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Le infamie di ieri

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31/05/2008

Della domesticità e della fuga

Sabato scorso, dopo aver pranzato con M.S. a casa sua, mi sono accasciato sul divano e facendo zapping in televisione mi sono fermato a guardare qualche scena di un film con Totò - per la cronaca, si trattava di Destinazione Piovarolo, che in passato avevo già visto parecchie volte. Tutta la situazione - il sabato postprandiale, il film di Totò in tv, l'appesantimento della digestione, la presenza dell'ex fidanzato che, dopo aver lavato i piatti in cucina, mi si è seduto accanto, persino la pioggia che scendeva - ha contribuito a creare un clima di domesticità che in un attimo mi ha riportato a situazioni simili di quand'ero più giovane e abitavo ancora con i miei. Anche allora certi pomeriggi di sabato e di domenica erano fatti della medesima sostanza, che da un lato mi rassicurava e dall'altro mi ammorbava. Mi sentivo, al tempo stesso, protetto e soffocato. Sabato scorso, in maniera concentrata, sono passato da una sensazione all'altra ed è stato come una rivelazione (o una conferma) di me stesso - o di una parte del mio carattere - a me stesso. Da allora mi sono sempre mosso tra questi due poli, riproducendo lo stesso schema mentale di allora, solo che solitamente non me ne rendo conto. Oppure lo nascondo anche a me stesso, perché non mi rende la vita facile e mi mette continuamente sotto tensione. Ho bisogno di questa domesticità, cerco questa intimità, ma quando ci sono dentro mi sento all'improvviso intrappolato e mi viene voglia di fuggire. Però, quando sono fuggito, avverto di nuovo il richiamo di quel tepore che prima mi era sembrato così soffocante. Questo non lascia presagire nulla di buono: è come essere sempre con un piede dentro e uno fuori. Lamentarsi del freddo e cercare il caldo, salvo poi lamentarsi del caldo e cercare di nuovo il freddo. Ed è per questo motivo che, indipendentemente dalle condizioni reali in cui mi trovo, tutto mi sembra provvisorio e io mi percepisco ai margini delle cose. Anche quando nella mia vita non potrebbe esserci nulla di più definitivo e io non potrei occupare un posto più centrale.

30/05/2008

Che cosa sapevano? Una storia orale della Germania nazista

Sterminata è la bibliografia dedicata al nazionalsocialismo nei suoi vari aspetti e numerosi autori, soprattutto negli ultimi anni, hanno spostato l'attenzione dai grandi protagonisti alle persone normali. E' uscito da poco un altro volume che si occupa con ancora maggior precisione di queste ultime: La Germania sapeva. Terrore, genocidio, vita quotidiana: una storia orale di Eric A. Johnson e Karl-Heinz Reuband. I due autori sono un americano e un tedesco che hanno unito le loro forze in questo lavoro durato una decina d'anni. Johnson è uno storico e Reuband è un sociologo e, usando gli strumenti delle rispettive discipline, hanno cercato di rispondere con più esattezza a una serie di domande che finora non avevano avuto risposte univoche. Che cosa sapevano i tedeschi - ebrei e non ebrei - del genocidio in corso durante il Terzo Reich? Qual era il grado di consenso di cui godeva il regime di Hitler? Qual è stato il livello di opposizione al regime e quale l'aiuto fornito agli ebrei? Il terrore era davvero così diffuso? Dirò subito che il titolo della traduzione italiana è un po' fuorviante, oltre che abbastanza perentorio: "La Germania sapeva" rispetto all'originale, più dubbioso, "What We Knew" - "Che cosa sapevamo" -, che lascia aperta la possibilità dell'effettiva ignoranza, da parte di molti tedeschi, di ciò che stava accadendo, distinguendo tra il puro e semplice "sospetto" e la "consapevolezza" dei tragici eventi in corso.

Dal punto di vista metodologico, a partire dal 1993 i due autori hanno inviato una serie di questionari a cittadini tedeschi selezionati a caso e che, durante il periodo nazista, appartenevano a diverse fasce d'età e poi ai pochi ebrei tedeschi sopravvissuti e ancora residenti in Germania. Un paio d'anni dopo hanno spedito gli stessi questionari a ebrei tedeschi fuggiti dalla Germania e ora residenti altrove - per lo più negli Stati Uniti -, selezionati grazie alla collaborazione dello United States Holocaust Memorial Museum. La reazione è stata, nel complesso, abbastanza positiva e una buona metà degli interpellati hanno accettato di rispondere ai questionari, nonostante la delicatezza dell'argomento e delle domande poste e, soprattutto, i ricordi tragici che questa indagine faceva riaffiorare alla superficie. La seconda fase, quindi, è consistita in una serie di interviste individuali, raccolte da vari collaboratori. Tra i circa duecento colloqui condotti ne sono stati selezionati una quarantina che sono stati riportati, per l'appunto, in La Germania sapeva e ne costituiscono le due prime parti.

Nella prima parte ci sono le testimonianze degli ebrei sopravvissuti, a loro volta divise tra quelli che lasciarono la Germania prima della Notte dei cristalli - il 9 novembre 1938 -, quelli che la lasciarono dopo, quelli che furono deportati dalla Germania durante la guerra e quelli che, invece, si nascosero. Nella seconda parte ci sono invece le testimonianze dei tedeschi "comuni", a cui è stato chiesto di descrivere la propria vita quotidiana - soprattutto in relazione alla loro eventuale paura e alla conoscenza di ciò che stava accadendo tutt'intorno. Le loro testimonianze sono raggruppate in tre capitoli, a seconda del livello di conoscenza dello sterminio degli ebrei: scarso, legato a delle voci, di prima mano. Queste due parti sono naturalmente le più interessanti di tutto il libro perché permettono di accedere, per quanto possibile, alla vita di tutti i giorni dei protagonisti e delle vittime di quell'epoca, ma anche di conoscere episodi di solidarietà concreta da parte di tedeschi non ebrei: un fenomeno sicuramente minoritario, ma non del tutto assente, anche quando spesso si riduceva a mero simbolo privo di efficacia concreta, come è il caso di quel quacchero tedesco che, a un certo punto, prese a frequentare tutti i venerdì sera le funzioni in sinagoga e girò sempre con un fazzolettino giallo in tasca, proprio come gli ebrei erano costretti a portare su di sé la stella gialla di David.

Nella terza e quarta parte, invece, gli autori interpretano i dati raccolti, prima per quanto riguarda gli ebrei sopravvissuti e poi per quanto riguarda i tedeschi, enucleando in sostanza tre aree di interesse: la vita quotidiana e l'antisemitismo - ovvero: quanto era percepito dagli ebrei l'antisemitismo? E quest'ultimo era aumentato dopo l'ascesa di Hitler al potere? - oppure, nel caso dei tedeschi non ebrei , il consenso al nazionalsocialismo - ovvero: che cosa avevano approvato gli intervistati delle politiche hitleriane? Quanto era popolare il regime nazista? -, il terrore - quanto era diffusa la paura di essere arrestati? La paura era la medesima per entrambi i gruppi? Quali erano le attività illegali in cui erano coinvolti? -, e lo sterminio. Queste due parti conclusive sono arricchite da ulteriori dichiarazioni tratte da interviste non riportate integralmente nelle prime due parti. Il capitolo conclusivo - intitolato "Che cosa sapevano?" - cerca di fare il punto di tutta l'indagine, fornendo un quadro molto più sfumato e più "plastico", per così dire, della Germania in epoca hitleriana, che se da un lato conferma l'adesione maggioritaria - anche se di diversa intensità e con diversi gradi di partecipazione o di indifferenza - al nazismo, dall'altro rende anche giustizia alla minoranza di cittadini tedeschi che cercarono di non diventare complici di questo grande crimine storico.

27/05/2008

Come una madonna

Siccome nessun altro era disponibile, stamattina sono dovuto venire in ufficio a - come si dice - "somministrare" le prove per la selezione di due nuovi interinali. Ho provato un sincero moto di pietà quando mi sono trovato davanti la decina di candidati - e lo dico senza alcuna ironia. Soprattutto quando ho letto i loro curricula: non soltanto le qualifiche di alcuni di loro sono molto alte, ma in maggioranza sono esperti nello "sbarcare il lunario" e hanno fatto una grande quantità di lavori e lavoretti. Nulla di ben definito, nulla di stabile: altrimenti non sarebbero stati lì dov'erano, a mettere crocette su un test a risposta multipla. In quel momento ho visto lo stato di disgregazione e lo sfacelo in cui versa oggi il mondo del lavoro. Quando, allertato dal cronometro che segnava lo scadere del tempo assegnato, ho alzato gli occhi dal computer e li ho guardati, mi sono sembrati tutti dei malati incurabili che tentano un viaggio della speranza. Come recitava una cartolina da Lourdes che avevo nella mia collezione, quand'ero piccolo: "Alla grotta benedetta ho pregato per voi".

Caduta e rinascita dell'individuo nell'unico romanzo di Eugène Ionesco

Eugene Ionesco Pochi giorni fa ho recuperato e riletto un libro che avevo comprato e letto per la prima volta quasi vent'anni fa. Si tratta di Il solitario, l'unico romanzo scritto dal franco-romeno Eugène Ionesco, altrimenti più noto nelle vesti di drammaturgo, autore di opere fondamentali del cosiddetto teatro dell'assurdo come La cantatrice calva, Le sedie o Il re muore. Ho scoperto, tra l'altro, che questo libro, pubblicato in italiano a quei tempi direttamente negli Oscar Mondadori e ormai uscito di catalogo, è appena tornato in libreria in questa edizione.

Protagonista è un uomo di trentacinque anni che eredita un'immensa fortuna da uno "zio d'America" e che, dopo essersi licenziato, decide di vivere di rendita, finalmente libero dalle costrizioni e dal tran tran della sua vita di impiegato. E se prima abitava in una misera stanzuccia d'albergo a Parigi, con parte della somma incamerata si compra un grande appartamento in periferia. Sembrerebbe dunque la situazione ideale per conseguire la felicità: per l'ex impiegato - che resta innominato per tutto il racconto - questo cambiamento è all'insegna della speranza. La realtà, però, si rivela diversa. A poco a poco la quotidianità che lui riempie di piccoli riti e abitudini, come per esempio mangiare sempre allo stesso tavolo dello stesso ristorante, prende il sopravvento e s'incarica di smantellare, pezzo per pezzo, il suo sogno. Allo stesso modo non riesce a sottrarsi ai fastidi e alle piccole meschinità dei rapporti con gli altri esseri umani: la portinaia occhiuta, la governante che sembra guardare con disapprovazione la sua pigrizia, la cameriera del ristorante con cui abbozza una relazione amorosa di breve durata, presto naufragata a causa della sua "stranezza". Persino il dolce far niente, tanto agognato quando lavorava nel suo ufficio, si trasforma in un peso da lenire con l'alcool.

Questa è la vicenda reale, ma il romanzo di Ionesco si offre a una lettura a più strati ed è squisitamente metaforico. Tanto per cominciare - e in maniera piuttosto evidente - il romanzo segna un progressivo rinchiudersi in sé del protagonista. La casa del protagonista, che finisce per contenere tutta la sua vita, è il simbolo della sua stessa individualità che progressivamente esclude tutto il mondo esterno. Questa casa simboleggia il sogno (irrealizzabile) dell'autosufficienza totale, un'autosufficienza che rischia di trasformarsi in autismo. Ma la situazione in cui si trova il protagonista è anche metafora di una grave depressione, di cui vengono descritti i sintomi. La mattina il protagonista non ha voglia di alzarsi dal letto e ogni minimo gesto gli costa uno sforzo immane, tanto che anche lavarsi è una "fatica dura quanto un lavoro da manovale"; è tormentato dalla sensazione di non avere nulla in comune con gli altri e questo lo isola ancora di più ("l'impressione di essere separato dal resto del mondo, l'impressione di essere in una campana di vetro"); per non affrontare queste giornate che gli si stendono davanti vuote e uguali si rifugia sempre più spesso nel sonno ("Mi piace molto evadere nel sonno"); è ossessionato dalla morte e dal tempo che passa. Ma, soprattutto, avverte un profondo senso di noia e di angoscia, rotte da sprazzi di gioia improvvisa. In lui agisce quel tipico meccanismo per cui un singolo elemento negativo si estende fino a fagocitare tutto il resto: "C'era sempre stata quella mancanza, quella sensazione che mi mancava qualcosa, e che quindi tutto era mancanza".

Questa, però, è solo la prima parte del romanzo. Nella seconda avviene un'accelerazione temporale ed è come se gli eventi prendessero la rincorsa e bruciassero gli anni. Anche la narrazione "deraglia" e si fa meno realistica - benché fino a quel momento fosse stato un realismo più psicologico e interiore - e diventa più marcatamente simbolica e onirica. Nella città, infatti, scoppia una rivoluzione: nella strada in cui si trova l'appartamento del protagonista vengono erette barricate, si sentono degli spari, ci sono morti e feriti, e persino le persone che si affacciano alle finestre per assistere a quello spettacolo cruento vengono uccise dalle pallottole vaganti. Questa rivoluzione è l'epitome di tutte le rivoluzioni e allo stesso tempo rappresenta la vanità della lotta. Le parti che si combattono sono assolutamente indistinguibili: una vale l'altra e comunque, in nessun caso, la vittoria di una delle due - se non sono addirittura più di due - porterebbe un cambiamento significativo. Bisognerebbe cambiare la condizione esistenziale, ma non lo si può fare, perché essa è immutabile. L'uomo si trascina in un vicolo cieco metafisico in cui gli eventi esterni si equivalgono tutti, perché non spostano di un millimetro l'ineluttabilità del destino umano che sfocia per forza nella morte. Per questa ragione il protagonista schifa ogni mutamento, legge con occhio disincantato le catastrofi che riempiono le pagine dei giornali, e coltiva un conservatorismo indifferente. Nella seconda parte, quindi, si radicalizza l'immagine della casa come simbolo della totale chiusura dell'individuo su di sé. Il protagonista, infatti, decide di sottrarsi completamente alla battaglia - che è innanzitutto la battaglia della vita - e dopo aver fatto incetta di provviste si rinchiude definitivamente in casa. In questa seconda parte si sente molto di più la mano dello Ionesco inventore delle situazioni assurde che animano il suo teatro.

Fino a qui la "pars destruens". Verso la fine, infatti, il romanzo presenta una sorpresa che non è tale, per chi conosce minimamente la biografia di Ionesco. A poco a poco da questo mare di negatività e di disperazione emerge una possibilità di riscatto che si manifesta attraverso alcuni simboli concreti: l'albero che cresce in cortile dalla montagnetta di rifiuti gettata dai condomini - un'immagine fin troppo scoperta -, la luce vibrante che avvolge i muri e i tetti delle case circostanti e, infine, una visione quasi edenica che spunta dall'armadio della sua camera da letto - alberi, luce, una scala d'argento verso il cielo azzurro - e che gli fa dire: "Qualcosa di quella luce che era penetrata in me rimase. Pensai che era un segno". Queste, che sono le parole conclusive del romanzo, permettono di reinterpretare tutto quello che è stato raccontato in precedenza. Non più soltanto la descrizione di una depressione profonda, ma anche e soprattutto una ricerca di senso che, giunta al suo termine, "compie il salto" in senso kierkegaardiano - o almeno tenta di compierlo. Tuttavia, il finale è sufficientemente aperto: potrebbe essere una rivelazione religiosa che pone fine a una crisi mistica, così come potrebbe essere una guarigione dopo uno stato di grave prostrazione psicologica.

Che dire di questa unica prova narrativa di Eugène Ionesco? Secondo me non è del tutto riuscita. Il romanzo è indubbiamente molto leggibile ed è, soprattutto, pieno di grandi intuizioni psicologiche e filosofiche. Il problema, però, è proprio la forma del romanzo: queste intuizioni sono molto "dichiarate" e assumono quasi sempre un aspetto saggistico o aforistico, tanto che danno l'impressione, a chi legge, di essere molto intellettuali - qualche volta persino cerebrali - e, in quanto tali, appiccicate agli eventi. Leggendolo, ho sottolineato moltissime frasi, che potrebbero tranquillamente essere estrapolate e pubblicate a parte in una sorta di "diario filosofico", magari proprio il Journal en miettes (Diario in briciole) dello stesso Ionesco. Poi, come spesso accade - ma questa potrebbe essere solo una mia sensazione o, addirittura, un mio pregiudizio -, sembra che gli autori fatichino a descrivere il "bene" in maniera altrettanto convincente del "male", tanto che qui Ionesco se la cava con poche paginette finali sfruttando immagini di scarsa originalità. Come se il bene e la speranza fossero, a conti fatti, tanto poco convincenti da non riuscire a "piegare" seriamente il polso dell'autore e a fargli scrivere parole che trasmettano davvero al lettore la luce intravista dal suo protagonista.

24/05/2008

Essere italiani non mette al riparo dall'imbecillità

1

Nell'edizione milanese di Repubblica di ieri c'era un servizio dedicato alla sosta selvaggia a Milano, con tutti i problemi che questa causa, soprattutto ai tram che, dovendo transitare e vedendosi le rotaie invase dalle automobili parcheggiate lì sopra, sono spesso costretti a notevoli ritardi sulla tabella di marcia. Poi si parlava, naturalmente, del fenomeno del parcheggio in doppia e tripla fila, non di rado con le quattro frecce accese - come se il lampeggiare delle frecce estinguesse miracolosamente l'infrazione -, della sosta indiscriminata sui marciapiedi, fenomeno che ho visto degenerare proprio dove abito io: qualche anno fa sono state introdotte le strisce gialle per i residenti per frenare il parcheggio indiscriminato ovunque. Ora i non residenti, quando non se ne fottono bellamente, parcheggiano senza problemi in doppia fila, sul marciapiede - accanto alla fila riservata ai residenti - e, naturalmente, sui marciapiedi sull'altro lato della strada, dove proprio non si potrebbe. L'articolo di Repubblica riferiva che nemmeno l'aumento del numero di multe serve a scoraggiare i parcheggiatori selvaggi perché, in proporzione, il rischio di prendersi una multa, quando le infrazioni sono così numerose, è talmente basso da risultare più conveniente rispetto al pagamento di un parcheggio regolare. Senza contare il fatto che, nemmeno nella "civile" Milano, è molto diffusa la consapevolezza che la strada è di tutti e non soltanto di chi la invade, espropriandola magari con quegli orrendi "transatlantici" dei Suv che sono la protesi simbolica più urticante dei baùscia meneghini. Se città straniere come Londra, Berlino o Parigi non sono diventate foreste di metallo, mi domando perché Milano non potrebbe imitarle. Mi domando anche perché, in questo caso, nessuno proponga quelle soluzioni fai-da-te che invece vengono invocate per aumentare la sicurezza nelle nostre città. Se è ammissibile - o, addirittura, "liberale" - proporre di organizzare ronde di cittadini per garantire la vivibilità cittadina; se stanno tornando di moda i pogrom e i roghi ai campi rom; se si possono allegramente linciare delle transessuali che si prostituiscono, allora perché non girare con mazze, martelli, punteruoli per forare pneumatici, bucare portiere, mandare in frantumi finestrini, scassare cofani di automobili in sosta vietata o di vetture che, sui marciapiedi, ci intralciano il passaggio? Allora, forse, la bilancia dei costi e dei ricavi (del parcheggiare alla cazzo di cane) penderebbe decisamente a favore dei primi funzionando come disincentivo. Meno stato, più iniziativa privata.

2

Oggi, in via del tutto eccezionale, mi sono guardato due telegiornali. Il peggio del peggio, tra l'altro: su Italia 1 e Rete 4. Ma ero a pranzo da M.S. e, mentre aspettavo che buttasse la pasta, c'era la tv accesa. Due notizie di due tragedie automobilistiche. A Roma due giovani sono stati investiti e uccisi da un pirata della strada, che guidava in stato di ebbrezza e sotto l'effetto degli stupefacenti, quando in realtà non avrebbe potuto affatto guidare perché gli era già stata ritirata la patente poco tempo fa. Mi ha fatto effetto sentire che Studio Aperto definiva l'omicida - trentatré anni suonati - un "ragazzo" e mi sono chiesto quando mai si diventi adulti in questa società che ha eletto il rimbambi(ni)mento a suo principio guida. La seconda notizia riguardava invece un altro "ragazzo" - stavolta non ricordo l'età - che, in Sardegna, ha travolto (e ammazzato, obviously) un poliziotto che, appoggiato sul cofano di un'automobile, stava stendendo il verbale di un incidente. Il "pirla della strada", diceva il telegiornale, non ha visto né il segnale dell'incidente, né i lampeggianti della polizia, né le giacche catarinfrangenti indossate dai poliziotti, ma ha proseguito la sua corsa - senza prestare soccorso all'investito - finché ha tamponato un'altra macchina davanti a lui. Anche lui era ubriaco e non so se fosse pure drogato. Mi viene da commentare: peccato che dei due nessuno fosse un rom, uno slavo, un albanese; peccato che nessuno dei due fosse clandestino. Erano solo due degli innumerevoli italiani coglioni che infestano questo paese e che, purtroppo, nessuna legge ci permetterebbe di espellere o buttare a mare. Peccato, peccato davvero. Ma magari, con un po' di fortuna, scopriamo che erano froci e così le cose si sistemano.

23/05/2008

Sbudellamenti nipponici: "Ichi the Killer"

Ichi_the_killer Il film dell'orrore ha, con la realtà, più o meno lo stesso rapporto della pornografia. O forse, in generale, entrambi i generi sono il limite estremo della rappresentazione cinematografica della realtà, perché mettono a nudo il rapporto tra verità e finzione. Nel senso in cui, nella famosa fiaba di Andersen, il famoso re è nudo per i bambini che lo sanno vedere. Forse è per questo motivo che mi piacciono sia la pornografia che i film dell'orrore: in nessuno dei due casi, infatti, ho il pretesto (o la pretesa) di accedere a una conoscenza della realtà attraverso quella che è, palesemente, una rappresentazione fittizia. La confusione dei due ambiti non è possibile. Eppure, così come è difficile trovare un film pornografico che mi soddisfi - al di là della sua funzione puramente strumentale -, altrettanto complicato è trovarne uno dell'orrore che non mi faccia sbadigliare, in primo luogo per le sue carenze stilistiche o registiche. Non mi aspetto cioè che il film dell'orrore sia credibile - non deve esserlo: come per la pornografia, è imperativo che venga violato il principio di mimesi -, ma esigo che sia esteticamente godibile. Questa lunga premessa serve per dire che, qualche sera fa, mi sono guardato in dvd un film che mi ha proprio soddisfatto. Più splatter che horror, a dire il vero, ma non voglio sottilizzare. Si tratta di Ichi the Killer di Takashi Miike. La trama è semplice e intricata allo stesso tempo. Semplice nel contenuto, ma intricata nel modo in cui viene sviluppata. Ridotta all'osso, è la storia di due personaggi che si fronteggiano e che incarnano in qualche modo il masochista estremo (Kakihara, interpretato da Tadanobu Asano) e il sadista estremo (Ichi, interpretato da Nao Omori) - anche se, va detto, il primo presenta a sua volta tratti di notevole sadismo). Il film è ambientato in una Tokyo molto violenta in cui diverse fazioni della yakuza si scontrano per affermare ciascuna il proprio potere e per vendicarsi, l'una contro l'altra, di torti subìti e inflitti. Intricato è lo stile narrativo: solo attraverso la giustapposizione di scene, apparentemente slegate da una successione narrativa cronologica o logica tout court, lo spettatore riesce a ricostruire l'andamento delle vicende. In realtà, nella mia ignoranza del Giappone, mi domando se questo modo di procedere non sia tipicamente nipponico: ricordo infatti un altro film, visto poco tempo fa - si trattava di Ju-On: The Grudge -, in cui i salti temporali erano continui e imprevedibili, sfidando così le aspettative logiche dello spettatore occidentale. Ma al di là di tutto ciò, Ichi the Killer è un esempio pregevole di quello che dovrebbe essere il gore in questo genere di film. Le scene sono efferate e il sangue scorre a fiumi, ma non c'è da avere davvero paura, perché le violenze sono così esagerate e l'irrealtà talmente esibita e palese da non provocare mai l'effetto-mimesi. Ci si può sollazzare, quindi, con crudeltà di grande inventiva godendone come si godrebbe di una rappresentazione artistica ben riuscita. E poi, nel loro aspetto iperbolico, tutte queste scene hanno una notevole carica di humour che solletica le aspettative dello spettatore, che a ogni squartamento e sbudellamento si chiede: "Chissà che cosa s'inventerà stavolta!". Ichi, per esempio, indossa un assurdo costume con il numero 1 sulla schiena - ichi, infatti, in giapponese significa "uno" - e uccide facendo scattare una lama affilatissima che ha inserita nel retro delle scarpe. Spesso basta un solo colpo assestato alla sua vittima per tagliarla in due parti perfettamente simmetriche, facendo schizzare una fontana di sangue che imbratta i muri circostanti. Ichi ha un'aria smarrita da bravo bambino, il che rende ancor più paradossale quest'orgia di violenza gratuita. Altrettanto iperboliche e improbabili le altre scene di violenza del film: un uomo appeso al soffitto con ganci viene trafitto da Kakihara con una serie di spilloni e poi ricoperto di olio bollente (senza nemmeno svenire); Kakihara che si taglia un pezzo di lingua e, un istante dopo, risponde come se nulla fosse a una chiamata al cellulare o che s'infila due spilloni nei timpani per assordarsi e non sentire più il piagnucolio di Ichi durante la resa dei conti finale. Un film che consiglio caldamente a chi voglia trascorrere una tranquilla serata casalinga, all'insegna di un grand guignol, grafico ma rilassante, vagamente stomachevole ma ironico al tempo stesso. I giapponesi, evidentemente, ci sanno fare.

22/05/2008

Stefano Livadiotti, "L'altra casta"

In L'altra casta Stefano Livadiotti spende circa duecento pagine per farci sapere che l'acqua bolle a cento gradi. Fuor di metafora, quello che il giornalista dell'Espresso scrive su "privilegi, carrieri e misfatti da multinazionale" del sindacato è, in parte, cosa nota e non aggiunge nulla di nuovo a quello che da qualche anno a questa parte si dice sui sindacati e, in particolare, su Cgil, Cisl e Uil. Il saggio di Livadiotti è sicuramente molto ben documentato ed è scritto con un stile che vorrebbe essere colloquiale, complice, allusivo e indignato-sdegnato - l'equivalente verbale del dare di gomito a un lettore che, suppone l'autore, gli darà senz'altro ragione -, ma nonostante questo mi lascia perplesso in più punti. I misfatti sono reali, su questo non c'è dubbio, ma quello che viene lasciato in ombra - o dato per scontato - sono i "presupposti ideologici" che discriminano il "bene" dal "male", ciò che è "giusto" da ciò che è "ingiusto". E' quella la discussione che andrebbe fatta a monte, ancora prima di avanzare tutte le critiche contenute nel libro. Quali sono questi "presupposti ideologici"? Sono quasi sempre impliciti, tranne che in un capitolo - intitolato "Lo spettro del precario" -, che non a caso è la parte per me più sgradevole e meno accettabile di tutto il testo di Livadiotti. Qui, in sostanza, viene dato per acquisito che il "sommum bonum" è il lavoro, comunque e a qualunque costo, e quindi è positivo tutto ciò che favorisce qualsiasi forma di lavoro, anche se precaria o - per usare un eufemismo dei giorni nostri - "flessibile". Formulato questo presupposto, qualunque opposizione a questa concezione del lavoro è, quindi, negativa e antimoderna. Si prendano per esempio i lavori temporanei, mediati dalle agenzie interinali, spesso letteralmente imposti e non scelti dal lavoratore, che non ha alternative: Livadiotti usa, senza battere ciglio, l'orribile espressione "somministrazione di lavoro a tempo determinato". Somministrazione: esattamente come si somministra un medicinale o un caffè. Nello stesso capitolo Livadiotti intona un peana a questo tipo di lavoro che, secondo lui, in un anno ha fatto spuntare "come funghi 416 mila posti di lavoro" e conclude dicendo che gli strumenti di flessibilità - introdotti da Treu a suo tempo - stanno funzionando. Forse i dati andrebbero interpretati: come ha sottolineato Luciano Gallino, studioso di ben maggior spessore, molte di queste cifre sono falsate. Non basta conoscere "quanti" sono i lavori, ma bisogna sapere anche quanti di questi sono davvero nuovi posti di lavoro e non regolarizzazioni di lavoro in nero o quale è il monte-ore di questi impieghi, per capire se consentono ai lavoratori di condurre una vita autonoma e dignitosa. Queste questioni, nel testo di Livadiotti, non trovano posto. "I numeri", scrive, "non sono di destra né di sinistra": è vero, è l'interpretazione di questi numeri che è di destra o di sinistra e può produrre politiche di destra o di sinistra. E su questo Livadiotti tace: sembra che i suoi studiosi di riferimento - citati in continuazione come se fossero la bocca della verità - sono Giavazzi, Alesina e i ricercatori dell'Istituto Bruno Leoni, secondo i quali "abbiamo finora fatto solo la metà della strada necessaria sulla via della flessibilità". Compito di un sindacato moderno, dunque - secondo Livadiotti e secondo, presumo, quelli che, per essere più comodamente di destra, preferiscono dire che non c'è differenza tra destra e sinistra -, sarebbe quello di convincere i lavoratori a farsi spezzare la schiena, nel loro stesso interesse.

Il punto, dunque, che Livadiotti sembra ignorare, è questo: spazzando via lo "strapotere" dei sindacati, non è che finalmente s'instaurano la pace e l'equilibrio sociali. All'interno della società agiscono diverse forze che lottano tra di loro per avere la preminenza, tanto che alla fine si impone quella che ha maggior potere. Se si attaccano in continuazione i lavoratori e le loro rappresentanze - con la scusa magari di volerli meglio difendere - andrà a finire che questi non avranno più nessun potere e saranno definitivamente sopraffatti. Può darsi, naturalmente, che - dal punto di vista di un imprenditore - le richieste sindacali siano "eccessive". Ma io mi domando per quale ragione un sindacato debba fare gli interessi in primo luogo dell'impresa. E' evidente che chi difende i lavoratori deve fare in modo che questi ultimi traggano il maggior vantaggio possibile dalla distribuzione della ricchezza prodotta nel paese: è questo il suo compito primario, non quello di abdicare a favore di un generico "benessere del paese". Di tanto in tanto - e nemmeno in maniera troppo sotterranea - il saggio di Livadiotti è percorso da una corrente di disprezzo e di irrisione nei confronti dei lavoratori, i quali sarebbero tanto cari e tanto belli da difendere - e con loro un sindacato che li riconducesse a questo tipo di ragioni - se si limitassero a far coincidere i loro interessi con quelli dei loro datori di lavoro. Uno degli esempi più stomachevoli è questo, che cito parola per parola: "Alla fine del 2007 in Inghilterra i 4 mila e 800 tra piloti e hostess della Virgin Atlantic hanno indetto 48 ore di sciopero per protestare contro gli aumenti salariali offerti dalla compagnia, ritenuti troppo bassi. Il proprietario, l'eclettico multimilionario Richard Branson, ha scritto loro una lettera: 'Se pensate che i nostri stipendi pregiudichino il vostro tenore di vita, allora fareste bene a dimettervi e cercare un lavoro altrove'". Naturalmente si ha la sensazione, per nulla celata, che Livadiotti approvi in toto la risposta di Branson e che quello sia, secondo lui, il modello di relazioni sindacali "ragionevoli" che un sindacato moderno dovrebbe fare proprio: l'appiattimento totale sulle posizioni dell'imprenditore che tratta i suoi dipendenti con questo misto di irrisione e arroganza. Alla stessa stregua si potrebbe anche giustificare la schiavitù. Ecco, nel libro di Livadiotti, questo impulso emerge, di tanto in tanto, trattenuto a fatica. Se si fosse limitato a indicare le storture del sistema sindacale italiano - che sono molte -, il libro sarebbe stato anche interessante, ma il problema è che da parte dell'autore si intuiscono in continuazione un'acredine e una fenomenale mancanza di rispetto per chi vive del solo proprio lavoro. E' un peccato, perché così L'altra casta è davvero un'occasione mancata - anche e soprattutto perché è troppo facile concentrare la propria attenzione su Alitalia, Ferrovie dello Stato, Poste, Inps, Enav e Bankitalia per mostrare lo strapotere del sindacato. Questi sono enti - statali o parastatali - in cui sindacato e dirigenza sono le due teste di una specie di mostro mitologico ed è difficile tagliarne una senza tagliare anche l'altra. Molto più interessante sarebbe stata, per esempio, un'indagine sul campo nelle industrie private medio-piccole - e anche in molte grandi aziende - in cui essere sindacalizzati, lungi dal portare privilegi, è la strada sicura verso il martirio.

19/05/2008

Attacchi di aforismite

1. A tentare di discutere con un cattolico ci si accorge subito che ai cattolici, solitamente, è più facile fargli entrare qualcosa in culo che non in testa.

2. M.: Io trovo l'intelligenza erotica.
Io: Anch'io. E' per questo che mi masturbo molto.

18/05/2008

Sale sulle ferite: due piccoli episodi

Due eventi mi hanno leggermente scombussolato nelle ultime settimane. Il primo riguarda il mio lavoro. Per un paio di mesi abbiamo avuto, nel nostro ufficio, un giovane interinale che si è rivelato gay. Non l'ho selezionato io, premetto subito a scanso di equivoci. Tra di noi si erano creati affiatamento e simpatia reciproca: lui era molto estroverso e intelligente e così abbiamo finito per confidarci piccole sciocchezze, chiacchierare nei tempi morti, scambiarci opinioni e pettegolezzi. Sin dall'inizio, del resto, ho intuito che lui era diverso dalla media dei miei colleghi uomini, ormai così tipici da aver ridotto quest'ufficio a una sorta di "bar sport". Da ieri non è più con noi e guardando a ritroso questo breve periodo, che è volato, ho capito qualcosa in più su di me. Non che prima io non lo sapessi, ma non l'avevo sottoposto a una verifica così brutale. Ho capito innanzitutto di essere "poroso" e di far fatica a vivere in compartimenti stagni, separando nettamente le varie parti della mia personalità. Quando si è gay - e, di necessità, si fa parte di una minoranza - si impara a lasciar fuori la propria sessualità dai luoghi dove non è desiderata o, quanto meno, dove non è condivisa dalla maggioranza. Una non-condivisione che, spesso, non è fatta di cattive intenzioni o di esplicita malignità, ma che semplicemente si nutre di indifferenza. Per esempio nel luogo di lavoro. E' vero che io sono "dichiarato", ma questo non significa che a tutti i miei colleghi io racconto nei dettagli i fatti miei. Lo farei se ci fosse reciprocità, perché in caso contrario avrei solo la sensazione di fare dei pettegolezzi, non richiesti, su me stesso. Con alcuni colleghi parlo di tutto, e quindi anche della mia omosessualità, mentre con altri vale il principio del "si sa, ma non si dice". A questo si aggiunga il fatto che con altri non ho praticamente alcun tipo di dialogo, se non limitato alle esigenze di lavoro. L'arrivo di E., il giovane collega temporaneo, è stata quindi una boccata di aria fresca. Mi sono sentito come se si fosse allentata una morsa che mi stringeva dentro, anche se ormai a questa "stretta" mi ci ero così abituato da non avvertirla più di tanto. Solo in questo periodo, in cui con lui ho potuto lasciarmi andare del tutto, senza dover controllare troppo quello che dicevo per timore di un giudizio negativo, ho provato quella che immagino sia la sensazione della "maggioranza", cioè di poter parlare di esperienze personali sapendo che queste sono condivise, sono - e uso, per pura pigrizia, un termine che non mi piace - "normali". Adesso che lui non c'è più so che tutto questo mi mancherà. Questa, dopo tutto, è la "condanna" di noi gay: partire sempre un attimo dopo rispetto agli altri, infilare tra sé e la realtà quel momento in più di riflessione - "E' opportuno che io faccia o dica questo? Non è meglio che taccia? Come reagiranno se mi comporto così o cosà?" - che intorpidisce o rallenta la spontaneità. Ho pensato, allora, che sarebbe bello imparare a vivere senza dover rimuginare troppo.

Il secondo evento è stata una mail che ho ricevuto, inattesa, e che mi ha dato da pensare. Mi ha scritto R., dicendomi che ha scoperto il mio blog e che, solo dopo averlo letto per qualche tempo, ha fatto due più due e l'ha associato al mio nome e, quindi, alla mia persona. R. è - come lo chiamo io - il mio mentore, colui che esattamente undici anni fa mi ha introdotto nel "magico" mondo della traduzione editoriale. Non ha fatto nulla di particolare se non passare il mio nome presso la casa editrice per cui lavorava. Ora ha aperto un blog anche lui e me l'ha segnalato per mail: naturalmente scrive benissimo e io ci ritrovo quello humour asciutto che mi sembrava, già allora, una delle sue caratteristiche salienti. Ma non è questo che mi ha dato da pensare. R. non l'ho più rivisto, se non un paio d'anni fa, per caso, all'uscita di un cinema. Ma lo ammiravo perché aveva avuto il coraggio di fare una cosa che io non sono (ancora?) riuscito a fare: licenziarsi e dedicarsi a tempo pieno all'attività di traduttore (e credo che se lo potesse permettere, perché è senz'altro più bravo di me). Ora mi annuncia che si è ri-trasferito a Berlino, dove aveva già abitato anni fa. E io lo ammiro ancora di più, perché ha avuto di nuovo il coraggio di fare quello che io, per pigrizia o per ignavia, non so fare. Lo ammiro, ma allo stesso tempo questa notizia ha riaperto la mia vecchia ferita, tanto più che R. ha disinnescato una delle mie scuse tradizionali per non compiere questo passo: "Ormai sono troppo vecchio". Ebbene, lui ha un paio d'anni più di me. Questi due piccoli eventi - apparentemente di poco conto - hanno sparso sale sulle mie solite ferite, non rimarginate, non rimarginabili.

17/05/2008

L'ultimo sogno

Stamattina ho fatto un sogno così articolato che quasi sembra la sceneggiatura di un film. Tornando a casa, incontro sulle scale un bel ragazzo, completamente creato dal mio inconscio, perché non corrisponde a nessuno che io conosca nella realtà: capelli mossi vagamente ricci, corpo glabro, secco e muscoloso. Dopo avere parlato un po', lo invinto a entrare per mostrargli casa mia. Lui se ne innamora subito e la trova molto accogliente. Diversamente dalla mia casa vera, in questa la cucina è enorme ed è appena stata rifatta: tutto il piano cottura, molto lungo, occupa la parte centrale, dividendo lo spazio in due. In una stanza - non saprei dire se la stessa o un'altra - c'è una sorta di grande divano o futon. Lui ci si butta sopra e io, senza pensarci troppo, mi avvicino e con una certezza del successo che nella vita reale non posseggo gli metto la mano sul pacco, gli tocco il cazzo attraverso gli slip e poi glielo tiro fuori e incomincio a succhiarlo. Sembra che all'improvviso, nel sogno, io mi sia completamente spogliato delle mie insicurezze e dai miei impedimenti, di tutto quello che normalmente mi frena e mi fa pensare che non sto facendo la cosa giusta. Qui agisce un altro me stesso: quello che sa che cosa deve fare e per il quale la distanza tra il sapere e l'agire non è incolmabile. Sono stupito anche ora che lo racconto: non mi capita praticamente mai di fare sogni a contenuto così esplicitamente erotico. Lui ha un'aria sorniona, sembra compiaciuto per quello che gli sto facendo - sto facendo la cosa giusta, evidentemente, la cosa che si aspettava da me. A questo punto è il suo turno, ma quando lui si prende in bocca il mio cazzo, fa una faccia quasi disgustata, senza però dire niente. Io mi sento a disagio, anche se, col senno di poi, posso dire che in realtà io non so con sicurezza se la sua espressione di fastidio fosse dovuta al sapore del mio cazzo o a un qualsiasi altro pensiero che in quel momento gli passa per la testa e che lo disturba. L'approccio sessuale, tuttavia, non prosegue, perché in questo momento appare altra gente. Il primo è un tipo che lui conosce, più vecchio di lui, che ci interrompe continuando a parlare. Io non riesco più a concentrarmi e smetto di succhiarglielo. Arrivano anche altre persone, tra cui: una ragazza tutta assonnata, in compagnia di un ragazzo, e probabilmente entrambi hanno dormito lì, in casa mia, senza che lo sapessi. In cucina - me ne accorgo ora - c'è una grande confusione: devono averci fatto una festa e ci sono ancora molti piatti da lavari. Io mi metto all'opera e loro si ostinano a volermi aiutare. Ci sono avanzi di cibo in molte casseruole, ciotole e insalatiere. Riconosco un'insalata di pasta (pennette) con formaggio e rucola. Bisogna eliminare gli avanzi prima di lavare le stoviglie. Io li prendo con la mano e li getto nella spazzatura, mentre gli altri preferiscono raccoglierli in un unico contenitore e metterli via per un'altra volta. Mentre sto compiendo questa operazione, mi passa davanti una ragazza bionda, piuttosto formosa, che indossa solo un grembiule che le copre il seno - pur lasciandolo intravedere - e le lascia scoperto metà culo. Quando si china le vedo, da dietro, un grosso cazzo e capisco che è una trans. Questo spettacolo mi eccita e, per un attimo, mentre sto lavando un contenitore per microonde, me la immagino con il culo all'aria, pronta per essere penetrata da me. Qualcuno mi dice che è stata assunta e pagata appositamente per fare le pulizie in maniera "più originale" del solito. Man mano che arriva gente, intravedo anche M. che, timidamente e quasi scusandosi, mi dice che se tutta quella gente è lì è per colpa sua, perché lui era venuto in casa mia portandosi un tipo da scopare - che, intuisco, è l'uomo più vecchio che ha interrotto la mia fellatio - e insieme con lui si erano poi aggregati anche tutti gli altri a far festa. Nel frattempo, però, io sono agitato non tanto per il trambusto e la confusione in casa - che, a dire il vero, sono più immaginari che reali, perché tutti i miei involontari ospiti sono più disciplinati di quanto ci si immaginerebbe - ma perché penso che tutto quell'andirivieni potrebbe svegliare... i miei genitori. Il sogno finisce più o meno qui - e probabilmente sto trascurando tutta una serie di dettagli, molto vividi, ma che ho dimenticato quasi subito o che non sono riuscito a "tradurre" in parole.

Nella complessità di questo sogno alcune cose sono chiare. Come in tutti gli altri miei sogni, la casa è il simbolo concreto dell'io, è lo spazio concluso della mia personalità, il rifugio in cui cerco protezione allontanandomi dal mondo. E' evidente che tutta quella gente che ci entra e la "usa" facendovi confusione è rappresentativa dello stato di confusione che c'è in me. Allo stesso tempo, però, nel sogno la situazione è più sfaccettata: solo all'apparenza questi estranei stanno mettendo a soqquadro la mia casa (cioè il mio "sé"), mentre in realtà mi aiutano anche a rimettere in ordine - e addirittura salvano quello che io sarei tentato di buttare, cioè la pasta (il nutrimento) avanzato, come se sapessero meglio di me quello che mi serve, come se sapessero che un certo grado di caos e di confusione è un elemento vitale. Allora sono tentato di pensare che tutti questi individui che "invadono" la mia casa sono le pulsioni che io tengo a bada, forse persino quelle più gioiose (fanno festa e non sono affatto antipatici), perché mi fanno paura - mi fa paura il "lasciarmi andare" - e scatenano la mia "sindrome del controllo", quel super-io che aleggia in lontananza, rappresentato dal timore che si sveglino i miei genitori. Mi domando che cosa significhi la fugace apparizione di M.: è un agente di "liberazione", colui - cioè quella parte di me - che permette ai miei istinti più vitali di agire, per una volta, indisturbati? In ogni caso, se da un lato il sogno appare inquietante, dall'altro mi mostra che il "pericolo" è molto meno forte di quanto sembri e che, al contrario, è soprattutto il mio sguardo preoccupato che dà alla realtà una piega negativa che non avrebbe se potesse seguire il suo corso "naturale".