Mancano quattro giorni al 28 giugno e al Gay Pride nazionale, che quest'anno si tiene a Bologna. Purtroppo non potrò esserci perché questo sabato lavoro, ma idealmente sono di quelli che pensano che resti un evento importante, tanto più di questi tempi e nel nostro paese. Non penso nemmeno che l'aspetto "rivendicativo" e politico escluda quello "ludico": è un'affermazione della propria identità omosessuale nonostante i tentativi di ridurre le persone al silenzio e all'irrilevanza. Per questo mi infastidisce chi vorrebbe che si mostrassero solo una faccia e solo una modalità dell'essere gay o transgender, accusando chi è più "vistoso" di voler provocare con il proprio esibizionismo. E' molto triste che chi è discriminato cerchi di rivalersi su chi è più marginale di lui e riproduca gli stessi meccanismi discriminatori che lui stesso subisce. Esistiamo e continuiamo a esistere malgrado chi vorrebbe costringerci a nasconderci: è questo il senso dell' "orgoglio", non tanto il fatto di essere in un modo piuttosto che in un altro.
Perché il 28 giugno? La vicenda è abbastanza nota o dovrebbe esserlo: nella notte tra il 27 e il 28 giugno del 1969 ci fu un'enorme ribellione di gay, lesbiche e transgender quando, a New York, la polizia fece un'ennesima incursione in un bar del Village, lo Stonewall Inn, in Christopher Street. Stavolta le vittime - solitamente mansuete e remissive - risposero alla violenza con violenza e gli scontri durarono tutta la notte. Ne parlo perché ho appena terminato di leggere un libro - pubblicato nel 1993, e quindi non più aggiornatissimo - che lo storico gay americano Martin Duberman ha dedicato alla vicenda, intitolato per l'appunto Stonewall. Gli scontri del 28 giugno occupano, nel saggio di Duberman, il posto centrale e ne rappresentano in un certo senso il punto focale verso cui converge la narrazione. E' come se dei raggi convogliassero verso questo evento e da qui venissero poi rifratti. I disordini allo Stonewall vengono descritti con dovizia di particolari e Duberman ne ricostruisce con piglio da storico le dinamiche, cercando di separare ciò che è davvero accaduto da ciò che invece è entrato a far parte di una sorta di "mitologia" privata, e allo stesso tempo restituisce tutto il sapore di un'epoca tratteggiando un ambiente e una comunità gay piuttosto diverse da come li conosciamo oggi. Per chi è abituato a vivere in un'epoca in cui i gay rappresentano anche un settore di mercato e in cui la socializzazione è un aspetto commerciale importante - con locali e servizi di ogni genere - troverà in questo saggio di Duberman la descrizione di un mondo in cui bar e discoteche gay erano quasi inesistenti e quei pochi locali che c'erano erano gestiti da mafiosi privi di scrupoli, collusi con poliziotti corrotti a cui veniva pagato il "pizzo" perché non ne disturbassero troppo le attività, e in cui i rapporti tra i gay e il resto della società erano tutt'altro che pacifici.
Ci sono un prima e un dopo, dunque, e il merito del saggio di Martin Duberman, che unisce leggibilità e rigore scientifico, consiste essenzialmente nell'evidenziare questo aspetto. Quando si parla di "Stonewall" e del 28 giugno 1969, si rischia infatti di suscitare l'errata impressione che prima di quell'insurrezione il movimento gay fosse inesistente e che solo in seguito si sia mosso qualcosa. Non è affatto così: c'è stato invece un lento progredire verso un evento, a carattere eminentemente rivoluzionario, che è stato preparato negli anni precedenti ed è stato favorito dal clima politico e sociale dell'epoca. Non a caso, infatti, molti di coloro che si davano da fare nel nascente movimento gay sostenevano anche altre cause, come quella femminista e quella dei neri, o erano già attivi nei raggruppamenti della nuova sinistra che protestava contro l'intervento statunitense in Vietnam. Tra l'altro, uno dei punti su cui si sarebbero poi scontrate le varie anime del movimento di liberazione omosessuale sarebbe stato proprio quello dell' "esclusività", interrogandosi se fosse più opportuno dedicarsi unicamente alle esigenze e alle rivendicazioni di gay e lesbiche o se includere anche quelle di altre minoranze. Ciò che si era già delinato poco prima degli eventi di Christopher Street - accentuandosi immediatamente dopo - era una frattura tra un'ala più "radicale" e una più "conservatrice" - o riformista - del movimento gay, una frattura che si sarebbe risolta nella nascita di gruppi più rivoluzionari come il Gay Liberation Front e la progressiva uscita di scena di quei gruppi pre-Stonewall, come la Mattachine Society, fautori di una politica dei piccoli - e piccolissimi - passi.
Ma quello che più è interessante, nel saggio di Duberman, è l'approccio "biografico". Duberman, infatti, sceglie sei persone tra i protagonisti dell'epoca e, in diversa misura, del movimento gay e ne tratteggia la storia individuale, prima e dopo gli eventi del 28 giugno 1969, dall'infanzia fino all'età adulta, ripercorrendo la scoperta della loro omosessualità e il loro ingresso nell'attività politica. In questo modo il racconto delle vicende collettive, che potrebbe assumere un carattere eccessivamente astratto o vago, si salda agli eventi individuali e al carattere di ogni protagonista, descritto con un tono di affettuosa partecipazione. Il "cast" - così viene presentato dall'autore all'inizio del libro - comprende dunque: Craig Rodwell, che è stato il fondatore della libreria gay Oscar Wild Memorial Bookstore - esistente tutt'oggi a New York, in Christopher Street -, Yvonne Flowers, Karla Jay, Sylvia (Ray) Rivera - la famosa transgender che fu tra le presenze più arrabbiate e determinate durante l'insurrezione in Christopher Street -, Jim Fouratt e Foster Gunnison Jr. Stonewall si conclude un anno dopo, nel 1970, rievocando l'organizzazione e lo svolgimento delle due prime marce dell'orgoglio gay, a New York e a Los Angeles. Da allora le marce che rievocano i fatti del 28 giugno 1969 e commemorano l'uscita di gay, lesbiche e transgender dal silenzio si sarebbero ripetute ogni anno, diffondendosi a poco a poco anche fuori dagli Stati Uniti, fino ad arrivare - molto in ritardo - anche in Italia, dove - lungi dall'essere un relitto del passato - se ne avverte più che mai la necessità.

Un bellissimo post su "attualità e storia del gay pride" e a tre giorni dalla pubblicazione neanche un commento... Signs of the time...
Posted by: augie | 26/06/2008 at 09:11
...ma no, Augie, non essere così negativo, considera le distrazioni di stagione: il calcio, le vacanze...
Certo il fatto che il post "televisivo" abbia suscitato un rapido fiorire di commenti mi ha non poco inquietata. Ma sì, forse hai ragione, Augie, è proprio il segno dei tempi.
Posted by: fuchsia | 26/06/2008 at 23:02