Manifesto per l'eguaglianza dei diritti

Le infamie di ieri

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31/03/2008

Fate di noi quel che volete: siamo solo froci

In fin dei conti, che cosa me ne importa? Potrei anch'io, con un'alzata di spalle, ignorare di essere gay e votare comunque chi, negli ultimi anni, non ha fatto nulla per noi e, anzi, ha continuato a dire che siamo dei deviati, che le nostre richieste di pari diritti offendono la sensibilità dei credenti o che possiamo accontentarci di qualche diritto secondario - gli ossi rosicchiati che si gettano al cane - perché i tempi non sono maturi per avere di più e di meglio, cioè quello che ci spetterebbe in quanto cittadini come tutti gli altri. Del resto, a forza di sentire ripetere questa litania e a forza di sentir dire che ci sono cose più importanti da fare per il bene del paese, anche se ogni volta l'elenco delle priorità cambia e ogni volta se ne aggiungono di nuove e di diverse che fanno slittare i diritti delle persone gay sempre in seconda, terza o ultima posizione, sto cominciando a credere che in questo paese i tempi non saranno mai maturi, a meno che, per l'appunto, qualcuno decida di imporli, come è stato fatto altrove - dalla Spagna a Israele - con una decisione legislativa che poi ha prodotto un circolo virtuoso negli ambienti gay e nel resto della società. Ma non è tutta colpa di chi ha ripetuto queste offese, non è tutta colpa di chi non ha fatto niente o di chi ha attivamente ostacolato qualsiasi forma di promozione dell'uguaglianza per le persone omosessuali - fosse questa una legge contro l'omofobia o, non dico l'allargamento del matrimonio a tutte le coppie, ma almeno una qualche forma di riconoscimento per le coppie omosessuali. C'è anche un'altra responsabilità, che è dentro a chi è gay. Ora lo vedo con una certa nitidezza: non importa quanti insulti riceviamo, non importa aver toccato con mano l'atteggiamento - dall'insipienza all'immobilità, dall'aperta ostilità al dileggio - mostrato da entrambi gli schieramenti politici maggiori, ci sarà sempre qualcuno di noi che decide di poter passare sopra a tutto ciò, che è disposto, malgrado tutti i mugugni - perché usare il termine "proteste" sarebbe persino eccessivo -, a scegliere ancora chi fino a un momento prima - ma, che dico, ancora adesso - li trattava a pesci in faccia. Allora capisco che anche questa è una forma di interiorizzazione dell'omofobia: siamo stati a tal punto abituati a svalutare questa parte di noi, a non considerla "rilevante", a nasconderla un po' sotto il tappeto o, tutto sommato, a non considerarla così degna di essere apprezzata che non ci viene nemmeno in mente che il trattamento che ci è stato riservato in questi ultimi anni è tutt'altro che accettabile. A dirla tutta, un trattamento di questo genere meriterebbe una punizione e richiederebbe un'unica risposta da parte nostra: respingere con fermezza chi ce l'ha riservato, ora che è giunto il momento delle elezioni - per quanto farsesche esse siano. E questo trattamento va respinto indipendentemente da quale destra è arrivato, sia la destra che va sotto il nome di "centro-destra", sia la destra che si fregia dell'appellativo di "centro-sinistra". E', credo, una questione di dignità nei confronti di se stessi, di rispetto per sé e per il proprio valore. Per dare il giusto peso alle cose propongo di pensare a una similitudine: supponiamo di essere neri in un paese in cui i neri non possono prendere i mezzi di trasporto pubblico. Se domani qualcuno ci dicesse che, va bene, potremo viaggiare, ma solo in seconda classe e senza disturbare troppo, perché l'unica pigmentazione "naturale" che consente il viaggio in tutte le classi è quella bianca, lo riterremmo una soluzione accettabile? Se ci dicessero che non dobbiamo lamentarci troppo perché il nostro paese - in cui, se stiamo buonini, potremmo tutt'al più viaggiare in seconda classe - ha altri problemi più urgenti, la riterremmo una spiegazione adeguata? Soprattutto quando una promozione completa della parità dei diritti non costerebbe nulla in più, non priverebbe nessun altro dei propri diritti e non escluderebbe di fare quelle cose di cui il paese ha tanto bisogno? Invece a noi gay - in quanto gay - viene richiesto questo "sacrificio" e che molti siano disposti a farlo è indice del vero peso che diamo alla parola "dignità": praticamente nullo. Che cosa devo pensare? Forse che quando protestavamo, facevamo finta? Che in realtà non ci tenevamo affatto? Se è così, il segnale che noi gay per primi diamo è che, a conti fatti, i cosiddetti diritti sono irrilevanti anche per noi, se basta agitare un qualsiasi spettro per farci rientrare nei ranghi e marciare compatti dietro il primo pifferaio che, oltretutto, non ha più nemmeno bisogno di suonare una melodia incantatrice per farsi votare da noi? Io non sono più disposto a firmare cambiali in bianco se il prezzo che devo pagare è l'odio per me stesso e, soprattutto, se - come so - il prezzo è certo e non più soltanto probabile. Lo faccia qualcun altro, ma poi non si lamenti, perché io allora non lo prenderò più troppo sul serio.

29/03/2008

Serata con concerto (Editors all'Alcatraz)

Dopo aver mangiato rapidamente una pizza qui, seduti a un tavolo di fronte a un maxischermo sintonizzato su Skynews, ma con l'audio fortunatamente spento, che ci trasmetteva immagini di un - immagino - interessante dibattito tra la principessina Alessandra Borghese candidata dall'Udc (aria smorfiosa, espressione di chi è costretta ad annusare una badilata di letame) e la giuliva Pia Picerno (non so chi sia, ma in ossequio all'ottimismo ridanciano di Veltroni, ha continuato a sorridere tutto il tempo, chissà perché), io e J. siamo andati a ritirare i biglietti all'Alcatraz, lì di fianco, per il concerto degli Editors che sarebbe cominciato di lì a un'oretta. E ci siamo messi in coda, in senso letterale, perché a me è venuto un colpo quando rifacendo a ritroso la strada che avevamo fatto, a piedi, all'andata ho visto che la fila di gente in attesa sembrava non finire più. Ci siamo piazziati, dunque, in paziente attesa all'angolo della strada successiva e io mi sono sentito tanto "giovane", anche perché queste scene - però con persone più svestite - solitamente le ho viste fuori dalle discoteche inglesi. Una mezz'oretta prima dell'inizio dell'evento, hanno aperto le porte e siamo entrati.

Un'altra breve attesa e tre tizi dall'aria un po' sfigatella sono saliti sul palcoscenico: sono i Mobius Band che fanno da supporters al tour degli Editors. Uno dei tre si è presentato, snocciolando in discreto italiano una frase che doveva avere imparato a memoria. Sono di Brooklyn, New York - così ha detto lui -, e fanno una musica che è uno strano miscuglio di "indie-rock" e "synth-pop": confesso che non avrei saputo dirlo da solo se non l'avessi letto sul loro myspace. In ogni caso c'è un uso molto allegro dell'elettronica e sia a me che a J. sono piaciuti molto. Alla fine della loro (breve) esibizione fanno sapere che il loro disco è in vendita all'uscita: non mi sarebbe spiaciuto comprarlo - bisogna sostenere i giovani talenti, specie quelli così simpatici -, ma con la ressa che premeva per riconquistare l'aria aperta non ho potuto farlo.

Verso le 22.30 salgono sul palco gli Editors. Forse dovrei spiegare, a questo punto, perché ho voluto andare a questo loro concerto, visto che l'idea è stata mia e la proposta è partita da me. Non posso certamente dire di essere un loro fan: avevo scaricato i loro due cd - The Back Room e An End Has a Start -, che avevo ascoltato qualche volta senza però memorizzare i titoli delle canzoni, soprattutto quelle del secondo, tranne che per qualche eccezione, come Munich che è forse la mia preferita perché è un vero e proprio "verme nell'orecchio", come si direbbe in tedesco. L'Alcatraz è pieno zeppo e questo mi stupisce, perché non pensavo che gli Editors avessero tutto questo successo, ma J. mi rende edotto del fatto che i loro video passano su Mtv e che, quindi, comprensibilmente attirano la Mtv generation. In ogni caso loro sono bravi: non bravissimi forse, ma bravini sì. Soprattutto il cantante, che ha voce, intonazione e una certa presenza scenica: e infatti fa molte smorfie, zompetta qui e là, si dimena e si agita. Non conoscendoli troppo bene non potrei ricostruire la scaletta. So che hanno aperto con Camera e chiuso con Smokers Outside the Hospital Doors. Ma alla fine la sensazione è che le loro canzoni si assomiglino un po' tutte: a me piace quel ritmo accelerato e un po' sbilenco, ma forse è meglio prenderlo a dosi ridotte. Anche per loro mi chiedo la stessa cosa che mi chiedo per altri gruppi simili che hanno fatto il botto con il primo album - tipo i Keane e i Kasabian - e poi hanno pubblicato un secondo album così-così: resisteranno alla prova del tempo? O scompariranno nel nulla dopo il terzo disco?

Il concerto è finito verso mezzanotte: mentre la pista si stava svuotando, due ragazze hanno fermato J. per chiedergli se aveva una canna da offrirgli - e io qui non ripeterò quello che gli ho suggerito di rispondere, ma poiché si tratta di "canne", chiunque può immaginarselo -, siamo usciti all'aria aperta per respirare, abbiamo salutato i colleghi di J. che, senza essersi messi d'accordo, erano venuti al concerto e ce ne siamo andati a casa.

28/03/2008

Tre sogni

I

Il primo sogno è bipartito e la prima parte fa da cornice alla seconda. Nella prima parte è il giorno delle elezioni, su cui però regna incertezza assoluta. Nessuno sa come si vota, nemmeno io che tengo d'occhio i seggi senza però vedervi entrare nessuno. Per protesta e divorato dalla rabbia scrivo qualcosa su una bandiera che è sì una bandiera ma che, allo stesso tempo, credo sia una scheda elettorale. Solo quando sto per infilarla nell'urna capisco che non può essere una scheda. Poi c'è un cambio di scena e comincia la seconda parte del sogno: c'è una specie di gita scolastica a cui sto partecipando. Stiamo camminando in un paesaggio montagnoso, molto brullo e spoglio. Ci sono soltanto rocce, dirupi, piccoli sentieri che precipitano a picco su abissi. Io, a fatica, cammino dietro agli altri e cerco di nascondere le vertigini che mi affliggono. Non sono abituato a stare in alto: si potrebbe leggere questa affermazione anche in senso puramente metaforico. Arriviamo a una specie di slargo davanti a una caverna. Tra i miei compagni riconosco, oltre al mio vecchio amico P.V., anche una certa D.G., che era la "carrierista" della classe (e lei, invece, era abituata a "stare in alto"). Non soltanto la più brava in tutte le materie, ma anche quella che ambiva a fare sfoggio della sua bravura, fino a umiliare gli altri. Ora la nostra passeggiata è finita: per ridiscendere dobbiamo calarci, uno a uno, in un grosso pentolone legato a una fune che si trova dentro la caverna. A questa prospettiva io vengo colto dal panico e mi rifiuto nella maniera più assoluta. L'insegnante, quando lo viene a sapere, si arrabbia - non con me, ma astrattamente contro chi ha organizzato la gita - e dice che bisognava dirglielo prima se c'era qualcuno che soffriva di vertigini. A questo punto il sogno ritorna al punto di partenza. Scopro che le elezioni non si tengono quel giorno - del resto, come sarebbe possibile, se sono andato in gita scolastica? -, ma la settimana successiva. Lo so perché qualcuno mi mostra le "vere" schede elettorali, che sono due (Camera e Senato, immagino). Su ognuna di esse c'è un unico simbolo su cui tracciare la croce. Quando le vedo, anziché indignarmi per la possibilità di scelta che mi è stata sottratta, penso, stupito e rassegnato: "Tutto qui? E' abbastanza semplice".

II

Nel secondo sogno sto aspettando di entrare in una mostra o in un museo, ma non riesco a fare il biglietto perché davanti alla cassa c'è un assembramento di studenti in gita scolastica. Alla fine, per evitare la ressa, decido di andare a un'altra cassa, che si trova in un prefabbricato, simile a quelli che ci sono ora davanti all'ingresso principale della Stazione Centrale a Milano. Questo sportello, però, è quello di una ASL (o di un ospedale). Quando sono lì davanti, tiro fuori l'impegnativa del medico: devo prenotare un'operazione chirurgica. A una fistola anale, per il giorno ventitré (non so di che mese, ma suppongo del mese in corso durante il sogno). Rilevo che non mi stupisce il fatto di dover essere operato a una fistola anale: lo accetto come un dato di fatto, neanche sgradevole. E' evidente, secondo me, che questa cosa simboleggia, in qualche modo, la mia omofobia interiorizzata. Intanto chiedo, all'impiegata che sta allo sportello, se mi può vendere anche un biglietto d'ingresso per la mostra. Lei mi dice di no e questo mi lascia indispettito perché so che dovrò fare la coda da un'altra parte. A questo punto faccio una telefonata a "qualcuno" - che identifico con M.S., ma che in realtà ha le sembianze di un mio "fidanzato" di molti anni fa, M.G. - e gli chiedo di raggiungermi. Insieme andiamo a un altro sportello che si trova in un edificio basso, con pochi gradini davanti all'ingresso. Qui riesco finalmente a comprare il biglietto per la mostra (o il museo): costa dieci euro, io pago con un biglietto da cinquanta e il ragazzo che è allo sportello me ne dà novanta di resto, come se io avessi pagato con cento euro. Non protesto, ma quando esco sono perplesso. Allora, all'improvviso, ho un'agnizione: quel ragazzo è U.N., il mio impossibile "amore tedesco", e io avverto che, "sbagliandosi" a darmi il resto, in realtà non ha fatto altro che darmi ciò che mi era dovuto, da tempo. Quando sono fuori, M.S. mi chiede se non sono preoccupato per l'operazione e, soprattutto, per il fatto che mi opereranno alle 18.30, cioè verso sera e per ultimo. "Avranno sterilizzato bene la sala operatoria?" mi domanda. Non è la prima volta che M.S. si manifesta nei miei sogni come una sorta di "principio di realtà", solo che poi questo principio scatena in me una reazione che è fatta di ansia e angoscia. Anche nel sogno, infatti, non reagisco razionalmente. Non so gestire la realtà senza che nello stesso tempo si scatenino tutti i miei fantasmi interiori. D'un tratto visualizzo una sala operatoria che assomiglia al salone di un barbiere, in cui ci sono due lettini reclinabili. Un infermiere sta "lavando" quello di destra con uno straccio bagnato e sporco. Mentre lo guardo mi domando se consiste solo in questo la sterilizzazione della sala. E, allo stesso tempo, incomincio a farmi tutte quelle domande che non mi ero fatto prima: ma mi faranno un'anestesia generale o solo locale? Dovrò farmi un clistere? Dovrò radermi? Verrò ricoverato o verrò dimesso subito? E come farò quando, in seguito, dovrò andare in bagno?

III

Nel terzo sogno sono in Germania e sono in un albergo. Anzi, in una pensione di Berlino che assomiglia a una pensione vera in cui, in passato, ho alloggiato diverse volte e che forse ora non esiste più. Il gestore mi dice che devo cambiare camera. Comincio a portare le mie cose da una stanza all'altra: la valigia, i vestiti, gli effetti personali e così via. Mi accorgo che nella "vecchia" camera c'è anche un armadio di metallo, da ufficio: lo apro e dentro ci sono numerosi dizionari, grammatiche, volumi di consultazione - riconosco parecchi volumi del Duden - e so che sono i miei. Mi ero dimenticato di averli e di averli lasciati in Germania. Li prendo in mano, uno per uno, e mi domando che cosa fare. E' il caso di portarli nell'altra camera, quella nuova? Oppure di portarli con me in Italia? Ma in questo caso so che non ce la posso fare, perché la mia valigia non è abbastanza grande e loro pesano troppo. D'un tratto avverto che mi sono d'intralcio: sarebbe stato meglio non scoprirli affatto. Mi fermo a sfogliarne uno con più attenzione: è un dizionario dei sinomini e dei contrari (e forse anche dei modi di dire). Voltandomi, vedo che alla mia sinistra c'è una mia collega che mi guarda, in silenzio. Forse con muto rimprovero. Non dirò altro, ma so che questa collega rappresenta l' "esordio" - cioè la capacità e, soprattutto, il coraggio di fare qualcosa di nuovo e rischioso. E' come se mi dicesse di guardare lei, che si è buttata, mentre io sono ancora lì, intrappolato tra le mie vecchie cose. Eppure, mentre sfoglio questo volume penso che potrebbe essermi molto utile ora che sto correggendo la traduzione. Mi sveglio e mi ronza in testa un modo di dire - inesistente, ma che ho letto in quel libro e che recita: "Pesce attivo acqua affari". Traduco, per me: "Un pesce che è attivo nell'acqua, fa affari" - un po' come "chi dorme non piglia pesci", ma visto dalla parte del pesce che deve darsi da fare per non farsi "pigliare". E' sempre una lotta incessante tra il mio senso del "dovere" - che si traduce in iperattivismo - e il mio bisogno di rilassarmi, abbandonando ogni inquietudine, per iniziare una "nuova vita".

IV

Questi tre sogni li ho fatti nel giro di pochi giorni: lunedì, ieri (giovedì) e stamattina. Ho l'impressione che siano legati tra loro, in qualche modo, come quei racconti dove c'è un personaggio che, dopo aver svolto un ruolo secondario nel primo, diventa protagonista del secondo, in cui c'è un ulteriore elemento che viene ripreso nel terzo dove diventa centrale e così via. Oppure mi è tornato in mente quel romanzo di Marguerite Yourcenar, Moneta del sogno, in cui una moneta, passando di mano in mano ai protagonisti, diventa il "testimone" della storia che viene di volta in volta narrata. A me pare che questi tre sogni siano intimamente legati, quasi a formare un unico "metasogno".

27/03/2008

Il secondo testicolo (e poi basta)

Non ho saputo resistere e quindi ho fatto anche quest'altro test, che mi ha dato questo risultato:

Anche stavolta giuro di avere risposto con sincerità. E' sempre un giochino, ma questo almeno consente di rispondere "non so, non ho un'opinione in merito"

26/03/2008

Il testicolo elettorale, versione 2008

E' arrivata la nuova versione di Voi siete qui che tanto allietò il mondo dei blog due anni fa. Rispondendo a una serie di domande si ottiene un grafico che indica quali partiti sono più vicini alle nostre posizioni. Io l'ho rifatto e il risultato è questo:

20bbe221_2

Ora non ho più scuse per non votare PS (e giuro che non ho barato).

25/03/2008

Ritratto di un'America che non c'è più: Edmund White, "Stati del desiderio"

Usawhite_2 Stati del desiderio di Edmund White, pubblicato in Italia una decina d'anni fa, in ritardo rispetto all'edizione originale statunitense, porta il sottotitolo di "Guida alle città e agli uomini americani", ma è qualcosa di più e di diverso. In primo luogo è - malgrado la traduzione non sempre all'altezza della scrittura elegante di White - un altro esempio della lucidità e dell'intelligenza di uno dei massimi scrittori americani viventi che, con il pretesto di conoscere più a fondo e in presa diretta il "paesaggio omosessuale" statunitense, offre a chi legge una serie di preziose riflessioni, spesso di natura filosofica e politica, su che cosa significhi essere gay e su tutta una serie di questioni riguardanti la politica e la società. In secondo luogo questo viaggio nell' "America gay" diventa anche in anche un percorso all'interno della memoria e della storia gay, americana e, di riflesso, anche nostra - soprattutto perché stimola un confronto: rispetto agli Stati Uniti di allora, persino l'Italia di oggi sembra arretrata. Questo reportage, infatti, è stato scritto nel 1979, quando White non aveva ancora compiuto quarant'anni ed era "un malpagato assistente universitario alla Johns Hopkins di Baltimora". Da allora sono passati quasi trent'anni e, con tutto quello che è accaduto nel frattempo, si può ben dire che questo volume è diventato un "testo di storia". Trent'anni non sono molti, ma per quanto riguarda la storia dei gay e della loro emancipazione corrispondono a un'era geologica. Non va dimenticato - e infatti lo stesso White non lo dimentica, nella postfazione scritta nel 1991 - che pochi anni dopo la pubblicazione di questo libro è scoppiata l'epidemia dell'Aids, che ha completamente rimescolato le carte, costringendo la comunità omosessuale americana a molti ripensamenti. Ecco, a leggere oggi questo reportage, si ha quasi la sensazione di rivivere un'epoca caratterizzata da un'innocenza ormai perduta per sempre. Non che Edmund White scriva un libro in cui celebra soltanto le gioie del sesso spensierato - anzi, Stati del desiderio è, da questo punto di vista, un testo piuttosto casto -, ma è evidente che il clima è quello spensierato degli anni settanta, in cui prevalente non è il discorso della mera sopravvivenza alla malattia e della lotta organizzata per ottenere più attenzione, anche governativa, sulla crisi sanitaria, che di lì a pochi anni avrebbero assorbito le energie migliori. Per questo motivo, White può concentrarsi sulla percezione dell'omosessualità nelle diverse città da lui visitate, sul modo in cui gli uomini che incontra si organizzano, si manifestano o si nascondono. Questo racconto è inoltre intriso di politica, nel senso migliore del termine: è la descrizione di come degli individui, da sempre discriminati, s'impongono sulla scena pubblica e rivendicano visibilità e diritti. Dal quadro complessivo di ogni città - di cui vengono descritti i "quartieri gay", il carattere politico generale, il tono religioso che la caratterizza - Edmund White si cala poi nel racconto, sempre molto vivido e preciso, di singoli destini individuali. E la cosa affascinante è che Edmund White non si limita a scelte "scontate": ci sono, è vero, le ovvie Los Angeles, San Francisco, New York - quest'ultima descritta con grande affetto come una città tanto libera da consentire a ognuno il dispiegamento delle proprie possibilità -, ma ci sono anche un sacco di città di provincia: dalla Salt Lake City dominata dalla soffocante presenza dei mormoni, fino a città del sud come New Orleans, Memphis o Dallas. In ogni caso, mi sono divertito a tracciare - qui sopra - una mappa del viaggio di White nell'America gay: basta seguire le frecce per ripercorrerne l'itinerario.

Veltroni, ovvero: come ti seduco l'elettore

Ma come si fa a credergli - mi domando, pensando a Walter Veltroni. Poi, stamattina, ho visto in rete l'intervista che gli ha fatto Daria Bignardi e ho capito che il personaggio sa essere seducente. Sicuramente ha maggiore padronanza del mezzo televisivo di quanta non ne avesse Prodi e, in un'epoca in cui la televisione è lo strumento principale con cui la maggioranza degli italiani accede alle informazioni, questo è di fondamentale importanza. Veltroni possiede un certo stile, ha il senso del ritmo e dei tempi del discorso: buca il video. E' l'immagine speculare di Berlusconi, che invece vorrebbe incarnare l'anima più "popolaresca" del paese. Bignardi non mette troppo il dito nelle piaghe del partito democratico e questo permette al buon Veltroni di fare la sua bella figura. E' vero che, qui e là, qualche punzecchiatura c'è: "Lei parla come se negli ultimi quindici anni non ci fosse stato!", oppure - chiosando la proposta dei Cus per le coppie di fatto -: "E' un po' pochino, no?". Certo, avrebbe anche potuto ricordare che, originariamente, prima ancora di essere ripresa da Rutelli, la proposta di un contratto privato per regolare le unioni di fatto era stata fatta da Alfredo Biondi, ovvero da un liberale di Forza Italia, e che non era esattamente una proposta "di sinistra". Ma non importa. Terminata l'intervista, però, il "fascino discreto" di Veltroni evapora e lascia il posto a qualche interrogativo. Da che cosa deriva questa seduttività che Veltroni esercita su alcuni elettori che, pure, si dicono laici e di sinistra?

Secondo me c'è un elemento di ambiguità che, adeguatamente sfruttato, gli permette di mietere tutti questi consensi anticipati. Chi gli presta credito pensa, in sostanza, che all'interno del partito democratico esistano almeno due "anime", quella "laica" e quella "teodem", e che la partita sia ancora tutta da giocare. Inutile ricordare che questa non è l'unica contraddizione che caratterizza il pd: ci sarebbe anche quella tra "imprenditori" - e non dei più illuminati, oltretutto - e "lavoratori", ma forse anche in questo caso si spera che sia possibile volgere il timone verso ciò che più ci sta a cuore, la difesa degli interessi di chi vive solo del proprio lavoro. Chi nutre queste speranze, considera in pratica il partito democratico come una "novità" e vi vede una tabula rasa - o quasi - in cui in futuro si potrà scrivere qualcosa di inedito, e ignora invece la vera e propria operazione di marketing che lo regge e che, a giudicare dalla sua reazione, sta avendo una certa efficacia. Il "Partito Democratico", infatti, non esisteva in quanto tale prima d'ora: è questo l'elemento di "novità" su cui il segretario e candidato alla presidenza del consiglio sta facendo leva, soprattutto per convincere gli indecisi. Tuttavia, la costruzione del Pd in quanto "novità" è traballante e si fonda su una rimozione: se è vero che nominalmente non esisteva prima, è altrettanto vero che è il risultato della somma di due partiti già esistenti, i DS e la Margherita, che si sono portati dietro la loro vecchia classe dirigente, la quale è diventata la classe dirigente del Pd. Veltroni chiede quindi fiducia agli italiani proponendosi come elemento di rottura rispetto al passato e solo in questo modo può ottenere il consenso - fatto di "belle speranze" - di cui ha bisogno per vincere. Se non si proponesse come novità, dovrebbe affrontare un passato che lo inchioda ad azioni e scelte che non lasciano spazio a tante "belle speranze". E' vero: queste scelte, per lo più, sono state fatte dai Ds e dalla Margherita, ma poiché il Pd è la somma di questi due partiti, che cosa lascia presagire che in futuro quest'ultimo si comporterà diversamente da come i due componenti principali si sono comportati in passato? A me pare anzi più probabile che il Pd agirà in maniera ancora peggiore - meno laica, meno "di sinistra" - rispetto al passato, soprattutto perché dovrà smussare ancora più le differenze che pure esistevano tra di essi. Se si cerca un comune denominatore, lo si troverà solo puntando al ribasso. Sperare che in futuro il Pd agisca come non ha agito finora significa, in sostanza, sperare che di colpo diventi tutt'altro da quello che è. E' una speranza lecita, per carità, ma è anche ben poco fondata nei fatti - è, per dire, la stessa speranza di chi, anni fa, ciecamente si illudeva di poter trascinare Forza Italia verso posizioni più liberali. E si è visto la fine che ha fatto: oggi un Della Vedova, per dire, è assolutamente irrilevante in quello schieramento, come altrettanto irrilevante si rivelerà la presenza di un Capezzone (nemmeno candidato, tra l'altro).

L'intervista di Daria Bignardi a Veltroni "funziona", in questo senso, perché mette la sordina a tutti questi problemucci e accredita il mito del Pd come "partito nuovo", che si propone di rifondare la politica italiana, quando in realtà è il prodotto di quella politica medesima. Sarebbe stato diverso se l'intervistatrice avesse cercato di coglierlo in fallo, facendogli domande più scomode e non limitandosi ad alludere alle contraddizioni inerenti al suo partito, ma mettendole bene in risalto e chiedendone spiegazione all'intervistato. Avrebbe potuto chiedergli, per esempio, come conciliava la lotta all'evasione fiscale, su cui si era appena dilungato, con la candidatura di un imprenditore, Calearo, che fino all'altroieri era un sostenitore della "rivolta fiscale". Avrebbe potuto chiedergli come fosse ammissibile ricandidare un'esponente politica che, in questa legislatura, ha votato contro il suo stesso schieramento. Di tutto questo, niente è passato e Veltroni ha potuto inscenare lo spettacolo della "novità", della "politica seria" che promuove gli interessi di tutto il paese. Solo a un certo punto, quando Veltroni ha sciorinato di nuovo la sciocchezza secondo cui un partito dovrebbe rappresentare tutto il paese e l' "alleanza dei produttori" (cioè l'alleanza corporativa, di matrice fascista, tra imprenditori e lavoratori dipendenti) per sanare le spaccature del paese stesso, Bignardi ha timidamente replicato che allora anche nel centrodestra potrebbero dire la stessa cosa per giustificare certe candidature. E' fin troppo evidente che, mettendo in scena questo "mito" del Pd in quanto "novità" del panorama politico, Veltroni sta cercando di accalappiare i consensi degli indecisi: è per loro, per quelli che potrebbero votare Berlusconi, infatti, che si smarca da una denigrazione troppo accentuata dell'avversario, tanto da indicarlo solo con una perifrasi e non con il suo nome, Silvio Berlusconi, quasi che questo rappresentasse di per sé già una forma di demonizzazione. E questa è una cosa che - vista dall'esterno - risulta curiosa: Veltroni attirerà i voti di chi lo sceglierà come il "male minore" rispetto a un "male maggiore" rappresentato da Berlusconi - cioè per puro antiberlusconismo -, quando in condizioni normali - cioè in assenza di un Berlusconi - non lo avrebbe mai votato, ma allo stesso tempo Veltroni stesso non dovrà più nemmeno agitare lo spauracchio berlusconiano. Vorrei chiudere con una battuta dicendo che, così facendo, Veltroni rinuncia all'unico motivo serio che ci sarebbe per votarlo, contrastare Berlusconi, senza però offrirne altri. Peccato che, però, questa, più che una pessima battuta, sia un'amara verità.

24/03/2008

Perché non introdurre una tassa sul culto anche in Italia?

Se dipendesse da me, in Italia le chiese - tutte le chiese, di qualsiasi confessione - dovrebbero finanziarsi facendo direttamente appello ai loro fedeli e incassando direttamente da loro il denaro di cui hanno bisogno per il proprio sostentamento: questo corrisponderebbe alla mia idea di radicale separazione tra chiesa e stato. Tuttavia, poiché sono un moderato e sono sempre disponibile al compromesso, mi accontenterei di una soluzione "alla tedesca". Al posto di quella truffa dell'otto per mille, che sancisce di fatto un'estorsione da parte della chiesa cattolica ai danni di tutti i cittadini, anche di quelli che non esprimono nessuna preferenza, io proporrei l'introduzione di una Kirchensteuer, una tassa sul culto. In questo modo ogni cittadino, esplicitando nella propria dichiarazione dei redditi a quale religione appartiene, pagherebbe automaticamente un'imposta destinata a quella chiesa. Per non pagarla - come avviene in Germania - dovrebbe dichiarare di non appartenere a nessuna religione o di essere fuoriuscito da quella religione a cui è stato forzatamente associato quando non aveva la capacità di scegliere liberamente. Naturalmente, per un'evidente ragione di uguaglianza religiosa, questo sistema andrebbe esteso a tutti quei culti che ne fanno richiesta e che verrebbero registrati presso lo stato, il quale svolgerebbe la pura e semplice funzione di esattore. A me questo sembra un sistema molto limpido, oltre che un buon compromesso. In questo modo sarebbe possibile contare con precisione quanti sono i cattolici in Italia (e quanti i seguaci delle altre denominazioni cristiane, quanti i musulmani, quanti gli ebrei e via discorrendo). I cattolici veri sarebbero quelli che, esplicitamente, accettano di pagare, consapevolmente e per libera scelta, una tassa in più destinata alla chiesa cattolica. Quest'ultima - sgravata dell'automatismo coatto dell'otto per mille prelevato tra tutti i contribuenti, grazie soprattutto alla "distrazione" di molti che non esprimono alcuna scelta - dovrebbe darsi da fare per ottenere il favore (e il denaro) dei suoi seguaci. Allora vedremo quanti cittadini italiani, messi di fronte alla reale prospettiva di risparmiare dei soldi, verseranno davvero quest'obolo e potremo concretamente misurare se i loro valori sono davvero quelli di cui cianciano i teocon nostrani.

Neoliberismo: lavoro, diritti primari e secondari

Harvey"Questo ci porta [...] alla questione problematica dell'approccio dello stato neoliberista ai mercati del lavoro. Al suo interno, lo stato neoliberista è necessariamente ostile a tutte le forme di solidarietà sociale che mettano dei freni all'accumulazione del capitale. I sindacati indipendenti o gli altri movimenti sociali [...] che avevano acquistato notevole potere in regime di liberalismo 'incastonato' [embedded liberalism] devono perciò essere disciplinati, se non distrutti, e questo in nome della libertà individuale, presumibilmente sacrosanta, del lavoratore isolato. La 'flessibilità' diventa la parola d'ordine rispetto ai mercati del lavoro. E' difficile sostenere che l'aumento della flessibilità sia sempre negativa, specie di fronte a pratiche sindacali altamente restrittive e sclerotizzate. Perciò ci sono riformisti di sinistra che difendono con forza una 'specializzazione flessibile' come mezzo per andare avanti. Se indubbiamente alcuni lavoratori singoli possono trarne beneficio, le asimmetrie di informazione e di potere che sorgono, combinate con la mancanza di una mobilità facile e libera del lavoro (soprattutto attraverso i confini statali), pongono il lavoro in una situazione di svantaggio. La specializzazione flessibile può essere sfruttata dal capitale come sistema comodo per procurarsi mezzi più flessibili di accumulazione. I due termini - specializzazione flessibile e accumulazione flessibile - hanno connotazioni completamente diverse. Il risultato generale sono retribuzioni più basse, aumento dell'insicurezza lavorativa e, in molti casi, perdita di benefici e protezioni lavorative. Queste tendenze sono immediatamente visibili in tutti gli stati che hanno preso la via del neoliberismo. Considerando l'assalto violento a tutte le forme di organizzazioni sindacali e di diritti dei lavoratori e il ricorso  consistente a riserve di forza lavoro massicce ma ampiamente disorganizzate in paesi come la Cina, l'Indonesia, l'India, il Messico e il Bangladesh, sembra che il controllo e il mantenimento di un alto tasso di sfruttamento del lavoro siano sempre stati un elemento centrale del neoliberismo. Il ripristino o la formazione del potere di classe avviene, come sempre, a spese del lavoro.

E' precisamente in questo contesto di riduzione delle risorse personali causato dal mercato del lavoro che la determinazione neoliberista a trasferire sull'individuo tutta la responsabilità per il suo benessere ha effetti doppiamente deleteri. Man mano che lo stato si ritrae dal fornire welfare e diminuisce il proprio ruolo in settori come la sanità, l'istruzione pubblica e i servizi sociali - un tempo fondamentali nel liberalismo 'incastonato' -, segmenti sempre più ampi di popolazione restano esposti all'impoverimento. La rete di sicurezza sociale è ridotta al minimo, in favore di un sistema che sottolinea la responsabilità individuale. Il fallimento personale viene solitamente attribuito a difetti personali, e fin troppo spesso la colpa viene addossata alla vittima."

(pp. 75-76)

"Vivere in regime di neoliberismo significa accettare o sottomettersi a un fascio di diritti necessari all'accumulazione del capitale. Noi, perciò, viviamo in una società in cui il diritto inalienabile degli individui - e ricordiamo che di fronte alla legge la definizione di 'individui" vale anche per le grandi imprese - alla proprietà privata e al profitto ha il sopravvento su qualsiasi altra concezione di diritti alienabili ci si possa immaginare. I difensori di questo regime di diritti sostengono, in maniera plausibile, che esso incoraggia 'le virtù borghesi', senza le quali nel mondo tutti starebbero peggio. Queste comprendono la responsabilità individuale, l'indipendenza dall'interferenza dello stato - il che spesso pone questo regime di diritti in grave opposizione con quelli definiti all'interno dello stato -, l'uguaglianza delle opportunità sul mercato e di fronte alla legge, le ricompense per l'iniziativa e l'impegno imprenditoriale, la cura per sé stessi e per i propri famigliari, e un mercato aperto che consente ampia libertà di scelta sia per i contratti che per gli scambi. Questo sistema di diritti sembra ancora più convincente quando è esteso al diritto di proprietà privata sul proprio corpo - che fa da puntello al diritto di ogni persona di contrattare liberamente la vendita della propria forza lavoro, di essere trattata con dignità e rispetto ed essere libera da costrizioni fisiche come la schiavitù - e il diritto alla libertà di pensiero, di espressione e di parola. Questi diritti derivativi sono attraenti e molti di noi vi fanno grande affidamento, ma lo facciamo come dei mendicanti che vivono delle briciole cadute dalla tavola di un ricco.

Non sono in grado di convincere nessuno con argomenti filosofici che il regime neoliberista dei diritti è ingiusto. Tuttavia l'obiezione a questo regime di diritti è molto semplice: accettarlo significa accettare che non esiste alternativa al vivere in un regime di infinita accumulazione di capitale e di crescita economica, indipendentemente dalle sue conseguenze sociali, ecologiche o politiche. A sua volta, l'accumulazione infinita del capitale implica che il regime neoliberista dei diritti debba essere esteso geograficamente in tutto il globo, attraverso la violenza - come in Cile e in Iraq -, attraverso pratiche imperialistiche - come quelle della WTO, dell'FMI e della Banca Mondiale - o attraverso l'accumulazione primaria - come in Cina e in Russia -, se è necessario. Volenti o nolenti, i diritti inalienabili della proprietà privata e del profitto verranno imposti universalmente. E' esattamente questo che intende Bush quando dice che gli Stati Uniti si impegnano ad ampliare la sfera di libertà in tutto il mondo.

Però questi non sono gli unici diritti a nostra disposizione. Persino all'interno della concezione liberale tracciata nello statuto dell'ONU esistono diritti derivativi, come la libertà di parola ed espressione, di istruzione e di sicurezza economica, il diritto di formare dei sindacati e via discorrendo. Applicare questi diritti avrebbe posto una sfida seria al neoliberismo. Rendere primari questi diritti derivativi e i derivativi i diritti primari della proprietà privata e del profitto implicherebbe una rivoluzione molto significativa nelle attività economiche e politiche. Ci sono anche concezioni di diritti completamente diverse a cui possiamo fare appello: accesso ai beni universali o alla sicurezza alimentare di base, per esempio. 'Tra diritti uguali, decide la forza'. In cerca di alternative, le battaglie politiche sulla giusta concezione dei diritti, e persino sulla stessa libertà, si spostano al centro del palcoscenico."

(pp. 182-83)

da David Harvey, A Brief History of Neoliberalism,
(La traduzione dei brani è mia, ma c'è anche una versione 'ufficiale' pubblicata in italiano.)

22/03/2008

Laici che non ammettono di esserlo.

Dal loro punto di vista, è stata un'ottima idea quella di spalmare i candidati cattolici in tutti i partiti dell'arco costituzionale. Per "candidati cattolici" intendo quelli che vorrebbero regolare i comportamenti altrui in base ai loro articoli di fede, sia bene inteso, e non quelli che semplicemente regolano la loro vita secondo le proprie convinzioni religiose. L'ha detto Paola Binetti, tra l'altro, in un'intervista al Corriere della Sera di qualche giorno fa: la Cei si aspetta che i cattolici facciano il loro dovere, sia a destra che a sinistra. Una constatazione del genere mi fa pensare che siamo accerchiati e che non c'è via di scampo, se non in luoghi politicamente marginalizzati. Questo "assediamento" ha un effetto immediatamente evidente: impedisce di contare - a livello politico, cioè pubblico - tutti gli italiani che non si riconoscono in questa concezione secondo cui la fede (cattolica) deve essere tradotta nell'azione legislativa e i suoi precetti imposti anche a chi non crede. Chi oggi volesse esplicitamente dichiarare di opporsi a tutto ciò è costretto a votare, per l'appunto, raggruppamenti marginali.

Mi domando che cosa succederebbe se un grande schieramento, grande in senso numerico, - supponiamo, per amore di ipotesi, il Partito Democratico - facesse propria questa esigenza di laicità radicale, di netta separazione tra Stato e Chiesa. Quanti voti perderebbe e quanti voti guadagnerebbe? Avrebbe il sostegno maggioritario degli italiani oppure no? Una mossa del genere consentirebbe di contare davvero tutti gli italiani che non ne possono più della tendenza sempre più marcata delle gerarchie cattoliche a mettere il becco in questioni che riguardano solo la coscienza, le decisioni e i comportamenti privati dei cittadini? Secondo me occorre fare un'ulteriore distinzione. Sono convinto che ci sia una netta maggioranza di italiani che, all'atto pratico, si disinteressa completamente di ciò che dice la chiesa cattolica e che agisce in piena autonomia. L'Italia è un paese sostanzialmente scristianizzato e pagano: il cattolicesimo è, per lo più, un rito esornativo che soddisfa il gusto della tradizione degli italiani. Questo vale, naturalmente, in primo luogo per i comportamenti sessuali, ma anche per altre questioni che riguardano la vita dei singoli individui. La chiesa condanna il divorzio e l'adulterio, ma gli italiani divorziano e praticano l'adulterio. La chiesa condanna l'omosessualità, ma molti italiani hanno comunque rapporti omosessuali, anche se questi non si trasformano in veri e propri legami. La chiesa condanna la prostituzione, ma le prostitute non sembrano perdere clienti. La chiesa condanna la contraccezione, l'aborto e l'eutanasia, ma gli italiani ricorrono a tutti e tre i mezzi - legalmente nei primi due casi, illegalmente e usando sotterfugi nell'ultimo.

L'importante però è non dirlo. Il mio timore, infatti, è che se anche questa indifferenza ai precetti della chiesa venisse "raccolta" da un partito politico importante - che non facesse cioè pura "testimonianza" - probabilmente non riuscirebbe a coagulare intorno a sé il voto della maggioranza degli italiani, anche se nei fatti i loro comportamenti già sono laici e scristianizzati. Il punto è che tra il "comportarsi" in questo modo e il "dichiararlo" si spalanca quell'abisso che è anche l'esatta misura dell'ipocrisia cattolica. Non è tanto rilevante, infatti, quello che si fa, ma quello che si dice che si dovrebbe fare. Messi alle strette, molti non oserebbero contestare l'autorità morale della chiesa - anzi, il diritto della chiesa a ergersi ad autorità morale -, anche se in pratica non prestano affatto ascolto alle indicazioni provenienti da questa stessa autorità. Se la maggioranza degli italiani è laica, scristianizzata e persino pagana nei suoi comportamenti, è solo una minoranza quella che non soltanto lo è, ma anche lo ammette. E' quasi un problema antropologico: gli italiani non amano guardarsi allo specchio, riconoscere quello che vedono e agire di conseguenza. Il fatto che i "cattolicanti" abbiano occupato tutti gli spazi politici maggioritari permette loro di non scegliere e confermare questo divorzio tra teoria e prassi. Il risultato è questo immobilismo circospetto in cui tutti restiamo invischiati.