All'origine di molti miei malesseri c'è la sensazione di avere perso il controllo delle cose che faccio. La sensazione - si badi bene -, che non corrisponde necessariamente alla realtà dei fatti. Eppure è la percezione dall'interno che influenza, in primo luogo, il modo in cui reagisco: solo con uno sforzo ulteriore, consapevole, riesco a neutralizzarla almeno in parte. Resta un precipitato di amarezza. Perdere il controllo delle proprie iniziative significa non avere più la forza di intraprendere alcunché e, invece di agire, lasciarsi agire. Da soggetti si diventa oggetti: la realtà ci plasma senza che noi interveniamo su di essa. E' consolante sapere di non essere soli in questa condizione, è consolante dirsi che tanti sono come noi? Il vecchio adagio che recita "mal comune mezzo gaudio" è di qualche aiuto? No, non serve a nulla. Finché non si riesce a prendere il timone della nave, finché non si riesce a montare di nuovo in sella e costringere il cavallo ad andare dove si vuole che vada, qualsiasi consolazione è destinata a essere un palliativo. Inefficace, in fondo. Il guaio è che c'è una specie di condanna in questa situazione: più si avverte di aver perso il controllo, più ci si abbandona. Finché magari il controllo lo si perde davvero: non interamente e non per sempre, come magari si tenderebbe a pensare, ma tanto da innescare uno scoraggiamento progressivo. Da un po' di tempo a questa parte mi sto gingillando con questi pensieri. Tante cose ho fatto, nell'anno passato, che non hanno dato i frutti sperati. Non ho allenato a dovere la pazienza e sono stato sopraffatto dall'ansia. All'ansia sono seguite la stanchezza e la tentazione della rinuncia. E quando ci si ritrova in uno stato di impotenza - o, meglio, quando si crede di essere impotenti - è difficile recuperare l'energia per uscirne. Bisogna usare l'immaginazione e giocare un tiro alla propria accidia. Bisogna portare la mente alla meta stabilita fingendo che la strada per arrivarci sia già stata percorsa o che non esista affatto. Se si hanno poche energie non vanno sprecate tutte per immaginarsi gli ostacoli lungo il percorso. Quando la mattina voglio andare in piscina a nuotare devo vedermi già nella vasca, perché se penso che devo alzarmi, vestirmi, uscire, fare la strada fino a là, se cioè mi rappresento l'azione in tutte le sue microcomponenti, allora questa si trasforma in un'impresa titanica e la voglia mi passa. Se però mi proietto con la mente nell'istante in cui starò nuotando, se m'immagino la soddisfazione che proverò dopo, allora so di aver fatto lo sgambetto alla mia accidia. La volontà non è sempre un istinto che si attiva da sé. La volontà, più spesso, è un muscolo che va esercitato.

A volte il malessere psichico è così forte da offuscare anche la proiezione della mente "alla meta stabilita". In questi casi mi costringo sempre a pensare che non raggiungere la meta non mi farebbe comunque stare meglio, dunque tanto vale darsi una mossa. Di solito è la mossa vincente.
Posted by: fuchsia | 26/09/2008 at 22:14
Una disamina chirurgica del tuo stato d'animo.
Spietatamente logica come altre volte.Mi chiedo però se serva a qualcosa se non ad alimentare una spirale quantomeno insidiosa.Un lavorio cerebrale che a poco a poco ,diventa sempre più invasivo, almeno per me.Le cause? Piccole delusioni,monotonia del quotidiano,il non avere o almeno pensare di non avere una prospettiva come quella che si immaginava a vent'anni.Tutto ciò è sintomatico forse di un passaggio o dell'autunno (metereologico) che incede!La volontà è un muscolo che deve essere esercitato ma il modo che hai indicato per uscirne è energeticamente a " perdere ".Non tutta l'energia si trasforma in lavoro,inevitabilmente una parte viene dissipata.La soluzione almeno per me è un cambiamento drastico,aprirsi agli altri ,ritrovare il contatto con una natura di cui sentirsi parte.Anche questa volta ,hai colto nel segno,le tue parole ,sorvolando qualche "menata" relativista potrebbero essere le mie,o almeno così penso!forse siamo un pò troppo cerebrali?
Posted by: Ulrich | 27/09/2008 at 01:49
A volte sarebbe sano coltivare anche la capacità di dimenticare , non in un modo permanente ma temporaneo , sono comunque convinto che fino a quando ci soffermiamo ad osservare questi nostri comportamenti siamo ancora in un punto della strada da cui possiamo cambiare percorso .
E' quando si diventa apatici a tutto, anche ai propri pensieri che smettiamo di sentirci vivi .
Posted by: Asa_Ashel | 27/09/2008 at 19:20
Grazie. La tua introspezione mi ha sollecitato ad una auto-analisi di certi comportamenti in cui mi sto crogiolando e se non altro mi ha donato un punto di vista esterno e differente.
Posted by: porcamadonna | 27/09/2008 at 19:33
..sono scooncertata da ciò che leggo perché incarna sotto tutti i punti di vista la mia situazione. Ma mi trovo in alto mare, mi trovo senza un appiglio per la risalita, piango spesso e mi critico per la situazione in cui sono. Può anche non esserci una via d'uscita? Se non si ha più la forza di fare niente come trovare al forza di fare qualcosa?
Posted by: Silvia | 16/01/2009 at 11:07
soffro di questo problema da non so più quanti anni, ho la sensazione che la cosa si sia amplificata sempre più nel tempo e spero che leggendo i vostri commenti e altre documentazioni sulla rete riesca a riprendere il controllo della nave: immaginare di essere il capitano dietro al timone...
Posted by: Il Capitano Nemo | 11/02/2009 at 16:14