Manifesto per l'eguaglianza dei diritti

Le infamie di ieri

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28/04/2008

La parabola Rutelli, ovvero: chi è causa del suo mal...

Quanto mi dispiace! Oh, quanto mi dispiace! Sono in ambasce perché il povero Francesco Rutelli non è stato eletto, per la terza volta, sindaco di Roma e ha dovuto cedere il passo al truce Gianni Alemanno. Chissà, forse non è stata proprio una buona idea quella di candidare chi è stato condannato - in Cassazione - per le consulenze d'oro ai tempi dei suoi precedenti mandati e ha, disgraziatamente, inaugurato la stagione cristiano-fondamentalista del neonato Partito Democratico attraverso quell'operazione di ingegneria genetica che vede la sua punta di diamante nella candidatura di Paola Binetti in Parlamento. Forse qualcuno pagherà per aver imposto per la terza volta un personaggio di questo tipo, senza nessun tipo di consulenza democratica prima. Forse qualcuno si accorgerà che questa rincorsa ai voti del centro e dei cattolici non ha portato esattamente i frutti sperati. Forse qualcuno intonerà un mea culpa per aver parlato di "difesa della laicità" schierandosi però subito, al primo voto, dietro questo baciapile. In ogni caso, se guardo i risultati, una cosa mi colpisce: non sarebbero bastati i voti dell'Udc e della Destra per far recuperare ad Alemanno lo stacco che aveva con Rutelli. Questo vuol dire che, molto probabilmente, Alemanno ha attinto anche ai voti di molti che avrebbero eletto un altro candidato di centrosinistra, se fosse stata data loro l'opportunità di farlo. Ma più poté il disgusto per il Rutelli, a quanto pare. Dal 45,8% del primo turno, Rutelli è salito al 46,4%, mentre Alemanno è passato da un 40,7% a un 53,6%. I numeri, dunque, parlano. Io, comunque, non mi preoccupo: già mi aspetto una bella resa dei conti all'interno del Partito Democratico e un radicale ripensamento sulla strategia di "conquista del centro e della destra", fallita, perché è evidente che tra l'originale e la copia, meglio l'originale, e tra il nemico e il traditore, be', meglio il nemico. E poi non mi preoccupo anche perché sono certo che, da galantuomo qual è, Rutelli non userà l'escamotage di farsi recuperare alla Camera, ma resterà in consiglio comunale, a Roma, dove combatterà una dura opposizione. Di sinistra e laica, ovviamente. Conoscendolo. Però... quanto mi dispiace, ah, quanto mi dispiace!

Giovanni Minoli, propagandista dell'Opus Dei

Ieri sera io e lui ci siamo guardati il documentario Opus Dei. Un'inchiesta di Giovanni Minoli. A mia discolpa posso dire, in primo luogo, che l'ho avuto gratis e, in secondo luogo, che ho creduto davvero al titolo, pensando di avere a che fare con "un'inchiesta" sull' "Opus Dei". Che errore, che ingenuità! Nell'oretta e un quarto che dura, non c'è nessun lavoro di indagine giornalistica, ma tutto quanto verte in maniera pressoché esclusiva sulla vita di Escrivà, il fondatore dell'Opus Dei. Ma neanche per quanto riguarda la sua vita c'è un minimo di ricerca giornalistica, a meno che con questo termine s'intenda il semplice recupero di filmati d'epoca - immagino dei primi anni settanta - in cui si vede il prelato spagnolo che parla, facendo lo spiritoso, al suo pubblico: impagabile la scenetta in cui lui spiega a una donna portoghese, molto emozionata, come fare per continuare a piacere al marito e meritarne l'affetto. Anche le interviste che accompagnano il filmato sono solo con persone che appartengono all'Opus Dei: ci sono economisti, imprenditori, persino una psicologa - chissà se è una di quelle che, per "santificare" la sua vita giorno per giorno attraverso il lavoro nel mondo, "cura" i froci -, un allenatore sportivo e via discorrendo. Ovviamente le loro sono solo voci entusiastiche e non c'è un'ombra di critica su nulla. Come se non bastasse, l'ultima parola del "documentario" è riservata a Javier Echevarria - nel senso che è proprio l'ultimo a parlare, in italiano, suggellando così con la sua interpretazione quello che bisogna pensare dell'Opus Dei. Il tutto risulta quindi molto agiografico - e in modo piuttosto scoperto, visto che a Escrivà ci si riferisce sempre come "san Josémaria". Invano abbiamo aspettato che, dopo quella che credevamo fosse solo una prolusione del tipo: va bene, ci racconta un po' la vita del fondatore, questa "inchiesta" passasse al dunque e cominciasse davvero a "inchiestare". Niente di niente. Alla fine ci siamo stupiti che non scorresse ai piedi dello schermo la scritta: "Per informazioni rivolgersi al numero..., per iscrizioni fare un versamento sul C/C n...". A quanto vedo, questo bel lavoro, che brilla per superficialità, è prodotto da Rai Educational. Niente male: l'Opus Dei potrebbe farsi cedere i diritti e distribuirlo come materiale divulgativo. Immagino che cosa succederebbe se si compiesse un'operazione simile con Scientology e la vita di Ron Hubbard: Giovanni Minoli lo farebbe? E questo è ancora giornalismo?

Mai più

Martirio

Finalmente ho consegnato la traduzione che mi ha tenuto occupato negli ultimi mesi. La foto qui sopra è abbastanza eloquente, credo. Adesso avverto una sensazione a metà strada fra la depressione post-parto e il lutto per la morte di una persona cara, che però mi ha fatto penare. L'altro giorno ho fatto per la prima volta il conto totale delle cartelle: ottocentocinquanta. E mi sono detto: mai più. Piuttosto vado a scaricare le casse all'Ortomercato. Ora, però, non ho più né scuse né pretesti per fare quello che volevo fare ma non potevo fare o quello che dovevo fare ma non facevo perché, dicevo, non ne avevo il tempo quando, innanzitutto, non ne avevo voglia. Dunque che cosa faccio, dov'ero rimasto?

27/04/2008

Il cittadino consumatore (2)

Dobbiamo essere adulti e rimbambiti allo stesso tempo, perché è così che ci vogliono. Non tanto adulti, cioè, da rifiutare il processo di bambinificazione a cui è sottoposto chi vive nella cosiddetta società dei consumi. Come i bambini, infatti, dobbiamo avere desideri continui ed esplosivi, desideri il cui soddisfacimento non può essere rimandato e che, anzi, sono essenziali alla nostra realizzazione personale di individui. O così, almeno, ci fanno credere. Perché se in quel momento fossimo sufficientemente maturi - cioè consapevoli - delle idiozie e delle cazzate con cui ci riempiono la testa allora non desideremmo più di quello che realmente ci serve. Invece dobbiamo convincerci che tutto quello che abbiamo ora è incomparabilmente meno di quello che potremmo avere in un ipotetico futuro: l'importante è lasciarci alle spalle ogni cosa subito dopo averla ottenuta. E' questo il principio che ci fa diventare bambini perenni, cioè perenni macchine desideranti. Se queste macchine s'inceppassero, s'incepperebbe l'oliato meccanismo dell'Occidente. Peccato che, prima o poi, questi desideri ci esplodranno in mano, perché non saremo più in grado di gestirli. Quando sono troppi, quando sono troppo pressanti, quando eccedono la nostra capacità di tradurli in pratica - perché non ne abbiamo le concrete possibilità, ovvero il denaro necessario a farlo -, siamo corrosi dalla frustrazione. Walter Siti, nel suo romanzo Troppi paradisi, paragona questi desideri, messi in mano a noi occidentali completamente bambinificati e in preda a una libido disancorata, a degli esplosivi messi in mano a dei kamikaze. E' così ed è il rischio che si è scelto di correre: o la paralisi o la crescita continua della produzione. Chi non consuma - e quindi non desidera o desidera di meno - è un sabotatore da guardare con sospetto. Poco importa se, per colpa di questo incessante e infantile desiderare, finirà per distruggere se stesso. Siamo noi i kamikaze dell'Occidente e lo serviamo annullandoci.

26/04/2008

Amnesie

L'altra notte sono andato a letto e, prima di addormentarmi, ho cesellato un pensiero che lì per lì mi è parso folgorante. Avrei voluto accendere la luce e appuntarmelo per trascriverlo il giorno dopo sul blog, tanto per dimostrare a me stesso che so essere anche incisivo e scrivere, qualche volta, un aforisma tagliente. Ma poi la luce non l'ho accesa e mi sono detto che il giorno dopo me lo sarei senz'altro ricordato. Invece, non soltanto me lo sono completamente dimenticato, ma il mio proposito non mi è tornato in mente fino al pomeriggio successivo e, quando me ne sono ricordato, non sapevo più nemmeno quale fosse l'oggetto della mia riflessione. Poco importa - mi sono detto -: si vede che non era così geniale. Però ho pensato che la stessa cosa accade a Hugo Treger, il protagonista di Bezorgde Ouders (Genitori preoccupati), un romanzo (autobiografico?) del mio amato Gerard Reve. Treger è ossessionato dall'idea di scrivere una poesia in onore della Madonna, una poesia - un wereldlied, dice lui - che tutti i popoli del mondo intoneranno con commozione. Una sera è a letto e comincia a comporre, a mente, i primi versi, ma non li trascrive e la mattina dopo non ricorda più nulla. L'unica differenza tra me e lui è che Treger, oltre che nevrotico e paranoico, è pure alcolizzato e i meravigliosi versi gli si affacciano alla mente solo dopo essersi scolato un paio di bottiglie di vino. Mi ritrovo, insomma, nella condizione di un vecchio poeta ubriacone senza avere toccato nemmeno un goccio di alcool.

Il cittadino consumatore

E se io, d'un tratto, decidessi di non consumare più - o di ridurre drasticamente i miei consumi -, non diventerei immediatamente anche un cittadino di serie B - o peggio -, visto che ormai l'andazzo è di rendere soprattutto i consumatori detentori di diritti, più che gli esseri umani in quanto tali? Meno si consuma, più si scende nella scala dell'apprezzamento sociale, finché chi non può consumare niente, finisce per essere considerato una nullità. Si stabilisce una gerarchia di valore dell'essere umano che di umano non ha più granché: la sua dignità dipende non soltanto dal suo potere di acquisto, ma anche da quanto davvero acquista. Chi compra meno, vale meno.

Una biografia tedesca di Cioran

"E' incredibile che la prospettiva di avere un biografo non abbia fatto rinunciare nessuno ad avere una vita"
Cioran, Sillogismi dell'amarezza

Mattheus_cioran2Della vita di E.M. Cioran non si sa moltissimo e gran parte di quello che si sa è il frutto di un'attenta costruzione del proprio mito attuata da Cioran stesso. Solo negli ultimi anni, in seguito alla sua morte avvenuta nel 1995, sono usciti numerosi saggi dedicati al "periodo romeno" di Cioran, quel periodo da lui stesso lasciato in ombra, forse perché era imbarazzato dai suoi entusiasmi giovanili per le ideologie di estrema destra che imperversavano nell'Europa degli anni trenta. In Germania è uscita da poco una bella biografia di Bernd Mattheus, intitolata Cioran, Portrait eines radikalen Skeptikers (Cioran, ritratto di uno scettico radicale). Bernd Mattheus è stato uno dei traduttori tedeschi di Cioran: sua è la versione di Ecartèlement - "Squartamento", pubblicata in Germania da Suhrkamp con il titolo "Gevierteilt". Il suo libro prende le mosse dalle prime impressioni personali dell'autore che, alla fine degli anni settanta, ebbe modo di conoscere il pensatore romeno, andandolo a trovare a Parigi e visitando la famosa e minuscola mansarda di Rue de l'Odéon in cui viveva. Dopo questi ricordi, Mattheus segue una linea più cronologica. In un primo momento mi sembrava che questa biografia fosse piuttosto superficiale e non aggiungesse nulla di nuovo a quello che sapevo. In effetti, un po' è così, proprio per gli anni romeni di Cioran. Qui Mattheus attinge molto - forse troppo - a quello che Cioran stesso ha dichiarato, nel corso della sua vita, in varie interviste - soprattutto quelle raccolte in Entretiens ("Un apolide metafisico"). Non vengono presentati dati o informazioni nuove, ma si tenta solo di ricostruire il percorso intellettuale e individuale dell'autore in quegli anni. Siccome però ci sono già tanti testi che lo fanno - penso a quelli di Alexandra Laignel-Lavastine o di Marta Petreu -, è ovvio che le poche pagine di Mattheus sono destinate a restare alla superficie delle cose. Molto più interessante, invece, diventa il libro quando Mattheus comincia a seguire Cioran in Francia. Il biografo segue un ordine cronologico, tenendo come punto di riferimento la genesi e la pubblicazione dei libri di Cioran. Il procedimento è facilitato dal fatto che Cioran ha pubblicato, nel corso della sua "carriera", solo una quindicina di volumi - quindici "cadaveri", li avrebbe definiti - e quindi permette a Mattheus di non disperdersi troppo. L'autore ricostruisce non soltanto la vita privata di Cioran, con le sue amicizie, le sue frequentazioni, l'incontro con la presenza silenziosa e costante della compagna Simone Boué, ma dipinge anche un ritratto della società letteraria e culturale francese dell'epoca. Da questo punto di vista, Cioran è sempre stato un marginale: al momento della pubblicazione, il suo Précis de décomposition ottenne buone critiche, ma non riuscì certamente a imporsi in un ambiente intellettuale dominato da personaggi come Sartre o Camus, tanto che ci sarebbero voluti anni affinché la prima edizione si esaurisse. Il secondo libro, invece - Syllogismes de l'amertume -, fu stroncato da molti, che lo giudicavano troppo frammentario e approssimativo - si tratta infatti unicamente di aforismi - e la prima tiratura, di duemila copie, non sarebbe stata esaurita nemmeno nell'arco di vent'anni. Merito di Mattheus è di affrontare anche questioni più banali, come per esempio: con che soldi viveva Cioran, visto che i diritti d'autore erano miseri? Agli inizi c'erano le borse di studio - Cioran era arrivato a Parigi fingendo il proposito di scrivere una tesi di dottorato -, poi ci sarebbero state delle collaborazioni editoriali come direttore di una collana presso Plon - e qui, in modo interessante, Mattheus elenca i titoli dei libri che furono pubblicati grazie a Cioran -, i prestiti degli amici e, inevitabilmente, l'attività di insegnante di Simone Boué. Malgrado questa situazione - rileva Mattheus -, Cioran rifiutò costantemente tutti i premi letterari che avrebbero voluto assegnargli: accettarli avrebbe significato scendere a patti con tutto ciò che con i suoi libri criticava e disprezzava. Solo in età avanzata lo Stato francese gli concesse una piccola pensione.

Inoltre Mattheus presenta numerose testimonianze di contemporanei di Cioran e, viceversa, giudizi di Cioran sui suoi contemporanei, tratti da numerose fonti, compresi i diari dello stesso autore romeno. Di anno in anno vengono elencati gli amici frequentati, gli scrittori letti, le lettere scritte e ricevute - mi ha fatto piacere, per esempio, scoprire che ci fosse una stima reciproca tra di lui e Marguerite Yourcenar. Interessante - e anche divertente - la ricostruzione del rapporto (a dir poco tormentato) tra Cioran e i mezzi di comunicazione di massa, in primis la televisione: nonostante la sua avversione per questo strumento, non di rado Cioran cedette alla tentazione di lasciarsi intervistare per il piccolo schermo, anche se mai in Francia, ma soltanto in altri paesi francofoni come il Belgio e la Svizzera. Così come, con il passare del tempo, divennero sempre più frequenti le sue partecipazioni a incontri e letture in pubblico - benché si sia sempre rifiutato di tenere vere e proprie "lezioni" -, in cui, al momento di rispondere alle domande del pubblico, s'impossessava della parola e, grazie alla sua straordinaria capacità di "fare conversazione", riusciva a divagare e parlare a ruota libera, raccontando aneddoti su aneddoti.

La biografia si conclude con gli ultimi anni della vita di Cioran, quando - dopo il 1987 - prese la decisione di non scrivere più nulla (ed è proprio da quel momento che la sua opera cominciò a conoscere un vero e proprio successo commerciale: Exercices d'admiration fu pubblicato in trentamila copie. Questi ultimi anni corrisposero anche a una sorta di "ritorno del passato", dovuto anche alle vicende romene: in seguito al crollo del regime comunista e alla caduta di Ceausescu, le opere di Cioran vengono ripubblicate nel suo paese natale - grazie anche all'intervento di Gabriel Liiceanu, fondatore della casa editrice Humanitas - e, viceversa, le sue opere giovanili scritte in romeno vengono tradotte in francese e ripubblicate in Francia, spesso rimaneggiate da Cioran in persona, desideroso di fare ammenda per le ambiguità politiche del suo passato. Per esempio, Schimbarea la fata a Romaniei (La trasfigurazione della Romania) viene ripubblicato senza le parti ferocemente antiebraiche e antiungheresi. La storia si chiude, infine, sul progressivo declino di Cioran e sulla malattia che lo colpì negli ultimi due o tre anni della vita, quando - preda di una progressiva demenza - fu ricoverato all'Hopital Broca di Parigi, dove morì il 20 giugno del 1995.

24/04/2008

Essere gay e "adulti"

Due persone - tutt'e due gay - mi hanno detto, nello stesso giorno, di sentirsi "immature". Me lo hanno detto con un tono di disappunto, se non addirittura di sofferenza, come se mi confessassero un grave handicap. Non si conoscono tra di loro, ma episodi simili li hanno portati a una medesima constatazione. Il primo, venticinquenne, mi ha detto che, apprendendo del matrimonio di una sua conoscente coetanea, si è improvvisamente sentito un bambino che deve ancora crescere. Il secondo, ventinovenne, mi ha detto che la sua più grande paura è di restare solo e ha aggiunto che si sente frustrato dal ripetersi di certi meccanismi quando fa nuove conoscenze, tanto da essere arrivato a "invidiare", quasi, la linearità del percorso dei suoi coetanei eterosessuali. Il senso della propria immaturità è, in effetti, qualcosa che, prima o poi, turba tutti noi gay. Ci chiediamo se, davvero, non siamo inadeguati e se, davvero, siamo destinati a restare degli eterni fanciulli. E' una falsa domanda, già viziata nelle sue premesse. Innanzitutto va detto che nessuno - qualunque sia il suo orientamento sessuale - è mai "adulto" in tutto e, a voler rimanere obiettivi, le nostre vite sono una combinazione di più fattori e situazioni: in alcuni casi siamo maturi, in altri siamo ancora dei bambini che si sentono spaesati nel mondo. Ma noi gay, con il nostro tipico romanticismo - dove per "romanticismo" intendo questo anelito all'assolutezza che ci fa svalutare o negare le soluzioni parziali, perché non all'altezza delle nostre aspettative, in ogni ambito -, non sappiamo esattamente riconoscere questo aspetto e vediamo solo quella parte d'infantilismo che è in noi e le consentiamo di fagocitare tutto il resto.

Ma gli "altri" - i non-gay, a cui queste due persone attribuivano la miracolosa qualità dell'essere adulti - da dove trarrebbero la certezza della loro immaturità? E poi, lo sono davvero, tanto maturi quanto appaiono al nostro sguardo? La percezione di noi in quanto adulti dipende, in parte, dall'immagine di noi che si riflette nello sguardo altrui. Sono gli altri che, guardandoci in un certo modo, ci rendono "adulti". Si stabilisce così una sorta di movimento, un vero e proprio andirivieni, tra il nostro sguardo su di noi e la risposta che ci arriva da chi ci circonda, sia in maniera più diretta - la famiglia, gli amici, i conoscenti, i colleghi - che in maniera più mediata - la società di cui abbiamo interiorizzato i valori, impliciti o esplicitamente dichiarati. Agli occhi della nostra società sono soprattutto due gli elementi che rendono adulta una persona . In primo luogo il fatto di essere uscita dalla famiglia d'origine, essersi sposata - con un partner di sesso opposto - e avere formato una famiglia propria. Questo è ancora più vero per un paese fondamentalmente conservatore come l'Italia, dove la famiglia, tradizionalmente intesa, resta ancora la principale erogatrice di "welfare", a differenza dei paesi dell'Europa settentrionale. In secondo luogo il fatto di essere entrata nel "mondo del lavoro", in maniera sufficientemente stabile da poter dire di essere "autonoma". Chi, confrontandosi con queste due caratteristiche, le troverà soddisfatte per sé facilmente si sentirà "adulto", anche se in realtà non lo fosse davvero. L'immagine di sé che gli rimanda l'ambiente sociale, dunque, lo fa sentire adulto.

I gay, invece, sono destinati - da questo punto di vista - a essere più fragili. Innanzitutto a noi è negata, per statuto, la possibilità di soddisfare il primo requisito. I legami stabili che i gay creano non vengono considerati "famiglia". E su questo non mi faccio illusioni: l'approvazione legale di una qualche forma di unione tra persone dello stesso sesso - la soluzione migliore, oltre che la più semplice e razionale, sarebbe l'estensione del matrimonio - è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Necessaria, perché creerebbe un clima sociale favorevole, il quale a sua volta sarebbe promotore di un miglioramento psicologico per molti gay. Non sufficiente, però, perché i mutamenti socio-psicologici che metterebbe in moto sarebbero, giocoforza, lenti e a beneficiarne sarebbero comunque soprattutto le generazioni a venire. Per questo motivo, ora, l'impossibilità di soddisfare la prima condizione ci mette sempre in uno stato di "immaturità", che non è oggettiva - non è detto infatti che immaturi lo siamo davvero -, ma risultante dalla percezione dell'immagine di noi che ci rinvia l'ambiente sociale esterno. Per riconquistare una percezione interiore di "maturità" dobbiamo quindi spendere più energia per contrastare, dentro di noi, il paradigma sociale che ce la nega.

Per quanto riguarda il secondo aspetto - il lavoro -, la questione è più sfumata. Per molti gay il lavoro diventa la sfera di compensazione della mancanza del primo "requisito" di maturità. Sentirsi adulti è comunque possibile se si avverte che, almeno in ambito lavorativo, si sono conseguiti risultati apprezzabili. Come chi, zoppo da una gamba, riuscisse comunque a camminare con una certa speditezza usando la gamba che gli resta. Tuttavia il mondo contemporaneo è sempre più preda della flessibilizzazione, che colpisce tutti, eterosessuali e omosessuali allo stesso modo. Per i secondi, però, questo può trasformarsi un secondo elemento che s'innesta sul primo e che contribuisce a minare ulteriormente l'immagine di sé in quanto adulto. Allora sarà come essere diventati zoppi da entrambe le gambe: nello sguardo altrui si compie il definitivo mutamento in "bambino" e allora serve una grande forza d'animo per sottrarsi a questa definizione di sé eterodiretta e stabilire, invece, la propria verità su di sé. Saranno più facili e frequenti i momenti di scoramento, come quelli che mi hanno descritto le due persone di cui parlavo all'inizio.

Dunque noi siamo, in parte - quanta parte non so dirlo con certezza -, l'immagine che di noi ci rimanda l'ambiente sociale. Il problema più grande di noi gay è di trovare una "centratura" - naturalmente mi rendo conto che questo è un problema di tutti, ma lo è ancora di più per chi appartiene a una qualche minoranza - e una sorta di equilibrio. Basta poco - un soffio di vento, a volte - per farci vacillare o, addirittura, farci cadere. Ecco perché quando riusciamo a reggerci in piedi, siamo sempre stupiti e vigili: sappiamo che c'è un bambino lì, pronto a prendere il sopravvento.

22/04/2008

Veltroni in cerca di Casini

Se una cosa va male, non c'è niente di meglio, per avviarsi a un "successo catastrofico", che continuare a fare esattamente ciò che ha provocato il disastro. Anzi, conviene addirittura farlo di più: magari se la cosa è andata male è forse perché la dose era troppo bassa. Questo ho pensato leggendo, sul Corriere della Sera di oggi, che Walter Veltroni intende sviluppare un rapporto con l'Udc di Casini per "fare ripartire la grande sfida riformista". Del resto, precisa il quotidiano, a Gallipoli il Partito Democratico si è già apparentato con l'Udc, in vista del ballottaggio per la poltrona di sindaco. La strategia di Veltroni, volta a strappare voti al centro e alla destra dell'elettorato, si è rivelata nelle ultime elezioni per quello che in realtà è: una pia illusione. Il Partito Democratico ha guadagnato a malapena il due per cento in più rispetto alla somma dei voti di Ds e Margherita alle elezioni del 2006. E quel due per cento, vista l'ecatombe della sinistra, è difficile che sia stato strappato alle destre: più probabile che siano quegli elettori di sinistra che, convinti dalla fola del "voto utile", si sono turati il naso e hanno votato Walter. Questo dato di fatto imporrebbe una riflessione. Leggendo i risultati, io mi sono detto che forse non tutto è perduto. E mi sono trovato a sognare a occhi aperti: qualcuno si renderà conto di aver fatto una sciocchezza, i teodem torneranno nel loro alveo naturale - cioè la destra clericale, rappresentata vuoi dall'Udc, vuoi da Forza Italia o come diavolo si chiamerà -, e il Pd diventerà finalmente un partito socialdemocratico, attirando magari a sé i socialisti. Allora, ho pensato, con un Pd laico che finalmente scioglierà le sue riserve e si iscriverà al Pse - non come accade ora al Parlamento Europeo, dove è spezzettato tra Pse, Ppe e Alde -, potrò votarlo anch'io. Invece no: siccome la cosa è andata male, siccome questo tentativo di accalappiare i voti rincorrendo il centro e la destra e i clericali si è rivelato un fallimento, questo genio di Veltroni ha pensato che probabilmente non ha insistito abbastanza. Se le "grandi riforme" le vuole fare con l'Udc, be', gli conviene suicidarsi subito, così evita di condannare il suo partito a una lenta agonia.

21/04/2008

Detassare gli straordinari?

Se dovessi disinteressarmi di tutto e di tutti, potrei cominciare a fregarmi le mani pensando che probabilmente, se le promesse saranno mantenute, il lavoro straordinario verrà detassato: poiché io viaggio su un minimo di venti ore straordinarie al mese - e dico un minimo, perché sarebbero di più se io non le rifiutassi con la scusa che ho altro da fare a casa -, una detassazione secca di quelle ore mi porterebbe nelle tasche un bel gruzzolo di soldi in più. In realtà non sono mai stato particolarmente favorevole a questa misura. Inoltre, secondo me dire "detassiamo gli straordinari" è vago e ambiguo e può diventare un'arma a doppio taglio. Certamente, dal punto di vista del lavoratore - soprattutto nel caso in cui riceva una retribuzione misera, come ormai lo sono, in media, le retribuzioni in Italia - è un provvedimento da vedere di buon occhio. Se lo straordinario serve a coprire picchi di produzione, può essere utile che l'azienda possa ricorrervi senza svenarsi, così come sarà di giovamento ai lavoratori stessi: è uno dei casi in cui l'interesse dell'impresa e dei lavoratori si sovrappone. E' molto meglio, infatti, che l'azienda possa chiedere ai suoi dipendenti uno sforzo maggiore, ben retribuito, in certe circostanze, piuttosto che prendere lavoratori in leasing, i quali magari non conoscono ancora le procedure e la realtà aziendale. Fin qui tutto bene. Ma che cosa accade quando le aziende sfruttano sistematicamente lo strumento del lavoro straordinario per coprire lavorazioni che invece sono ordinarie, più ordinarie che non si può? Detassarlo non farebbe che incrementare questa tendenza e stimolare a un uso ancora più intenso di questo strumento: già ora le aziende trovano più conveniente usare questo mezzo che non assumere nuovi dipendenti, per i quali dovrebbero sostenere costi più alti. Paradossalmente, allora, mi verrebbe da dire: bene, detassiamo completamente gli straordinari per i lavoratori, ma per le aziende tassiamoli al cento per cento, di modo che ci pensino due volte prima di ricorrervi. Non capisco infatti perché si debba favorire un'azienda che usa un escamotage scorretto nei confronti di chi un lavoro non ce l'ha, nemmeno ordinario: in questo caso non mi dispiacerebbe un provvedimento che tassasse pesantemente le imprese che ricorrono a questo genere di straordinario. Parlo a ragion veduta: dove lavoro io, lo straordinario viene sfruttato costantemente per coprire turni di lavoro che dovrebbero essere coperti da lavoratori in organico. Si lavora cioè costantemente sotto organico e lo straordinario diventa, per così dire, fenomeno "ordinario". Questo avviene, a dire il vero, con la connivenza delle rappresentanze sindacali. In un caso come questo, detassare gli straordinari mi pare addirittura criminale. Mi si dirà che non si può impedire a un lavoratore di fare più ore di quante sono previste dal suo contratto, se l'azienda gliele chiede. In un certo senso è vero: peccato però che se in un'azienda si dovessero mettere in concorrenza tra loro vari lavoratori, sarebbero quelli disponibili a un numero maggiore di straordinari a fissare l'asticella, costringendo di fatto anche tutti gli altri - che non vogliono sacrificare tutto al lavoro - a comportarsi allo stesso modo, perché altrimenti si troverebbero in posizione svantaggiata se un giorno l'azienda dovesse scegliere chi tenere e chi no. Senza poi considerare i rischi per l'incolumità dei lavoratori, dovuti ai cali d'attenzione per il superlavoro: dove lavoro io, tutt'al più uno si addormenta davanti al video, ma in altre circostanze ne va della sicurezza sul lavoro e, di conseguenza, della vita delle persone. Guardare solo all'interesse immediato mi sembra, dunque, una scelta molto miope.