Due persone - tutt'e due gay - mi hanno detto, nello stesso giorno, di sentirsi "immature". Me lo hanno detto con un tono di disappunto, se non addirittura di sofferenza, come se mi confessassero un grave handicap. Non si conoscono tra di loro, ma episodi simili li hanno portati a una medesima constatazione. Il primo, venticinquenne, mi ha detto che, apprendendo del matrimonio di una sua conoscente coetanea, si è improvvisamente sentito un bambino che deve ancora crescere. Il secondo, ventinovenne, mi ha detto che la sua più grande paura è di restare solo e ha aggiunto che si sente frustrato dal ripetersi di certi meccanismi quando fa nuove conoscenze, tanto da essere arrivato a "invidiare", quasi, la linearità del percorso dei suoi coetanei eterosessuali. Il senso della propria immaturità è, in effetti, qualcosa che, prima o poi, turba tutti noi gay. Ci chiediamo se, davvero, non siamo inadeguati e se, davvero, siamo destinati a restare degli eterni fanciulli. E' una falsa domanda, già viziata nelle sue premesse. Innanzitutto va detto che nessuno - qualunque sia il suo orientamento sessuale - è mai "adulto" in tutto e, a voler rimanere obiettivi, le nostre vite sono una combinazione di più fattori e situazioni: in alcuni casi siamo maturi, in altri siamo ancora dei bambini che si sentono spaesati nel mondo. Ma noi gay, con il nostro tipico romanticismo - dove per "romanticismo" intendo questo anelito all'assolutezza che ci fa svalutare o negare le soluzioni parziali, perché non all'altezza delle nostre aspettative, in ogni ambito -, non sappiamo esattamente riconoscere questo aspetto e vediamo solo quella parte d'infantilismo che è in noi e le consentiamo di fagocitare tutto il resto.
Ma gli "altri" - i non-gay, a cui queste due persone attribuivano la miracolosa qualità dell'essere adulti - da dove trarrebbero la certezza della loro immaturità? E poi, lo sono davvero, tanto maturi quanto appaiono al nostro sguardo? La percezione di noi in quanto adulti dipende, in parte, dall'immagine di noi che si riflette nello sguardo altrui. Sono gli altri che, guardandoci in un certo modo, ci rendono "adulti". Si stabilisce così una sorta di movimento, un vero e proprio andirivieni, tra il nostro sguardo su di noi e la risposta che ci arriva da chi ci circonda, sia in maniera più diretta - la famiglia, gli amici, i conoscenti, i colleghi - che in maniera più mediata - la società di cui abbiamo interiorizzato i valori, impliciti o esplicitamente dichiarati. Agli occhi della nostra società sono soprattutto due gli elementi che rendono adulta una persona . In primo luogo il fatto di essere uscita dalla famiglia d'origine, essersi sposata - con un partner di sesso opposto - e avere formato una famiglia propria. Questo è ancora più vero per un paese fondamentalmente conservatore come l'Italia, dove la famiglia, tradizionalmente intesa, resta ancora la principale erogatrice di "welfare", a differenza dei paesi dell'Europa settentrionale. In secondo luogo il fatto di essere entrata nel "mondo del lavoro", in maniera sufficientemente stabile da poter dire di essere "autonoma". Chi, confrontandosi con queste due caratteristiche, le troverà soddisfatte per sé facilmente si sentirà "adulto", anche se in realtà non lo fosse davvero. L'immagine di sé che gli rimanda l'ambiente sociale, dunque, lo fa sentire adulto.
I gay, invece, sono destinati - da questo punto di vista - a essere più fragili. Innanzitutto a noi è negata, per statuto, la possibilità di soddisfare il primo requisito. I legami stabili che i gay creano non vengono considerati "famiglia". E su questo non mi faccio illusioni: l'approvazione legale di una qualche forma di unione tra persone dello stesso sesso - la soluzione migliore, oltre che la più semplice e razionale, sarebbe l'estensione del matrimonio - è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Necessaria, perché creerebbe un clima sociale favorevole, il quale a sua volta sarebbe promotore di un miglioramento psicologico per molti gay. Non sufficiente, però, perché i mutamenti socio-psicologici che metterebbe in moto sarebbero, giocoforza, lenti e a beneficiarne sarebbero comunque soprattutto le generazioni a venire. Per questo motivo, ora, l'impossibilità di soddisfare la prima condizione ci mette sempre in uno stato di "immaturità", che non è oggettiva - non è detto infatti che immaturi lo siamo davvero -, ma risultante dalla percezione dell'immagine di noi che ci rinvia l'ambiente sociale esterno. Per riconquistare una percezione interiore di "maturità" dobbiamo quindi spendere più energia per contrastare, dentro di noi, il paradigma sociale che ce la nega.
Per quanto riguarda il secondo aspetto - il lavoro -, la questione è più sfumata. Per molti gay il lavoro diventa la sfera di compensazione della mancanza del primo "requisito" di maturità. Sentirsi adulti è comunque possibile se si avverte che, almeno in ambito lavorativo, si sono conseguiti risultati apprezzabili. Come chi, zoppo da una gamba, riuscisse comunque a camminare con una certa speditezza usando la gamba che gli resta. Tuttavia il mondo contemporaneo è sempre più preda della flessibilizzazione, che colpisce tutti, eterosessuali e omosessuali allo stesso modo. Per i secondi, però, questo può trasformarsi un secondo elemento che s'innesta sul primo e che contribuisce a minare ulteriormente l'immagine di sé in quanto adulto. Allora sarà come essere diventati zoppi da entrambe le gambe: nello sguardo altrui si compie il definitivo mutamento in "bambino" e allora serve una grande forza d'animo per sottrarsi a questa definizione di sé eterodiretta e stabilire, invece, la propria verità su di sé. Saranno più facili e frequenti i momenti di scoramento, come quelli che mi hanno descritto le due persone di cui parlavo all'inizio.
Dunque noi siamo, in parte - quanta parte non so dirlo con certezza -, l'immagine che di noi ci rimanda l'ambiente sociale. Il problema più grande di noi gay è di trovare una "centratura" - naturalmente mi rendo conto che questo è un problema di tutti, ma lo è ancora di più per chi appartiene a una qualche minoranza - e una sorta di equilibrio. Basta poco - un soffio di vento, a volte - per farci vacillare o, addirittura, farci cadere. Ecco perché quando riusciamo a reggerci in piedi, siamo sempre stupiti e vigili: sappiamo che c'è un bambino lì, pronto a prendere il sopravvento.