Per cercare di capire il fascino esercitato su di me dal genere horror - un fascino che aumenta soprattutto quando devo, in qualche modo, contrastare la mia ansia - ho pensato di leggere Danse macabre di Stephen King, che del genere è un indiscusso maestro. Quando ero adolescente, fino ai quindici-sedici anni circa, ho letto anche molti suoi romanzi, poi ho smesso, in ossequio a una spocchia tutta giovanile con cui m'imponevo di leggere solo (o quasi solo) "letteratura seria". Con il passare del tempo ho compreso che molta della presunta letteratura seria non lo è affatto e che forse avrei fatto meglio a non smettere di leggere King. In ogni caso Danse macabre non è un romanzo, ma un saggio sui generis. Verso la fine degli anni settanta un editor, amico dell'autore, gli suggerisce di scrivere una sorta di trattato sul genere horror nella cultura americana: nel cinema, nella televisione e nella letteratura. L'argomento è vasto, così Stephen King si limita a considerare il periodo che va, grosso modo, dagli anni cinquanta fino alla fine degli anni settanta: il risultato è questo godibilissimo saggio, in cui, oltre all'analisi di film, telefilm, radiodrammi e romanzi dell'orrore, lo scrittore ci offre squarci autobiografici sulla sua personale attività di narratore e una serie di interessanti riflessioni sul genere e sulla letteratura in senso lato. Danse macabre serve, soprattutto, a fare piazza pulita di un pregiudizio che, scrive King, abbiamo tutti ben piantato in testa, cioè che "l'interesse per l'orrore non è sano ed è aberrante".
Cercherò ora di seguire, come un filo rosso, la parte più teorica sviluppata da Stephen King in questo suo saggio, quella che potrebbe essere definita una tassonomia del genere horror. Secondo King sono essenzialmente tre gli archetipi che danno origine a gran parte delle creazioni del genere e costituiscono quelle che lui definisce le "carte dei tarocchi" dell'orrore. Il primo è il "vampiro", alla cui base c'è il romanzo di Bram Stoker Dracula. Il secondo è il "lupo mannaro" - inteso, in senso più ampio, come l'individuo che si trasforma in qualcos'altro di più inquietante e pericoloso rispetto al suo stato normale -, rappresentato soprattutto dal Dottor Jekyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson. Il terzo è, infine, "la cosa senza nome", il cui prototipo è il Frankenstein di Mary Shelley (o, per essere più precisi, la creatura a cui dà la vita il dottor Frankenstein). Ci sarebbe, in realtà, anche un quarto archetipo, quello del "fantasma", ma questo è in realtà più antico e diffuso e il romanzo che meglio lo descrive - Il giro di vite di Henry James - esula dalla letteratura di genere, per eleganza e stile narrativo. Nei capitoli successivi Stephen King ripercorre la storia recente del cinema e della letteratura dell'orrore cercando di vedere come vengono declinati (e contaminati tra di loro) questi archetipi originari.
Stabiliti questi archetipi ci si può chiedere che cosa significhi scrivere storie horror e in che modo queste agiscano sui lettori (o sugli spettatori). Creare horror significa, in buona sostanza, cercare e trovare dei punti vulnerabili e su di questi fare pressione. Il più vulnerabile di tutti è ovviamente la morte - soprattutto la morte "brutta", quella che nessuno vorrebbe fare -, ma in una società in cui altri valori acquistano un'importanza capitale è possibile agire anche su di essi. Che dire, per esempio, di una società in cui la bellezza è il valore massimo? L'orrore potrà derivare da un imbruttimento devastante e inspiegabile. Per quanto riguarda l'orrore in sé, poi, questo potrà risultare da un atto di volontà libera e consapevole oppure potrà essere predestinato. Quello che però spesso il racconto dell'orrore mostra è l'irruzione del "dionisiaco" nell' "apollineo". Dietro la facciata dell'ordine stabilito - e dei comportamenti regolari - c'è l'elemento inquietante che lo minaccia. La dicotomia tra dottor Jekyll e mr Hyde non è soltanto quella tra il bene e il male, ma anche tra il controllo di sé e la sfrenatezza dei sensi e degli impulsi. A più riprese Stephen King sottolinea che, tutto sommato, l'horror in quanto genere è "conservatore" - quando non, addirittura, reazionario - perché serve a ristabilire il senso di normalità dopo che questo è stato distrutto, perché mostra i pericoli che incombono nel caso in cui l'ordine prestabilito delle cose venisse sovvertito: "Lo scopo del racconto horror non è solo quello di esplorare territori tabù, ma di confermare i nostri buoni sentimenti riguardo allo status quo mostrandoci visioni stravaganti di quella che potrebbe essere l'alternativa". Nel momento stesso in cui vengono rappresentati i rischi del sovvertimento della norma, però, l'horror permette anche a chi ne fruisce di vivere, in modo vicario, proprio quel sovvertimento che descrive, soddisfacendo così il "linciatore potenziale" che alberga in ciascuno di noi. L'horror, quindi, è anche una valvola di sfogo per quelle emozioni antisociali che solitamente non devono manifestarsi. Stephen King usa un'immagine forte: è come se sotto la superficie della civiltà si muovessero degli alligatori cui, di tanto in tanto, dobbiamo dar da mangiare per farli stare buoni e non farli uscire da lì. L'horror svolge anche questa funzione. In questo senso m'imbatto un'osservazione rivelatrice, che conferma l'effetto che il genere horror ha su di me - e non solo su di me: "[I film dell'orrore] non celebrano la deformità, ma indugiando sulla deformità cantano la salute e l'energia. Mostrandoci le miserie dei dannati, ci aiutano a riscoprire le gioie minori (ma mai meschine) delle nostre vite. Sono le sanguisughe da barbiere della psiche che, invece di succhiarci via il sangue cattivo, ci succhiano via l'ansia... per un po', almeno".
In un capitolo intitolato "testo e sottotesto dell'horror americano moderno" Stephen King indaga più in profondità il legame tra il "testo" del racconto horror - costituito dalle paure fantastiche che mette in scena - e il "sottotesto" - cioè le paure reali che adombra. E siccome molte di queste paure reali hanno un riverbero sulle masse, questi sottotesti riguardano spesso la cultura di un paese. Il sottotesto esprime quindi gli incubi di tutta una società. Per meglio chiarire questo concetto, l'autore passa in rassegna una serie di film dell'orrore e per ognuno di essi cerca di interpretare il sottotesto e come questo si esprime nel testo: i mezzi tradizionali dell'horror servono allora per dare voce all'incubo economico (come in The Amytiville Horror), all'incubo politico (come nei film tratti da I am legend di Richard Matheson), all'incubo tecnologico (e qui sono fin troppi i film da elencare), all'incubo sociologico (per esempio in The Exorcist o in Carrie, che Brian de Palma trae da un romanzo dello stesso King).
Poi, come se non bastasse, Danse macabre è una vera e propria cornucopia da cui attingere informazioni e spunti. Il penultimo capitolo, per esempio, è dedicato a quelli che, secondo Stephen King, sono i dieci migliori romanzi dell'orrore del periodo in questione, che lui analizza evitando però ogni piglio professorale che rischierebbe di renderli esangui. In un altro capitolo, invece, si concentra sul film dell'orrore come "cibo spazzatura" e si diverte a fare l'elenco dei film più brutti (e kitsch) del genere. In conclusione del libro, infine, fornisce due liste con un centinaio di romanzi e un centinaio di film che lui giudica essenziali.
Detto questo, vorrei aggiungere che leggendo Danse macabre riesco a comprendere perfettamente perché Stephen King eserciti una così grande attrattiva sui suoi lettori, che spesso sono dei veri e propri fan. Già in questo saggio, che tra le mani di un altro autore rischiava di trasformari in una materia arida, King sa come incatenare il lettore al testo. Ma non è tutto: in ogni pagina si percepisce un'intelligenza febbricitante al lavoro, si avverte davvero un cervello che macina e sputa fuori, quasi sempre - anche quando è ridondante -, immagini di grande potenza visionaria.
Al di là delle riflessioni sul genere horror, infatti, io ci ho trovato osservazioni di estrema acutezza, quasi sempre espresse con un uso molto plastico e diretto della metafora. King non si limita a "dire" delle cose, ma è come se scrollasse il lettore per fargliele entrare dentro meglio. Per concludere voglio fare qualche esempio che mi è piaciuto particolarmente. Parlando del talento, Stephen King sostiene che questo è terribilmente comune, più del sale da cucina, e che quello che separa l'individuo di talento da quello di successo è "un sacco di duro lavoro". "Il talento è un coltello smussato che non taglia niente a meno che non venga brandito con grande forza. [...] La disciplina e il lavoro costante sono le pietre su cui si affina il coltello smussato del talento finché diventa abbastanza affilato - si spera - da tagliare la carne e la cartilagine più dure" e se a nessun artista viene dato un coltello già affilato ce ne sono alcuni che però ne hanno uno molto grande: "il nome che diamo all'artista con il coltello grande è 'genio'". Oppure penso a quest'altra definizione del concetto di tempo: "Il tempo non è un fiume, come teorizzava Einstein: è un enorme bufalo fottuto che ci travolge e alla fine ci schiaccia a terra, morti e sanguinanti, con un apparecchio acustico infilato in un orecchio e una borsa per colostomia attaccata a una gamba al posto di una 44 Magnum". Insomma, è ora di mettere da parte i pregiudizi sulla "letteratura di genere" e tornare a leggere Stephen King - e procurarsi alcuni dei film e dei romanzi citati in Danse macabre.



