Molti anni fa D., che allora lavorava in una biblioteca, mi prestò la prima edizione del Taccuino tedesco di Fabrizia Ramondino perché lo leggessi. A quei tempi ero molto più ossessionato dalla Germania e dalle cose tedesche di quanto non sia ora. A distanza di tanto tempo lo stesso libro, riveduto e rimpolpato poco prima della morte dell'autrice due anni fa, è stato ripubblicato da un altro editore con il titolo Taccuino tedesco 1954-2004. Memore di quell'antica lettura, ho comprato e letto subito questa nuova edizione.
La prima parte ricalca esattamente il testo di quell'edizione del 1987 e copre, sempre sotto forma di diario, due epoche diverse. Innanzitutto gli anni che vanno dal 1954 al 1957 quando Fabrizia Ramondino partì da Napoli alla volta della Germania - prima a Heidelberg, poi a Francoforte sul Meno e infine a Monaco di Baviera - dove un cugino si sarebbe preso cura di lei. Della Germania e della lingua tedesca Ramondino non sa nulla, è ancora - in parte - un'adolescente ignara delle cose del mondo, tanto che quel periodo diventa per lei un momento di formazione. E' una ragazza curiosa che osserva e registra le differenze rispetto all'Italia, studia il comportamento e il carattere dei giovani tedeschi, si abitua a condivere varie case con loro. E, soprattutto, cerca di diventare adulta senza lasciarsi appiattire o fagocitare, esercitandosi nell'arte della scrittura: "scrivere significava diventare adulta a mio modo, non al loro". Lo sguardo dell'autrice si posa concretamente su dettagli ed esperienze quotidiane nel nuovo ambiente, ma allo stesso tempo queste alimentano e traggono nuova linfa dalle letture e dalle riflessioni culturali compiute in quel periodo, che non si esauriscono al livello di pura speculazione intellettuale o libresca. In quegli anni, quindi, Fabrizia Ramondino getta i semi di un coinvolgimento e di una passione per la Germania e la cultura tedesca che dureranno per il resto della sua vita, fino a intrecciarsi profondamente con la sua biografia.
La seconda epoca è quella che abbraccia gli anni dal 1983 al 1986. Stavolta l'occasione del ritorno in Germania è rappresentato dalla figlia Livia, che va a studiare danza con Pina Bausch e si stabilisce a Essen. In questi stessi anni Ramondino partecipa anche, insieme con altri scrittori, a dei corsi di tedesco organizzati dal Goethe-Institut a Ludwigsburg, nei pressi di Stoccarda. Da queste pagine spira un'aria di familiarità perché - mi sia consentito un attacco di "autobiografismo" - uno di quei corsi lo frequentai anch'io, nell'estate del 1988, e proprio a Ludwigsburg. Anch'io visitai, per esempio, l'Archiv der deutschen Literatur di Marbach, a cui Ramondino dedica diverse pagine, spiegandone obiettivi e funzionamento. In ogni caso, questo periodo è caratterizzato non soltanto dall'interesse dell'autrice per quella che si potrebbe definire "cultura alta", ma anche da notazioni più sapide e curiose riguardanti la vita quotidiana: ci sono per esempio osservazioni acute su certe parole squisitamente tedesche oppure sulla differenza tra i menu nei ristoranti italiani e in quelli tedeschi. Per chi esercita l'attenzione, nulla è insignificante. E' di quest'epoca, inoltre, il primo viaggio di Fabrizia Ramondino in una Berlino ancora divisa: è particolarmente affascinante leggere le sue impressioni in presa diretta sapendo quello che sarebbe accaduto di lì a pochi anni - e sapendo, inoltre, che queste sue impressioni verranno emendate e aggiornate nella seconda parte del libro, riservata a un'epoca successiva.
La seconda parte di Taccuino tedesco è un'aggiunta non presente nella prima edizione e copre gli anni che vanno dal 1991 al 2004. Il legame dell'autrice con la Germania si fa sempre più intimo, perché ormai la figlia vi si è stabilita in pianta stabile, a Weimar, dove è entrata a far parte del corpo di ballo del Teatro Nazionale della città. Questo significa che se da un lato anche lei diventa una madre che, come tante altre, va a trovare la figlia "emigrata" in Germania e le cui giornate assumono una scansione quasi domestica, dall'altro questi viaggi si trasformano nell'occasione per scoprire i nuovi "Bundeslaender", cioè la ex DDR dopo l'unificazione. Weimar, oltretutto, è un punto di osservazione privilegiato perché le consente di guardare sia alla grande tradizione classica tedesca - e quindi alle vite di Goethe e di Schiller -, sia alla barbarie del nazismo, con il campo di concentramento di Buchenwald proprio lì, a due passi dalla città. All'interno di questo lasso di tempo, inoltre, l'autrice visita almeno tre volte Berlino e ogni volta ne registra i mutamenti, collegandoli alle immagini e ai pensieri che il nome di Berlino suscitavano in lei quando, bambina durante il fascismo, sentiva i genitori parlare dell' "asse Roma-Berlino".
Un taccuino di grande fascino, insomma, per chi ha bazzicato per anni la Germania e l'ha amata - o almeno ci ha provato, con alti e bassi - e che ora può rievocare le sue esperienze personali - e i suoi studi - grazie alla prosa sobria ed elegante di Fabrizia Ramondino, di cui si potrebbe affermare sia stata una "tedesca onoraria", così come Stendhal fu "milanese".

Sia consentito anche a me un attacco di "autobiografismo". La prima edizione dei taccuini l'ho letta su consiglio di una mia amica che era professoressa di inglese della figlia della Ramondino all'Accademia Nazionale di Danza di Roma. A quei tempi praticavo molto la Germania anch'io. Di seguito ho letto anche Althenopis e Dadapolis, ed ho scoperto che mi piaceva anche il suo sguardo sulla mia città, e i ricordi di Ischia, Gaeta e luoghi spagnoli che pure mi sono molto vicini.
Quando la Ramondino è morta, un paio di anni fa, mi pareva che se ne stesse andando un'amica di famiglia, quasi una parente che senti molto vicina anche se non abita più qui.
Posted by: aitan | 05/05/2010 at 18:27
Ti confesso che questo è l'unico suo libro che ho letto: ai tempi non sapevo nemmeno chi fosse Fabrizia Ramondino. Ora, dopo averlo letto (o ri-letto, in parte), mi è venuta voglia di leggere altro, in particolare proprio "Althénopis": dici che ne vale la pena?
Posted by: stefano | 05/05/2010 at 18:32
Secondo me, Stefano, ne vale la pena. Io l'ho letto molto tempo fa, però ricordo la sensazione di star rivivendo la vita di una donna sensibile e intelligente che mostrava anche uno sguardo molto acuto su una Napoli poco ovvia e piuttosto sconosciuta. Interessante, sempre sulla mia città, anche Dadapolis, un lavoro di montaggio "copincollato" a quattro mani con uno scrittore tedesco (qualcuno mi ha detto che era quel lettore della mia università da molti ambito negli anni '80, ma non ne sono sicuro, anche perché, se si tratta di lui, io ricordo molto meglio la spagnola con cui lo incontravi dappertutto.)
Posted by: aitan | 06/05/2010 at 22:38