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Le infamie di ieri

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30/12/2007

Miss Marple, una balbuzie e una madeleine proustiana da segheria

Geraldine_mcewanE' fin troppo facile quando il desiderio sessuale viene suscitato in maniera diretta dalla vista di un bel ragazzo (o, per i maschi eterosessuali, da una bella ragazza). E' più interessante, invece, constatare come la mente segua a volte percorsi indiretti e produca certe voglie per analogia, appoggiandosi ad altro, spigolando qua e là occasioni che normalmente non ci spingerebbero a pensare al sesso. Mi è successo qualche sera fa: stavo guardando The body in the library, un film per la televisione inglese tratto dal romanzo omonimo di Agatha Christie. E' un giallo con Miss Marple nel ruolo dell'investigatrice, incarnata stavolta da Geraldine McEwan. A un certo punto sono stato travolto da un impellente desiderio sessuale, che ho dovuto spegnere con una rapida masturbazione. Non è stata certo l'immagine della vecchia zitella inglese a mettere in subbuglio i miei ormoni, ma qualcos'altro che ha funzionato da catalizzatore e da trait-d'union. Per farla breve: tra i personaggi del film c'era un tizio che soffriva di una leggera balbuzie. Questo mi ha riportato alla memoria un ragazzo con cui mi sono sollazzato qualche tempo fa, in maniera molto piacevole benché non troppo approfondita. Anche lui, oltre a un bel corpo che rispondeva bene alle mie sollecitazioni, aveva una leggera balbuzie. In quell'istante quel dettaglio ha funzionato da vera e propria madeleine proustiana, riportando a galla nella mia coscienza quell'esperienza tutto sommato piacevole: non si è trattato di un puro e semplice ricordo, ma di una memoria che ha investito i miei sensi acuendoli. Soprattutto il senso del tatto, perché mi sono sentito - mentre levavo la mano su di me - come se la memoria mi stesse scorrendo fuori dai polpastrelli. Allora, approfittando di un momento di pausa durante il nostro rapporto sessuale, io mi ero chinato sul suo corpo prono e avevo concentrato tutta l'energia nelle mie mani per accarezzarlo e massaggiarlo, impastandone glutei e cosce. Mi è bastato sentire la balbuzie quel personaggio perché le mie mani ricordassero quel ragazzo. E poi è finita come normalmente finisce una visita "in segheria".

Un'appassionante telenovela di fine anno: la vendita di Alitalia

In questi giorni ho seguito distrattamente sui giornali le vicende intorno alla (s)vendita di Alitalia, una telenovela infinita di cui dubito vedremo presto l'ultima puntata. Ora che anche il governo ha dato il via libera perché venga accolta l'offerta di Air France-Klm, invece di quella dell'italianissima AirOne sostenuta da una cordata di banche, sembra che siano partite una serie di macumbe e maledizioni provenienti da tutto lo spettro politico italiano. Io sono perplesso: in fin dei conti Air France e Klm sono compagnie europee e mi pare che comunque rispettino certi standard, mica svendiamo i gioielli di famiglia a un satrapo dell'Asia centrale! In ogni caso si sono levate stridule voci scandalizzate non solo da destra - toh, e dove sono finiti ora i mercatisti a oltranza? -, preoccupati per il destino di Malpensa che verrebbe ridimensionata da un taglio dei voli Alitalia, ma anche dai sindacalisti. Ho letto un'intervista con Bonanni, segretario cislino, che osa suggerire che, se l'offerta AirOne era debole, poteva sempre intervenire il governo tramite i capitali di Eni o Finmeccanica. Ma per carità! Ancora denaro pubblico buttato in quella fornace? Sarebbe un'ulteriore catastrofe: meglio impiegare il denaro pubblico per cause più degne, tipo la costruzione di un welfare decente. In ogni caso, Alitalia sta già tagliando rotte a Malpensa. Un articolo del Corriere di oggi spiega che certi voli sono già stati inghiottiti dal nulla, se li si va a cercare sul sito della compagnia (per esempio, se non sbaglio, il Milano-Boston). Naturalmente c'è chi ci marcia sopra, come le società di catering che operano all'aeroporto. Non dev'essere sembrato loro vero di avere finalmente un'occasione per minacciare tagli al personale, dando quindi un giro di vite all'anello più debole, e poter a loro volta ricattare qualcuno. Come se gli spazi liberi lasciati da Alitalia non venissero poi riempiti da altre compagnie, le quali prima o poi dovrebbero ricorrere comunque a quelle società di catering. Questa cosa mi puzza non poco. Intanto Alitalia potrebbe fare anche a Malpensa quello che ha fatto un paio di giorni fa a Heathrow, dove ha venduto i suoi pregiati slot per 92.000.000 di euro. Li vendesse anche a Malpensa, il vuoto lasciato da Alitalia sarebbe colmabilissimo. E a qualcuno fregherebbe poi tanto di fare Milano-Boston con Air Singapore, per dire, piuttosto che con Alitalia? Ma quello che più mi fa ridere è chi si straccia le vesti dicendo che Alitalia viene "svenduta" - e minaccia sfaceli: Bossi, Calderoli, Maroni, Formigoni - ad Air France (che, oltretutto, paga al tesoro, per ogni singola azione, molto più di quanto pagherebbe AirOne). Svenduta? Una compagnia che ha non so quanti milioni di euro di passivo e che, addirittura, più vola e più perde, tanto che ci guadagnerebbe di più a tenere fermi gli aerei negli hangar? C'è poco di cui essere orgogliosi: tanta grazia se qualcuno se la vuole (ancora) comprare, nonostante tutto. Tutti quelli che urlano e strepitano "lesa maestà" hanno l'aria di vecchie bagasce che protestano perché qualcuno potrebbe attentare alla loro verginità. Purtroppo, però, non è detta l'ultima parola: quando c'è di mezzo Alitalia - e il governo italiano, di qualsiasi colore e schieramento - io ho imparato a diffidare.

29/12/2007

LaChapelle a Palazzo Reale

Grazie ai suoi buoni uffici, ieri siamo andati a vedere, con biglietto gratuito, la mostra di David LaChapelle che chiude il 6 gennaio a Palazzo Reale. Ne sono uscito molto soddisfatto, non soltanto per i nove euro risparmiati ma anche perché, per una volta, l'esposizione non consisteva di quattro fotografie striminzite in un paio di sale disadorne, ma in una cornucopia di immagini, tanto numerose che dopo un po' quasi ci siamo chiesti se e quando sarebbe finita. David LaChapelle lo conoscevo poco: era uno di quei nomi che entrano ed escono dal mio cervello senza che mi ci fossi mai soffermato più di tanto.

All'inizio ho avuto qualche perplessità su certi suoi lavori esposti, quelli che usano l'estetica della fotografia pubblicitaria di moda per sottolinearne la vacuità. L'ironia è indubbia, ma mi assaliva il dubbio che, alla fin fine, questo linguaggio pubblicitario è così potente da risultare comunque vincente al di sopra del messaggio, che viene fagocitato e assorbito fino a essere annullato. Lo spettatore "ricorda" l'estetica della moda, meno la critica a "una sorta di nevrosi compulsiva volta all'accumulo", come sta scritto nel volantino di presentazione. Superato questo primo momento, mi sono lasciato andare e me la sono goduta, con uno sguardo assolutamente ingenuo. La mostra è divisa per aree tematiche, ognuna delle quali si sviluppa in una o due sale. La prima, per esempio, è dedicata alle "distruzioni" e ai "disastri": qui le fotografie si nutrono del contrasto tra modelle elegantemente vestite (e non di rado dall'espressione algida o assente) e uno scenario di sfacelo urbano o suburbano. Guardando l'immagine di una modella che in piedi su una scrivania aziona una motosega, dico a D. che non sarebbe una cattiva idea da realizzare in ufficio.

Senza però ripercorrere le singole sale, vorrei segnalare quelle parti che più mi hanno colpito o incuriosito. Come quella intitolata "Ricordi americani", in cui LaChapelle ha manomesso e ritoccato fotografie americane degli anni settanta che raffigurano tristi interni in cui vari personaggi - quasi da "stereotipo" Usa - festeggiano a modo loro, per lo più mangiando junk food e bevendo alcolici. LaChapelle ha aggiunto elementi spiazzanti (armi, bandiere degli Stati Uniti, una fotografia del fungo atomico con la didascalia "This is love", magliette e tazzine con la scritta "Bush kills, drop Bush not bombs"), quasi a sottolineare l'intrinseca violenza associata alla volgarità delle immagini - una violenza che, quando deve sfogarsi, volentieri assume i toni del nazionalismo e del patriottismo. Affascinanti i ritratti di personaggi famosi, volutamente colti in atteggiamenti artificiosi: se la celebrità si ammanta anche di mito e di costruzione del personaggio - sembra suggerire LaChapelle -, allora tanto vale costruirlo fino in fondo. C'è tutto un jet set in queste immagini: Elton John, David Bowie, Madonna, Britney Spears, più una serie di personaggi ricorrenti, come la transessuale Amanda Lepore - con i suoi labbroni e le sue tettone esagerate - o come Pamela Anderson, di cui viene esposta la prorompente carnalità (e infatti l'artista ne mette in risalto soprattutto le doti più visibili: culo e tette).

La parte finale della mostra è riservata alla "spiritualità", comunque la si intenda. Dopo una serie di fotografie in cui un Cristo dall'aria da fotomodello (e con il piercing) appare in situazioni di insostenibile quotidianità si accede al "Diluvio", che "rappresenta il declino e la fine del consumismo". L'ultima immagine occupa tutta la parete di una sala e rappresenta proprio quello che il titolo suggerisce: un diluvio che si è inghiottito la terra e che ha lasciato tutti, letteralmente, nudi. Nell'acqua galleggiano alcuni simboli concreti della nostra smania di consumare: un'insegna di Gucci, una di Burger King. Ma non è tanto questa roboante raffigurazione di un moderno giudizio universale ad avermi colpito, ma è piuttosto un trittico intitolato "What will you wear when you're dead". In ognuna delle fotografie che lo compongono c'è una donna che muore in una situazione diversa: nella prima sembra spiaccicata su un marciapiede da un condizionatore caduto dall'alto, nella seconda in un incidente automobilistico, nella terza è una vecchia in un letto d'ospedale. I dettagli sono assolutamente realistici: la tazza di cartone con il caffè volata per terra, il cellulare uscito dalla borsa, il cagnolino attonito per la morte della padrona e via discorrendo. In ognuna di queste immagini dal corpo della morta si solleva una bella ragazza, vestita di bianco: l'anima pronta a spiccare il volo. E la ragazza è sempre la stessa, indipendentemente dall'età della morta. Inutile dire che - nel realismo della raffigurazione - quella che mi ha mandato i brividi lungo la spina dorsale è l'ultima: la vecchia nel letto d'ospedale, di cui LaChapelle coglie l'espressione stanca su un volto che finalmente si distende dopo tanto soffrire.

E infine arrivo a una constatazione un po' pedestre - oltre che lievemente polemica. La mostra di David LaChapelle è piena di allusioni sessuali di varia natura: a parte le fin troppo banali omosessualità (come, per esempio, in una finta "foto d'epoca" in bianco e nero in cui due marinai si baciano sulla bocca durante lo sbarco in Normandia) e lesbismo, ci sono riferimenti a varie parafilie (sono solo io a vedere un accenno di zoofilia nel cavallo che poggia la sua testa giusto sopra i seni di una modella?). Per non parlare poi dei numerosi riferimenti simbolici allo sperma: in una fotografia c'è una modella che, a bocca aperta, riceve una sostanza biancastra gocciolante dal tacco a spillo di un'altra modella. Il titolo è Money shot, che in inglese indica l'eiaculazione visibile che serve a rendere appetibile (e redditizia) la pornografia. In un'altra c'è una Naomi Campbell nuda che si strizza addosso un cartone di latte che le cola, tra l'altro, in mezzo ai seni. Per non parlare della fotografia finto-pubblicitaria in cui un wuerstel è infilato tra i seni della modella. Titolo: Eat the meat, mangia la carne. E, volendo vedere la cosa con l'occhio del bigotto, qualcuno potrebbe dire che tutte quelle apparizioni di un Cristo pieno di piercing è ai limiti della blasfemia e dell'irrisione - tanto che, giusto per mettere le cose in prospettiva, mi volto verso D. e gli dico: "Pensa se al posto di Cristo ci avesse messo Maometto". La domanda, quindi, mi arriva spontanea alle labbra: come mai suor Letizia (Moratti) l'ha fatta passare? Perché non ha esercitato la censura preventiva come aveva fatto qualche mese con quella mostra - annunciata, rimandata e poi definitivamente chiusa - intitolata Arte e omosessualità? Qui, anzi, il suo nome campeggia all'ingresso nel "colophon" degli sponsorizzatori e degli organizzatori. Possibile che lei e la sua cricca di adepti di Confusione e Disperazione - come li chiama lei - non si siano accorti di tutti i culi, le tette, i cazzi, le allusioni a pompini e sodomie (nelle fotografie in cui un uomo ha un sottile vaso di fiori infilato nel deretano o in cui alcune modelle sono lì in fila, nude, chiappe all'aria)? Allora mi sono dato una risposta: nell'altro caso - quello della mostra censurata - il tema dell'omosessualità era non soltanto esplicito, ma persino dichiarato nel titolo. Veniva cioè usata la parola "omosessualità", che è cosa vietatissima nella mentalità beghina di certi cattolicanti. Qui, finché tutto resta allusivo e non detto, il problema non si pone. Anzi, a giudicare dalla folta presenza di visitatori e dalle vendite nello shop, dev'essere anche ben redditizio.

E tu, quanto sei gay?

Il test è vecchio, ma l'ho ritrovato oggi per caso ed è sempre divertente, quindi l'ho rifatto. Ecco il mio risultato:

Gayometer_2

Sarei curioso di vedere qual è il punteggio dei miei lettori, incluso quelli eterosessuali: in fin dei conti questo "frociometro" misura soprattutto il grado di camp di chi lo fa.

28/12/2007

Odio le feste comandate

Se volessi fare il razionale a tutti i costi dovrei dire che la segmentazione del tempo è una faccenda arbitraria: un anno è sempre un anno indipendentemente da quando si comincia a calcolarlo. Se il 10 settembre 2007 - nomino una data a caso - avessi ripensato al 10 settembre 2006 avrei dovuto constatare che era passato un anno. Ogni giorno è passato un anno rispetto a un anno prima: constatazione banale, financo tautologica, riassumibile nella frase "Un anno fa era un anno fa". Se non lo facciamo è perché tutti questi giorni sono un fiume compatto e indistinto che ci scivola addosso, senza che noi ci badiamo. Che cosa c'è dunque di diverso nella notte a cavallo tra il 31 dicembre e il 1° gennaio rispetto alla notte tra il 9 e il 10 settembre? Cambia la numerazione dell'anno, è vero, ma non è che l'anno che si conclude è più "anno" di tutti gli altri anni. Eppure lo notiamo, siamo costretti a notarlo, perché gli si attribuisce un valore maggiore rispetto alla stessa durata segmentata però in maniera diversa, con un diverso punto di partenza e un diverso punto di approdo. Quello che ci scivolerebbe di dosso senza dare nell'occhio richiama invece la nostra attenzione. La richiama, aggiungo, nostro malgrado - o, almeno, mio malgrado. E questo accade tutti i 31 dicembre e tutti i 1° gennaio. E' come una pietra che ci si para davanti e ci ostacola il cammino. A dire il vero avviene anche con altre date, che però hanno un valore del tutto personale. C'è chi conta gli anni dal giorno della propria nascita, del proprio matrimonio, dal giorno della morte di una persona cara, dal giorno in cui ha conosciuto il proprio amore, da quando ha comprato il primo cd di Madonna. Però, essendo tutte queste celebrazioni individuali, scompaiono nel magma dell'indifferenza generale e non catalizzano su di sé l'attenzione di tutti. A ognuno le sue festività: non fanno alcun male. Il macigno del "Capodanno" ha invece su di me un effetto devastante. In primo luogo perché, a causa della sua visibilità, mi costringe a osservare quello che normalmente cerco di non notare - o di non notare troppo, almeno -, ossia che il tempo è passato, sta passando, passerà. E il passare del tempo - anno dopo anno, segnato qui da questa ricorrenza - ha come corollario il fatto che anche noi, soggetti percipienti, passiamo, ci consumiamo, moriamo (perché - sia detto senza alcun intento da menagramo - vivere equivale a morire, cioè si comincia a morire nell'esatto istante della propria nascita, nel caso in cui qualcuno non se ne fosse accorto): Tempora mutantur, nos et mutamur in illis. Però io preferirei che non me lo si ricordasse in maniera troppo smaccata, gradirei non essere testimone di questa progressiva erosione di sostanza vitale. Accanto al passare del tempo, il ripetersi ostentato del Capodanno - con i suoi festeggiamenti - mi costringe a pensare alla ciclicità degli eventi. Questo effetto - il trascorrere del tempo e della vita, la ciclicità degli eventi - è potenziato dal fatto che in questo periodo le festività si inanellano una dietro l'altra: prima l'improvvido Natale (che fa di tutto per imporsi con la sua sguaiataggine, insopportabile a chiunque abbia superato l'età di anni dieci), poi la notte di Capodanno e, infine, l'Epifania. Che io accolgo con gratitudine proprio perché "tutte le feste si porta via" e mi riconduce alla normalità dell'indistinto, alla banalità del tran tran quotidiano, spazzando via quel sovrappiù di sensibilità isterica a cui mi hanno obbligato le altre due festività. Tutto questo ha come conseguenza la tendenza a fare bilanci - che non faremmo il 10 settembre -, a chiederci (come sto facendo io) se quest'anno è stato un annus horribilis o un annus mirabilis. Nel mio caso non so darmi una risposta, se non ambigua e ambivalente: è stato sia l'uno che l'altro. Peccato che, in questi giorni, tendo più a vedere il nero, come se il collo mi si fosse paralizzato con lo sguardo puntato unicamente sulla mia zona d'ombra e non c'è verso di fargli vedere un po' di luce. Ad aggravare il quadro si aggiunga il fatto che - sarà per un'idiosincrasia personale - io detesto i festeggiamenti obbligati. Se qualcuno mi ordina che io devo essere felice perché è d'uopo che, in una certa circostanza, si debba essere felici, io m'intristico immediatamente, e la mia tristezza assume toni assai cupi. Tanto più cupi in un'occasione come il Capodanno (e il Natale) in cui la visibilità della segmentazione temporale - con i suoi messaggi di mortalità e reiterazione - mi spinge già tra le braccia dei miei bilanci atrabiliari e delle mie conseguenti depressioni (con annesso calo, anzi crollo, del tono vitale e della già scarsa autostima). Sarei capace di piangere di nera disperazione tra le giostre di una fiera. So di non essere l'unico, perché man mano che si avvicina la fatidica notte avverto intorno a me l'ansia di chi, di per sé, non festeggerebbe, ma incomincia ad agitarsi ed è persino disposto a passare quella notte in mezzo a emeriti sconosciuti pur di non essere escluso dal grande rito sociale - come ho fatto io tre anni fa, giurandomi: mai più, piuttosto la castrazione chimica. Ma, ripeto, sono solo piccole manie di un nevrotico, cinico e misantropo. A tutti gli altri auguro una buona fine. La fine - in ogni caso - arriverà comunque.

Un sogno claustrofobico

Più che un vero e proprio sogno, completo e concluso in se stesso, è l'escrescenza di un altro sogno - il secondo di questi due - e non so in che modo vi si sia innestato sopra. Fatto sta che mi ritrovo seduto su una carrozzella, impossibilitato a usare le mie gambe. E vago per una galleria cittadina, simile alla galleria Vittorio Emanuele II di Milano, ma più lunga. Come se fosse un marciapiede molto largo e coperto. Ci sono io che cerco di farmi strada in mezzo alla folla. I miei movimenti sono goffi, la carrozzella m'impedisce di spostarmi come vorrei, e continuo a incocciare nella gente. Soffro di claustrofobia. Come se non bastasse, questa galleria è anche una libreria all'aperto. I muri sono rivestiti di alti scaffali stipati di libri. Altri libri si ammucchiano su banconi in mezzo alla galleria e così sono costretto a fare una gimcana, tra persone e volumi, stando attento a non urtare le prime e a non fare cadere i secondi. Tutto lo spazio è occupato dai libri: sembra quasi un incubo alla Kien, il protagonista dell'Auto da fé di Elias Canetti. Per la prima volta il mio inconscio mi comunica, per via onirica, che un approccio troppo intellettuale alla vita - che si traduce, fisicamente, nell'oggetto libro - più che aprirmi la strada, me la chiude, bloccandomi nei miei movimenti. Quello che volevo conoscere non mi libera, ma mi paralizza. Bene, ma allora? Ho un inconscio che mi mostra solo i problemi, senza mai darmi le soluzioni. Mi sento frustrato.

27/12/2007

Dalla all'Opus Gay

Dal mio quotidiano giro di blog apprendo - grazie a loro due - che un altro nero si è iscritto al Ku-Klux-Klan. La sindrome di Stoccolma ha mietuto un'altra (celebre) vittima, facendo di Lucio Dalla un Franco Zeffirelli qualunque. Brutta cosa è invecchiare - e invecchiare male. A questo punto non sarò mai abbastanza grato ad artisti come Lucio Battisti o Fabrizio De Andrè per essersi levati di torno prima che ci rovinassero, pure loro, le ultime illusioni. Per quanto mi riguarda, autorizzo chiunque a spararmi un colpo in testa se dovessi fare la fine di un Lucio Dalla. Già mal sopporto i froci devoti, ma quelli che appoggiano da soli la testa sul ceppo e attendono giulivi il colpo di mannaia del boia li vorrei vedere morti subito: non per crudeltà, ma per misericordia nei loro confronti. Morti, in un certo senso, già lo sono.

26/12/2007

Dolori di un'età di passaggio: un romanzo di Peter Cameron

Peter_cameronE' con scetticismo, solitamente, che prendo in mano libri molto lodati o che hanno avuto successo, anche se soltanto "di nicchia". Il mio motto è, al riguardo, don't believe the hype - mai credere ai proclami pubblicitari, perché contengono sempre una buona dose di esagerazione. Soprattutto se l'autore è statunitense: non perché gli americani non sappiano scrivere - tutt'altro -, ma perché sanno vendere troppo bene e il marketing rischia di sopraffare le capacità di giudizio. E poi chi crede all'ennesimo genio sfornato dall'editoria made in Usa? In ogni caso, ho voluto dare una possibilità a Peter Cameron e al suo Someday this pain will be useful to you (Un giorno questo dolore ti sarà utile), perché me l'aveva consigliato lui: "Leggilo e vedrai".

Il romanzo di Cameron è uno di quei (rari) libri che, una volta aperto, non vorrei più chiudere se non prima di aver letto l'ultima pagina e che, una volta arrivato all'ultima pagina, vorrei continuasse ancora un po' perché mi spiace che sia finito. Non so se Un giorno questo dolore ti sarà utile sia un capolavoro - e nemmeno m'interessa -, ma ha una dote rara: quella di raccontare, con apparente leggerezza, una vicenda profonda e potenzialmente drammatica. Il protagonista è il diciottenne James Sveck che parla di sé in prima persona, in quel delicato momento di passaggio tra la fine della scuola superiore e l'inizio dell'università (a cui, in realtà, vorrebbe rinunciare perché, oltre che essere un po' misantropo e solitario, detesta anche la compagnia dei suoi coetanei), in cui tutto è possibile ma niente ancora si è realizzato. L'autonarrazione è condotta con un misto di candore e precisione, in un inglese di cristallina bellezza, dove nessuna parola sembra fuori posto e dove ogni frase è - per così dire - "esatta", perché dice con assoluta economia di mezzi quello che deve dire, senza girarci attorno ma senza nemmeno tralasciare qualcosa di fondamentale.

James Sveck è un ragazzo forse eccessivamente sensibile e precoce, ma non per questo impossibile da trovare nel mondo reale. Abita a New York con la madre, esperta d'arte e di matrimoni falliti, la sorella Gillian, saputella, un po' "stronza" e innamorata di un "teorico del linguaggio" già sposato, e il cane Mirò, "antropomorficamente" convinto di essere superiore alla propria condizione canina. Il romanzo procede su due piani temporali diversi: il primo è il presente, costituito dall'estate del 2003 in cui James lavora nella galleria d'arte della madre, e il secondo è un passato molto recente, la primavera dello stesso anno, in cui un episodio avvenuto durante un viaggio a Washington con una rappresentanza di studenti suoi coetanei, provenienti da tutti gli Usa, spinge i genitori del protagonista a mandarlo da una psichiatra, la dottoressa Adler. Le sedute con quest'ultima sono parte del racconto e sono spassosissime, soprattutto perché James, ossessionato com'è dalla precisione del linguaggio, è costantemente irritato dalla vaghezza delle domande della terapeuta e s'impunta nel rivoltargliele contro. Chiunque abbia - anche per breve tempo - avuto a che fare con il "setting psicoterapeutico" leggerà con molto piacere queste pagine in cui il diciottenne si rivela più intelligente e più arguto della sua sbiadita terapeuta.

Altri due personaggi popolano il mondo di James: uno è John, che lavora nella galleria d'arte insieme con lui e a cui James si sente stranamente attratto, tanto da giocargli uno scherzo fingendosi uno spasimante che soddisfa perfettamente le caratteristiche da lui desiderate. L'altra è la nonna, che abita a Hartsdale e con la quale il protagonista ha un rapporto molto stretto, caratterizzato da stima e affetto reciproci. In un certo senso - specie verso la conclusione del romanzo - ho avuto la sensazione che la nonna rappresenti un po' un "contraltare" alla figura della psichiatra da cui James è in cura. Sembra infatti che la nonna riesca a fare quello in cui la psichiatra fallisce: rivolgere al protagonista le domande giuste affinché lui riesca a trovare la sua strada. E lo fa sostenendolo nel suo percorso di libertà e di autonomia. Diversamente dai genitori, infatti, non si scandalizza all'idea che James possa decidere di non andare all'università e scelga magari di andare a vivere in qualche posto assurdo come l'Indiana o il Kansas - e infatti trascorre gran parte del suo tempo a sognare a occhi aperti guardando le offerte immobiliari su internet: solide case costruite in pietra, un po' rétro, che diventano una sorta di rifugio mentale nei momenti di maggior tensione.

Non dirò come termina il romanzo per non rovinare la sorpresa a chi volesse leggerlo: accenno solo al fatto che non c'è nessun ribaltamento epocale, nessun evento straordinario, ma solo la logica conclusione di un piccolo, perfetto, "romanzo di formazione". La fine, insomma, più che essere una vera fine è davvero un "inizio". Chi ha l'età di James vedrà in lui forse una specie di fratello letterario, mentre chi ha la mia età - e i diciott'anni se li è lasciati alle spalle da tempo - si rispecchierà un po' in questo ragazzo dall'intelligenza tormentata. Infine, vorrei dire che il romanzo di Peter Cameron è anche un delicato ritratto di una città, con i suoi luoghi e i suoi rituali tipici. La New York in cui vivono i protagonisti è infatti dipinta con poche pennellate che però risultano estremamente suggestive - e per me che l'ho visitata un paio di mesi fa è stato come rituffarmici di nuovo, in una dimensione più intima e meno caotica. E tutto questo è restituito attraverso il prisma di un linguaggio evocativo e preciso, pieno di humour e di grazia. Qualche volta, dunque, bisogna credere a chi loda certi libri.

23/12/2007

Le case dei miei sogni (e dei miei incubi)

La casa è il simbolo concreto del sé: tutto ciò che accade alla propria casa - soprattutto nei sogni - è il rispecchiamento di ciò che accade (o che si paventa possa accadere) alla propria persona. Rinchiudersi in casa significa volersi rinchiudere in se stessi e sfuggire a un mondo esterno che, a tratti, appare come un aggressore. I muri perimetrali segnano il confine tra il dentro della nostra vita privata e il fuori della nostra vita pubblica. Sono come la nostra pelle - se la casa è il nostro corpo - o come le pareti della scatola cranica - se la casa è il cervello o la mente. Il caos che si accumula a casa propria è il correlato oggettivo del caos che rischia di invadere la nostra mente e la nostra vita (o forse le ha già invase), così come l'incapacità di rimettere in ordine è l'espressione dell'incapacità di rimettere ordine ai propri pensieri, alle proprie emozioni e alle proprie esperienze. La casa è, esattamente come il nostro io, un po' rifugio, quando non sopportiamo più le troppe sollecitazioni provenienti da fuori, e un po' prigione, quando soffriamo un eccesso di solipsismo e vorremmo invece comunicare con quell'esterno che ci appare tentatore e ostile a un tempo. Trascurare la casa è trascurare se stessi: l'inconscio lo sa.

E' così che per due notti ho fatto sogni in cui era protagonista casa mia. In nessuno dei due casi si è trattato di sogni piacevoli: nel primo c'è la minaccia di un crollo, nel secondo un'espulsione. Procedo con ordine. Nel primo sogno, dunque, sono in casa mia - nella casa dove abito ora e non un'altra immaginaria, prodotta dall'attività onirica - e mi accorgo che un muro si sta scrostando. Ma non come capita normalmente quando, a causa dell'infiltrazione di un po' di umidità, si formano delle "bolle" e l'intonaco si stacca. Qui, al contrario, è come se tutto l'intonaco si sollevasse in blocco dal muro e se ne staccasse, formando una lastra separata dal muro tramite un'intercapedine di parecchi centimetri, un'intercapedine che aumenta man mano che dall'alto si scende verso il basso. Io guardo il muro e temo che non soltanto l'intonaco possa staccarsi e sgretolarsi, ma anche tutto il muro. Poi osservo le travi (di legno) del soppalco: sono chiazzate da toppe di stucco bianco, quello che si usa per chiudere i buchi nei muri e non quello per il legno. Sono toppe circolari bianche, all'interno delle quali si vedono altri cerchi grigi. E' l'umidità che filtra. Sono disperato e a questo punto una "persona", non meglio identificata ma che col senno di poi mi pare un ibrido di M.S. e di mia madre, mi sgrida dicendomi che, in fondo, è colpa mia, perché io ho sempre fretta e ho voluto fare le cose alla svelta quando ho ristrutturato la casa, mentre se avessi avuto più pazienza ora non sarei in queste condizioni...

Nel secondo sogno, invece, abito una casa che non è quella in cui abito ora. Non è nemmeno una casa di proprietà, ma è in affitto. I dettagli del sogno sono confusi, so solo che la proprietaria - che, curiosamente, è la proprietaria dell'appartamento in cui abitavo in affitto qualche anno fa - ha deciso di vendere l'appartamento e quindi di sfrattarmi. Perciò io sono costretto a tornare ad abitare con i miei genitori. E' strano che nel sogno questa soluzione s'imponga con l'evidenza di un fatto necessario, come se fosse assolutamente fuori questione che io mi metta a cercare un'altra casa. L'idea di ritornare dai miei mi riempie di angoscia e di rabbia: l'avverto come un fallimento assoluto. Alla ferita dell'espulsione - perché così percepisco il dover abbandonare la casa in affitto - si aggiunge il dolore inconciliato del ritorno alle origini e, soprattutto, dell'obbligo di rientrare in una condizione di minorità. E' la perdita dello status di adulto che mi angoscia. Ricordo che nel sogno sono in uno stato di fibrillazione perché penso che dovrò ripercorrere fasi della mia vita che giudicavo chiuse, dovrò riprendere a dare spiegazioni su me stesso, su cosa faccio, su dove vado. La casa, da rifugio, diventa prigione. Solo verso la fine mi si affaccia alla mente una possibile soluzione, che mi sembra l'unica percorribile: chiedere alla proprietaria della mia casa in affitto se ne ha un'altra libera. Un'idea balzana, certo, ma nel sogno mi pareva la più logica.

Per una volta vorrei che il mio inconscio mi mandasse qualche messaggio gradevole e qualche segnale di speranza, e non che mi riepilogasse in continuazione le mie paure e (quelle che io sento come) le mie mancanze. Ma anche questo l'ho già detto...

La ballata di Lucy Jordan

Visto che un paio di giorni fa ho scritto qualcosa a proposito di Irina Palm, il film con Marianne Faithfull, oggi propongo un video con una delle sue canzoni più famose: The Ballad of Lucy Jordan. C'è quello che serve per fare una bella canzone: un testo drammatico su un arrangiamento elettronico e nervoso, la voce roca di Marianne, un finale ambiguo e tragico allo stesso tempo. A me pare che l'argomento centrale sia il crollo delle illusioni, perché in fin dei conti siamo stati tutti, prima o poi, Lucy Jordan e, dopo aver sognato un futuro di gloria, ci siamo ritrovati con l'alternativa di "pulire la casa tutto il giorno" o "risistemare i fiori"... Buon ascolto e buon divertimento, per così dire...