Preceduto da un supporter di cui non ho capito il nome - ma che non era affatto male: mi dovrò documentare [2/12: si tratta di Will and The People] -, Paolo Nutini sale sul palco del Palasharp alle 21.30 di giovedì 26 novembre e attacca, molto scolasticamente, con Ten out of ten, il primo brano del suo secondo album. Non posso dire di essere un suo fan, come invece lo sono molti tra il pubblico che sanno a memoria le sue canzoni e cantano al suo posto il refrain di Last request, o che sembrano cloni spettinati come lui, ma i suoi due cd (These streets e Sunny side up) non mi sono affatto dispiaciuti per la loro freschezza. Così ho deciso di vederlo live, anche se quando ho preso i biglietti - per l'Alcatraz - non potevo prevedere che l'avrebbero spostato e che il giorno dopo (cioè ieri) mi sarei dovuto alzare alle quattro di mattina per prendere un aereo per Oslo.
La parte del leone, in questo concerto, la fanno i pezzi del nuovo album: Candy - molto apprezzata dal pubblico che affolla il Palasharp, oltre che da me -, Coming up easy, Pencil full of leads - che a me non fa impazzire, ma che scatena gli spiriti ballerini di tutti i presenti - o Worried man, che è invece una delle mie preferite, perché all'inizio ha un giro di chitarra e un piglio quasi alla Leonard Cohen.
Paolo Nutini ha talento, è bravo, ha una bella potenza vocale e un'intonazione naturale - non usa il ritorno audio nell'auricolare quando canta - e grazie a queste sue indubbie doti si è sottratto a un destino di "fish and chips" nel negozio del padre in quel di Paisley, Glasgow. Quello che invece non ha, o ha in misura piuttosto limitata, è il carisma. Nutini non è un "animale da palcoscenico": non lo sa tenere, non sa propriamente "fare spettacolo" (come lo sa fare invece, per esempio, un altro mio favorito: Rufus Wainwright). E' abbastanza statico e canta quasi ripiegato in se stesso. E' spesso chinato, tanto che mi chiedo se non gli viene mai il mal di schiena a tenere sempre quella posizione a quasi novanta gradi, si abbarbica al microfono, magari con gli occhi chiusi. In certi momenti dà quasi l'impressione di essere "bevuto", ma forse è solo la sua timidezza o una certa introversione, testimoniate per l'appunto dalla prossemica che ho descritto. E' come se non volesse o non sapesse comunicare con il pubblico, come se la musica fosse per lui una faccenda tutta interiore. E se per un attimo chi lo ascolta chiude gli occhi "vede", per così dire, un uomo molto più maturo di lui: a quella voce è difficile associare un corpo e un faccino così efebici. Allora nella sua gestualità viene fuori l'uomo più vecchio che si porta dentro.
Dal primo album esegue pochi pezzi: These streets, New shoes - a cui dà una ritmica e un impeto più sostenuti - e, soprattutto, la molto attesa Jenny don't be hasty, la canzone che l'ha lanciato e che, forse obbedendo a un desiderio di sfida, fa in maniera molto più rock e meno aggraziata rispetto all'originale su disco, affibbiandole un finale quasi "metallaro". Ed è questa dimensione rock che risulta un po' soffocata, come se in lui vi fosse quest'anima che lotta per uscire. Lo testimoniano un paio di pezzi non suoi - soprattutto uno nel bis, che non conoscevo - in cui Nutini tira fuori tutta la grinta che non mette nelle sue ballate. Non escludo che questa sia la via che potrebbe intraprendere in futuro.
Fortunatamente stavolta il pubblico - non sempre entusiasta e a tratti un po' distratto - è rimasto composto e ha evitato di assistere a tutto il concerto in piedi, come era accaduto, sempre al Palasharp, con il concerto dei Franz Ferdinand. Alle 23 è finito tutto e me ne sono tornato a casa.
[Aggiornamento, Setlist: 10/10 - Alloway grove - High hopes - Loving you - Such a night - Growing up - Candy -Chamber music - These streets - Worried man - Funky cigarettes - Coming up easy - Pencil full of lead - (Hi di hi) -Mexico - Sleepwalking - New shoes - No other way - Jenny don't be hasty
Tricks of the trade - Time to pretend - Last request]



