Pochi giorni fa ho recuperato e riletto un libro che avevo comprato e letto per la prima volta quasi vent'anni fa. Si tratta di Il solitario, l'unico romanzo scritto dal franco-romeno Eugène Ionesco, altrimenti più noto nelle vesti di drammaturgo, autore di opere fondamentali del cosiddetto teatro dell'assurdo come La cantatrice calva, Le sedie o Il re muore. Ho scoperto, tra l'altro, che questo libro, pubblicato in italiano a quei tempi direttamente negli Oscar Mondadori e ormai uscito di catalogo, è appena tornato in libreria in questa edizione.
Protagonista è un uomo di trentacinque anni che eredita un'immensa fortuna da uno "zio d'America" e che, dopo essersi licenziato, decide di vivere di rendita, finalmente libero dalle costrizioni e dal tran tran della sua vita di impiegato. E se prima abitava in una misera stanzuccia d'albergo a Parigi, con parte della somma incamerata si compra un grande appartamento in periferia. Sembrerebbe dunque la situazione ideale per conseguire la felicità: per l'ex impiegato - che resta innominato per tutto il racconto - questo cambiamento è all'insegna della speranza. La realtà, però, si rivela diversa. A poco a poco la quotidianità che lui riempie di piccoli riti e abitudini, come per esempio mangiare sempre allo stesso tavolo dello stesso ristorante, prende il sopravvento e s'incarica di smantellare, pezzo per pezzo, il suo sogno. Allo stesso modo non riesce a sottrarsi ai fastidi e alle piccole meschinità dei rapporti con gli altri esseri umani: la portinaia occhiuta, la governante che sembra guardare con disapprovazione la sua pigrizia, la cameriera del ristorante con cui abbozza una relazione amorosa di breve durata, presto naufragata a causa della sua "stranezza". Persino il dolce far niente, tanto agognato quando lavorava nel suo ufficio, si trasforma in un peso da lenire con l'alcool.
Questa è la vicenda reale, ma il romanzo di Ionesco si offre a una lettura a più strati ed è squisitamente metaforico. Tanto per cominciare - e in maniera piuttosto evidente - il romanzo segna un progressivo rinchiudersi in sé del protagonista. La casa del protagonista, che finisce per contenere tutta la sua vita, è il simbolo della sua stessa individualità che progressivamente esclude tutto il mondo esterno. Questa casa simboleggia il sogno (irrealizzabile) dell'autosufficienza totale, un'autosufficienza che rischia di trasformarsi in autismo. Ma la situazione in cui si trova il protagonista è anche metafora di una grave depressione, di cui vengono descritti i sintomi. La mattina il protagonista non ha voglia di alzarsi dal letto e ogni minimo gesto gli costa uno sforzo immane, tanto che anche lavarsi è una "fatica dura quanto un lavoro da manovale"; è tormentato dalla sensazione di non avere nulla in comune con gli altri e questo lo isola ancora di più ("l'impressione di essere separato dal resto del mondo, l'impressione di essere in una campana di vetro"); per non affrontare queste giornate che gli si stendono davanti vuote e uguali si rifugia sempre più spesso nel sonno ("Mi piace molto evadere nel sonno"); è ossessionato dalla morte e dal tempo che passa. Ma, soprattutto, avverte un profondo senso di noia e di angoscia, rotte da sprazzi di gioia improvvisa. In lui agisce quel tipico meccanismo per cui un singolo elemento negativo si estende fino a fagocitare tutto il resto: "C'era sempre stata quella mancanza, quella sensazione che mi mancava qualcosa, e che quindi tutto era mancanza".
Questa, però, è solo la prima parte del romanzo. Nella seconda avviene un'accelerazione temporale ed è come se gli eventi prendessero la rincorsa e bruciassero gli anni. Anche la narrazione "deraglia" e si fa meno realistica - benché fino a quel momento fosse stato un realismo più psicologico e interiore - e diventa più marcatamente simbolica e onirica. Nella città, infatti, scoppia una rivoluzione: nella strada in cui si trova l'appartamento del protagonista vengono erette barricate, si sentono degli spari, ci sono morti e feriti, e persino le persone che si affacciano alle finestre per assistere a quello spettacolo cruento vengono uccise dalle pallottole vaganti. Questa rivoluzione è l'epitome di tutte le rivoluzioni e allo stesso tempo rappresenta la vanità della lotta. Le parti che si combattono sono assolutamente indistinguibili: una vale l'altra e comunque, in nessun caso, la vittoria di una delle due - se non sono addirittura più di due - porterebbe un cambiamento significativo. Bisognerebbe cambiare la condizione esistenziale, ma non lo si può fare, perché essa è immutabile. L'uomo si trascina in un vicolo cieco metafisico in cui gli eventi esterni si equivalgono tutti, perché non spostano di un millimetro l'ineluttabilità del destino umano che sfocia per forza nella morte. Per questa ragione il protagonista schifa ogni mutamento, legge con occhio disincantato le catastrofi che riempiono le pagine dei giornali, e coltiva un conservatorismo indifferente. Nella seconda parte, quindi, si radicalizza l'immagine della casa come simbolo della totale chiusura dell'individuo su di sé. Il protagonista, infatti, decide di sottrarsi completamente alla battaglia - che è innanzitutto la battaglia della vita - e dopo aver fatto incetta di provviste si rinchiude definitivamente in casa. In questa seconda parte si sente molto di più la mano dello Ionesco inventore delle situazioni assurde che animano il suo teatro.
Fino a qui la "pars destruens". Verso la fine, infatti, il romanzo presenta una sorpresa che non è tale, per chi conosce minimamente la biografia di Ionesco. A poco a poco da questo mare di negatività e di disperazione emerge una possibilità di riscatto che si manifesta attraverso alcuni simboli concreti: l'albero che cresce in cortile dalla montagnetta di rifiuti gettata dai condomini - un'immagine fin troppo scoperta -, la luce vibrante che avvolge i muri e i tetti delle case circostanti e, infine, una visione quasi edenica che spunta dall'armadio della sua camera da letto - alberi, luce, una scala d'argento verso il cielo azzurro - e che gli fa dire: "Qualcosa di quella luce che era penetrata in me rimase. Pensai che era un segno". Queste, che sono le parole conclusive del romanzo, permettono di reinterpretare tutto quello che è stato raccontato in precedenza. Non più soltanto la descrizione di una depressione profonda, ma anche e soprattutto una ricerca di senso che, giunta al suo termine, "compie il salto" in senso kierkegaardiano - o almeno tenta di compierlo. Tuttavia, il finale è sufficientemente aperto: potrebbe essere una rivelazione religiosa che pone fine a una crisi mistica, così come potrebbe essere una guarigione dopo uno stato di grave prostrazione psicologica.
Che dire di questa unica prova narrativa di Eugène Ionesco? Secondo me non è del tutto riuscita. Il romanzo è indubbiamente molto leggibile ed è, soprattutto, pieno di grandi intuizioni psicologiche e filosofiche. Il problema, però, è proprio la forma del romanzo: queste intuizioni sono molto "dichiarate" e assumono quasi sempre un aspetto saggistico o aforistico, tanto che danno l'impressione, a chi legge, di essere molto intellettuali - qualche volta persino cerebrali - e, in quanto tali, appiccicate agli eventi. Leggendolo, ho sottolineato moltissime frasi, che potrebbero tranquillamente essere estrapolate e pubblicate a parte in una sorta di "diario filosofico", magari proprio il Journal en miettes (Diario in briciole) dello stesso Ionesco. Poi, come spesso accade - ma questa potrebbe essere solo una mia sensazione o, addirittura, un mio pregiudizio -, sembra che gli autori fatichino a descrivere il "bene" in maniera altrettanto convincente del "male", tanto che qui Ionesco se la cava con poche paginette finali sfruttando immagini di scarsa originalità. Come se il bene e la speranza fossero, a conti fatti, tanto poco convincenti da non riuscire a "piegare" seriamente il polso dell'autore e a fargli scrivere parole che trasmettano davvero al lettore la luce intravista dal suo protagonista.