilterra, magari da genitori in qualche modo integratisi nella realtà occidentale, si lasciano tentare dall'estremismo islamico. Taseer s'interroga però anche su di sé chiedendosi se lui stesso possa definirsi "musulmano", perché è quella la religione del padre, in quanto pakistano, e l'identità islamica si trasmette per via patrilineare.
E' da qui che inizia il viaggio di Aatish Taseer in quelle "terre islamiche" a cui allude il sottotitolo. La prima tappa è a Istanbul: la Turchia è ancora, malgrado tutto, il più aperto tra i paesi islamici e quello in cui "la laicità era dogmatica, quasi come una religione separata". All'interno di questa città multiforme, Taseer va a visitare Fatih Carsamba, un quartiere di fondamentalisti islamici che sembra uscito da un altro mondo. Qui incontra Abdullah, studente di teologia islamica, che gli espone la sua idea di perfetta società islamica e la sua assoluta contrarietà alla penetrazione della modernità e delle idee occidentali - che, però, nei fatti e nella vita dei musulmani non solo turchi sono già onnipresenti. E quando l'autore gli chiede che cosa c'è di tanto sbagliato nella modernità, Abdullah risponde con queste parole: "E' che il sistema di oggi mette l'uomo al centro. E' antropocentrico. Il nostro sistema è teocentrico. La civiltà occidentale dice che possiamo fare quello che vogliamo e che non ci serve un Dio per creare un sistema culturale o religioso. La differenza è questa, ed è grande. [...] L'uomo invece di Dio, il progresso invece dell'aldilà, la ragione invece della fede". Il suo progetto è un altro, più radicale: "Noi crediamo che per una persona musulmana la religione avrà qualcosa da dirle in ogni secondo della sua vita [...] Altre religioni non hanno questo tipo di obbligi e permessi, mentre l'Islam possiede una tale unità. E' tutto un sistema per questo mondo e per l'altro mondo". Nulla, insomma, della realtà può sottrarsi all'Islam e alla sua regolamentazione, dice lo studente: "Penso che i musulmani debbano stare al vertice, al centro del sistema. Dobbiamo determinare tutte le cose al mondo, altrimenti non saremo liberi noi stessi. Questo non significa che distruggeremo le altre culture. No. Vogliamo essere in cima per realizzare ciò che è stato ordinato da Allah, renderlo reale per nostra mano in questo mondo. Crediamo che sia la cosa giusta da fare al mondo. [...] Un cristiano può vivere qui con noi, ma non come un musulmano. Può vivere qui, ma noi dobbiamo essere dominanti".
Il viaggio di Aatish Taseer prosegue quindi in treno prima in Siria, dove avverte la cappa di silenzio e di oppressione imposta dalla dittatura - almeno nominalmente "laica" - e poi, da lì, in Arabia Saudita, con un regolamentare pellegrinaggio alla Mecca. E' a Damasco che in una moschea ascolta il gran mufti di Bosnia che riscrive la storia dell'Islam, esaltandone il passato glorioso che potrà diventare di nuovo realtà se il Corano verrà applicato alla lettera. Ma la parte più affascinante del viaggio di Taseer è quella dedicata all'Iran, che in un certo senso costituisce l'altro versante della Turchia. Qui, infatti, si trova realizzato nella cosiddetta "Repubblica Islamica" dopo la rivoluzione del 1979 quello che auspicava lo studente di teologia incontrato a Istanbul. Solo che Taseer trova ciò che definisce la "dittatura delle minuzie": tutte le prescrizioni dell'Islam, che pervadono ogni settore della vita, pubblica e privata, vengono imposte non soltanto con brutalità, ma anche con un apparato burocratico che agisce con tutta la stupidità delle burocrazie. Al di sotto di questa superficie, quindi, si è sviluppata un'ostilità diffusa tra la popolazione di Tehran: molti sono diventati semplicemente atei (pur mantenendo il segreto al riguardo) e quelli che, invece, non sanno rinunciare a un bisogno di spiritualità, non più soddisfatto dall'Islam ormai totalmente identificato con il potere politico, si arrangiano con altri mezzi: per esempio Taseer descrive gli incontri, clandestini, di un gruppo di Hare Krishna. C'è poi un'osservazione interessante che l'autore raccoglie: molti sostengono che quello dell'Iran non è vero Islam e che il vero Islam è "un altro", un argomentazione - secondo Taseer - che ricorda quello di molti nelle dittature socialiste, secondo i quali il "vero socialismo" era un altro, senza magari chiedersi se questo fosse davvero realizzabile o persino auspicabile. Il soggiorno in Iran si conclude bruscamente per l'autore, che vorrebbe visitare altre località oltre a Tehran ma viene praticamente espulso dopo essere stato sottoposto a un interrogatorio che lo fa sudare freddo.
Ultima tappa del viaggio è quella nel paese del padre, in Pakistan. E' lì che ristabilisce il contatto con il padre perduto e assente ed è lì che, viaggiando in lungo e in largo, da Karachi a Lahore, coglie le particolarità di un paese nato nel 1947 per essere la casa di tutti i musulmani indiani e affermatosi in base a un radicale distanziamento dall'India. L'Islam avrebbe dovuto cancellare tutte le altre differenze, cosa che invece non è accaduta. Se l'India ha mantenuto una pluralità di religioni, il Pakistan ha visto, con l'emigrazione forzata di tutti i sikh che vivevano nel Punjab, la dissoluzione della propria classe media. Anche qui incontra una serie sempre più folta di fondamentalisti islamici: a uno di loro chiede "Come vuoi che sia la religione in Pakistan". La riposta, lapidaria: "'In tutto'. 'Sharia?' 'Sì'". Un altro vuole uno "stato che incarni i principi islamici" e che spiega: "Non esiste un Islam politico. C'è solo l'Islam, che ha una componente politica". Alla fine arriva anche a una sorta di resa dei conti con il padre che, pur non essendo affatto religioso - beve alcolici e mangia carne di maiale, per esempio -, si inalbera quando legge il primo reportage del figlio dopo gli attacchi terroristici del 2005, perché offenderebbe l'Islam. "Ero sicuro che in lui non c'era nessuno degli imperativi morali dell'Islam, un tempo così potenti, ma era musulmano solo perché dubitava dell'Olocausto, odiava l'America e Israele, pensava che gli induisti fossero deboli e vigliacchi, e perché le glorie del passato islamico lo eccitavano. Dentro di lui la fede era decaduta, aveva smesso di essere dinamica, di fornire una guida morale, non era diventata altro che una identità storica e politica, profonda e irraggiungibile. [...] Non importava come qualcuno pregava, quanto pregava, che vestiti indossava, se sceglieva di bere o no, ma importava che nutrisse sentimenti di odio, per gli ebrei, gli americani o gli induisti, fondati sulla fede e mascherati da argomenti politici". Una prospettiva abbastanza cupa, quindi, che culmina - in chiusura - con l'assassinio di Benazir Bhutto nel 2007 e con il padre, che aveva percorso gran parte della sua carriera politica con lei, distrutto dal dolore: un'immagine che comunque, al di là delle differenze e delle incomprensioni, suscita un moto di compassione nell'autore.

Un altro libro, mi incuriosisci ma non riesco a starti dietro! Sto iniziando lentamente la Torre.
Posted by: GMR | 05/04/2011 at 23:42
Solo per precisare: il gran Muftì di Bosnia-Erzegovina, il reis al ulema Mustafa Ceric, è disprezzato da gran parte della popolazione musulmana.
Posted by: Antonello | 06/04/2011 at 11:56
Per precisare ancor meglio: Ceric rimane al suo posto solo perché infeudato con il partito nazionalista-musulmano SDA, presso cui fece i latinucci durante l'assedio di Sarajevo a partire dal 1993. Di fatto, solo a Sarajevo si può trovare un certo seguito al losco personaggio, principalmente fra le masse di nuovi venuti dalle campagne e dalle zone di guerra a seguito dei combattimenti della prima metà degli anni '90. Prima di allora, non era nemmeno conosciuto nella Repubblica.
Posted by: Antonello | 06/04/2011 at 12:03