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Le infamie di ieri

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29/02/2008

Uno "scandalo" universitario

Una decina di giorni fa, sulle pagine milanesi di Repubblica, ho letto che stanno indagando un professore dell'Università Statale di Milano perché non soltanto pare vendesse, durante l'orario di ricevimento, i suoi libri senza rilasciare nessuna ricevuta, ma anche perché pare garantisse a chi concordava l'esame con lui il massimo dei voti, aumentando così in maniera spropositata l'affluenza alle sessioni d'esame di quella materia, altrimenti snobbata. La notizia non mi avrebbe colpito più di tanto e l'avrei letta facendo spallucce - del resto, siamo in Italia, che cosa aspettarsi d'altro? - se quel professore non occupasse la cattedra di letteratura tedesca nella stessa Università in cui mi sono laureato io, ormai tredici anni fa. Allora, siccome Repubblica non faceva nomi, ho mobilitato il mio "agente all'Avana" in Sant'Alessandro perché, senza dare troppo nell'occhio, indagasse e rivolgesse qualche domanda indiscreta agli studenti che bazzicano il dipartimento di lingue. Nel frattempo sono andato sul sito dell'Istituto di Germanistica a controllare quali dei docenti attuali erano già presenti ai miei tempi. In un primo momento mi sono concentrato su un ordinario che allora non c'era e ho storto il naso. Ho pensato: questo ha curato dei libri che compaiono come prima cosa sulla sua homepage, e poi, con quest'aria da belloccio, non me la racconta giusta.

Trascorso qualche tempo, ieri sera - non so per quale motivo - ho googlato il nome del mio professore, che è stato anche il relatore della mia tesi, e, toh, ho avuto la sorpresa di leggere questo post, che risale al luglio dell'anno scorso. Pare, insomma, che il "malfattore" sia proprio lui, mentre io l'avevo - l'avrei - escluso a priori. La faccenda, dunque, è roba vecchia. Se io l'ho escluso non è perché sono certo della sua onestà, ma perché so come si comportava lui con noi studenti. In realtà, con il vecchio ordinamento, c'erano ben poche persone che davano l'esame di letteratura tedesca se non erano specialisti, mentre - da quanto apprendo dal post - lo scandalo attuale riguarda soprattutto gli studenti di lettere o di filosofia che volevano rimpolpare i loro crediti con un esame "facile". Per quanto riguarda invece il corso di laurea in lingue, era noto a tutti che per scegliere tedesco come prima lingua bisognava essere molto tenaci e di quelli che si iscrivevano al primo anno solo una sparuta minoranza arrivava fino al quarto e poi alla laurea.

Fausto Cercignani - tanto vale, a questo punto, scrivere il nome - era noto perché aveva la bocciatura facile. Nel mio caso personale, la sua "fama" ha preceduto la conoscenza in carne e ossa: nel 1988, qualche mese prima di iscrivermi a Lingue in Statale, ho seguito un corso di tedesco del Goethe-Institut a Ludwigsburg, nei pressi di Stoccarda, e nella mia classe c'era un bocconiano che - chissà come lo sapeva - mi preparò "decantando" questa caratteristica di colui che di lì a poco sarebbe diventato il mio professore di letteratura tedesca. Sapevo quindi che cosa mi aspettava. In realtà lui "accoglieva" solo le matricole, per le quali teneva il corso monografico, ma di cui verificava - in sede d'esame - anche le "competenze" linguistiche. L'esame dei primi due anni, infatti, era strutturato in tre parti: la prima consisteva in un colloquio in lingua con il lettore di madrelingua tedesca, superato il quale si sarebbe poi passati alla parte di storia della letteratura tedesca e infine al corso monografico. La perfidia, però - che terrorizzava tutti noi studenti -, consisteva nel fatto che, accanto al lettore, sedeva anche il temuto professor Cercignani che, con gli occhialini che gli scivolavano sul naso dando al suo viso magro e affilato un'aria ancora più arcigna, sedeva in silenzio, a braccia conserte, e ascoltava la prova. Era lui che, dopo, usciva dalla stanza e, come un giudice, emetteva la sentenza. Ricordo che, nella prima parte del primo esame, presi ventisei e feci quasi i salti di gioia. Altre mie compagne d'università furono ripetutamente bocciate, finché non si produsse la desiderata diaspora (qualcuno, per esempio, passò a francese). A un paio di loro disse brutalmente che, se volevano studiare tedesco, forse era meglio che prima si togliessero l'accento bresciano. Ricordo anche che, all'esame del terzo anno, eravamo rimasti io e pochissimi altri e lui, vedendoci lì ad aspettare, commentò sarcastico: "Voi siete gli eletti?". Questo per dire quanto di manica larga fosse lui.

Per questo motivo, quando ho letto questa notizia sono rimasto esterrefatto. Lui, proprio lui di tutti i professori? Ho pensato: se è vero, dev'essere impazzito. Che molti professori giochino sporco quando si tratta di assegnare la bibliografia per gli esami e insistano perché i loro libri vengano comprati nuovi - e non usati, o prestati o, orrore degli orrori, fotocopiati - è cosa risaputa. Talvolta si verificano - o si verificavano - episodi che se non sono proprio illegali sono comunque di dubbia moralità (e anche al riguardo potrei raccontare qualcosa della professoressa con cui feci il primo esame di letteratura francese, ma sorvolo): chi studia ha la netta impressione che un corso sia davvero il pretesto per vendere un libro di scarsa o nulla validità scientifica o letteraria. Ma al di là di questo, ci sono rimasto male - posto che ciò di cui è accusato si dimostrasse vero - anche perché ho pensato a come questa storia si potrebbe riflettere su di me e su tutti gli altri che si sono laureati con lui. Pur lasciando stare il fatto di aver venduto, in nero, dei libri - qui si tratta di frode fiscale e uno potrebbe anche essere un grande studioso pur essendo un delinquente -, questa vicenda fa passare l'idea che i suoi voti sarebbero stati "regalati", cosa che nel mio caso e in quello delle mie colleghe di università non è certamente vero. Non mi resta che attendere l'esito delle indagini.

27/02/2008

Quando il giornalista soccombe ai suoi pregiudizi

In questi giorni si è tornato a parlare di "castrazione chimica" per gli stupratori di bambini, soprattutto perché Veltroni non ha escluso questa possibilità ("se funzionasse, perché non ricorrervi?"). Non entro nel merito della questione, ma vorrei solo segnalare un brutto scivolone commesso dal Corriere della Sera di oggi, tanto più grave perché - secondo me - è assolutamente non voluto e, proprio per questo, rivelatore del substrato mentale di molte persone quando toccano l'argomento "pedofilia". A pagina quindici, dopo aver dato la notizia con le relative reazioni dei politici, c'è un riquadro intitolato "Il precedente". Qui viene descritto, in breve, il caso di Alan Turing, il matematico inglese - di cui anch'io ho scritto dopo aver letto la bella biografia di David Leavitt - che nel 1952 fu sottoposto a "castrazione chimica". Sia nel titolo che nel testo, il Corriere dice che Turing fu condannato per "atti osceni". Ora, questo è vero, ma scriverlo oggi senza aggiungere nessun commento e nessuna spiegazione significa, semplicemente, usare il cosiddetto "discorso indiretto libero" senza nemmeno segnalarlo o avvertire il lettore. Significa cioè assumere in toto, senza prendere la giusta distanza critica e usando addirittura le sue stesse parole, il punto di vista di chi, oltre cinquant'anni fa, condannò a morte Alan Turing spingendolo al suicidio qualche anno dopo. Quello che qui non si spiega e che invece si sarebbe dovuto spiegare è che Turing fu condannato perché era omosessuale e, a quei tempi, chi aveva rapporti con persone del proprio sesso commetteva "atti osceni". Quindi il Corriere della Sera crea un parallelo tra l' "oscenità" per cui Turing fu costretto a "curarsi" e il reato di pedofilia, per cui si ventila la possibilità della castrazione. In modo automatico, cioè, nel redattore che ha pensato la pagina si è stabilita, o si è attivata, un'assimilazione tra pedofilia e omosessualità. Un paragone non esplicitato, oltretutto, che è sintomo di un riflesso incondizionato. Peccato, perché il buon giornalista dovrebbe sforzarsi di informare i lettori, cercando di disinnescare pregiudizi così incistati e così pericolosi come questo e non esserne lui stesso vittima. Questo è possibile: lo dimostra La Stampa di oggi che, rivelandosi ancora una volta il miglior quotidiano in circolazione oggi in Italia, riporta la stessa notizia a pagina sette e in fondo all'articolo aggiunge: "Nel 1952 Alan Mathison Turing, illustre matematico inglese, fu arrestato per omosessualità e condannato alla castrazione chimica. Due anni dopo, si tolse la vita, mangiando una mela al cianuro di potassio".

L'ingerenza ai tempi di Weltroni

" 'Solo una visione superficiale può ridurre a ingerenza o interferenza' le posizioni della Chiesa, e di chi ha fede, sui grandi temi come quello della vita, della famiglia, della scienza e dei limiti da porre alla scienza stessa. Lo ha detto Walter Veltroni, intervenendo al convegno promosso dai cattolici del Pd.' ". Sono d'accordo con Cialter Cialtroni: non c'è "ingerenza" da parte della Chiesa, esattamente nello stesso senso in cui, tecnicamente, qualcuno non ti sta sbattendo se sei tu che ti siedi sul suo cazzo duro e, con un movimento di squat, fai su e giù e te lo fai scivolare dentro e fuori. Tecnicamente, la posizione di Cialtroni si chiama cowgirl: tutt'al più resta da scegliere se sia reverse o no.

"Panorama" e la battaglia "pro-life"

Panorama di questa settimana - che io leggo, anzi sfoglio, solo ed esclusivamente perché lo distribuiscono gratis in palestra - ha in copertina la faccina serena di un bel bebè e il titolo "Questi bambini non dovevano nascere". Sull'onda ferrariana, siamo ormai in piena campagna elettorale e, volenti o nolenti, il tema dell'aborto è diventato centrale, anche se nessuno dice esplicitamente che vorrebbe cancellare la legge 194, costringere le donne a tornare ai tempi degli aborti clandestini o a diventare delle pure e semplici incubatrici che dovranno mettere al mondo, per maggior gloria di Dio, i nuovi soldati di Cristo. Soldati che, poi, si potranno tranquillamente ammazzare quando saranno adulti - perché le guerre sì, quelle sono lecite, specie per esportare la democrazia. Il servizio d'apertura racconta le vicende di alcune donne che hanno rinunciato ad abortire, spesso all'ultimo momento, quando sembrava che avessero già preso tutt'altra decisione. Attenzione, però: non intendo affatto polemizzare con queste madri, perché sono sempre a favore della scelta libera di ogni individuo, è evidente che sono ben contento che abbiano scelto quello che hanno scelto. O qualcuno pensa che chi vuole mantenere le garanzie della legge 194 intende costringere le donne ad abortire? No, quello che trovo vagamente offensivo e un po' riduttivo è il sommario riportato in copertina, in basso a destra: "A volte bastano 300 euro, i pannolini in regalo e un aiuto psicologico per non abortire". Come dire che a queste poveracce di donne basta fare un po' di elemosina per convincerle a non abortire. Insomma, il messaggio che passa è che per convincere le donne - che sono ovviamente tutte delle troie, perché altrimenti non si sarebbero fatte ingravidare e avrebbero praticato la castità - non bisognerebbe sprecarsi neppure poi tanto, quindi la rivista di casa Berlusconi non capisce neanche tutte queste polemiche che infuriano, cito, "a destra e a sinistra". A pagina trentotto si ribadisce il concetto: "Un piccolo sussidio mensile, poi corredini, passeggino, pannolini gratis".

E se non bastassero questi "grandi reportage" - conditi dagli editoriali di un Giuliano Ferrara sempre più ossessionato - nello stesso numero di Panorama si usa anche la tecnica della persuasione occulta e il messaggio pro-life viene trasmesso anche in via subliminale. Se passiamo infatti alle pagine di cultura troviamo un'intervista con Kenzaburo Oe, lo scrittore giapponese vincitore del Nobel nel 1994. Qui racconta la sua esperienza con il figlio seriamente handicappato: quando era poco più di un neonato e soffriva di "gravi malformazioni cerebrali" dovette scegliere se sottoporlo a un rischioso intervento chirurgico, che gli avrebbe permesso di sopravvivere restando però disabile per sempre. L'alternativa all'intervento chirurgico sarebbe stata la morte certa, in un breve arco di tempo - e infatti i medici "sconsigliarono l'operazione: meglio la morte che un'esistenza puramente vegetativa". Insomma: la vita - secondo gli sponsor politici di Panorama - va difesa comunque, anche a discapito della qualità della vita stessa. Meglio la difesa di una vita "astratta", ché poi delle vite concrete si occuperà qualcun altro. Ancora una volta: non intendo assolutamente irridere la sofferenza e il dilemma che immagino debba aver tormentato Kenzaburo Oe (e sua moglie, anche se a lei non si fa cenno, nell'articolo di Panorama), ma mi viene il sospetto che, devono aver pensato in redazione, "non si butta via niente" quando bisogna battersi per la buona causa della vita - anzi, della Vita. Quindi, donne, datevi da fare e ricordate che altro non siete che contenitori. E se avrete fortuna, oltre ai pannolini e al passeggino gratis, da vecchie potreste anche vincere il Nobel per la letteratura.

26/02/2008

Si apre la campagna elettorale [Re-loaded]

A meno di due mesi dalle elezioni politiche non so ancora se andrò a votare e, se ci andrò, che cosa voterò. So solo che ho perso la mia tessera elettorale: la mia pigrizia e il mio disordine mi spingerebbero dunque all'astensione. Ma non voglio lasciare nulla di intentato. Quindi rivolgo una preghiera ai miei lettori: usate lo spazio dei commenti a questo post per spiegarmi (o per convincermi) chi o che cosa dovrei votare secondo voi, se devo andare a votare o no, se devo imbucare la scheda in bianco o annullarla. Insomma, sfruttate per una volta questo spazio per fare la vostra personale "campagna elettorale": l'importante è che argomentiate e motiviate la vostra scelta. E tentiate di convincermi della bontà delle vostre ragioni.
Grazie.

Aggiornamento (26.2.2008)

A quanto sembra, la maggior parte dei lettori sembra coagularsi intorno alla diade "Partito Democratico sì / Partito Democratico no", escludendo un solitario sostenitore della Lega Nord che, francamente, sta sprecando fiato (almeno con me). Nessuno mi ha fornito ragioni plausibili per votare "a destra" - forse perché non ci sono berlusconiani che leggono questo blog -, ma nemmeno per votare, per esempio, "la Sinistra l'Arcobaleno". Ho trovato estremamente interessante e stimolante lo scambio di battute - molto argomentato - tra Augie e Monsieur Poltron, assertore il primo dell'opportunità di votare PD, il secondo di votare invece PS.

Da quando ho lanciato questo post, però, sono successe un paio di cose abbastanza impreviste. Da un lato, i Radicali hanno accettato di candidare i loro esponenti all'interno delle liste del Partito Democratico, grazie a un accordo che garantisce loro comunque 9 eletti in Parlamento (e a me questa pare comunque una delle brutte storture possibili per colpa di questa stupida legge elettorale). Qualcuno sostiene che, in questo modo, il tasso di laicità del PD aumenterebbe. In un certo senso dovrebbero essere di buon auspicio gli strepiti che si sono levati da parte dei cattolici integralisti che - mi si perdoni il paragone - hanno reagito, paradossalmente, proprio come quando si butta l' "acqua santa" addosso al "demonio". Certamente sarebbe splendido se Binetti e i teodem ascoltassero le sirene dell'Udc e si spostassero nel luogo che naturalmente si addice a loro. Ma non mi lascerei ingannare più del dovuto: è evidente che a destra cercano di tirare l'acqua al proprio mulino cercando di dipingere il PD come "iperlaicista", quando in realtà non lo è affatto. Il secondo fatto positivo è la candidatura in testa alle liste del Senato, in Lombardia, di Umberto Veronesi. Confesso che per un momento ho pensato di votare PD almeno al Senato - e credo che molti abbiano avuto lo stesso pensiero. Veronesi è una garanzia di laicità, anche se in un'intervista ha dichiarato di avere accettato la candidatura per mettere a disposizione le sue competenze di medico e di ricercatore che conosce la sanità italiana e non per diventare una bandiera (polemica) della laicità. La sensazione, insomma, è che il Partito Democratico rischi davvero di diventare un partito contenitore, senza un progetto e senza identità, o - per dirla con lui - un "partito container". A questo si aggiunga il fatto che Rutelli - neocandidato (per così dire) sindaco a Roma - ha dichiarato che non intende fare nulla per le unioni civili e che il programma del PD, ancora una volta, è più che timido al riguardo e si ostina a parlare dei "diritti delle persone" che vivono in coppie stabili, replicando l'ambiguità delle elezioni precedenti. Insomma, non sono affatto convinto.

Continuate quindi a dare i vostri suggerimenti - almeno finché non verranno rese note le liste (ma poi mi domando anche: se un partito non ha un progetto ben definito, le liste non rischiano di essere soltanto degli specchietti acchiappavoti per allodole?)

(E, ancora una volta, di tanto in tanto io riporterò questo post in cima a tutti gli altri.)

L'amico frocio di Anna Tatangelo

Ho sempre desiderato scrivere di Sanremo e se non l'ho mai fatto prima d'ora è perché non lo guardo da anni. Quello che so, lo so in maniera indiretta: ogni italiano medio che legga (o sfogli) i giornali, vi è esposto per una settimana come sarebbe esposto alle radiazioni dopo un'esplosione nucleare. Se ora ne parlo en passant è per dire che ho ascoltato la "famosa" canzone di Anna Tatangelo, Il mio amico, quella - per citare la sua battuta - "dedicata ai ricchioni". Avrei lasciato perdere, se non fosse che stamattina, sul Corriere della Sera, ho letto il pagellino di Mario Luzzatto Fegiz, con i suoi voti ai pezzi sanremesi. Ora so benissimo che Fegiz non si può prendere sul serio - come si fa a prendere sul serio uno che crede sinceramente che i Pooh siano un vertice della musica italiana? -, ma ho fatto comunque un salto sulla sedia quando ho visto quello che scrive sul pezzo della Tatangelo (scritto da Gigi D'Alessio) e sulla Tatangelo stessa: "Testo bellissimo [...], tematica attuale ma senza toni provocatori, melodia decisamente orecchiabile, lei fascinosa, con il dramma di un gay". E le dà 8 e mezzo, il voto più alto di tutti. Per farla breve, la canzone non mi ha deluso: mi aspettavo una boiata e una boiata ho avuto. Musica scontata e testo banale con rime originali del tipo: "Il mio amico avvolto dentro l'amarezza / mi fa tanta tenerezza", "L'amore non ha sesso / Il brivido è lo stesso / o forse un po' di più" - e qui l'unico brivido che io provo è di raccapriccio. Che poi lei sia "fascinosa", oddio, questo dipende dai gusti. Io non sono eterosessuale, ma forse per Luzzatto Fegiz l'epitome della "fascinosità" femminile è rappresentata dalle signorine pesantemente truccate che battono sulla circonvallazione: in questo caso, allora, il giudizio sulla Tatangelo sarebbe perfettamente adeguato. Ascoltando il pezzo della mirabile coppia Tatangelo-D'Alessio mi è tornato in mente "Sulla porta", il brano presentato a Sanremo, nel 1996, da tale Federico Salvatore. (Non ho una memoria da elefante: ho verificato). Si trattava di una turpe baracconata napoletana strappalacrime: un figlio è sulla porta di casa, con le valigie, e saluta la mamma perché ha deciso di andarsene, anche lui perché "ricchione". Ricordo anche che quell'anno Aldo Busi, inviato a Sanremo da non so chi, commentò in maniera ficcante che Salvatore poteva pure buttarsi nel Vesuvio, senonché il Vesuvio - che è troppo nobile - l'avrebbe subito rivomitato fuori.  A Sora non ci sono vulcani, ahimè, ma c'è comunque il fiume Liri: chissà che la Tatangelo e D'Alessio non si facciano venire qualche buona idea.

In ogni caso non mi sarei deciso a sprecare queste parole per l'impresa di Anna Tatangelo se, poco fa, non avessi letto questo, che mi ha fatto montare il sangue alla testa. Ora io capisco sentirsi soli, disperati e anche un po' incompresi, ma resto sempre esterrefatto quando vedo il credito che molti gay - che a questo punto l'epiteto di "ricchioni" se lo meriterebbero davvero - concedono a queste forme di sfruttamento della questione omosessuale. Ma vi va bene proprio tutto, mi verrebbe voglia di esclamare. Siete così di bocca buona da arrivare a dire, quasi con il tono di chi ha appena ricevuto la grazia, "Grazie Anna. Grazie Gigi". Ma per favore! La Tatangelo e D'Alessio hanno sfruttato - in modo peloso e paraculo - un filone, quello della "tematica gay" e lo hanno fatto, oltretutto, attingendo a piene mani a quel serbatoio di pietismo che si riassume in frasi tipo "poveretti, non è colpa loro, in fin dei conto sono quasi umani come noi" e dando fondo, con il tono tipicamente lagnoso dei canzonettari italiani, a una serie di vomitevoli luoghi comuni che però permettono allo spettatore televisivo medio di stillare quella caratteristica lacrimuccia coccodrillesca con rutto postprandiale incorporato. Come farà, presumibilmente, anche quella "casalinga di Voghera" di arbasiniana memoria citata nel post di Tom, mentre intanto suo marito si gratterà i coglioni, tirerà un porcodio e, spenta la televisione, andrà a letto a dormire. Per quanto mi riguarda, invece, sono convinto che questa pessima canzonetta non cambierà nulla: chi rispetta i gay - e non li "tollera" soltanto -, perché rispetta la libertà degli individui e la varietà in cui si declina l'umano in tutte le sue forme (e quindi anche quelle amorose), continuerà a rispettarli. Gli altri andranno avanti imperterriti come prima, manifestando il loro disprezzo oppure la loro finta tolleranza intessuta di pregiudizi e di banalità condivise. Prova ne sia, infatti, che nell'anno 2008 siamo qui ancora ad accapigliarci sul minimo sindacale dei diritti ai gay, nonostante Federico Salvatore dodici anni fa - anche quello doveva colpire il cuoricino sanguinante della "casalinga di Voghera", no? - e nonostante esempi ben più alti e poetici di rappresentazione dell'omosessualità nella canzone (do you remember "Andrea" di Fabrizio De André?). Anna, Gigi: vedete un po' d'anna'...

24/02/2008

Come sei amato, amerai

Si impara ad amare - o viceversa non si impara - a seconda del tipo di relazione che ognuno di noi ha avuto con i genitori e dall'affetto che ha ricevuto da loro. Dai genitori "eredita" uno stile e un modello che, più o meno inconsapevolmente, riproduce quando a sua volta si innamora (o tenta di innamorarsi, o non s'innamora perché non ci riesce). Però mi sforzo di essere ottimista: il filo affettivo che ci lega ai nostri genitori non è un destino (o una condanna) fissato una volta per tutte a cui non possiamo sfuggire. Credo, insomma, nel cambiamento e nella possibilità di intervenire attivamente su questi modelli, anche se spesso è difficile, soprattutto quando non ne riconosciamo l'effetto su quello che siamo oggi. Per quanto mi riguarda, se per esempio qualcuno mi "rimprovera" perché mi ostino ancora a credere nella possibilità di una relazione - con tutti i problemi che potrebbero comunque intrecciarvisi -, è perché evidentemente ho alle spalle un esempio di relazione, quella tra i miei genitori, che in qualche modo ha "funzionato". Senza volerla affatto idealizzare. Ma non è soltanto il rapporto tra loro, per come l'ho percepito io, che ha determinato il mio modo di "amare" (o di "non amare"), bensì è anche il loro modo di avere amato me che continua a influenzarmi. So che entrambi mi hanno voluto (e mi vogliono) bene, ma ognuno alla sua maniera. Una maniera che, però, è stata molto diversa per ciascuno di loro perché corrispondeva ai loro diversi caratteri. Una maniera a tratti quasi divergente, tanto da aver creato in me una specie di "schizofrenia" (e s'intenda questo termine in senso puramente metaforico). Se l'amore di mia madre per me è stato eccessivo ed esuberante, per via del suo carattere estroverso (ma anche insicuro - e di questo mi sono accorto coscientemente solo quando sono diventato adulto: prima mi limitavo ad assorbire la sua insicurezza, sotto forma di ansia o sensi di colpa da parte sua), quello di mio padre è stato discreto e muto, talvolta al limite di un'apparente freddezza, per via del suo carattere introverso e di una certa timidezza. E anche in questo caso, solo con il passare del tempo ho capito che la sua non era reale freddezza, ma solo il frutto dell'educazione di un'altra epoca, quando non era "normale" che un maschio manifestasse troppo esplicitamente i suoi lati più emotivi. Con il passare del tempo, poi, ho visto anche come a poco a poco mio padre ha abbattuto le sue barriere: invecchiando è diventato più emotivo o - per meglio dire - ha cominciato a non sapersi più "tenere dentro" quell'emotività che pure c'era sempre stata e di cui era capace. (Ricordo quasi con fastidio - e con malcelato piacere allo stesso tempo, come se si fosse trattato di una dichiarazione - quando, oltre dieci anni fa, lo vidi combattere invano con le lacrime che gli salivano agli occhi mentre mi salutava all'aeroporto: e dire che sarei stato via solo pochi mesi, non anni). Insomma, l'affetto di mia madre per me era molto esplicito, fatto di contatto fisico, di presenza assidua, di un'esaltazione talora imbarazzante (per me) ed esagerata delle mie qualità, mentre quello di mio padre era trattenuto, pieno di understatement e, quando era pubblicamente dichiarato, lo era sempre in mia assenza, come se non fosse decoroso che io sentissi le sue lodi. Il problema, però, è che un bambino legge le cose per come gli si presentano a prima vista e quindi il mio legame con mia madre era più forte, quello con mio padre più distante, oltre che molto meno fisico. Ancora oggi ho molta difficoltà a parlare con mio padre di faccende private e solo negli ultimi tempi - quando ho "scoperto" che, contrariamente a quanto pensavo (o forse inconsciamente ed edipicamente desideravo), era persino possibile che mia madre morisse per prima - sto imparando a stabilire un contatto fisico con lui: le parole non riescono ancora ad arrivare alla bocca e allora spero di supplire con pochi gesti affettuosi, con qualche carezza. Non voglio divagare, però. Da questi due modi di essere amato è dunque derivato il mio stesso modo di amare, che mi lacera dentro perché è fatto da un lato di un bisogno forte di esprimere - anche con il contatto fisico costante e con la presenza assidua - il mio affetto per l' "oggetto amoroso", e dall'altro della paura di scoprirmi troppo rivelando quella che - per eredità paterna - dentro di me qualcosa vede ancora come una debolezza. Come se dentro di me un campanello d'allarme fosse sempre pronto a scattare per avvertirmi che chi si mostra debole rischia troppo, rischia la vita. Dall'altro canto qualcos'altro mi ammonisce a non raggelarmi troppo, perché altrimenti una vita così - una vita anaffettiva - non sarebbe nemmeno degna di essere definita tale. Qualche volta mi sento come un animale riottoso che deve essere ammansito e riportato, con calma ma con fermezza, dentro un recinto. E una parte di me si è assunta questo compito: ci riuscirà solo compensando i miei due "modi divergenti" d'amare.

22/02/2008

I kosovari sono buoni, i serbi sono cattivi

Sono proprio degli ingrati. E dire che gli avevamo dato gratis le nostre bombe. Sì, va bene, gliele abbiamo tirate in testa, ma cosa stiamo qui a sottilizzare: in fondo era per il loro bene. E adesso ci ripagano così? Anziché sperticarsi in ringraziamenti perché, rapidi come la folgore, ci siamo affrettati a riconoscere un microstato che finirà per diventare un crocevia di traffici criminali, un ricettacolo di mafie e di fondamentalismo islamico? E' vero, c'è poco da fare: questi serbi sono intrinsecamente malvagi. A questo punto, però, mi auguro che in futuro nessuno abbia niente da dire se delle minoranze locali - magari usando mezzi terroristici - ricatteranno le istituzioni internazionali per creare i loro ministati. Soprattutto mi auguro che anche in quei casi ci sarà qualche cacciabombardiere disposto a bombardare (umanitariamente, of course), che so, Madrid, Londra o Roma se impediranno la secessione dei Paesi Baschi (o della Catalogna, o della Galizia), del Galles (o della Scozia) e della Padania. Perché il diritto all'autodeterminazione dei popoli è sacrosanto. Almeno, lo è fintantoché lo stabilisce la parte giusta. Per i serbi brutti e cattivi, invece: bombe a go-go.

[Update: Per un'opinione più puntuale e argomentata, consiglio di leggere questo post]

21/02/2008

Filosofia di una (ex) ribelle

Anima_pravaIncuriosito da questo post di Tom, ieri sera mi sono guardato online l' "intervista barbarica" di Daria Bignardi a Patty Pravo, non soltanto per sentire dalle sue labbra le sciocchezze riportate da Mark riguardo alle adozioni gay, ma anche per valutare un po' il degrado neuronale della signora. Effettivamente lo spettacolo è abbastanza impressionante: sempre più simile a una "bambola" - grazie a quei lineamenti tirati e al volto gonfio, probabilmente per effetto del botox -, la scarsa lucidità delle sue risposte ha dell'esilarante. Nel giro di una decina di minuti è riuscita a dire due volte - ogni volta come se fosse la prima - che l'indomani sarebbe stata la "giornata dei gatti", mentre il resto dell'intervista l'ha passato raccontando per l'ennesima volta, come una vecchia zia noiosa, aneddoti che ormai conoscono tutti a memoria e contraddicendosi in continuazione. Quando la Bignardi le cita delle frasi che lei stessa ha detto in un passato nemmeno troppo remoto, la "divina Patty" ha l'aria smarrita di chi sembra chiedersi: "Ma davvero ho detto questo?". E questo vale anche per l'affermazione sulle coppie gay: nel giro di nemmeno un minuto è riuscita a contraddirsi, affermando prima che perché due bambini crescano bene occorre che ci sia una situazione familiare normale - non due uomini "con la voce strana", e lasciamo pur stare il fatto che la prima a non riuscire più ad articolare le parole è lei -, poi che, vabbe', se non proprio genitori due gay possono essere dei "tutori" e infine che, nonostante tutto, c'è una sua amica lesbica che ha adottato, con la sua compagna, tre bambini, i quali stanno crescendo stupendamente. Ha dichiarato il tutto senza battere ciglio, facendo una rotazione di centottanta gradi. Poi, quando le è stato chiesto che cosa pensa dell'attacco alla legge 194, è riuscita a rispondere prima che la legge sull'aborto non dovrebbe essere cancellata, ma tutt'al più "ristretta" e limitata, poi a dire che è un diritto da non toccare. Lo scandalo non è quindi tanto in quello che ha detto o non ha detto, ma nel fatto che ci si ostini a farle domande del genere aspettandosi di ottenere risposte sensate. Il problema, insomma, è più vasto di quanto sembra.

Apro una parentesi: Patty Pravo è un caso tra tanti. Patty Pravo ha (avuto) tanti meriti. E' indiscusso - secondo me - che sia (stata) una valida artista, una cantante e una musicista di talento, una donna che, tra l'altro, ha fatto anche scelte musicalmente impopolari quando avrebbe potuto continuare a sfruttare un certo filone (come ha fatto, per esempio, Mina). E per queste scelte ha pagato vendendo meno dischi e guadagnando di meno. L'errore, però, è quando si pretende che faccia anche l'intellettuale - in senso "pasoliniano" -, la "maitresse à penser" o l'esperta tuttologa. Non lo è lei e non lo sono tutti quei cantanti, quegli attori o quegli sportivi costantemente interrogati da giornalisti che pendono dalle loro labbra in attesa di chissà quali perle di saggezza. Quelle perle di saggezza non arrivano mai e non arriveranno mai, per il banale motivo che, nella stragrande maggioranza dei casi, gli intervistati sono dei citrulli che si muovono solo all'interno del loro ambito di competenza. Quello che possono "rivelare" è né più né meno di quello che potrebbe dire qualsiasi altra persona non preparata sull'argomento: se è uno stupido, dirà sciocchezze; se è intelligente, dirà qualcosa di intelligente. Il rischio che però dica sciocchezze è maggiore perché - per sua natura - l'intervista tende a spaziare un po' su tutto ed è umanamente impossibile che una cantante abbia qualcosa da dire su tutto, soprattutto quando è evidente che non è più del tutto in possesso delle sue facoltà mentali. Insomma, cantino, recitino, tirino di pallone, ma evitino di fare i filosofi o i grandi pensatori. Nel caso specifico di Patty Pravo, è inoltre evidente un fenomeno comune in molti artisti di età avanzata: più che un certo "bigottismo" - secondo il motto, più che mai appropriato, di "mignotta da giovane, bigotta da vecchia" - si nota la deriva verso una sorta di spiritualità "new age" d'accatto.

Poi ci sarebbe un discorso più ampio da fare sulla deprecabile tendenza, molto diffusa tra alcuni gay, a scegliere determinati personaggi - soprattutto di sesso femminile - per farne delle "icone". Un giorno, magari, ne scriverò in maniera più articolata, ma per ora mi basta dire che di per sé non c'è nulla di male in questo, poiché il camp ha una sua dignità. Il problema nasce quando queste icone vengono issate su un piedistallo e trasformate in "maestre di vita" o, peggio ancora, in oracoli da cui attingere, a piene mani, la verità. Il bello delle icone gay - a mio parere - è invece nella possibilità che ci offrono di farci beffe di loro e, attraverso di loro, di vedere con ironia e distacco quella parte di loro che ritroviamo in noi (o, viceversa, quella parte meno nobile e più "baraccona" di noi che ritroviamo in loro). Se viceversa ci aspettiamo grandi rivelazioni, prima o poi resteremo per forza delusi. E allora, più che incolpare loro per essere state umane troppo umane - anche nella loro stupidità -, dovremmo incolpare noi stessi per aver coltivato illusioni ingiustificate.

[ Nella foto in alto, Patty Pravo mentre nel 1983 si mette "comoda dentro" e "in pace con se stessa" per la rivista Le Ore (che non era un inserto di Nuovi Argomenti) ]

20/02/2008

Privatizzare i profitti, socializzare le perdite? E se invece...

La notizia di questi giorni, che apprendo dalla Stampa e da Repubblica, è che il primo ministro britannico Gordon Brown, sostenuto dal suo ministro del tesoro Alistair Darling, ha deciso di nazionalizzare la Northern Rock, una banca finita sull'orlo del crac "grazie" ai mutui subprime. Commenta La Stampa, in apertura di articolo: "La vecchia regola è confermata: privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite". In realtà, specificano entrambi i quotidiani, si tratta di una "nazionalizzazione provvisoria", perché la banca verrà gestita "come una banca privata", cioè secondo criteri di redditività - o così almeno si auspica -, e verrà rivenduta ai privati (anche se non si sa ancora quando) nel momento in cui ricomincerà a fare soldi.

Questi sono i dati di fatto. Io, invece, vorrei solo fare un paio di considerazioni. Al momento della decisione, uno dei principali azionisti - tale John Wood - ha protestato, minacciando di portare il governo in tribunale: "Avvieremo tutte le azioni necessarie a difendere il valore dei nostri soldi". Una reazione che trovo francamente ridicola, considerando la grave crisi di liquidità in cui si trova la banca: fino a poco tempo fa i clienti facevano la coda per ritirare i soldi, temendo il peggio. Il signor Wood dovrebbe, probabilmente, solo essere contento e grato del fatto che qualcuno gli compra e gli paga le azioni di una società che, altrimenti, sarebbe destinata a fallire: in quel caso i suoi soldi li perderebbe tutti. Eppure questo, secondo le regole di quel liberismo che - quando tutto va bene - loro stessi decantano, sarebbe giusto e sacrosanto: la banca non ha saputo "stare sul mercato", dunque, sciò, raus. E che i tanti signori Wood perdano le loro azioni: è il rischio d'impresa, darling. Ma capisco che c'è chi voglia avere salvi capra e cavoli.

In realtà c'è un altro aspetto più interessante e meno evidente che mi colpisce della faccenda. Lo desumo da questa frase: "Non appena la banca ricomincerà a fare soldi verrà restituita ai privati". Sembra quasi che qui si mettano le mani avanti, come per garantire che non si commetterà il peccato mortale: tenere una società in mano pubblica, dopo averla salvata dal dissesto e dal fallimento certo. Perché, invece, non pensare a una soluzione diversa, che scardinerebbe la prassi ormai consolidata? Se, per una volta, una società pubblica dimostrasse di essere diventata redditizia, dopo che, in mano ai privati, era stata condotta al fallimento, questo significherebbe che non è di per sé il tipo di assetto proprietario a determinare se una società può funzionare o no, ma il modo in cui viene gestita. Ma se a renderla di nuovo redditizia sarà la gestione pubblica, perché, allora, non socializzare i profitti e usarli per fare qualcosa che torni a vantaggio dei cittadini, invece di correre subito a riempire le tasche dei privati? In tutta l'operazione, infatti, è questo il vero pericolo: creare un precedente che mostrerebbe che, qualche volta, è possibile percorrere una via opposta. Invece di svendere i "gioielli di famiglia", ricomprarseli per farli fruttare. Per quella cosa, ormai così sputtanata, che è "il bene della collettività". Per una volta, si privatizzerebbero le perdite e si socializzerebbero i profitti.