Storicamente i rapporti tra tedeschi e polacchi sono sempre stati abbastanza tormentati, improntati spesso al disprezzo da una parte e alla diffidenza dall'altra. Oggi Germania e Polonia fanno parte tutt'e due dell'Unione Europea e, almeno in teoria, dovrebbe essere cominciata una nuova epoca. Ma è proprio così? Un modo per scoprirlo è leggere Dojczland, il reportage sui generis dei suoi viaggi in Germania, scritto da uno dei più quotati e apprezzati autori polacchi contemporanei, Andrzej Stasiuk.
Il titolo stesso è un indizio della cifra dominante di questo agile volumetto di Stasiuk: "Dojczland", cioè "Deutschland" - Germania -, ma scritto alla polacca. Stasiuk, infatti, fa un uso continuo e molto raffinato di tutte le sfumature e varianti possibili dell'ironia e, talvolta, del sarcasmo. Gioca con i pregiudizi e con gli stereotipi di entrambi i paesi, allude alle peculiarità dell'anima slava e a quelle, ancora più specifiche, della "polonesità". E, soprattutto, punta queste armi anche contro sé stesso: lo scrittore non è il viaggiatore onnisciente che tutto vede, tutto giudica e che ha un'opinione su tutto. Al contrario, sembra che Stasiuk voglia continuamente sottolineare la propria inaffidabilità: è ubriaco, non ha niente da dire quando viene invitato a tenere dei discorsi in pubblico, lo fa solo per soldi e via discorrendo. Sul "trauma" del polacco che va in Germania scrive, per esempio: "Dalla Polonia non si può arrivare sobri in Germania, non facciamoci illusioni. E' pur sempre un trauma che colpisce in egual misura specialisti della coltivazione degli asparagi e scrittori. Non si può andare rilassati in Germania, come si va per esempio a Montecarlo, in Portogallo o in Ungheria. Andare in Germania è fare della psicoanalisi".
Questo è un travelogue insolito anche perché è, per sua natura, sgangherato. Più che le tappe dei suoi viaggi in Germania, Stasiuk segue le divagazioni della sua mente. Non c'è nessun ordine particolare nella narrazione e, anzi, le città si confondono l'una con l'altra: non di rado l'autore non sa (o finge di non sapere) esattamente di quale posto sta parlando, come se tutto si confondesse in una grigia marmellata, e si diverte a saltare di palo in frasca. C'è invece una certa compiaciuta attenzione nel dipingere i ritratti dei personaggi più strani da lui incontrati durante le sue peregrinazioni.
Tra le tante notazioni argute e spiritose - ma con un fondo di serietà - c'è l'apprezzamento espresso da Stasiuk per l'ormai defunta DDR. Un apprezzamento che non è certamente di natura politica, ma è più di carattere estetico-sociologico, per così dire. Come non dargli ragione quando scrive: "Mi piaceva la DDR. [...] Perché la DDR è l'anello mancante tra i germani e gli slavi. La DDR è questo ramo perduto - germanico o slavo, nessuno lo stabilirà mai. La DDR è il momento in cui i tedeschi sono scesi un po' dal loro piedistallo. [...] In realtà la DDR sarebbe dovuta rimanere il ponte tra Est e Ovest. Tra Roma e Bisanzio. Lì ho trovato davvero degli amici. In seguito sono venuti persino a farci visita e non erano affatto bloccati. Quando viene da noi qualcuno dall'Ovest vero e proprio, controlla continuamente - senza dare nell'occhio - di non essersi sporcato con qualcosa. Quelli della DDR no, si comportano un po' come slavi inibiti. Si vede che gli piacerebbe uscire da sé stessi, ma che qualcosa li trattiene. Sono lacerati dentro. Davvero profondamente lacerati."
Insomma, la descrizione che Stasiuk fa della Germania e dei tedeschi è tutta così, sempre in bilico tra un bonario sfottò e una malcelata ammirazione. Come un amante ritroso che - per una sorta di autodifesa - si diverta a mettere costantemente in luce gli aspetti meno piacevoli dell'oggetto del proprio amore, tanto da far nascere il sospetto che siano proprio quelli ad affascinarlo.



