Perché l'Occidente non va a sinistra?
Nel suo saggio Il Mostro Mite, Raffaele Simone, docente di linguistica all'Università di Roma Tre, parte da una constatazione oggettiva: ovunque in Occidente - non soltanto in Italia, cioè - la sinistra è in arretramento: spesso perde le elezioni e, anche quando non le perde, i suoi princìpi sono sotto attacco, tanto che nei paesi in cui governa si è dovuta "adattare" e li ha annacquati. Perché questo è accaduto? Simone tenta di dare una risposta, sia in termini "negativi" - facendo un'analisi di ciò che non ha funzionato nella sinistra stessa -, sia in termini "positivi" - descrivendo quello che si è sostituito alla sinistra, mostrandosi così potente da prenderne agevolmente il posto.
Se è vero che alcuni obiettivi storici della sinistra si sono realizzati, è altrettanto vero che nessuno si è radicato nei paradigmi politici e, soprattutto, nella mentalità collettiva dei paesi occidentali. L'idea di welfare, l'istruzione obbligatoria, la salvaguardia del lavoro e dei lavoratori, la difesa dei diritti civili sono princìpi di sinistra che - malgrado tutte le critiche - si sono imposti, ma altri obiettivi, come "libertà, uguaglianza, comunità, fratellanza, giustizia sociale, società senza classi, cooperazione, progresso, pace, prosperità, abbondanza, felicità", sono lungi dall'essersi realizzati e - commenta Simone - "sembrano perfino toccanti nella loro smodata ambizione o nel loro candore". Oltre a questo, c'è il problema della catastrofe provocata dalla versione comunista con cui la sinistra viene spesso - anche a sproposito - identificata. Da questo punto di vista, i suoi avversari hanno buon gioco a ridurre ogni "sinistra" alla sua incarnazione comunista, usando questo termine per denigrarla e svalutarla. A questo si aggiunge l' "inarrivabile pochezza intellettuale e ideativa dei gruppi dirigenti" della sinistra, che si caratterizza appunto per la sua incapacità di analizzare la realtà e di fornire soluzioni di ampio respiro. Numerosi, infatti, sono i fenomeni e i nodi epocali che la sinistra non ha saputo nemmeno prevedere: "l'integrazione europea [...], l'unificazione della Germania e la caduta dei comunismi centro-orientali, l'esplosione del fattore etnico della politica, il dilagare dell'immigrazione clandestina di massa in tutta Europa, il fondamentalismo, l'islamismo radicale e il connesso terrorismo, la catastrofe ecologica e demografica, la rivoluzione digitale, la globalizzazione, la posizione dell'Europa nel mondo, il risveglio della Cina e dell'India, le mode culturali dei giovani e la trasformazione dei loro valori politici, la violenza urbana e i nuovi processi sociali, la crisi della scuola e dell'educazione". Tutto ciò ha provocato una crisi culturale della sinistra che sovente è diventata un contenitore in cui non si sa che cosa mettere. Il caso dell'Italia, infatti, è paradigmatico: Simone ricorda l'evoluzione del PCI e sottolinea come a ogni passaggio "il patrimonio della sinistra ha perso un grado alcolico", come se il motto di ogni operazione di fusione - compresa l'ultima, quella del PD - fosse "scolorirsi prima di fondersi". Sintomatico di questo modo di procedere è il cosiddetto "buonismo", definito da Simone come un atteggiamento di "mansueta accettazione di tutto ciò che accade, di paziente resa alle cose come vengono, soprattutto per quanto riguarda i processi sociali", pericoloso perché "dietro il suo aspetto sorridente e speranzoso il buonismo nasconde un atteggiamento passivo, inerte e un po' ottuso, non privo di fattori di tipo penitenziale e di auto-flagellazione", dettato dalla paura di apparire "troppo di sinistra".
Tutto ciò, però, non basterebbe a spiegare il declino della sinistra, se non ci fosse l'altra faccia della medaglia - la faccia, per così dire, vincente -, rappresentata dal trionfo della destra nella sua fase moderna, globalizzata e mediatica. E' quella che Raffaele Simone definisce "Neodestra". Diversamente dalle destre tradizionali - soprattutto quelle autoritarie o fasciste - la Neodestra si è imposta con metodi non cruenti, anche se talvolta sono devastanti, ed è perfettamente adeguata ai tempi. Innanzitutto è seducente e sa rendersi desiderabile, poi è "embedded" - incastonata - nella globalizzazione e nei poteri planetari, è tecnologica e arcicapitalistica - cioè più finanziaria che industriale, perché se fosse industriale richiederebbe la cooperazione degli operai, che sono potenzialmente pericolosi -, non si lega a un singolo partito, perché rischierebbe di essere sconfitta una volta che fosse sconfitto quel partito, ma si impone soprattutto come una "mentalità diffusa e impalpabile" che si assorbe semplicemente seguendo i media (la televisione in primo luogo). E' ultraconservatrice, tranne che per quanto riguarda l' "innovazione dei proditti" e l' "espansione dei consumi", che devono svilupparsi senza fine: "Il mercato e il consumo sono per essa la vera mission della modernità". L'arcicapitalismo, infatti, non sfrutta soltanto i propri lavoratori, ma cattura la sua clientela e trasforma i cittadini in "clienti condannati allo stato di puerizia". La superficie, dunque, è scintillante, ma sotto di sé ha un nucleo duro che sa imporsi: grazie alla prima impone un atteggiamento di divertimento continuo, ben espresso attraverso la forma principe dell'entertainment. Se la Neodestra è vincente è anche perché non limita i suoi affari a un singolo paese, ma si estende a tutto il globo ed esprime un sistema politico-finanziario sottratto a ogni controllo politico e sindacale.
Secondo Simone, dunque, la sinistra ha perso nei confronti di questa seducente Neodestra proprio perché quest'ultima esprime lo "Zeitgeist" - lo spirito dei tempi - e "appare moderna, affabile e trendy". La sinistra, invece, con i suoi ideali spesso faticosi, che richiedono l'intervento attivo della politica e uno sforzo in più di mediazione, ha un'aria polverosa e uggiosa. Per citare le parole di Simone: "In un'epoca dissipativa, consumista e liberista all'estremo come la nostra, [gli ideali della sinistra] hanno un aspetto intrinsecamente restrittivo, dimesso e deprimente". Anche chi in teoria dovrebbe essere il naturale destinatario degli ideali di sinistra ha perfettamente metabolizzato gli incanti della Neodestra: "il nuovo atteggiamento dei 'sottoproletari' verso l'istruzione e la cultura: agli albori della modernità globalizzata, quel che a loro importa è entrare non nel circuito dell'istruzione ma in quello del consumo. Insomma, vogliono cominciare a consumare come i benestanti, come la classe agiata. Vogliono entrare nello Zeitgeist. Quella [...] è la premessa del riscatto". Più facile, dunque, che rivendichino la Playstation che non, per esempio, la difesa della scuola pubblica o del sistema sanitario nazionale.
Per meglio definire questo fenomeno della Neodestra, Raffaele Simone usa il termine di "Mostro Mite", che dà il titolo al suo saggio e rappresenta il "paradigma di cultura delle masse della Neodestra", le cui caratteristiche vengono descritte nella parte conclusiva del saggio. C'è l'ossessione per il tempo libero, che deve essere sempre occupato, possibilmente con il "fun", il divertimento a tutti i costi; c'è l'indebolimento della capacità di separare la realtà della finzione ("il Mostro Mite, inducendo la perdita della distinzione tra cose vere e cose finte, ha sparso sul mondo moderno, a mo' di polveri sottili, una condizione di lieve psicosi"). Questa distinzione, sostiene Simone, s'affievolisce fino a sparire e "il falso deborda nel vero, lo avviluppa e divora fino a installarsi al suo posto con piena autorità ontologica". Ma soprattutto c'è il predominio della dimensione del "vedere" - ai cui presupposti l'autore dedica pagine molto interessanti -, che nell'epoca moderna significa soprattutto vedere "spettacoli", cioè cose montate ad arte per creare certi effetti. Il reale viene a sua volta spettacolarizzato e al tentativo della comprensione, che richiede impegno e sforzo, si sostituisce l'atto del guardare, per il quale basta un impegno interpretativo pressoché uguale a zero. "Il reale 'duro' diventa, agli occhi di chi è abituato alla tecno-visione, impalpabile e fasullo al pari della sua raffigurazione". Infine, tra i paradigmi dell'epoca contemporanea, Simone annovera lo svanire di sentimenti come la vergogna - una passione ormai "inutile" in un mondo in cui il vedere e il farsi-vedere hanno valore preminente - e la compassione, ovvero la solidarietà, che il "Mostro Mite" ha rimpiazzato con un imperturbabile egoismo, di cui nelle pagine successive vengono declinate le manifestazioni più evidenti.
Nel capitolo conclusivo Raffaele Simone si pone una domanda curiosa: "Il mondo è di destra?" - intendendo, con questo, se gli istinti dell'uomo non lo portino "naturalmente" a destra. Per rispondere, espone in cinque punti i tratti che caratterizzano la destra: postulato di superiorità, postulato di proprietà, postulato di libertà, postulato di non-intrusione dell'altro, postulato di superiorità del privato sul pubblico. Presi nel loro insieme, disegnano una "società aggressiva, egoistica e pericolosa". Attorno a questi postulati - più o meno mitigati - si articolano le varie versioni della destra, che corrisponderebbero a una sorta di tendenza naturale o nativa - cioè precedente a ogni elaborazione - così come si manifesta, per esempio, nei bambini. Per giustificare sé stessa, infatti, "la destra riconduce le differenze (cioè le disuguaglianze) tra gli uomini alla natura o alla situazione di fatto (o a Dio). In ogni caso le tratta come inevitabili o inestirpabili, o perfino salutari, perché riflettono una disparità che è nelle cose stesse, non nell'arbitrio della storia. Chi 'sta sopra' [...] deve avvantaggiarsi di chi 'sta sotto', perché le cose stanno così. Per questo le differenze non vanno corrette con provvedimenti di riequilibrio, ma devono esser lasciate come sono e messe semmai a frutto". Le posizioni di sinistra, invece, sono "astratte, laboriose e labili" - scrive Simone - e, quindi, per stare a sinistra, occorre un maggiore sforzo su sé stessi: la sinistra esprimerebbe, dunque, una posizione più culturale che è più difficile e costosa da mantenere, anche perché - per essere conservata - occorre che l'individuo vada contro i suoi interessi immediati. In un'epoca come la nostra, una posizione come questa è destinata a essere perdente o, quanto meno, a essere sempre in bilico, soprattutto quando si pensa alla scarsa caratura intellettuale di chi dovrebbe difenderla, traducendola in proposte politiche e formulando prospettive per il futuro. Stare a sinistra - dice Simone con una certa amarezza - ha una "dimensione intrinsecamente 'penitenziale'"
Per tutto il saggio di Simone serpeggia insomma la sensazione che ormai sia troppo tardi per recuperare il tempo perduto. Per riprendere una similitudine usata dall'autore, la sinistra assomiglia a certi corrispondenti di guerra inesperti che arrivano sul teatro d'operazioni in ritardo, quando ormai le truppe si sono ritirate, il vincitore è stabilito e non c'è più nulla da descrivere. La domanda, quindi, non riguarda più il "che cosa si può fare?", ma il "che cosa è successo perché si arrivasse a questo punto?". Nella sua analisi, Simone sembra il medico che stila un referto dopo aver fatto una diagnosi - e molto spesso, nel suo libro, questa diagnosi assomiglia tristemente a una dichiarazione di morte.




Un saggio molto, molto interessante. Per cui, probabilmente, chi si occupa di politica in un partito di sinistra non leggerà mai, considerato come viene selezionato il personale politico. Viene da domandarsi dove tu trovi il tempo non solo di leggere, ma di scovare libri come questi.
Non so se si possa parlare di "dichiarazione di morte". Ci sono state molte fasi storiche caratterizzate dalla preponderanza, nell'ideologia dominante e nei rapporti di potere, di un pensiero conservatore, persino reazionario: il Seicento, la Restaurazione, probabilmente il tardo Ottocento, l'interguerra. Questo ciclo storico di prevalenza della destra dura sostanzialmente dalla fine degli anni Settanta, e il vento di destra ha cominciato a soffiare dai paesi anglosassoni, Stati Uniti e Gran Bretagna in testa, e i suoi primi successi sono stato le vittorie della Thatcher e di Reagan.
Di certo il panorama è molto sconsolante. La realtà è che la nostra umanità, per usare un'espressione logora, è ridotta sempre più a cosa. Si sta perdendo, forse, la nozione secondo la quale ogni essere umano è portatore di una dignità che lo supera, lo trascende, e che, in quanto tale, esso non può essere ridotto a mezzo? Questo avviene in tutti gli ambiti: sul lavoro, nella vita quotidiana, persino, com'è inevitabile, nelle relazioni interpersonali, affettive, amicali. Una concezione "umanistica" che è stata propria di certi filoni del pensiero politico, filosofico e religioso, spesso neanche di sinistra; e che in parte continua a sopravvivere, ma solo in alcune nicchie di pensiero. In fondo io direi che questo è un po' il filo conduttore, magari non deliberato, di diversi tra gli ultimi scritti in questo blog.
Nella discussione del post "Essere gay e adulti" tato, un altro commentatore di questo blog, chiedeva "cosa impedisce...una progettualità su di sè e la propria vita?". In astratto, niente: la resistenza individuale è sempre possibile. Ma l'"individuo", dopo tutto, esiste? Secondo me, nel senso in cui comunemente lo intendiamo, no. Diceva Plotino, "non esiste un punto dove si possano fissare i propri limiti in modo da poter affermare: 'Fino a qui, sono io'.": e credo che questo sia vero per ciascuno di noi, che l'ammettiamo o no (per quel che può valere, senz'altro lo è per me). Guardando la realtà da diversi punti di vista, a me pare evidente che la capacità di ciascuno di noi di elaborare un progetto di vita che non sia una mera progressione quantitativa è fortemente minata dal clima sociale, culturale, filosofico, ideologico e politico prevalente. Quanti, in queste condizioni, possono "resistere"? Elaborare, a partire dalla propria esperienza di vita, una critica del paradigma dominante, e praticarla?
Posted by: Monsieur Poltron | 09/05/2008 at 00:50
La prima curiosità è facile da soddisfare: banalmente, ho trovato una brevissima recensione di questo libro su un quotidiano (non so se era Repubblica o Il Sole 24 Ore). E, malgrado sia in una collana abbastanza nota di Garzanti e sia uscito molto di recente, non l'ho mai visto esposto in libreria, tanto che ho dovuto ordinarlo online. Il tempo, poi, si trova, soprattutto per uno che non guarda mai la televisione :)
Riguardo alla "dichiarazione di morte": ovviamente Simone non dice così, ma questa è la sensazione che ho avuto io leggendo il suo saggio. Ho cercato, in questo post, di lasciar parlare il più possibile l'autore, evitando di intromettermi troppo. Posso dire però che l'ho letto con costante disagio, pensando in continuazione che la situazione è anche più tragica di quanto pensassi. La sua analisi, così precisa, della pervasività della Neodestra - di cui fa un ritratto fenomenologico molto veritiero - è davvero angosciante. Allora mi sembra veramente di essere seduto su un mucchietto di macerie - e da qui la sensazione di "morte" di cui ho parlato.
Potrei aggiungere che non sono del tutto d'accordo con l'affermazione di Simone secondo cui la destra faticherebbe meno a imporsi perché più "naturale". In primo luogo è abbastanza ingenuo parlare di "natura" versus "cultura", perché questa descrizione della destra come corrispondente più agli istinti naturali degli uomini è già, di per sé, il frutto di un'ideologizzazione: per rinsaldare certi atteggiamenti, il modo migliore è di interpretarli e riscriverli come "naturali". E' un processo a ritroso, insomma, che "spiega" ciò che a priori si è già deciso di giustificare. Altrettanto bene si potrebbe dire che è "naturale", per esempio, cercare la solidarietà altrui, mettersi nei panni delle altre persone, provare empatia ecc. ecc. Per l'individuo non è naturale solo curare il proprio privato interesse, ma anche uscire da sé ed estendersi l'altro, immaginarsi al posto suo, ecc. Mi è piaciuta molto l'affermazione di Plotino che hai citato e che non conoscevo. L'ho trovata illuminante - sai, come quando ti colpisce un'improvvisa folgorazione e dici: chissà perché non ci ho pensato prima e non l'ho detto con la stessa chiarezza.
Posted by: stefano | 09/05/2008 at 13:35
Un libro Garzanti di quelli con la copertina blu; il mio libraio mi ha detto che questa collana è sbobba di pessima qualità. Io non l'ho letto, non posso giudicare ma mi faccio solo una domanda: perché un linguista fa disquisizioni storico-politologiche?
Non capisco perché in Italia questi importanti intellettuali vogliono sconfinare nei campi altrui, hanno l'affanno di dimostrare di essere dei tuttologi. Mah...
Riguardo alla Neodestra va precisata questa affermazione: "C'è l'ossessione per il tempo libero, che deve essere sempre occupato, possibilmente con il fun, il divertimento a tutti i costi".
Si ma secondo l'idea neodestra il tempo libero è appiattino sul consumo, quindi mi sembra ci sia un atteggiamento schizofrenico. Da un lato ti spingono a consumare e a comprare le cose anche a debito, non importa il tuo stipendio (ti fanno pagare le cose a rate, ecc).
Dall'altro lato sottolinano l'idea che quelli che non possono permettersi di consumare non devono avere tempo libero, di cosa se ne fanno? Al di là della banalità di superficie (sembra un'affermazione di buon senso: se non riesci a sopravvivere usa il tempo per lavorare e prendere qualche soldo) sotto c'è l'idea che alcune fasce di persone già svantaggiate vanno pagate poco e sfruttate molto, tanto il loro stipendio serve loro solo per comprare cose di prima necessità e quindi il tempo libero per queste persone non è solo inutile, è dannoso. Sembra un'affermazione idiota? Io l'ho sentita da Sarkozy.
Posted by: dj | 09/05/2008 at 13:50
mi sembra un po' un quadro caricaturale però. come d'alema che dice che quelli con la laurea votano tutti a sinistra.
Posted by: Yoshi | 09/05/2008 at 13:53
Quest'idea, infatti, è cretina - se poi l'ha detta Sarkozy, me lo conferma...
In effetti questo libro è pieno anche di cose di banale "buon senso", come dici tu, che però non viene più riconosciuto come tale.
La collana dalla copertina azzurra non so se sia solo "sbobba": mi limito a constatare che altri libri lì presenti hanno molta visibilità (l'ultimo Todorov, l'ultimo Steiner - che non mi sembra contino proprio poco -, ma ahimè anche l'ennesimo Capanna sul '68).
Secondo me, poi, un linguista può benissimo occuparsi di "polity": chiunque può farlo, perché la politica si occupa, appunto, della cosa pubblica. Se poi è una persona intelligente, tanto meglio. E poi c'è anche tutta una riflessione linguistica da fare sull'uso (e l'abuso) del linguaggio in politica (e qui intendo proprio quella fatta dai "professionisti").
Posted by: stefano | 09/05/2008 at 13:58
Quella di D'Alema è una boutade, non è una riflessione motivata e, soprattutto, molto bene argomentata, come quella di Raffaele Simone. Poi qualcuno può anche dire: a me va bene così, ma sicuramente non è una caricatura. A meno che non si vogliano disinnescare tutte le critiche allo statu quo dicendo che sono caricature. Vorrei soprattutto sottolineare che quella di Simone è una critica soprattutto a un CLIMA CULTURALE che investe tutto, anche (e soprattutto) quella che oggi (maxime in Italia, ma non solo) si auto-definisce ancora "sinistra". Simone registra un fatto: la sinistra ha abbandonato i suoi ideali, per questi e questi altri motivi; ha fallito alcuni obiettivi (ma non tutti) e dice quali; non è diventata "sentire comune". "Sentire comune" è diventata quella poltiglia di Neodestra - che descrive nelle sue pagine, elencandone le caratteristiche. Spiega il perché. La sinistra, semplicemente, si è adeguata e si è lasciata assorbire. Tutto lì. Quello di Simone non è mica un programma per vincere le elezioni.
Posted by: stefano | 09/05/2008 at 14:01
Troppe semplificazioni. La polemica contro la società dei consumi che rende puerile l'uomo potrebbe essere benissimo di "destra", o per meglio dire di marca liberla/conservatrice, alla Tocqueville (tra l'altro eseguita con ben altra maestra, stile, sapienza, preparazione e penetrazione intellettuale). Inoltre, si potrebbe far notare che fin da Marx spesso a sinistra ci si è illusi che bastasse livellare le disparità economiche per creare un "uomo nuovo" e non un consumatore di massa. E invece si potrebbe far notare che invece il campo conservatore ha sempre ben tenuto presente che il benessere di massa può indurre l'infantilizzazione di massa (ancora Tocqueville, ma anche Edmund Burke, nelle sue Considerazioni sulla Rivoluzione in Francia). Si potrebbe far notare che quando il pensiero di sinistra ha preso atto che non basta rendere tutti benestanti per trasformare tutti in individui compiuti e adulti maturi, ma che ci vuole qualcosa d'altro, allora la sinistra ha nascostamente sbandato verso il centro cattolico o perfino verso la destra comunitaria (vedi Pasolini, che non a caso si asteneva dal trarre tutte le conseguenze del suo anti-modernismo, pena la definitiva sbandata a destra; oppure vedi l'entusiasmo per l'enciclica "Centesimus Annus", avvenuta non ha caso poco dopo la caduta del muro). E così via. E poi: il welfare è stato creato in Europa da partiti di centro-destra (in Germania addirittura da Bismark), ed è stato bollato per decenni come "inganno socialdemocratico". I primi ad accorgesene furono proprio i tedeschi, nella famosa svolta di Bad Godesberg, metà degli anni '50. Conseguenza? In Germania la SPD ha solo perfezionato uno stato sociale creato da partiti non di sinistra. E così anche in tanti altri paesi europei. Solo in Inghilterra (e forse nei paesi Scandinavi, ma non ne sono sicuro) il welfare è una creatura di sinistra. E così via. E' il solito problema del pensiero di sinistra: autodefinirsi semplicisticamente dalla parte degli oppressi (scambiando le buone intenzioni con le idee chiare), rubacchiare concetti qua e la (in fondo l'unico vero contributo originale rimane la scoperta della lotta di classe di Marx, utile strumento storiografico; ma del resto si tratta di una riduzione della storia all'economicismo, una roba anche questa ben poco di sinistra), creare una descrizione dell'altro caricaturale (ma non tanto per mala fede, ma proprio per ignoranza) e politgliata (nell'etichetta "destra" si ficcano insieme Hitler e Edmund Burke, e qualcuno perfino Popper), e poi crogiolarsi nell'emarginazione auto-inflitta. Conseguenza: un pensiero mediocre, con poche vette (mi vengono in mente Marx e Gramsci, e poi chi? Eugenio Scalfari?), tante acquisizioni indebite (ultimamente tutti i grandi pensatori più o meno liberali e perfino liberal/conservatori sarebbero in qualche modo "di sinistra"). Insomma, una sorta di elitismo di massa adatto a consolare le frustrazioni di (im)potenza dei ceti che svolgono professioni più o meno intellettuali. E poi, il mito della statura intellettuale della sinistra di un tempo. In Italia, tutta gente formatasi su Croce e poi assoldati da Togliatti. Finita quella generazione (di cui Simone è un epigono) sono stati sostituiti da una folla di comici, satiristi vari, fumettari, attori, registi. Tutti intellettuali per modo di dire, tutti operatori del "vedere" e non dello "scrivere", per usare la terminologia di Simone. Da Gramsci a Michele Serra, dal Politecnico di Vittorini a Cuore e ai programmi TV di Serena Dandini. Bah.
Posted by: GMR | 12/05/2008 at 15:36
Mi scuso per i numerosi errori di battitura. Ri-posto con correzioni e una aggiunta.
Troppe semplificazioni. La polemica contro la società dei consumi che rende puerile l'uomo potrebbe essere benissimo di "destra", o per meglio dire di marca liberal/conservatrice, alla Tocqueville (tra l'altro eseguita con ben altra maestra, stile, sapienza, preparazione e penetrazione intellettuale. E soprattutto con ben altra saggezza, rifuggendo al tempo stesso da catastrofismi e da illusioni di nascoste soluzioni definitive e messianiche alla Marx). Inoltre, si potrebbe far notare che fin da Marx spesso a sinistra ci si è illusi che bastasse livellare le disparità economiche per creare un "uomo nuovo" e non un consumatore di massa. E ancora si potrebbe aggiungere che il campo conservatore ha sempre ben tenuto presente che il benessere di massa può indurre l'infantilizzazione di massa (ancora Tocqueville, ma anche Edmund Burke, nelle sue Considerazioni sulla Rivoluzione in Francia). E non basta: si potrebbe dire che quando il pensiero di sinistra ha preso atto che non basta rendere tutti benestanti per trasformare tutti in individui compiuti e adulti maturi, ma che ci vuole qualcosa d'altro, allora la sinistra ha nascostamente sbandato verso il centro cattolico o perfino verso la destra comunitaria (vedi Pasolini, che non a caso si asteneva dal trarre tutte le conseguenze del suo anti-modernismo, pena la definitiva sbandata a destra; oppure vedi l'entusiasmo per l'enciclica "Centesimus Annus", avvenuta non ha caso poco dopo la caduta del muro). E così via. E poi: il welfare è stato creato in Europa da partiti di centro-destra (in Germania addirittura da Bismark), ed è stato bollato per decenni come "inganno socialdemocratico". I primi ad accorgersene furono proprio i tedeschi, nella famosa svolta di Bad Godesberg, metà degli anni '50. Conseguenza? In Germania la SPD ha solo perfezionato uno stato sociale creato da partiti non di sinistra. E così anche in tanti altri paesi europei. Solo in Inghilterra (e forse nei paesi Scandinavi, ma non ne sono sicuro) il welfare è una creatura di sinistra. E così via. E' il solito problema del pensiero di sinistra: autodefinirsi semplicisticamente dalla parte degli oppressi (scambiando le buone intenzioni con le idee chiare), rubacchiare concetti qua e la (in fondo l'unico vero contributo originale rimane la scoperta della lotta di classe di Marx, utile strumento storiografico; ma del resto si tratta di una riduzione della storia all'economicismo, una roba anche questa ben poco di sinistra), creare una descrizione dell'altro caricaturale (ma non tanto per mala fede, ma proprio per ignoranza) e poltigliosa (nell'etichetta "destra" si ficcano insieme Hitler e Edmund Burke, e qualcuno perfino Popper), e poi crogiolarsi nell'emarginazione auto-inflitta. Conseguenza: un pensiero mediocre, con poche vette (mi vengono in mente Marx e Gramsci, e poi chi? Eugenio Scalfari?), tante acquisizioni indebite (ultimamente tutti i grandi pensatori più o meno liberali e perfino liberal/conservatori sarebbero in qualche modo "di sinistra"). Insomma, una sorta di elitismo di massa adatto a consolare le frustrazioni di (im)potenza dei ceti che svolgono professioni più o meno intellettuali. E poi, il mito della statura intellettuale della sinistra di un tempo. In Italia, tutta gente formatasi su Croce e poi assoldati da Togliatti. Finita quella generazione (di cui Simone è un epigono) sono stati sostituiti da una folla di comici, satiristi vari, fumettari, attori, registi. Tutti intellettuali per modo di dire, tutti operatori del "vedere" e non dello "scrivere", per usare la terminologia di Simone. Da Gramsci a Michele Serra, dal Politecnico di Vittorini a Cuore e ai programmi TV di Serena Dandini. Bah.
Posted by: GMR | 12/05/2008 at 15:53
Vorrei concludere. A mio parere, la cifra genuina della sinistra rimane la difesa degli umili e degli oppressi, difesa sociale ed economica. Lotta effettuata con mezzi rozzi, ma efficaci: l'ideologia dei padroni e/o degli aristocratici cattivi che tenevano incatenate masse di inferiori che non vedevano l'ora di diventare tutti grandi filosofi, una volta liberati. E qui, alla protezione dei semplici e degli umili, dovrebbe fermarsi la sinistra. La lotta al "mostro mite", che non è la neodestra, ma è il mondo moderno dei consumi e del benessere di massa, è intellettualmente ben al di là della sinistra. Ogni tentativo "di sinistra" di approfondire la natura della modernità, tema di grandiosa complessità, si traduce o in una semplicistica riproposizione aggiornata della teoria della lotta di classe (ma non funziona più, è evidente che le masse gradiscono il mostro mite), oppure in una riformulazione di temi già detti con ben altra potenza da pensatori che non sono classificabili nella casellina di sinistra. A quel punto o si ha il coraggio di andare avanti, e di utilizzare categorie che non sono e non possono essere solo di sinistra, o si rimane lì, inebetiti, sospesi alla domanda idiota: "Ma perché l'Occidente non va a sinistra?" Per esempio, tutto il tema del come contrastare l'infantilizzazione della società. La risposta a una domanda così non-materialistica può essere solo di sinistra? Qui non si tratta più di soccorrere l'operaio manchesteriano incatenato in fabbrica (operaio peraltro molto meno oppresso di quanto quel furbone di Marx volle far credere; troppo comodo usare solo i dati vecchi di vent’anni, e non citare quelli contemporanei al Capitale perché smentivano la propria teoria), ma di cosa proporgli alla sera, dopo il lavoro, in alternativa alla TV di intrattenimento. Ora, cosa sa proporre la sinistra all'operaio che vuole guardare Mike Bongiorno o peggio Panariello (ma chissà perché poi peggio) se non semplicemente ancora una volta più stato sociale? E cioè più tranquillità economica, più sicurezza, e soprattutto più tempo libero, cosa buona e giusta ma che, a quanto pare, nella maggior parte delle persone non stimola alcun interesse “alto” o "maturo" o "adulto" (qualunque cosa siano gli interessi alti, maturi e adulti), ma solo un "infantile" bisogno di tenersi occupati, di non annoiarsi, e insomma di vendersi al mostro mite, di consumare e fare shopping in centro, o al centro commerciale per i più rozzi. Oppure si, l'estate romana, la pseudo-cultura di Veltroni, e tutte le consimili cazzatine che creano un vuoto trombonismo di massa ancora peggiore delle folle di destra che vanno ad assistere ai film di Boldi e De Sica, che almeno questi non se la tirano a darsi arie di intellettuali (come invece facciamo troppo spesso io e te, caro Stefano; e scusa per il tu, visto che non ci conosciamo, ma nei blog –altra incarnazione del mostro mite- si usa così, esiste solo il tu, come tra i bambini). Forse occorre capire che il mostro mite non è solo di destra.
Posted by: GMR | 12/05/2008 at 16:30