Manifesto per l'eguaglianza dei diritti

Le infamie di ieri

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30/01/2008

Israele alla Fiera del libro di Torino: una polemichetta

A intervalli regolari, c'è qualcuno che torna a scoprire l'acqua calda. Stavolta è il turno di Valentino Parlato, storico fondatore ed ex direttore del Manifesto, che in un'intervista alla Stampa di ieri dichiara: "Sì, c'è una sinistra antisemita". Toh, chi l'avrebbe mai detto! Non ho seguito direttamente la polemica che pare sia scoppiata nei giorni scorsi sulle pagine del Manifesto, ma - a quanto pare - Parlato ha difeso la presenza degli scrittori israeliani alla Fiera del Libro di Torino, contrastata da gran parte della sinistra estrema filopalestinese, e si è dichiarato "contrario al boicottaggio della letteratura israeliana". Apriti cielo. Sono subito piovute in redazione lettere di protesta contro il novello Quisling. Purtroppo non le ho lette, se non per le citazioni riportate dalla Stampa, ma ne immagino il tenore. Sulla questione ci sono un paio di cose da dire. In primo luogo chi contesta la presenza degli intellettuali israeliani si comporta esattamente allo stesso modo di chi, due anni fa, nei paesi islamici aveva protestato contro le ambasciate danesi e lanciato un boicottaggio contro i prodotti danesi perché alcuni disegnatori di quel paese avevano prodotto le "famigerate" vignette che avrebbero "offeso" la religione musulmana. Ragiona cioè con la stessa mentalità degli stati totalitari, in cui l'espressione artistica e intellettuale è controllata, manovrata e diretta centralisticamente dal potere. Per punire lo stato bisogna punire i suoi intellettuali, come se questi fossero l'espressione (o, addirittura, l'incarnazione) dello stato stesso. Cosa che non è, come ben si nota per il caso di Israele, dove gli intellettuali critici verso il potere e le istituzioni sono sicuramente più numerosi e non perseguitati rispetto a quelli dei paesi arabi e degli stati dittatoriali. Mi piacerebbe sapere, per esempio, in che misura un Amos Oz o un David Grossman sarebbero rappresentanti di uno "stato occupante". Non mi risulta, tanto per dire, che siano i portavoce dei coloni cisgiordani o degli estremisti religiosi (che, a loro volta, non rappresentano tutta Israele, né più né meno di quanto una Paola Binetti rappresenti tutta l'Italia). In secondo luogo potrei anche far finta che chi protesta ignori che Israele è una democrazia e, per amore di ipotesi, accettare l'aberrante presupposto che lo equipara ad altre dittature (per non dir di peggio). Ma allora mi domando perché venga usato questo doppio standard: se gli scrittori (ripeto: gli scrittori e non i diretti rappresentanti politici) invitati fossero stati quelli di un altro paese - una dittatura o uno stato occupante, e a volte le due cose coincidono, come è il caso della Cina -, e non di Israele, avrebbero ugualmente protestato? Ne dubito davvero. E' qui, infatti, che corre il sottile discrimine tra critica legittima e antisemitismo: siccome si tratta di Israele e non, poniamo, dell'Iran o dell'Egitto, non si censurano i singoli atti, ma si applicano "condizioni di maggiore svantaggio". Poiché loro considerano Israele in blocco uno "stato fascista", allora ritengono criminale che persino gli scrittori israeliani presenzino alla Fiera del Libro di Torino. (Detto questo, specifico - anche se non dovrebbe essere nemmeno il caso di farlo - che io non mi sognerei mai di censurare la presenza di intellettuali o scrittori palestinesi o, che so, iraniani, siriani o egiziani a un evento culturale. Potrei, tutt'al più, arrabbiarmi se venissero invitati i leader politici, quelli sì dittatori e fascisti, ma anche in questo caso mi limiterei a garantire il dibattito e la critica, costringendo loro a piegarsi alle regole del gioco democratico, e non noi alle "regole" del soliloquio dittatoriale. E chi ha orecchie per intendere...)

29/01/2008

L'angolo (mistico) della poesia

L’altroieri stavo cercando un riferimento in un "diario" che avevo scritto quand’ero in Germania, a Dortmund, una decina d’anni fa. Il riferimento non l’ho trovato - non che fosse così importante -, ma mi sono imbattuto in due poesie dell’austriaco Ernst Jandl, che avevo trascritto. Jandl non lo conoscevo se non di nome, ma la raccolta da cui sono tratte l’aveva comprata Matthias*, il ragazzo con cui condividevo l’appartamento, che a quei tempi studiava fisica e matematica, faceva politica con i verdi, leggeva Nietzsche e - per l’appunto - si divertiva con le poesie di Jandl. Ne riproduco una (per adesso), tentando una traduzione "volante" (perché il divertissement è tutto nei giochi di parole e nel ritmo. Anzi, se qualcuno ha un’idea migliore per rendere quel "ich klebe" all’inizio - che letteralmente significa "io sono incollato" e foneticamente rievoca le prime parole del simbolo niceno in tedesco: "ich glaube", io credo - si faccia pure avanti.)

ich klebe an gott dem allmächtigen vater
schöpfer himmels und aller verderbnis
und an seinem in diese scheiße hineingeborenen sohn
der zu sein ich selber mich wähne um mich schlagend
um mein maul aus diesem meer von kot in die luft zu halten
und immer noch atem zu kriegen warum nur
weil ich ein von maßloser feigheit gesteuertes schwein bin
unfähig willentlich unterzutauchen ins unausweichliche

Ernst Jandl, lechts und rinks. gedichte statements peppermints

(inchiodo il dio padre onnipotente
creatore del cielo e di tutta la guerra
e nato dentro questa merda il figlio suo
che io stesso m’illudo di essere dibattendomi
per tenere il muso fuori da questo mare di escrementi
e tirare ancora un respiro ma perché poi
perché sono un porco mosso da sconfinata vigliaccheria
incapace di affondare volontariamente nell’inevitabile)

* in via del tutto eccezionale, niente iniziali stavolta.

28/01/2008

Ecco l'Italia vista dai nostri vicini

Qual colomba, dal disio chiamata, M.H. è venuto a Milano, da Zurigo, per qualche giorno. Ci siamo visti un paio d'ore fa a pranzo. Ne ho approfittato per chiedergli se in Svizzera si parla dell'attuale situazione italiana e, in caso di risposta affermativa, che cosa si dice. M.H. ha manifestato tutto il suo stupore per quello che sta succedendo - come se fosse ancora possibile stupirsi di qualcosa. "Sembra di essere in America Latina. Bisognerebbe far governare l'Italia direttamente da Bruxelles. Se l'Italia dovesse entrare oggi nell'Unione Europea non so se ne avrebbe i requisiti...". La scena dello sputo in Senato è arrivata anche sui teleschermi svizzeri, ma M.H. non sapeva nulla degli insulti omofobi ("frocio" e "squallida checca") lanciati al senatore reo di aver "tradito" l'Udeur votando a favore di Prodi. Gliela racconto succintamente. Sgrana gli occhi: "No, se qualcuno facesse una cosa del genere al parlamento svizzero, verrebbe subito trascinato in tribunale. Hochbeleidigung: alta offesa in sede istituzionale". Ma qui da noi, si sa, le cose vanno diversamente. "L'Italia mi piace sempre di meno - mi confessa -. La gente è sempre più aggressiva e maleducata. In Francia, in Spagna, ma anche in Germania sono più gentili. Anche nei negozi. ieri ho preso una cosa da bere in stazione, la tizia alla cassa stava parlando al telefonino e non mi ha neanche guardato quando le ho detto grazie. Va bene che si guadagna poco, troppo poco: uno prende novecento euro, perché dovrebbe pure sforzarsi di essere educato? Da una parte ci sono quelli che diventano sempre più ricchi e dall'altra quelli che diventano sempre più poveri. Sì, come in America Latina. L'Italia sta diventando come l'America Latina, anzi, la mentalità ormai è simile. Come in Argentina... Gli italiani sono troppo individualisti..." Sì, obietto io, individualisti però nel senso negativo del termine, non nel senso che hanno iniziativa individuale o che apprezzano l'autonomia, perché da questo punto di vista questo non è un paese di cittadini, ma di pecore. "... Pensano prima di tutto a sé stessi, anzi, alla propria famiglia, agli interessi del proprio entourage, dei propri amici... Non c'è il minimo senso dello stato, della cosa pubblica". Ma anche per l'Italia c'è qualche speranza: "Bisognerebbe svuotare il paese. Così, almeno, resterebbero tutte le belle cose che ci sono in Italia, tutta la cultura che avete, e si potrebbe venire a vederle senza dover vedere anche gli italiani." O, meglio ancora: "Si dovrebbe segare lo stivale a sud di Chiasso e lasciarlo galleggiare finché non va alla deriva verso l'Africa. Così, tra l'altro, si realizzerebbe il sogno degli svizzeri: Freie Sicht aufs Mittelmeer, vista libera sul Mediterraneo. Ci pensi? Dal lago di Como si passerebbe subito a questa distesa d'acqua..." (Se qualcuno si sentisse offeso, in quanto italiano, specifico che M.H. l'Italia la conosce piuttosto bene, l'ha girata in lungo in largo, parla perfettamente italiano e del nostro paese ha studiato cultura e letteratura all'Università. Tanto per dire: conoscete molti svizzeri che hanno letto integralmente La Gerusalemme liberata in italiano? Io, per esempio, non conosco nemmeno un italiano - a parte me stesso - che lo abbia fatto, quindi...)

Tre sere - Taci, qualcuno ti ascolta

I

Vivo in un tempo esploso. Devo concentrarmi per rispondere se, a bruciapelo, mi si chiede che giorno è. Non distinguo più un giorno festivo da uno feriale. A questo stato di cose si aggiunge il fatto che vado a letto tardi perché lavoro quasi sempre la sera tardi e la mattina non mi sveglio mai alla stessa ora: a volte dormo quattro o cinque ore e mi alzo alle sette o alle otto, altre volte ne dormo nove e mi sveglio a mezzogiorno (casi più rari, questi ultimi, perché non appena mi sveglio si sveglia anche il pungolo della mia coscienza, che mi butta giù dal letto). Inoltre, da quando il dodici dicembre scorso sono tornato dall'ultima settimana di vacanza passata a Londra, ho lavorato tutti i giorni senza soluzione di continuità. E non è un modo di dire. Il giorno in cui riposo lavoro comunque un po' a casa. Persino a Natale mi sono portato dietro, a casa dei miei, le bozze da correggere della traduzione che uscirà a marzo. Con questi ritmi potrei aspirare anch'io, forse, a diventare il leader di un "circolo delle libertà". Ma non voglio divagare. Questa lunga premessa inutilmente autobiografica serve a dire che, per una serie di circostanze astrali, venerdì ho lavorato di pomeriggio, sabato era il mio giorno di riposo e ieri, domenica, ho lavorato ancora di pomeriggio. Ho avuto, quindi, tre serate libere di fila, una dietro l'altra. Un evento più unico che raro. Non ho fatto altro che mangiare. Mi spiego: ho passato ognuna di queste sere cenando con qualcuno cui, per diversi motivi, sono affezionato. E ieri notte, andando a letto - stavolta prima del solito, poco prima dell'una -, mi sono sentito tranquillo, in pace, quasi sereno. In realtà so di che cosa avrei bisogno per essere meno tormentato, ma il problema è che non mi è possibile tradurlo in pratica. A meno che non mi licenzi. Qualcuno vuole versarmi un vitalizio, per caso? (Ho anche scoperto che di solo lavoro e di solo "merito" nessuno diventa ricco).

II

Ieri sera, per esempio, ero con M.S. in un ristorante cinese di via Paolo Sarpi. Eravamo seduti vicino all'ingresso, dove c'è uno spazio abbastanza isolato, con tre tavoli da due persone. Al tavolo più lontano dal nostro era seduta una coppia: lui dall'aria un po' rozza, continuava a parlare in modo concitato. Sembrava quasi esagitato. Agitava le bacchette, tamburellando sul ripiano del tavolo, segnava il tempo con i piedi. Quando è arrivata la cameriera cinese a prendere l'ordine, lui ha tenuto a farle sapere - due volte - che "duck", in inglese, si scrive con la U e non con la O, com'era scritto sul menu ("dock"). E sembrava persino un po' infastidito dal fatto che lei non volesse cogliere il suggerimento e provvedere immediatamente alla correzione. Al tavolo più vicino al nostro, invece, si sono seduti un ragazzo e una ragazza. Lui, belloccio ma non bello, era vestito in modo casual-elegante, con accostamenti apparentemente sciatti ma in realtà molto studiati (per esempio una cravatta rossa e un gilet grigio). L'occhio mi è involontariamente caduto tra le sue gambe dove ho visto un rigonfiamento di ragguardevoli dimensioni. Per tutto il tempo, parlando con la ragazza - di cui non era il fidanzato -, ha sciorinato saggezza e superiorità, con un tono tra lo strafottente e il vissuto. Era divertente e mi ha fatto una certa tenerezza, per via del contrasto tra la giovane età e il modo paternalistico-predicatorio con cui la trattava, una schiettezza a metà strada tra il brutale e il consolatorio. Aveva quel tipico timbro di voce piuttosto potente per cui basta poco perché chi parla sembra che stia gridando, così ho sentito tutto quello che diceva (mentre non ho sentito nulla delle repliche di lei, il che un po' - lo confesso - mi ha indispettito). Quando M.S. e io stavamo per andare via il dialogo si è fatto più interessante: stavano parlando di fellatio. Avrei voluto sapere che cosa ha detto lei prima, perché lui ha risposto: "Succhiare il cazzo è una cosa neutra", aggiungendo poi a mo' di chiosa: "Quando avevo sette anni ho succhiato anch'io il cazzo a un amico" (e, si sa, certe esperienze è meglio relegarle in un passato il più remoto possibile). Ho indugiato un po', cercando di cogliere qualche altro brandello di conversazione, ma non c'è stato nulla da fare. A me piace origliare quello che dicono gli altri, specialmente al ristorante o sui mezzi di trasporto. Mi sembra di assistere alla rappresentazione gratuita di un film o di una pièce teatrale. E poi è una bella distrazione da me stesso. Se non riesco a sentire bene resto persino un po' deluso. Consapevole di questa mia abitudine, io parlo a mia volta a bassa voce quando sono in qualche luogo pubblico perché temo che qualcuno possa origliare e ascoltare me. Chissà se sarebbe altrettanto interessante per un eventuale ascoltatore.

27/01/2008

"Gli omosessuali": smontare i pregiudizi sull'omosessualità

G_laroque_3Gli omosessuali, del sessuologo francese Gonzague de Larocque, è un libriccino che parla in modo schematico dell'omosessualità partendo da una prospettiva diversa dal solito. Nella sua brevità potrebbe essere usato come una specie di "catechismo" laico per chi volesse controbattere alle bestialità e alle stupidaggini che si sentono in continuazione sui gay. Gonzague de Larocque, a sua volta gay dichiarato, non intende qui fare una storia della liberazione gay o ripercorrere le solite strade, ma prende invece una serie di pregiudizi, riassunti in una frase, e li smonta uno per uno, con rigore e con razionalità. Il saggio - poco più di un centinaio di pagine - è organizzato in tre sezioni, intitolate rispettivamente: "Le origini dell'omosessualità", "Comunità e sessualità", "Religione e società". A ognuna di queste sezioni fanno capo un certo numero di pregiudizi che danno il titolo a ciascuno dei capitoli in cui l'autore dipana le sue controargomentazioni. Già scorrendo l'indice abbiamo l'impressione di passare in rassegna delle voci fin troppo comuni, che ancora oggi qualcuno porta come "argomenti" - e, soprattutto in Italia, come parte del dibattito pubblico - per negare non soltanto i diritti dei gay, ma spesso anche la realtà (cioè la vita vissuta) dei gay stessi. Per esempio, i pregiudizi che vengono smontati nella prima parte comprendono affermazioni come "L'omosessualità non è normale", "Gli omosessuali scelgono di essere così", "I gay sono effeminati", "L'omosessualità è colpa della madre", "L'omosessualità si cura". Nella seconda parte (dedicata a "comunità e sessualità") si passa a: "Gli omosessuali celebrano il Gay Pride per provocare", "La lobby dei gay è molto potente", "La sodomia è contro natura", mentre nella terza e ultima parte tratta dichiarazioni come "Avere un figlio omosessuale è una catastrofe!", "Gli omosessuali che vogliono dei bambini sono dei pedofili", fino a quella più stupida di tutte - ma che mi è capitato di sentire in continuazione - "Se non ci fossero che omosessuali sarebbe la fine della nostra civiltà". Per scelta esplicita dell'autore, qui si parla esclusivamente di omosessualità maschile, perché - spiega - "Troppo spesso, i discorsi non assegnano alle lesbiche che la falsa collocazione di negatività obbligatoria dell'omosessualità maschile. Del resto, gay e lesbiche non veicolano necessariamente gli stessi luoghi comuni e, quando questi sono identici, non procedono necessariamente dagli stessi meccanismi". Insomma, un volumetto utile, molto didascalico, che potrebbe essere usato soprattutto da chi lavora in ambito educativo e deve esporre con chiarezza e lucidità i suoi argomenti. L'organizzazione per "luoghi comuni" - questo, del resto, è anche il nome della collana in cui è pubblicato il saggio - consente inoltre a qualunque lettore di mettere a punto le strategie retoriche immediatamente necessarie a controbattere questi stessi luoghi comuni quando li incontrerà (e li riconoscerà) nella vita di tutti i giorni. (Unico difetto del libro - ampiamente compensato dalla sua utilità - è una traduzione un po' approssimativa, ma non si può avere tutto dalla vita).

26/01/2008

ADER!SC!

Rischia di diventare un "meme". Ma quando c'è il marchio della genialità, non resta altro da fare che diffonderlo: ecco qua.

25/01/2008

Impressioni a caldo sulla fine del governo Prodi (e poi taccio)

Non ho analisi raffinate e approfondite da offrire sulla caduta del governo, ma solo umori e qualche considerazione sparsa. Se qualcuno si aspetta previsioni, può tranquillamente girare alla larga: non ho la palla di cristallo e non so leggere i fondi di caffè. Innanzitutto, per quanto io non sia mai stato un grande estimatore di Romano Prodi, devo dire che alla fine di questa bagarre, lui è quello che ne è uscito meglio. Un merito non da poco bisogna riconoscerglielo: ha insistito per portare la crisi in entrambi i rami del Parlamento, anche al Senato, dove la maggioranza era molto risicata e dove infatti è andato sotto. E' stata, da questo punto di vista, anche una lezione di democrazia: sul destino del governo dovevano decidere i rappresentanti legittimamente eletti dei cittadini. Perché non è concepibile che si proclami caduto un governo dichiarandolo ai giornali o in televisione o cedendo alle pressioni di gruppi esterni, magari manovrati da un'enclave straniera all'interno del paese (e non sto parlando della Repubblica di San Marino). Come tutti, ho dato un'occhiata rapida alle immagini di quello che è successo in Senato: le facce lombrosiane dei senatori di centrodestra che hanno stappato bottiglie di spumante o che hanno mangiato mortadella per celebrare la caduta del governo, gli insulti e gli sputi all'indirizzo dell'esponente dell'Udeur che ha votato a favore di Prodi. Non c'è più nessuna forma di "pensiero" o, men che meno, di rispetto per la cosa pubblica e per gli interessi superiori della collettività, ma solo una specie di abietta stupidità da turba, della stessa natura che anima i teppisti durante le partite di calcio. La "politica" come tifo alienato che si autoalimenta e che rivela uno spaventoso vuoto pneumatico. In un certo senso ha risollevato la mia autostima: malgrado tutti i miei sforzi, non riuscirò mai a diventare tanto idiota quanto quella gente lì. Certo, ora trovo stomachevole che Berlusconi - e tutta la sua cricca - invochi elezioni immediate, dichiarando tra l'altro che non ci sono più "margini" di dialogo con il Partito Democratico. Mi piacerebbe sapere in base a quali criteri oggettivi definisce questi "margini" di cui parla con sguardo ispirato da "grande statista". So che non c'è risposta, poiché si tratta solo di formule vuote con le quali ama riempirsi la bocca. E' evidente che i "margini" sono saltati perché, con le elezioni adesso, vincerebbe il centrodestra ed è altrettanto evidente che il centrodestra farà di tutto per agguantare questa vittoria, fottendosene bellamente di qualsiasi interesse pubblico, anche se bisognerà votare con una legge elettorale che è (per loro stessa ammissione) una vera e propria porcheria. Prepariamoci, dunque, a un altro giro di giostra con il caimano piduista, che alla verde età di settantadue anni si candiderà per la quinta volta a governare questo disastrato paese e a spingerlo ancora un po' più a fondo nella cloaca in cui già si trova. Per quanto mi riguarda mi dibatto in un dilemma. Posto che Berlusconi vincerà - perché il paese è quello che è, è inutile far finta di niente, e io non ho il mito della "società civile" che sarebbe migliore della sua classe politica -, forse è il caso che io non voti più finché non si riconosceranno a me e ai gay italiani i diritti di piena cittadinanza. Quale senso ha - mi dico - votare una compagine che non fa che rincorrere la destra anche nei suoi lati peggiori? Allora tanto varrebbe votare l'originale e non la brutta copia, lasciandole fare i disastri che deve fare - un po' come scatenare una volpe nel pollaio. D'altro canto, proprio perché so che il mio voto, che sarà comunque a sinistra (perché non è vero che non esiste più differenza tra destra e sinistra: questo lo dicono quelli di destra, magari travestiti da progressisti, per convincere i poveri gonzi a rinunciare a quello che hanno conquistato grazie a politiche di sinistra), sarà ininfluente per formare una maggioranza di governo, mi chiedo se non sia il caso di darlo a chi, nella futura opposizione, potrebbe difendere e rafforzare quelle due o tre cose a cui tengo e che per me rendono possibile la libertà degli individui (che è anche, con buona pace di Capezzone e Finkielkraut, "accumulo di diritti"), una serena vita civile e una società più giusta ed equa.

Un complotto dei soliti inglesi?

Accedo alla mia casella postale e trovo una mail di R.S., che da Londra mi scrive:

I've been reading about the latest political developments in Italy today. Is it April Fools' Day? No, it must be real. Darling, aren't you sometimes embarrassed to be Italian???

Rispondo immediatamente:

If you know me well, I am ALWAYS embarrassed to be Italian.

Su questa faccenda ci torno più tardi (o forse no). L'insuperata vetta di comicità - una delle tante, temo - l'ha raggiunta Mastella che, leggo, ha espulso dall'Udeur il senatore Nuccio Cusumano (che ha votato a favore di Prodi) per indegnità politica. Come disse la vacca al mulo: oggi ti puzza un po'...

24/01/2008

Il mirabile viaggio di Maria Angulema tra i "rimbambiti" di Lourdes

A Maria Angulema, discendente di nobili latifondisti decaduti, è morto il padre in seguito a un incidente stradale: non sapendo darsi pace decide di sacrificarsi e accompagnare, come dama di carità, i pellegrini a Lourdes. Là si propone di interrogare la statua della Madonna e, in questo modo, costringerla a rivelarle il perché dell'amaro destino toccato in sorte al genitore. Lourdes, romanzo d'esordio di Rosa Matteucci risalente al 1998, è il racconto di questo viaggio, ma è - allo stesso tempo - anche il pretesto per una raffigurazione caricaturale del microcosmo che, con il treno dei pellegrini (una "mandria ingovernata") in partenza dall'Umbria, va in cerca del miracolo nella cittadina francese. Il romanzo di Rosa Matteucci ha molte qualità e un grosso difetto. La qualità principale è senz'altro nello sguardo spietato - a tratti crudele - con cui dipinge i suoi personaggi. E' evidente che questo sguardo è, di riflesso, quello della protagonista che, per prima, viene descritta in modo quasi mostruoso. L'autrice ha indubbiamente il dono del grottesco che riesce a maneggiare e a suscitare con poche parole. Per esempio, Maria Angulema deve indossare un'uniforme da dama di carità, con caratteristiche ben precise, come per esempio una cuffia in testa. La cuffia diventa immediatamente, ai suoi stessi occhi, una "orrida scuffia" che la fa assomigliare a una "cuoca demente", cosicché l'immagine dell' "orrida scuffia da cuoca demente" viene evocata in tutto il libro ogni volta che c'è da ricordare la tragica inadeguatezza della protagonista, di cui Matteucci arriva a dire: "Maria Angulema sembrava una comparsa di rincalzo in una versione hard-core della Monaca di Monza". Allo stesso modo funzionano le due scarpe destre da ginnastica che, comprate al mercato, puzzano di "topicida".

Questa caratterizzazione grottesca e iperrealistica vale anche per tutti gli altri personaggi del romanzo che, indistintamente, sono brutti, stupidi, mostruosi, molto più simili a bestie che non a esseri umani. Sembra di ravvisare un piacere crudele nel modo in cui l'autrice, dovendo descrivere un personaggio, decide sempre di rappresentarlo nel momento più basso della sua parabola narrativa ed esistenziale. C'è qualcosa di molto simile alla ferocia nel modo in cui Matteucci li introduce nella macchina narrativa, come se il suo sguardo si concentrasse su un dettaglio, lo amplificasse e lo ripetesse fino a farlo diventare l'orripilante centro intorno cui gravita tutta la persona. A questa icasticità corrisponde poi un gusto per un'onomastica anomala, che a me ha ricordato molto Aldo Busi (ma credo che questo sia l'unico punto di contatto tra i due autori): a parte Maria Angulema, ci sono l' "Ascenzia Pagnottini vedova Pellicciotti" che le presta la divisa; la Nazzarena e la Micchelina, pellegrine e "cugine diabetiche di Montecastrilli" - che l'autrice fa parlare in un italiano smozzicato e gutturale, pesantemente bistrattato dall'influsso del dialetto locale -; Mirella Cannuccia la "zoppetta di Massa Martana" chiamata anche "la struppia"; la giovane deficiente "Samantha col tiacca" con cui Maria condivide la stanza d'albergo e che la chiama "professorè"; la Liona "mangiatrice di viscere alla brace", simile a "uno gnomo maligno. Bassa, tozza, con il ventre sporgente, i tratti del viso duri, le labbra sottili, gli occhi gialli infossati"; la Rolanda di Morrano, "una tracagnotta con il rossetto sbavato e i baffi, i capelli castani corti bruciacchiati dalla permanente"; e infine ci sono le "cape" delle dame di carità che prendono subito Maria Angulema di mira e che assomigliano, più che a dame, a guardiane di un lager.

Come se non bastasse, Rosa Matteucci insiste molto sulla zona di confine tra l'orrido e il ridicolo anche quando racconta determinate situazioni in cui vengono coinvolti i pellegrini. La stessa devozione dei pellegrini è dipinta in modo più caricaturale che empatico: "Lì sotto [al santuario] nereggiava un'informe massa umana, un brulichio instancabile e perenne di insetti affaccendati" o ancora: "quel formicaio di vecchie rimbambite", "una pattuglia di cani malconci reduci da una di quelle marce sfiancanti dietro a una cagna in calore", "una pellegrina [...] in tutto simile a una pecora sarda". Notevole è anche l'attenzione riservata a tutto ciò che è materiale organico: spurghi, deiezioni varie, e soprattutto vomito traboccano dalle pagine del romanzo. Scorrendolo annoto frasi come: " [...] una poltiglia bollente di sugo di pomodoro che sembrava una pizza napoletana vomitata"; "avrebbe voluto [...] vomitare, ma qualcosa la trascinava verso il basso, in un buio denso e nauseabondo"; "Dalla bocca sbrindellata, con un labbro in su e uno in giù, coronata di saliva giallastra, rinsecchita e spumosa, si levava un lamento di gioia [...] sui pantaloni della tuta che portava fiorì una macchia diseguale, dai bordi incerti, giusto all'altezza dell'inguine"; "Quando Maria si chinò a raccattare la coperta Samantha col tiacca ci vomitò sopra con uno scroscio l'intero contenuto del suo stomaco"; "Un ometto secco [...] sacramentava sputando grumi di catarro"; "Maria Angulema non riuscì a rispondere se non con un cupo rutto all'aroma di cavolini di Brussella ripassati in besciamel"; "Maria [...] non trovò di meglio che sacrificare al sudicio, violento flusso che aveva già inzuppato le sue mutandine la maglietta di cotone che indossava sotto gli strati della divisa". Insomma la vita è ridotta alla sua fisicità e questa è, per lo più, una fisicità malata e disgustosa.

Fin qui tutto bene, anche se non credo che - malgrado l'indubbia abilità di scrittura dell'autrice - Lourdes ricordi, nello stile, Thomas Bernhard o W. G. Sebald, come (se non erro) dichiarano Fruttero e Lucentini sulla copertina dell'edizione tascabile (che non ho). Tutto sommato questo sguardo feroce sulla fisicità delle persone resta nei binari di una rappresentazione grottesca della realtà, senza mai raggiungere i toni volutamente parossistici di un Antonio Moresco. E il romanzo sarebbe perfettamente compiuto se si limitasse a dipingere un quadro di questo genere. Purtroppo, c'è il finale, che è il maggior difetto del libro, tanto da far nascere il sospetto che tutto quello che lo precede sia, sostanzialmente, un esercizio di stile fine a se stesso.

Che cosa succede alla fine dell' "avventura" di Maria Angulema a Lourdes? Accompagnando una malata alle piscine dove si immergono i pellegrini, viene anche a lei voglia di bagnarsi. In quel momento, ha - all'improvviso - una sorta di rivelazione: "Riaprì gli occhi, e fu investita da una fenomenale luce d'Amore. Su quel muro c'era l'Amore. Maria seppe che quello era il Signore Dio suo, l'Eterno venuto per lei in quel mattino sul muro, e nel contempo seppe che Lui era il Padre, ed era in ogni dove". Dopo questa improvvisa "conversione", Maria ringrazia per tutto il dolore subito, per la morte del padre e chiede "perdono al Padre per aver osato misurare il disegno divino con il metro della propria presuntuosa ignoranza e per aver vissuto come un'ingiustizia la sofferenza che Lui le aveva donato". Il tono, quindi, cambia radicalmente. Ma il problema non è, in sé, la rivelazione del divino: ogni autore può fare quel che vuole dei suoi personaggi e del suo materiale romanzesco - ed eventualmente anche raccontare, in modo plausibile, un percorso di avvicinamento alla fede o al sacro. Il problema è però che questo finale ha tutta l'aria di essere qualcosa di appiccicaticcio, qualcosa che non nasce per accumulo di indizi narrativi che, via via, portino a un certo mutamento. Il romanzo procede cioè in maniera monocorde e lineare - benché con grande estro linguistico ed evocativo - fino a questa improvvisa rottura finale: è come correre su un rettilineo e, d'un tratto, trovarsi davanti a uno strapiombo. Non c'è "necessità" in questa conclusione, così come - leggendolo a ritroso - nel personaggio di Maria Angulema non c'è sviluppo psicologico che la prepari. Mi è sembrato, quindi, un escamotage da cattivo romanziere che ha bisogno del botto finale perché altrimenti non saprebbe come finire. Se si fosse concluso prima avrebbe almeno avuto il valore di una fotografia spietata e grottesca: così, invece, chi legge avverte netta la frattura (anche linguistica) con il resto del romanzo. All'inventiva verbale con cui Matteucci descrive l'orrore e il ribrezzo si sostituisce un linguaggio anodino e abbastanza convenzionale che sembra preso di peso dai testi devozionali. A voler a tutti i costi veicolare un "messaggio", l'autrice riesce a distruggere con le proprie mani quanto di buono ha fatto nelle pagine precedenti.

Il mio timore è che, purtroppo, sia soprattutto questo finale - con il suo sfondamento verso l'irrazionale e verso il divino - ad averle fatto "meritare" la pubblicazione da Adelphi. A volte conta più il marchio del contenuto.

23/01/2008

Umberto Bossi, eversore e terrorista

Se protestare contro l'invito a Ratzinger alla Sapienza è stato, secondo l'inclito Maurizio Gasparri, comportamento da "tossici e terroristi", cioè "gente da mandare in galera insieme ai professori che li hanno guidati" e che, evidentemente, sarebbero i mandanti del suddetto terrore, come potrebbero essere qualificate le parole di Umberto Bossi - suo compagno di schieramento -, che oggi ha dichiarato: "O andiamo al voto o c'è la rivoluzione. Troveremo le armi"? Se le parole hanno ancora un senso, basta una frase del genere per parlare di incitamento al terrorismo e all'eversione? E se domani qualcuno davvero imbracciasse le armi, esaltato dai deliri di Bossi, quale sarebbe la differenza tra lui e, poniamo, un Toni Negri? Chi riveste un ruolo istituzionale ed è un rappresentante eletto dei cittadini italiani non può incitare, nemmeno per scherzo, all'eversione armata. "E' gente da mandare in galera" - direbbe questa feccia di destra, se solo fosse coerente con se stessa.