La morte recente di Fernanda Pivano ha ricordato a molti l'importanza del traduttore nel far conoscere testi e autori che altrimenti rimarrebbero rinchiusi nella cultura d'origine. Ma non voglio scrivere della Pivano, il cui ruolo ormai trascendeva quello del puro e semplice traduttore e che quindi non poteva - e non può - essere presa a modello del tipico traduttore. Questo continua ad avere una funzione fondamentale di mediazione e a essere una cinghia di trasmissione importante, indipendentemente dal valore dei testi che effettivamente traduce. Tuttavia io eviterei di scivolare nella mistica del traduttore che, spesso, diventa una forma di compensazione psicologica per la frustrazione del traduttore.
Qui io posso partire solo dalla mia modesta esperienza: ho tradotto finora una trentina circa di libri e, con poche eccezioni, si è trattato di testi di scarso valore o di scarsa importanza. Libri che io non avrei né letto né comprato per libera scelta. In tutti questi casi ho cercato di comportarmi da "professionista" e affrontato i vari testi come un buon artigiano che si mette a lavorare sul materiale che ha a disposizione. Perché per me questo è il lavoro traduttorio: onesto artigianato a cui dedicarsi con rispetto dell'autore e dei lettori. Niente di più e niente di meno. Io non ho velleità creative, perché se le avessi scriverei dei romanzi in prima persona e non metterei le mani su quelli altrui - anzi, spesso chi ritiene di essere uno scrittore mancato rischia di mettere troppo di sé nei libri che traduce, sostituendosi allo scrittore vero e proprio e dimenticandosi invece di essere al servizio del testo che sta traducendo. E' scontato dirlo, ma se non ci fosse il testo originario non ci sarebbe neanche il traduttore. Sarà triste dirlo, ma il lavoro di quest'ultimo è sempre subordinato al testo che c'è già. Tradurre è un lavoro adatto per chi ama stare in ombra, dietro le quinte, in secondo piano. Non è un lavoro da primadonna o per chi vuole calcare le scene sotto i riflettori.
Poi è ovvio che ci sono autori con cui io riesco a entrare più facilmente in sintonia, ma non è merito né mio né loro: semplicemente, hanno uno stile o caratteristiche che mi assomigliano e quindi non mi è richiesto un grande impegno mimetico. Altri, invece, sono così distanti dal mio mondo da costringermi a sforzi notevoli per dare loro un abito italiano. Ma sia in un caso che nell'altro non amo darmi arie da grande sacerdote che riesce a convocare a sé gli spiriti perché, per l'appunto, i libri che traduco sono quello che sono e non sono capolavori. Non mi pare opportuno assumere un tono ispirato e fingere di dover centellinare ogni singola parola (soprattutto quando so che gli editor delle case editrici badano a "come suona" il testo nella lingua d'arrivo e vogliono che il testo non "sappia di traduzione", sicché raschiano e limano la traduzione per renderla appetibile ai lettori italiani, che non vogliono essere troppo disorientati .
Naturalmente io e gli altri manovali della traduzione ci occupiamo della pletora di libri che con regolarità invadono le librerie e che solitamente finiscono nel dimenticatoio dopo qualche mese, uscendo poi di catalogo. Sono pochi quelli che restano. In ogni caso, però, sono sempre autori contemporanei. Diversa è la faccenda quando vengono tradotti autori del passato, soprattutto se ormai sono dei "classici". Qui, infatti, l'artigianato non è più sufficiente e il traduttore deve essere anche filologo e avere uno spessore e una profondità culturali che gli permettano di attraversare i secoli fino a raggiungere l'epoca dell'autore.
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Quello che in teoria non si dovrebbe fare, se non in casi estremi, è tradurre da una traduzione. Meglio tradurre dall'originale, soprattutto quando si tratta di autori "classici" o di una certa importanza e non di letteratura di puro intrattenimento, usa e getta. Osservazione ovvia? Mica tanto. Ieri ero in libreria e ho visto che Feltrinelli ha ripubblicato Il sole si spegne di Dazai Osamu, che - a quanto mi dicono - dovrebbe essere ormai un classico contemporaneo della letteratura giapponese. Era esaurito da tempo nell'edizione SE. L'ho aperto e ho scoperto che Feltrinelli si è limitata a ristampare lo stesso testo, tradotto da Luciano Bianciardi da una traduzione americana. Ma come? Se un editore importante si prende la briga di riportare in libreria un autore così, allora perché non lo fa ritradurre, dal giapponese stavolta? Lo stesso discorso vale per un altro giapponese, Yukio Mishima, il cui romanzo più famoso - e probabilmente di maggior successo commerciale -, Confessioni di una maschera è nel catalogo Feltrinelli da decenni - imperterrito, ristampa dopo ristampa - nella traduzione di Marcella Bonsanti dalla traduzione americana. Eppure il libro è un long seller e mi stupisco che nessuno pensi a farlo ritradurre. La situazione era forse difficile negli anni sessanta e gli yamatologi non abbondavano, ma ora? Se dopo una traduzione restano dei cosiddetti "residui traduttivi", che cosa ne resta dopo due?

Proprio ora sto leggendo Il generale dell'armata morta di Kadarè. La traduzione della Longanesi è dal francese, non dall'albanese originale! Ed è piena di errori. Mi chiedo se siano errori tradotti dal francese o del traduttore italiano. Certo che è strano visto che questa è la terza edizione italiana. Tra l'altro con tutti gli italo-albanesi che abbiamo in Italia, con il fatto che il libro parla dell'Italia, perché è stato scelto di tradurre dal francese?
Misteri dell'editoria italiana...
Posted by: Fabristol | 28/08/2009 at 16:15
stai per caso pensando di studiare il giapponese? ;-)
Posted by: sacherfire | 28/08/2009 at 16:26
@Fabristol La risposta alla tua domanda è, purtroppo, semplice: una traduzione dal francese/inglese/tedesco/spagnolo costa molto meno di una traduzione da una lingua "strana"; in alcuni casi, giustificabili in passato ma non più ora, il problema consisteva nel fatto che in Italia c'erano persone che parlavano le lingue meno comuni ma non traduttori professionisti che lavorassero da quelle lingue. Faccio un esempio, le opere più importanti dell'area dell'ex Iugoslavia fino a 10-15 anni fa erano tradotte da solo due persone: il primo era un russista, il secondo un boemista; l'idea di fondo era "tanto le lingue slave sono un po' tutte uguali", infatti le traduzioni di quelle opere (che tuttora vengono pubblicate) soffrono di pesanti rimaneggiamenti se non fraintendimenti. Per problemi di vendite, le case editrici investono poco nelle ritraduzioni dei classici, perciò in libreria ci ritroviamo ancora alcune opere di Tolstoj con i nomi dei personaggi italianizzati come si usava 40 anni fa.
Posted by: Jadran | 28/08/2009 at 19:05
"E' scontato dirlo, ma se non ci fosse il testo originario non ci sarebbe neanche il traduttore. Sarà triste dirlo, ma il lavoro di quest'ultimo è sempre subordinato al testo che c'è già. Tradurre è un lavoro adatto per chi ama stare in ombra, dietro le quinte, in secondo piano. Non è un lavoro da primadonna o per chi vuole calcare le scene sotto i riflettori."
Sono d'accordo con te, è sempre e comunque un lavoro ancillare, però si tratta di ancelle che, una volta scelte (quale che sia il metodo di scelta...ma lasciamo perdere), sono veri e propri autori ed è giusto che si riconosca loro tale merito. E non è soltanto la legge sul diritto d'autore a dirlo, è una cosa lapalissiana. Non credo molto al traduttore invisibile, camaleontico, il traduttore mette il suo linguaggio, il suo Weltwissen, tutto quello che ha letto, che sa e che sa ricercare, anche cercando di livellarsi e adeguarsi alle varie tipologie di scrittura o ai generi usa il *suo* stile. E a proposito di Weltwissen: quando poi è saggistica, vogliamo mettere tutto il lavoro di ricerca? L'argomento batte dove il mio dentino duole in questo periodo. Non starò qui a lagnarmi raccontando le mie disavventure, né ho ansie da velinismo culturale, ma quando una lavora a ritmi da cardiopalma da febbraio a giugno, tormentata da una redazione un attimo apprensiva (perché deve uscire in tempo per il famoso festival, eh, e vai, tipo 200 mail), deve smuovere le biblioteche di più città per trovare un numero assurdo di citazioni, fare ricerche lunghe ed estenuanti, leggersi libercoli come "I passages" di Benjamin o "La distruzione degli ebrei" di Hilberg, correggere errori marchiani e rendere leggibili formulazioni argomentative a dir poco enigmatiche, quando meno vuole il proprio nome sul frontespizio.
Eh no. Figuriamoci. Ma diciamolo, in tono lievemente scandalizzato, quando il libro è in stampa.
Per questo e altri motivi, da parte mia non enfatizzerò mai il ruolo "secondario" del traduttore, perché basta già l'altrui opera meritoria.
Posted by: ls | 29/08/2009 at 10:53
Al tuo solito, fai delle affermazioni con le quali è difficile dissentire. Mi pare il buon senso istruito, come posso descriverlo? Mai tradurre da una traduzione, perché se tradurre è un tradire, tradurre da un tradurre è un tradire doppio, e da un doppio tradimento alla fine vengono fuori figli di chissà di chi.
Sul ruolo del traduttore: sì certo, un bravo artigiano e, in caso, un buon filologo. Che debba per forza stare nell'ombra, non lo so. Chiaro: non può essere una primadonna, eppure ricordo delle traduzioni di Celati o di Pavese che hanno francamente aggiunto qualcosa, a livello di stile intendo, agli originali. Lo stesso accade per i traduttori italiani di Leavitt o di Carver, che pure sono incommensurabilmente meno famosi di Celati o Pavese. Morale: un traduttore non deve mai inventare niente che non sia già nell'originale. Ma se riesce a rendere in un modo piacevolmente metrico e di buon suono nella lingua in cui traduce l'originale, è lì che fa un ottimo lavoro, anziché di un buon lavoro.
Posted by: Anellidifumo | 30/08/2009 at 23:34
Anellidifumo ha fatto secondo me un ottimo compendio della questione. Trovare un compromesso, o meglio, escogitare una convivenza, fra la precisione filologica, il rigoroso rispetto dell'originale e la piacevolezza di lettura nella lingua di arrivo. Riuscire a far "entrare" un testo nella nostra lingua tenendo conto di tutte quelle frasi idiomatiche, quelle locuzioni metaforiche, quei "modi di dire" propri di un certo linguaggio in un certo Paese, che richiedono per forza una qualche forma di "creatività" da parte del traduttore, affinchè renda intelligibile il "senso", le sfumature semantiche attraverso il background della lingua in cui traduce. Anche perchè, spesso, può capitare che certe frasi idiomatiche - a volte persino singole parole/concetti - non abbiano un esatto corrispondente nella nostra lingua.... Ma tu ne sai più di me...
Ad ogni modo, forse avrai letto nei "Testamenti traditi" di Milan Kundera quel capitolo dedicato alle varie traduzioni di un brano estrapolato da "Il castello" di Franz Kafka... L'ho sempre trovato uno splendido spunto di riflessione sul peso, sul valore, sull'uso e la "coscienza" delle parole. Ehh.... le parole....
Posted by: Sebastian | 31/08/2009 at 11:08
Cari Sebastian e Sciltian: voi, come molti, puntate l'occhio comunque sulla traduzione di "autori di qualità". Io volevo invece parlare del lavoro di artigianato di chi traduce... merda (o quasi) - tanto per non usare eufemismi. A leggere i vostri commenti sembra quasi che si traduca solo da Kafka in su. Invece sul mercato editoriale vengono buttate un sacco di cose di scarso valore, che però qualcuno deve pur tradurre. E in quel caso serve solo il buon artigianato. Tutte le inchieste e i servizi che si fanno sui traduttori (ultima delle quali, proprio venerdì scorso su "Il Venerdì di Repubblica") vanno sempre a interrogare i traduttori più affermati di autori classici o di un certo livello letterario e non chiedono mai alla "manovalanza traduttoria" che cosa significhi tradurre stupidaggini.
Poi non sono affatto d'accordo sul valore aggiunto fornito da un grande scrittore al testo da lui tradotto. Proprio perché è un grande scrittore, la sua personalità - e il suo stile - si sovrappongono alla voce dell'autore originario. Un Dostoevskij tradotto da Landolfi diventa, inevitabilmente, un libro di Landolfi, con tutti i suoi "tic" linguistici.
Posted by: stefano | 31/08/2009 at 13:28
Mi spiace. Non so, forse sono uscito fuori tema?... Io fondamentalmente mi stavo riferendo/mi stavo riallacciando alla seconda delle tue "noterelle". Sulla prima, ovvero, sulla questione dell'artigianato, del lavoro 'prosaico' di traduzione di volumi di poco valore, beh... non sapevo che commentare, mi sei sembrato già tu esaustivo sull'argomento, anche perchè più ferrato di me: è il tuo "mestiere"!
Chiedo venia :)
Posted by: Sebastian | 31/08/2009 at 21:19
Interessante il caso Kadaré, di cui so qualcosina: l'edizione di riferimento dei suoi libri è quella francese non solo perché il mercato internazionale dei diritti ha bisogno, per le lingue poco diffuse, di un'edizione «ponte», ma perché l'autore è espatriato in Francia e ha cominciato a pubblicare lì: credo che lui approvi personalmente la traduzione francese – magari diversa in qualche particolare dal suo primo testo albanese - e per la verità non insiste assolutamente perché si traduca in italiano dall'albanese. A volte poi si è fatta qualche prova di traduzione dall'albanese, ma non è assolutamente facile come sembra trovare il traduttore letterario adatto... [però in linea di principio anch'io continuo a scandalizzarmi per le traduzioni indirette, è più forte di me.]
Posted by: rose | 02/09/2009 at 17:40
Ho iniziato Confessioni di una maschera proprio oggi, e sono rimasto basito proprio dal fatto che fosse una traduzione datata, e per di più dall'americano.
Poi, ricercando, ho letto che ne esiste una versione (credo più recente) tradotta dal giapponese. E' presente nei Meridiani Mondadori. Per me inaccessibili, al momento, visto il prezzo. :-/
Posted by: Matteo | 24/03/2010 at 16:31