Appresa la mia passione per certi b-movie horror e gialli, qualcuno mi ha suggerito di sondare i film di Aldo Lado. "Aldo Lado? E chi è costui?" ho pensato lì per lì, ma poi ho seguito il consiglio e me li sono procurati, guardandomene tre nel giro di una settimana.
Senza volerlo mi sono mosso in senso cronologico inverso, partendo dalla pellicola più recente, L'ultimo treno della notte, del 1975, con Flavio Bucci ed Enrico Maria Salerno. Non è, dei tre, quello che ho preferito ed è da guardare solo per l'efferato miscuglio di violenza gratuita, sangue e sesso e non per la costruzione psicologica dei personaggi, che restano invece piuttosto piatti e agiscono privi di motivazione. Gran parte del film è dedicato al viaggio notturno, da Monaco verso l'Italia, di due ragazze che vengono molestate, seviziate, stuprate e infine uccise da due balordi, di cui uno tossicodipendente, e da un'annoiata signora borghese per cui incitare i due giovani diventa un simpatico diversivo. Il film contrasta l'atmosfera cupa e claustrofobica del treno notturno con la grande casa illuminata del padre di una delle due ragazze, un insigne chirurgo, dove lui e altri amici si preparano a festeggiare il natale. Qui Aldo Lado inserisce un curioso dialogo sulla violenza in cui si contrappongono sostenitori dell'ordine e "progressisti" che incolpano la società: è una discussione che riflette e riproduce, ridotto ai banali minimi termini, il sapore di un'epoca. Per una pura coincidenza, i tre scendono alla stazione in cui il chirurgo sta aspettando le due ragazze. La donna è ferita e viene assistita dal medico a casa sua. Quando scopre che la figlia e l'amica sono state uccise e che gli assassini sono in casa sua, da medico pieno di umanità si trasforma in feroce e spietato vendicatore. Qualche spettatore, su FilmTv, ha osservato che è la stessa trama di L'ultima casa a sinistra, ma in realtà in questo film la storia è ancora più debole e la vendetta molto più crudele (oltre che sanguinaria).
Gli altri due film di Aldo Lado s'inseriscono invece nel solco del giallo italiano degli anni '70, quello a cui appartengono, tra l'altro, i primi film di Dario Argento. Un vero e proprio genere a sé stante, tanto che anche all'estero - basti leggere le voci su Imdb - si parla di "giallo", usando il termine italiano. Anche dal punto di vista narrativo sono entrambi meglio costruiti. Uno è Chi l'ha vista morire?, del 1972. Qui c'è un padre, interpretato da George Lazenby, che in preda alla disperazione indaga sull'assassinio della figlioletta, ritrovata in un canale a Venezia. E di Venezia Aldo Lado sfrutta tutte le potenzialità inquietanti, tanto che la città lagunare potrebbe essere considerata, a giusto titolo, un'ulteriore protagonista che conferisce al film un'atmosfera decisamente cupa. In quest'ambiente corrotto si muovono diversi personaggi - come il mercante libanese Serafian, interpretato da Adolfo Celi -, tutti ambigui e sospetti, che potrebbero tranquillamente essere responsabili della morte della ragazza. Tutto bene almeno fino alla soluzione del mistero, che risulta un po' abborracciata, ma siamo nella tradizione delle spiegazioni pseudo-psicologiche che caratterizzano (e rovinano) anche molti dei gialli di Dario Argento. In ogni caso è divertente scoprire che il colpevole è un Alessandro Haber ancora fornito di capelli, nella parte di un (finto) prete travestito da donna che con l'omicidio delle bambine sfoga le sue pulsioni perverse.
Ma quello che in assoluto ho preferito è La corta notte delle bambole di vetro, del 1971, che vede tra i protagonisti celebrità come Ingrid Thulin e Mario Adorf. Anche qui all'atmosfera contribuisce l'ambientazione: una Praga ancora immersa nel grigiore del socialismo reale, con il quartiere di Malastrana spoglio di turisti. Qui un giornalista americano viene trovato apparentemente morto e portato in ospedale. In realtà non è morto: la sua coscienza è vigile, ma lui non riesce né a muoversi né a svegliarsi. Quello che è successo e lo ha portato lì emerge attraverso una serie di flashback che formano la spina dorsale del racconto. A scomparire stavolta è una ragazza ceca, amica e amante del giornalista, che nonostante gli avvertimenti della polizia si ostina a voler indagare per conto suo. Alla fine scopre che c'è un club segreto, composto per lo più di vecchi, che rapisce e droga le ragazze della città, le usa per le sue orge e infine le uccide. C'è anche un elemento di critica socio-politica nella rappresentazione di questi crimini e anch'esso rispecchia l'epoca in cui il film è stato girato: è la società vecchia e conservatrice che paralizza la vitalità dei giovani e ne succhia le energie. Inutile aggiungere che per il giornalista non c'è via di scampo, perché quando sta per risvegliarsi e, sul tavolo dell'autopsia, riesce a muovere una mano, il patologo gliela blocca e lo uccide definitivamente. Anche lui era partecipe del complotto. Il film si conclude sulla bocca dell'amica Ingrid Thulin spalancata in un urlo.
Tutti e tre i film sono impreziositi dalle musiche di Ennio Morricone, che ne ha composto la colonna sonora. E ora mi resta da guardare Sepolta viva, a sua volta sepolto nel disco fisso del mio computer.

mi sono permesso di riportare queste tue tre recensioni qui:
http://cinrac.wordpress.com/category/temi-e-trame/violenza/
la struttura narrativa del "giallo" è così impreziosita dalle tue annotazioni laterali ...
colgo l'occasione per segnalarti (su tutt'altro genere di film) un modo di analizzare le trame:
http://cinrac.wordpress.com/2011/01/04/tra-le-nuvole-up-in-the-air-2009-diretto-da-jason-reitman/
Posted by: paolo ferrario | 05/01/2011 at 10:44