Forse il modo migliore per scrivere di una città come Berlino è quello scelto da Eraldo Affinati nel suo libro Berlin, suggestivo già a partire dalla copertina che ricorda vagamente l'estetica di El Lissitzky. Rispetto ad altre metropoli europee - penso soprattutto a Parigi e a Londra - Berlino ha avuto uno sviluppo tardivo ed è, anzi, il frutto di un atto di volontà con cui in epoca imperiale sono stati unificati villaggi fino ad allora separati. Di questa eterogeneità resta traccia nella Berlino odierna, in cui ogni quartiere ha caratteri e identità specifiche: Spandau è Spandau, ancora prima di far parte di Berlino, e lo stesso si potrebbe dire di Kreuzberg, Neukoelln, Prenzlauer Berg e così via. A questa frammentarietà originaria, ricomposta in un'unità un po' artificiale, si sommano poi le distruzioni e le ricostruzioni, le ferite e le cicatrici prodotte dalla seconda guerra mondiale. Per rendere giustizia alle molteplici facce della città Eraldo Affinati ha scritto, a sua volta, un libro che è frammentario e che giustappone una serie di tasselli autonomi, schegge di realtà berlinesi, contenute in un'impalcatura formale abbastanza semplice ma di matematica precisione.
Quello che descrive Affinati è un viaggio ideale e ipotetico nella capitale tedesca, da compiersi in una settimana. Berlin, infatti, consta di sette capitoli, ognuno dei quali è dedicato a un giorno della settimana, stretti tra un prologo e un epilogo. A ogni giorno della settimana, poi, Affinati associa un pronome personale - dall' "io" al "loro" - che diventa la prospettiva da cui raccontare Berlino. Si incomincia con lunedì, che è il giorno dell'io, e i brevi racconti, i quadretti, le impressioni, gli schizzi di questa giornata usano la prima persona per raccontarsi. E molto spesso sono anche elementi geografici o architettonici berlinesi che prendono la parola per parlare di sé: la porta di Brandeburgo, la torre della televisione, il currywurst. Ogni capitolo - e quindi ogni giorno e ogni pronome personale - è costituito di ventiquattro brevissimi paragrafi, non più lunghi di una pagina o due al massimo, dedicati ognuno a un singolo argomento. L'aspetto più interessante di questo modo di procedere è l'assoluta libertà che l'autore si prende, scivolando da temi alti a temi bassi - quelli che i tedeschi definirebbero forse skurril -, passando da cose abbastanza scontate di cui chiunque potrebbe leggere in qualsiasi guida turistica (la Siegessaeule, il Checkpoint Charlie, l'Hamburger Bahnhof, Alexanderplatz, il Monumento alle vittime della Shoah, il Pergamonmuseum, l'Hansaviertel, tanto per citarne solo alcuni) a cose più insolite, come certi luoghi poco battuti, strade che magari hanno attratto l'attenzione dello scrittore o lo hanno incuriosito e che invece non si trovano nelle guide turistiche.
Si ha la sensazione, leggendo questa inusuale dichiarazione d'amore a Berlino, di essere sospesi sopra la città e di essere un occhio - o un uccello, magari l'aquila teutonica di cui lo stesso Affinati parla a più riprese - che si sposta velocissimo da un punto all'altro per una nuova ricognizione. La libertà che caratterizza questo modo di affrontare lo spazio è riservata anche al tempo: passato e presente si fondono e si confondono. Del resto, in questa "settimana ideale" Affinati comprime vent'anni di viaggi e soggiorni a Berlino. Non c'è più differenza tra ieri e oggi e, così come è possibile andare da Sansouci ad Ackerstrasse, dal Bauhaus-Archiv all'Alliierten Museum, è anche possibile solcare, nel tempo di uno schioccar di dita, diverse epoche storiche.
Oltre ai luoghi, però, ci sono anche i personaggi che hanno fatto o abitato questa città o che semplicemente vi sono transitati ma ne sono rimasti segnati, impregnandosi di spirito berlinese. Di tanto in tanto, tra i monumenti e gli oggetti di Berlino, Affinati li evoca, come se fossero numi tutelari, o rende loro visita nei cimiteri berlinesi in cui alcuni di loro sepolti: Wilhelm Furtwaengler, Robert Walser, Vladimir Nabokov, Marlene Dietrich, Max Frisch, Dietrich Bonhoeffer, Stefan Zweig, Christopher Isherwood...
In conclusione di ogni capitolo - e di ogni giornata - c'è sempre un testo in cui Affinati presenta un dipinto di un pittore italiano conservato presso la Gemaeldegalerie: si va da Maria con Bambino e angeli cantanti di Botticelli, il primo, fino a Paesaggio con fortezza e ponte di Carracci, l'ultimo, come a creare un ponte tra la cultura e l'arte italiana e la realtà berlinese.
Con il suo Berlin Eraldo Affinati ha declinato in maniera moderna il vecchio rito della flanerie, il vagare senza meta in un paesaggio urbano, sulle orme di quel Franz Hessel - l'autore di Ein Flaneur in Berlin - a cui dedica un paragrafo. Come lui Affinati mostra, con linguaggio spesso lirico ma sempre ben sorvegliato, la bellezza dello smarrirsi in una città come Berlino, uno smarrimento che noi innamorati di Berlino conosciamo bene: "A Berlino questa sensazione di smarrimento si può provare anche dentro il nucleo urbano. Alzi gli occhi oltre il cortile, di là dai palazzi grigi, dai giardini spogli, dai campi di calcio ricoperti di brina, dalle vecchie statue del regime comunista nelle quali gruppi di bambini, madri e operai stanno tutti insieme scaldati dal Sol dell'Avvenire, e subito il tuo sguardo viene risucchiato dalla steppa. In quel momento capisci che questa città è stata l'ultimo avamposto di un'idea occidentale".

Gran consiglio di lettura!
Posted by: Flavio | 19/03/2009 at 07:55
Mi hai convinto. L'ho comprato oggi nella Libreria del Corso in Buenos Aires - passavo da quelle parti in cerca di un Ingegnoli che non sta più lì da dieci anni -, e ho conosciuto la libraia più pazza e sboccata che abbia mai incontrato. Deliziato, sono stato al gioco e lei ha affabilmente stapazzato me e il mio accompagnatore per venti minuti buoni. Esilarante.
Posted by: kartch | 22/03/2009 at 19:53
E ricordati che... recensor non porta pena!
(La libraia ti ha fatto proposte oscene?)
Posted by: stefano | 23/03/2009 at 13:29