E' famosa la poesia - vera, stavolta - di Bertolt Brecht* che, dopo le sollevazioni popolari a Berlino Est il 17 giugno del 1953, propose sarcasticamente di sciogliere il popolo e non il parlamento, che invece voleva solo il bene del popolo. A volte ho la sensazione che qualcuno, ancora oggi, coltivi la stessa concezione di democrazia, per cui la "volontà popolare" è degna di rispetto, ma solo a giorni alterni. O, per essere più esatti, solo se corrisponde esattamente a quello che le anime belle vorrebbero sentirsi dire. Altrimenti vuol dire che il popolo è bue e non ha capito un tubo: in questo caso bisogna educarlo e fargli sapere che cosa è giusto volere. Be', bisognerebbe decidersi.
Se prendiamo sul serio la democrazia, questo è un punto cieco. Fino a che punto il popolo ha diritto di determinare ciò che lo riguarda? Se è sufficiente che elegga dei rappresentanti e a loro deleghi il governo delle faccende pubbliche, l'unica cosa che gli resterebbe da fare, dopo, è controllare che tali rappresentanti facciano davvero ciò per cui sono stati eletti. E, nel caso in cui non lo facciano, li sproni a realizzare il programma. Il primo problema però è questo: in una società e in un mondo tanto complessi come quelli in cui viviamo non è poi così semplice sapere che cosa si deve esattamente fare in ogni settore. In primo luogo, chi ha le competenze tecniche per stabilirlo e, poi, per valutare se le misure prese erano davvero quelle necessarie? Il "popolo" non corre piuttosto il rischio di esprimere il proprio giudizio sull'onda di un'emozione passeggera? In secondo luogo, molte delle decisioni che davvero contano e influenzano la vita delle singole persone vengono prese da organismi che sfuggono a ogni tipo di controllo democratico, organismi non eletti, come per esempio i consigli di amministrazione delle società multinazionali, il cui operato ha influssi molto concreti sugli individui. Come se non bastasse, queste realtà superano i confini nazionali all'interno dei quali il popolo può eleggere democraticamente i propri rappresentanti: non è questo, quindi, tutto un ambito che sfugge - persino all'interno delle democrazie - al principio stesso della democrazia? Questo sottrarsi al controllo e, soprattutto, l'impossibilità di incidere su determinate decisioni non è un affronto, un insulto, alla democrazia? O, a questo punto, poiché la realtà è tanto intricata, non varrebbe la pena affidarsi direttamente a una tecnocrazia, in cui le decisioni vengono prese da esperti?
Qualcuno dirà che occore "conoscere" per "deliberare" e, quindi, anche per valutare. Lasciamo pure da parte il fatto che non si può conoscere tutto, ma se io eleggo dei rappresentanti è proprio perché voglio togliermi dai piedi l'impiccio di dovermi occupare o interessare di ogni singola cosa. Però, se anche volessi - con uno sforzo sovrumano - cercare di conoscere il più possibile di tutto ciò che riguarda le scelte che hanno effetti pubblici, non arriverei a grandi conclusioni. Innanzitutto per la complessità delle suddette scelte, ma anche perché una pletora di informazioni tenderebbe a confondere le acque, più che a chiarirle. L'information overload di cui soffrono le nostre società "avanzate" a me infonde soprattutto un senso di impotenza e di disperazione che - lo voglio sottolineare - non sono affatto di natura politica, ma esistenziale. Personalmente io avverto in modo ancor più acuto di non potere fare nulla e mi sento schiacciato perché comprendo che gran parte di ciò che mi riguarda (e mi tocca) è ben al di fuori della mia portata. Accumulandosi, poi, le informazioni si annullano a vicenda e alla fine è come se non si sapesse nulla, o quasi. Io, però, vorrei difendere anche il mio diritto all'indifferenza.
Da questo punto di vista ritengo che una "democrazia" - e lo scrivo tra virgolette, perché non sono più certo di sapere che cosa sia dal punto di vista concettuale - sia l'unica soluzione, perché non mi obbliga nemmeno a pagare un tributo formale a una qualche forma di fede, come accade nelle dittature o nelle teocrazie, e mi lascia libero di credere o non credere, e di lamentarmi finché mi pare (e se è vero che il lamento è per lo più sterilmente inutile, e quindi fine a sé stesso, è altrettanto vero che nelle autocrazie non è nemmeno consentito lamentarsi a vuoto, perché anche il lamentarsi è considerato tradimento e indice di potenziale ostilità al sistema). Questo sistema, insomma, è schifoso, ma il problema è che tutti gli altri sono persino peggio - e se devo scegliere tra il male e il peggio...
Viceversa altri difensori (a parole) del sistema democratico sono a conti fatti più elitari e sembrano spocchiosamente dubitare che il popolo sia in grado di decidere davvero su di sé. E qui ritorna utile la citazione brechtiana: se le preferenze espresse da una consistente porzione di cittadinanza non sono proprio quelle sperate, allora ci dev'essere qualcosa di sbagliato. Il "popolo" dev'essere interrogato a più riprese finché non dà la risposta giusta. Se non dà subito la risposta che le élite politico-intellettuali - massime di sinistra, una sinistra, tra l'altro, sempre più avulsa dalle sue radici popolari - si aspettano, allora queste reagiscono con somma sorpresa. Lo abbiamo visto in passato quando, in alcuni paesi europei, non sono passati i referendum sulla Costituzione Europea o, ancora più di recente, quando gli svizzeri hanno votato contro la costruzione di minareti nel loro paese, esprimendo pacificamente il comprensibilissimo desiderio di non venire ulteriormente islamizzati, e sono stati spernacchiati dalle orde dell'intellettualismo politically correct, che si non capacitavano che quel demos di cui loro si riempiono la bocca potesse volere qualcosa di diverso da quello che loro gli avevano tanto amorevolmente insegnato a volere. Ecco, io ormai ho qualche difficoltà a prendere sul serio o anche solo a trattare con chi, da un qualche pulpito (qualunque esso sia), pretende di "educare il popolo". Essere democratici comprende anche sapere incassare qualche "vaffanculo" per delle lezioni non richieste.
(* Dopo la sollevazione del 17 di giugno / il segretario dell' Unione degli Scrittori / ha distribuito pamphlet sulla Stalinallee, / dice che il popolo ha gettato via la fiducia dello Stato./ E può riaverla solo se raddoppia gli sforzi. / Non sarebbe stato più facile, in quel caso per il governo, / sciogliere il popolo ed eleggerne un altro?)

Vale anche quando il popolo vota contro l'estensione del matrimonio alle coppie dello stesso sesso?
Posted by: Matthaei | 03/02/2010 at 01:06
Conosci "La democrazia come forma di violenza" (Sellerio), scritto più di 2 millenni fa da un Anonimo Ateniese? Me lo consigliò al Liceo la Profe di Greco per criticare il mio giovanile comunismo; ed effettivamente mi ha trasformato in un socialista aristocratico (che forse è ciò che tu critichi).
Di tutti i sistemi di governo la democrazia è comunque, ancora, il "meno peggio". Anche quando i suoi esiti sono mostruosi, anche se la realtà diventa uno specchio deformante di quello in cui credi. Anche se guardi l'Italia d'oggi ti viene voglia di cambiare non il governo ma latitudine e longitudine.
Poi accendi il computer e te ne freghi, tanto siamo in democrazia...
Posted by: Paolo, por supuesto | 03/02/2010 at 07:54
@ matthaei: Nel momento in cui chiami degli elettori a esprimersi sei anche consapevole dei rischi che corri, mi pare. E' questo, per l'appunto, il "punto cieco" della democrazia diretta e referendaria. Ovviamente se la maggioranza degli italiani si esprimesse contro i matrimoni gay avrei semplicemente la conferma che la maggioranza degli italiani sono omofobi. Ma il punto della questione è proprio questo: ha un senso chiamare la popolazione a esprimersi direttamente o ci sono questioni che devono essere sottratte perché si ritiene che la maggioranza non è in grado di giudicare? O la maggioranza è in grado di giudicare solo se il suo giudizio corrisponde esattamente al nostro? Ricorda il caso del referendum sulla legge 40: abbiamo avuto la conferma che alla maggior parte degli italiani non importava niente della questione (e non, come poi ha propagandato la chiesa cattolica, che era contraria), tanto da non andare a votare. Su altre questioni troppo tecniche, invece, penso che sia davvero ridicolo invocare la "democrazia" diretta: la pletora di referendum promossi dai radicali negli anni novanta ne sono un esempio chiarissimo. Però, quando indici un referendum, poi ne accetti il risultato, gradito o sgradito che sia. Invece, qui, se il popolo vota "male" è perché o è bue per sua natura o perché i mezzi di comunicazione di massa gli han fatto il lavaggio del cervello; se invece vota "bene" è perché o è maturo o perché grazie a quei mezzi di comunicazione, che in altri casi lo plagiano, ha avuto tutte le informazioni utili e necessarie "a deliberare". Ecco, quello che mi dà fastidio è questo tipo di paternalismo. E più passa il tempo, meno lo sopporto.
@ paolo: No, non conosco quel testo, dovrò informarmi :) Sul fatto che però la democrazia, con tutti i suoi difetti, sia il meno peggio a nostra disposizione, io sono sempre stato d'accordo.
Posted by: stefano | 03/02/2010 at 11:04
Ma infatti quella odierna non è democrazia ma oclocrazia. Ne parlai qui:
http://fabristol.wordpress.com/2008/08/08/involuzione-oclocratica/
Posted by: fabristol | 03/02/2010 at 16:02
Certo cad, bisogna sempre tenere conto del fatto che il proprio punto di vista è sempre relativo, e non pensare che, se la maggioranza la pensa diversamente, sia per forza "vittima" di pregiudizi che noi crediamo di non avere o di pressioni dalle quali siamo immuni.
La realtà è che, in quelle che noi chiamiamo, convenzionalmente, "democrazie", c'è sempre una dialettica tra istanze diverse e contrastanti, e gruppi che ne sono promotori. E' per questo che una minoranza può avvalersi delle regole "democratiche" per snaturarne il senso e il significato e per indurre effetti contrari, oltre che allo spirito stesso della "democrazia", persino alle sue leggi.
In fondo, ad indire i referendum, sono sempre minoranze attive.
Posted by: Matthaei | 03/02/2010 at 18:38
Apprezzo la tua lucidità nell'analizzare una questione così complessa. Una mia professoressa del liceo (dato che siamo in tema) sosteneva appunto che alcune scelte sono troppo delicate, o complicate, o importanti, per sottoporle al giudizio diretto della popolazione. Lei però si riferiva al referendum sulla 194, legge alla quale era contraria...
Nel momento in cui si decide che su alcune questioni è meglio non interpellare direttamente la popolazione, ovviamente sorge il problema di chi decide quali siano queste questioni su cui la maggioranza non è in grado di giudicare.
Il bello della democrazia rappresentativa è che in teoria i rappresentanti devono rispondere ai rappresentati e quindi assumersi la responsabilità delle proprie scelte istituzionali. In teoria, eh.
Posted by: Lu | 04/02/2010 at 11:07
Insofferenza più che comprensibile, soprattutto nei confronti di un paternalismo che ci vuole tutti idioti. Però permettimi: a fronte di quanto dici, dovremmo accettare la "tirannia della maggioranza" soltanto perchè si tratta della maggioranza? A me (sottolineo: a me) pare evidente che anche la democrazia deve avere dei limiti: ci sono dei tabù anche in democrazia. Non si possono accettare idee che istighino alla violenza o alla discriminazione perchè i più lo hanno voluto. Così non si può imporre il cattolicesimo come religione perchè "i cattolici nel mondo sono un miliardo e duecento milioni" (esempio tratto da un'esperienza personale, come se il numero fosse misura della verità), nè si possono ammettere movimenti totalitari, razzisti e violenti per la ragione che questi stessi movimenti minano le fondamenta stesse della democrazia. Questo per dire che credo non si possa accettare qualsiasi cosa perchè "sei consapevole dei rischi che corri"...
Un saluto,
D.
Posted by: D. | 04/02/2010 at 21:40