A chi pensa(va) che la minaccia del terrorismo di matrice islamica (o al-qaedista) fosse solo un'invenzione di qualche paranoico gli eventi di questi ultimi giorni dovrebbero far cambiare idea. Qualcuno potrà forse obiettare che si tratta di tentativi raffazzonati o che sono episodi minoritari. In realtà ne basta uno coronato dal successo, a fronte di tanti fallimenti, perché la minaccia sia concreta e vada affrontata seriamente, come commenta per esempio David Aaronovitch sul Times di ieri. Tanto per cominciare, chiamando le cose con il loro nome ed evitando di nobilitare i terroristi con il nome di "guerriglieri", "insorgenti", "miliziani" e via eufemistizzando.
Della tentata esplosione sull'aereo per Detroit colpisce, non nel senso di una novità ma piuttosto di una conferma, il fatto che Umar Faruk Abdulmutallab non fosse in alcun modo un poveraccio o un diseredato. Al contrario, il padre è un dirigente bancario e lui stesso studia ingegneria alla London University College. Ciò smentisce ulteriormente chi ritiene che il terrorismo islamista sia una "reazione" - una sorta di protesta o di urlo disperato - per le condizioni di miseria in cui versano molti popoli e che tale miseria sia, in sostanza, solo colpa dell'Occidente, malvagio per definizione. Da qui a dire che il terrorismo è, a conti fatti, "provocato" dall'Occidente stesso, il passo è breve. S'inizia con il comprendere, si finisce per giustificare e, magari, fiancheggiare. Abdulmutallab ha dichiarato che come lui ce ne sono tanti altri pronti a compiere lo stesso gesto ed è di questi giorni la notizia, comparsa su molti quotidiani inglesi, di cittadini britannici che se ne vanno in "campi di addestramento" nello Yemen.
Allo stesso modo la strage di Fort Hood, avvenuta negli Stati Uniti un paio di mesi, fa ha mostrato che anche un individuo all'apparenza perfettamente integrato nella società americana - come lo era Nidal Malik Hassan, perché chi più integrato di qualcuno che addirittura fa parte dell'esercito dello stato di cui è cittadino? - può soccombere alle sirene dell'integralismo religioso. In particolare di quella versione dell'integralismo religioso che si traduce in atti di terrorismo e che oggi - sorry, ma la realtà è questo - è quasi esclusivamente appannaggio dell'Islam radicale.
Forse, visto che noi "infedeli" siamo le potenziali vittime future, è giunta l'ora di prendere sul serio certi princìpi islamici, in particolare quello che divide il mondo in dar-al islam, ovvero i territori sottoposti all'imperio religioso, politico e giuridico dell'Islam, e in dar al-harb, ovvero "dimora della guerra", con cui s'identificano tutti i territori esterni all'Islam e che, in quanto tali, devono essere portati all'interno dell'Islam. A maggior ragione se si tratta di terre già conquistate (e poi perse) dall'Islam. Lo strumento per riportare questi territori sotto la giurisdizione islamica è quel famoso jihad di cui tanto si parla e che risponde, per l'appunto, a un'esigenza ideologica e religiosa e non è una "reazione" alla povertà in cui vivrebbero. In quali altri casi vediamo gente che si fa esplodere - magari infilandosi una bomba rudimentale nel culo o nelle mutande - per protestare contro lo stato di miseria in cui versa? A me pare quindi che l'Islam - anche quello moderato, se esiste - debba pronunciarsi nettamente prendendo le distanze da questi princìpi. Occorrerebbe una riforma protestante all'interno dell'Islam. Nel frattempo, però, sarebbe il caso di difendersi e non restarsene con le mani in mano o, peggio ancora, con la testa infilata nella sabbia.
