Ho letto La casa delle belle addormentate del giapponese Yasunari Kawabata, che altrimenti non mi sarei mai sognato di leggere, seguendo un consiglio “blasonato”. Qualche tempo fa è apparso sul Corriere della Sera un articolo di Guido Ceronetti, dedicato al tema “eros e terza età”, che ne suggeriva caldamente la lettura. Ne sono rimasto molto incuriosito e mi sono ripromesso di procurarmelo. Ceronetti aveva ragione: questo breve romanzo di Kawabata è un gioiello meraviglioso che, tra l’altro, mi commuove perché tocca una delle mie corde più sensibili.
E’ un romanzo semplice, quasi spoglio, che racconta di una casa - quella del titolo - in cui vecchi uomini ormai impotenti vanno non per fare sesso con delle belle ragazze, ma per dormirci, letteralmente, assieme, in una stanza completamente rivestita di tendaggi rossi in cui filtra una luce soffusa. La narrazione è condotta da Eguchi, uno di questi uomini che, ci tiene a precisare, è meno vecchio dei clienti abituali della casa e non è ancora del tutto impotente. O almeno così lui sostiene, senza però mai contravvenire alle regole del luogo. Durante le sue quattro visite, la sera trova una bella fanciulla completamente nuda, già addormentata sul suo tatami - forse drogata perché non si svegli in nessuna circostanza -, vi si distende accanto, la guarda a lungo finché a sua volta, aiutato da un sonnifero, non dorme anche lui.
Tutto il libro ruota intorno al tema della vecchiaia e delle sofferenze che essa porta con sé. Su questo punto l’autore ritorna più e più volte, con grande insistenza, ma allo stesso tempo con un tono così oggettivo che sembra quasi lenire il dolore. Se c’è disperazione, è una disperazione silenziosa, senza urla, che soffoca (o annega) nell’atto della contemplazione. C’è qualcosa di molto nipponico - a me pare, malgrado la mia ignoranza in materia - nella pacatezza delle pagine di Kawabata e, soprattutto, nel continuo richiamo ai minimi mutamenti della natura all’esterno. Non avviene nulla nella casa, e nella mente di Eguchi, senza che non vi sia una corrispondente descrizione del fogliame, dei fiori, della pioggia, del vento, della neve, del rumore delle onde in lontananza, quasi come se tutto questo servisse a sua volta ad avvolgere e ad attutire la disperazione che pervade il racconto.
Scrive Kawabata: “Eguchi non era forse venuto in quella casa per scoprire fino in fondo la bruttezza della vecchiaia? [...] Anche la scarsa forza con cui agiva la curiosità era già una miseria della vecchiaia”, e ancora: “Era presumibile che i vecchi più colpiti di lui dal declino la frequentassero con più forte piacere e più profonda tristezza”, “Vi andava, così disse, quando non poteva più sopportare la disperazione della vecchiaia”, “L’orribile disfacimento dei poveri vecchi che anelavano a quella casa avrebbe assalito entro qualche anno anche lui”, “I vecchi frequentatori di quella casa, molto più di quanto lui non avesse pensato, recavano come pesante bagaglio una misera gioia, una fame dolorosa, una profonda tristezza”, “La purezza delle dormienti rispecchiava inversamente la laidezza dei vecchi”.
Dunque l’unica esperienza consentita a Eguchi - e agli altri clienti della casa - è quella dello sguardo e nello sguardo, che assume quindi un valore centrale, si concentra tutta la potenza residua degli uomini. Questa contemplazione notturna acquista il senso di una consolazione e di una compensazione per una vita che loro non possono vivere più, ma che possono solo immaginare proiettandola in quei corpi lisci, nudi e giovani che si espongono ai loro occhi. Anche su questo aspetto della faccenda Kawabata, per bocca del suo protagonista Eguchi, è molto esplicito: “Poteva essere una momentanea consolazione, un inseguire le tracce dell’ormai perduta gioia di vivere”. Altrove nel libro si parla di “pietosa consolazione di vecchio”, “perdono e consolazione per quei poveri vecchi”, “comodo trastullo per la vecchiaia”. A questo si aggiunge il fatto che, davanti a quei corpi immobili e potenzialmente disponibili, ma sprofondati nell’incoscienza, i vecchi si sottraggono allo sguardo - e quindi anche alla commiserazione e, forse, allo schifo che solitamente li colpiscono: “Poiché lei non apriva mai gli occhi, i vecchi non avvertivano nessun complesso d’inferiorità per il proprio decadimento, veniva loro concessa illimitata libertà nelle fantasie e nei ricordi sessuali”.
La contemplazione muta ed esatta delle fanciulle con cui Eguchi si corica suscita anche il lavorio della memoria e, mentre le osserva prima di addormentarsi, il protagonista rievoca le figure femminili che hanno popolato il suo passato, come per esempio la donna sposata con cui ha fatto un paio di volte l’amore o la madre malata di tubercolosi, che si spegne tra i fiotti di sangue. E ha anche un altro effetto: a poco a poco quel sonno profondo, così simile alla morte, fa nascere in Eguchi il desiderio morboso di provarne uno simile, tanto che più volte chiede invano alla tenutaria della casa di potere avere lo stesso sonnifero somministrato alle ragazze. L’oblio che le inghiotte gli pare dolcissimo, così come la fuga che gli prospetta, una fuga definitiva dal decadimento della vecchiaia.
Il finale, però, riserva una sorpresa improvvisa. Durante l’ultima sua visita, Eguchi scopre che un uomo, la sera prima, è morto nella notte e, perché la casa non avesse problemi, è stato trasportato a una locanda nelle vicinanze. A questa prima morte ne succede però un’altra: una delle due ragazze con cui dorme il protagonista muore durante il sonno. Eguchi si risveglia trovandosi, all’improvviso, un cadavere esanime accanto. Ed è come se, repentinamente, si squarciasse un velo, rivelando la natura di quell’illusione. La realtà irrompe anche in quello spazio apparentemente isolato dalla realtà. La tenutaria della casa che, inizialmente incredula, replica a Eguchi: “Non datevi pensiero inutilmente. Riposatevi con comodo. Di ragazza ce n’è un’altra, no?” gli rivela il fondo di squallore anche di quell’esperienza consolatoria. La bruttezza della realtà è un destino a cui è impossibile sottrarsi.

Anche nel Genji Monogatari un'amante del principe Genji muore improvvisamente nel sonno, durante la notte amorosa.
Posted by: GMR | 31/08/2010 at 23:55
Saran secoli che il Genji vorrei leggerlo, ma non l'ho mai fatto. Quando avrò tempo, quando andrò in pensione, come si usa dire.
Posted by: stefano | 01/09/2010 at 07:42
E' talmente lungo che forse andrebbe messo sul comodino e lasciato lì. Quando la sera vien voglia prima di dormire, leggerlo un po' senza nemmeno pensare di finirlo mai.
Posted by: GMR | 02/09/2010 at 19:39