Manifesto per l'eguaglianza dei diritti

Le infamie di ieri

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30/10/2007

Veltroni e la scoperta dell'acqua calda

In occasione della presentazione dell'ultimo libro di Cristina Comencini - così leggo sul Corriere della Sera di oggi - Walter Veltroni scopre l'acqua calda e lo annuncia al popolo lì riunito. "Pol Pot come Auschwitz": non c'è differenza sostanziale tra le efferatezze di uno dei più efferati regimi comunisti e lo stermino messo in atto dalla dittatura nazista. I tedeschi, insomma, non hanno avuto, nel secolo scorso, l'esclusiva della ferocia. E come lo ha scoperto il buon Walter? "Ho visto su un giornale le foto dei campi di concentramento in Cambogia. Erano delle foto agghiaccianti non diverse da quelle che tra 10 giorni troverò andando ad Auschwitz". Buon per lui, che è venuto giù con la piena, come si usa dire. Meglio tardi che mai.

29/10/2007

I Tokio Hotel e il mistero degli amori adolescenziali

Ormai sono antico: ho scoperto solo ieri l'esistenza dei Tokio Hotel, una boyband tedesca, e solo perché - a quanto sembra - domani si esibiscono a Milano. Le prevendite hanno superato le più rosee previsioni e il concerto è stato spostato dall'Alcatraz al Forum, cinque volte più grande. Così stamattina mi sono fatto un giro su Youtube per vedere un po' chi sono questi quattro ragazzetti di Magdeburg, sentire che cosa cantano e a che cosa è dovuta la loro attrattiva sulle masse di adolescenti in fibrillazione ormonale. Ho ascoltato un paio di canzoni, tra le quali la loro hit Durch den Monsun, mi sono guardato qualche intervista alla televisione tedesca e a quella francese e sono rimasto perplesso. La musica non è granché: derivativa, già sentita, è la solita macedonia che da decenni a questa parte viene ammannita in Germania agli adolescenti tedeschi. E questo non sarebbe motivo di grande stupore: mi stupisce il successo all'estero. Anni fa, quando bazzicavo più di frequente quelle contrade, aveva un certo successo un gruppo di nome Echt, capitanati da un efebo biondino e carino, che faceva musica più o meno simile, ma non credo che la sua fama abbia mai oltrepassato il Reno o l'Elba. Eppure, in questi filmati, ho visto scene di isterismo da parte delle ragazze che li adorano. Io li guardo e non mi sembrano nemmeno granché appetibili: sì, il cantante ha un'aria molto androgina - tanto che a un primo sguardo distratto sorge davvero il dubbio se sia maschio o femmina: la cosiddetta "ambiguità sessuale" tira ancora? -, ma forse è proprio questo elemento di "indifferenziazione sessuale" a esercitare un certo ascendente (forse persino parzialmente tranquillizzante) sulle ragazzine. Se c'è ambiguità sessuale, è un'ambiguità che non ha più nulla di inquietante o di pericoloso - e infatti basta che Bill Kaulitz - questo il suo nome - apra bocca e si metta a parlare: sorridente, solare, per niente tenebroso. Per quanto riguarda gli altri membri del gruppo, non sono né particolarmente belli, né particolarmente carini, né particolarmente affascinanti: due di loro hanno ancora addosso quello che i tedeschi chiamano "Babyspeck", la ciccia dei bambini. Eppure anche loro ricevono una buona dose di urla adoranti. Possibile che il solo fatto di essere diventati famosi dia loro quell'aura che li rende desiderabili e, in quanto celebrità, irraggiungibili? Se le loro fans scatenate si guardassero attorno vedrebbero tanti coetanei molto più carini di quei quattro sul palco e, soprattutto, molto più a portata di mano. Alla loro età io non avevo di questi miti e non mi sono mai innamorato di nessuna celebrità, tutt'al più mi sarò masturbato davanti alle loro foto, ma poi passavo ad altro. A pensarci bene, la ragione era molto semplice: per me già i miei coetanei, quelli che vedevo a scuola, avevano quello status di irraggiungibilità e di inaccessibilità che altri attribuivano solo ai cantanti con cui tappezzavano i loro diari. I miei innamoramenti adolescenziali non raggiungevano mai il loro obiettivo perché non erano in grado di abbattere o di superare il muro di silenzio che separava me dai miei idoli, che pure avevo - teoricamente - a portata di mano, se solo fosse stato socialmente accettabile articolare il mio desiderio nei loro confronti. Con le loro foto, che non possedevo comunque, avrei tappezzato i miei diari.

28/10/2007

Mailänder Blues

Stanotte, verso le due, via Melchiorre Gioia è intasata dal traffico. Una Smart cerca di parcheggiare su una delle rare piste ciclabili all'incrocio con viale Montegrappa proprio nel momento in cui ci sto passando in bicicletta io, che così mi vedo costretto a scendere in strada. A Milano c'è una specie di "notte bianca": molti teatri offrono spettacoli a tre euro e un po' ovunque spettacoli e manifestazioni. Ecco dunque la ragione di tanto traffico. I semafori, però, sono già stati spenti, come ogni notte dopo l'una e mezzo, causando però stavolta ingorghi agli incroci, dove le macchine si rubano le precedenze o esitano incerte su chi debba passare per primo. Anch'io, all'incrocio con viale della Liberazione, mi infilo cauto nello spazio ristretto davanti al parafango di un taxi. Come sempre attraverso all'intersezione tra via Melchiorre Gioia, via Pirelli e via Sassetti, dirigendomi verso largo de Benedetti. Salgo e scendo dal marciapiede. Davanti alla Nuova Idea il marciapiede e la strada è invasa - come ogni fine settimana - dalle automobili parcheggiate. Io faccio lo slalom, accompagnando la bicicletta senza pedalare, ma nonostante ciò sento un uomo che biascica, lamentoso, che il marciapiede è per i pedoni. Passo dietro una delle trans che, come ogni sera, offre le sue grazie (e le sue disgrazie) a chi le vuole avere (e qualche volta rallento di proposito per guardare le facce di chi, al volante, abbassa il finestrino per contrattare, le fa montare o smontare: per lo più uomini maturi che non fatico a immaginare altrimenti dotati di "sessualità sana e responsabile", fino a ulteriore smentita). Mentre pedalo per tornare a casa dal lavoro (e intanto tutti gli altri escono per la loro dose settimanale di divertimento - o di-vertimento) mi coglie alla sprovvista la sensazione di essere uno sfigato. Eccomi qui, mi dico, sto pedalando in bicicletta, io che non ho nemmeno una macchina, non guido da anni, e che se anche l'avessi non saprei come né quando usarla, se non forse per andare a fare la spesa al supermercato o tornare a casa dai miei una volta al mese al massimo senza prendere il treno. In quel momento vorrei vivere in una città come Berlino, dove chi usa la bicicletta usa la bicicletta e basta, senza fare parte di un gruppo di marginali che la usano o perché non hanno alternative o perché vogliono fare loro gli alternativi, una città in cui la bicicletta è quello che è: un mezzo di trasporto. Mentre a Milano è un po' lo stigma del reietto, tanto che persino i mendicanti ai semafori - acutamente consapevoli delle gerarchie sociali - evitano di chiedere l'elemosina a chi si ferma al rosso. A ogni colpo di pedale mi sento invecchiare di un anno e il resto della mia vita, per un istante, mi si stende davanti sotto forma di ripetizione e io, cullandomi nell'autocommiserazione, mi sento come sciacquato ai bordi dalla piena di tutti quelli che, festanti, mi passano accanto in macchina. Magari hanno le pezze al culo - penso -, ma a certi status symbol non rinunciano. Sono quasi arrivato a casa, quando passa un'auto con quattro ragazzotti e, con il finestrino abbassato, uno di loro urla: "Ciao, bella!" - e chissà che non si rivolga proprio a me - e intanto alza il braccio in quello che a me pare inequivocabilmente un saluto nazista. Hanno proprio aperto le gabbie, vorrei dire.

Rientrato a casa, mi butto a letto a leggere. Ignoro il messaggio di uno dei miei vecchi "amanti" - se così posso chiamarlo - che vorrebbe venire da me a quell'ora della notte. Ormai mi prende lo sconforto alla sola idea di dover rimettere tutto in ordine dopo l'atto sessuale, a tal punto che preferisco farne a meno. A volte dormo mettendomi i tappi nelle orecchie e coprendomi gli occhi con una di quelle mascherine che vendono negli aeroporti per dormire in aereo durante i voli intercontinentali. Non lo faccio per evitare il rumore: nella mia strada, di domenica mattina, c'è un gran silenzio. Lo faccio per escludere il mondo, per rientrare in me stesso, per diventare - il tempo di una notte - una monade solitaria che basta a se stessa. A volte, ma non stanotte. Quando mi sveglio mi accorgo di avere sognato: ero a Berlino, cadeva una finta neve, una donna mi chiedeva di fotografarmi, passeggiavo verso Rosa-Luxemburg-Platz e mi sembrava di essere uscito dal Berlin Alexanderplatz di Döblin.

27/10/2007

Il pisello nel suo baccello

Sul Corriere della Sera di giovedì leggo che, finalmente, in Israele qualcuno ha cominciato a rifiutarsi di fare circoncidere i propri figli. Si tratta ancora di un'infima minoranza, poiché - come scrive Davide Frattini - il 97% degli israeliani "è ancora convinto che la tradizione vada rispettata", ma intanto qualcosa si muove. Dichiara uno di questi genitori che fanno sentire la loro protesta: "Non ho voluto insegnare a mio figlio che per essere connesso a questa società deve mutilarsi" e ancora: "Preferisco lasciare a lui la possibilità di scegliere, quando sarà più grande". Di questo argomento avevo già scritto moltissimo tempo fa, stabilendo un parallelo con l'infibulazione femminile, e da allora non ho cambiato idea. E' evidente che la circoncisione maschile non ha affatto la medesima gravità della mutilazione imposta alle donne, soprattutto in molti paesi islamici, ma si tratta comunque di un intervento inutile e praticato senza il consenso dell'interessato (che, infatti, è ancora un neonato) all'unico fine di reclutarlo all'interno di una "comunità" (religiosa, in questo caso). E questa cooptazione avviene attraverso un atto che non è più soltanto simbolico e, tutto sommato, innocuo come il battesimo, ma passa attraverso una modifica del corpo, più o meno grave. Ma ogni individuo non ha diritto all'integrità del proprio corpo? O ne ha diritto in tutti i casi tranne che in questo?

Il punto centrale è, insomma, che bisognerebbe lasciare libertà di scelta ai singoli individui. Non tanto ai genitori a cui, tutto sommato, non costa niente decidere di far circoncidere qualcun altro, quando la pressione sociale è così forte. Oltretutto, la pratica è religiosa e quindi non c'è nessun motivo perché la adottino tutti gli israeliani, anche quelli che ormai hanno abbandonato la fede ebraica e sono laici e secolarizzati, quando non addirittura atei. Se già riteniamo che un atto come il battesimo - cioè un po' d'acqua sulla testa di un neonato - corrisponde a un'indebita imposizione di un sistema di credenze a chi ancora non è in grado di giudicare da solo ed è quindi una violenza ai danni del bambino - un po' come se si pretendesse di iscrivere un neonato a Rifondazione comunista o a Forza Italia appena dopo la nascita! -, a maggior ragione lo saranno quegli atti che, come la circoncisione, non si limitano a qualcosa di meramente simbolico. E se poi, una volta cresciuto, costui rimpiangesse il suo prepuzio? Non è una questione affatto ridicola. Nel pezzo di Frattini si cita il caso di Udi, che "vorrebbe far causa ai genitori per quello che gli hanno tolto". Negli Stati Uniti, infatti, esistono già gruppi organizzati che si oppongono alla circoncisione (madri contro la circoncisione, uomini adulti contro la circoncisione, ebrei contro la circoncisione).

Come spesso accade, però, quello che esce dalla porta rientra poi dalla finestra. Se in Israele la circoncisione ha un'origine religioso-comunitaria e viene praticata, per pura inerzia, anche da chi non è più religioso, negli Stati Uniti la maggior parte dei neonati maschi vengono circoncisi. Il motivo addotto è sanitario: la circoncisione servirebbe a prevenire varie malattie e da alcuni studi sarebbe persino risultato che rende più difficile la trasmissione di alcuni virus, come l'hiv, a causa dell'ispessimento delle mucose non più protette dal prepuzio. A parte il fatto che queste affermazioni sono ancora tutte da dimostrare, va anche detto che la cosa avrebbe senso solo se ci mancasse la possibilità di provvedere in modo decente all'igiene intima, circoncisione o non circoncisione. Poi - mi domando - che razza di messaggio si trasmette in questo modo? Qualcuno potrebbe erroneamente convincersi che basterebbe essere circoncisi per evitare il sesso sicuro e l'uso del preservativo, come se già molti non aspettassero la scusa buona per farlo.

(Una nota di colore, infine, sul modo in cui il Corriere della Sera riporta la notizia, a cui dedica l'intera pagina ventitré dell'altroieri. A sinistra - corredati di fotografie - fa gli esempi di Paul Newman e di Roger Moore. Il primo "pur non ebreo, sarebbe anche lui circonciso", così come il secondo, che è inglese. Sono perplesso: nel primo caso, Paul Newman - se è circonciso - non è un'eccezione, poiché è americano e come la maggioranza degli americani non costituirebbe un caso esemplare. Tanto valeva mettere la foto, che ne so, di Brad Pitt o di Robert Redford. Del scondo caso, Roger Moore, non capisco proprio il senso: non è americano, non è ebreo... Perché proprio Roger Moore e non qualsiasi altro attore europeo? Misteri dell'informazione all'italiana!)

25/10/2007

Nous sommes tous des belges - Wij zijn allemaal Belgen

Tin_tin_2Vergogna, vergogna, vergogna! Questo ameno paesello nel cuore della vecchia Europa sta per spaccarsi in due e voi non fate una piega. Siete senza cuore! Perché nessuno allieta il suo blog con il nero-giallo-rosso della bandiera belga? O, se proprio non vuole impegnarsi troppo, con un più leggiadro Manneken Pis? Perché nessuno fa un coming out dichiarando di essere, da sempre, un appassionato divoratore di cozze e patatine fritte annaffiate da un buon boccale di Duvel? E invece niente, niente: silenzio ovunque, nonostante gli alti lai provenienti da quelle contrade piovose, come ben testimonia l'intervista a Ian Buruma pubblicata oggi sul Corriere della Sera. Vergognatevi per il vostro cinismo e la vostra indifferenza: non venite a piangere da queste parti quando in futuro avrete voglia di praline e non le troverete più! Qui - sappiatelo - siamo tutti belgi, per solidarietà. Solidarietà per un paese che è da 134 giorni senza governo, dopo le elezioni di giugno, e nonostante lassù non abbiano l'equivalente di un Clemente Mastella.

Ah, quanti bei ricordi mi legano al Belgio, che ho visitato parecchie volte - sempre per brevi periodi, a dire il vero - e da cui manco da almeno sei o sette anni. L'ultima volta c'eravamo andati in vacanza, in ottobre, io e M.S., e quando qui lo dicevo in giro tutti sgranavano gli occhi, increduli che uno potesse andare, di sua spontanea volontà, in vacanza in Belgio in ottobre. "Sì, 'mbè? Perché? Non si può?" rispondevo io a quella turba di ignoranti. Dirò di più: un paio d'anni fa mi sono trastullato con l'idea di sfruttare parte delle mie vacanze estive per frequentare un corso di perfezionamento di nederlandese, magari a Gent o, ancor meglio, a Bruxelles, dove in un colpo solo avrei potuto praticare sia l'olandese che il francese. Già, perché per me che amo il meticciato linguistico e adoro l'idea di saltabeccare da una lingua all'altra, il Belgio - come la Svizzera, del resto - è una specie di paradiso. E Bruxelles-Brussel il centro di questo paradiso. Che meraviglia un posto dove persino i mendicanti, quando questuano, ti fermano dicendoti d'un fiato: "Monsieur, mijnheer!". E poi, da snob assoluto, io ho sempre preferito l'olandese parlato nelle Fiandre, più dolce e con meno asperità rispetto a quello dell'Olanda, dove si ha sempre l'impressione che qualcuno, a ogni "g" e a ogni "ch" che pronuncia, stia per scaracchiarti in faccia.

Leggendo l'intervista con Ian Buruma ci ritrovo alcune considerazioni che avevo fatto persino io, sin dai miei primi viaggi in Belgio. Già allora, innocentemente, fantasticavo che si sarebbe potuto smembrare il paese in due e assegnare la parte francofona alla Francia e quella nederlandofona ai Paesi Bassi, salvo poi accorgermi - come osserva lo stesso Buruma - che entrambe le parti sono considerate molto "provinciali" dai due paesi che dovrebbero inglobarle. Non a caso, infatti, nelle barzellette francesi i belgi assolvono la medesima funzione dei carabinieri in quelle italiane ("Vorrei un chilo di pane!" "Lei è belga, vero?" "Certo, e lei come lo sa?" "Perché questa è una ferramenta e non una panetteria!"). Le prime volte che sono entrato in Belgio, viaggiando in treno e proveniente dall'Olanda o dalla Germania, mi colpiva subito la netta cesura rispetto al paese che avevo abbandonato. Per farla breve: all'ordine tedesco o ai riposanti paesaggi olandesi si sostituiva l'evidente casino belga. Le ubertose campagne - tedesche o olandesi, poco importa -, in cui i singoli appezzamenti di terreno sembravano tracciati con precisione millimetrica al computer, erano rimpiazzate da terreni industriali dismessi - da Aquisgrana a Liegi, per esempio - e il modo migliore per avere la certezza di essere approdati in Belgio era di guardare le case: al corpo centrale dell'edificio erano state aggiunte una serie di costruzioni (abusive?), sorta di verande di legno e di vetro, che invadevano i giardini lungo la ferrovia. Per me, italiano, era un po' come ritrovare un casino familiare. Lo stesso vale per il litorale marino: all'eleganza di Scheveningen, la parte dell'Aia che in Olanda dà sul mare del Nord, si contrapponeva il grigiore di una Ostenda scrostata e frustata dal vento, dove tutto aveva l'aria di essere precario e lì lì per essere abbandonato da un giorno all'altro, testimonianza di un fasto sbiadito e appartenente a un passato ormai irrimediabilmente perduto. Unica eccezione, Anversa, che assomiglia troppo da vicino a una città olandese.

Poi c'è la capitale, Bruxelles, dove sono stato tre volte, sempre per una manciata di giorni, e che io amo per lo stesso motivo. E' vero che è tutt'altro rispetto alle altre città belghe (pardon: fiamminghe e valloni), ma qui il caos, lo sfarzo e la decadenza si mescolano senza soluzione di continuità. Basta svoltare in una stradina laterale durante una passeggiata per il centro per trovarsi davanti un edificio che crolla, con vetri spaccati, portoni sbarrati, macerie. Ricordo in particolare un bell'edificio, più o meno davanti alla Borsa, il cui piano terreno era occupato da McDonald's - e quindi perfettamente restaurato - mentre quelli superiori, ancora vuoti, erano in stato di sfacelo totale. Per non parlare poi dello spettacolo che si presenta agli occhi del viaggiatore che arrivi alla Gare du Midi-Zuidstation, la stazione del sud: all'uscita sarà tentato di credere di aver sbagliato treno e di essere finito a Marrakech o a Tunisi. Prima di arrivare un po' più in centro - dove per altro c'è un'altra stazione sotterranea, la Gare Centrale-Centraalstation, che catapulta invece il viaggiatore indietro nel tempo di una quarantina d'anni - dovrà attraversare strade in cui vedrà quasi soltanto nordafricani. Io gettavo sguardi all'interno dei caffè, dei biliardi, dei circoli ricreativi e, avvolti da dense nubi di fumo, vedevo soltanto uomini - perché, come si sa, nelle civiltà islamiche il ruolo pubblico della donna è tenuto in gran considerazione. Altrove, invece, quel senso di stanchezza che si stende come una patina pesante sopra le cose, soprattutto quelle cose che in passato sono state moderne e poi hanno fatto il loro tempo, diventando ancora più tristi perché non sono nemmeno antiche: penso per esempio all'Atomium o al Centre Monnaie. Poiché però Bruxelles, oltre a essere la capitale, è anche un'isola bilingue all'interno della zona nederlandofona del Belgio, la sua popolazione è molto mista: di conseguenza, penso di aver visto lì alcuni dei più bei ragazzi che io abbia mai visto in Europa, perché spesso fondono l'aria angelica dei biondi fiamminghi con il calore latino e il fascino francese, ai quali si aggiunge uno spruzzo di esotismo dovuto ai geni degli immigrati di tutto il resto del mondo. Infine Bruxelles è anche l'unica città dove mi sono sentito gridare dietro "Sale pédé" - ovvero: "Sporco frocio" -, stavolta solo in francese, mentre stavo andando in una sauna gay: era una cortesia da parte di un giovane maghrebino.

E' comprensibile che adesso io stia male all'idea che un giorno tutto questo possa non esserci più, sacrificato sull'altare di un'idea antiquata di "stato nazionale", come una Cechia e una Slovacchia qualsiasi. Ma come? L'Europa si integra sempre di più, noi diventiamo via via più poliglotti e multiculturali, e questi qui minacciano di fare altri due staterelli? Giammai, giammai. Per questo siate, almeno oggi, tutti belgi come me e urlate, a questa piccola monarchia, forte e chiaro il vostro: "Bonne merde!" - ovvero, come mi spiegò uno di loro, "Buona fortuna", in salsa belga.

[Note:
Non è vero che nessuno ne ha parlato: lui è stata una commendevole eccezione.
Nella fotografia in alto: il belga più famoso nel mondo.
In ogni caso, la causa dell'imminente catastrofe è palese: che cos'altro ci si può aspettare da uno stato che approva i matrimoni gay e l'eutanasia se non la giusta punizione divina? Questi sono i prodromi del crollo dell'Occidente! Penitentiagite! Penitentiagite!]

24/10/2007

Su un certo tipo di fedeltà

Fino a qualche tempo fa quando guardavo un ragazzo che mi piaceva pensavo immediatamente a quello che avrei potuto farci a letto e lasciavo che la fantasia galoppasse dipingendone i dettagli anatomici più nascosti. Anni fa, addirittura, queste fantasie basate su fugaci visioni per strada me le portavo a casa e le usavo come carburante per le mie masturbazioni. Ora, invece, quando vedo qualcuno che mi piace lo osservo con sguardo curioso e indagatore e mi chiedo (in modo del tutto ozioso, va da sé) se con lui potrei camminare mano nella mano per la città. Anzi, mi esprimerò diversamente: mi chiedo se quella persona avrebbe il coraggio di camminare mano nella mano con me per strada. Non perché mi piaccia fare sfoggio pubblico di smancerie - non è che poi m'interessi granché camminare davvero mano nella mano con un ipotetico fidanzato -, ma questa piccola fantasia è solo un modo plastico di sottolineare, ai miei stessi occhi, quello che sarebbe decisivo in una relazione amorosa: non vergognarsene, non temere di mostrarlo pubblicamente. Per me sarebbe una dimostrazione di vera fedeltà. E' questo tipo di fedeltà che io cerco, ma è proprio in questo senso che, generalmente, essa non viene intesa.

23/10/2007

Del corpo (I)

A diciassette anni decisi di cominciare a frequentare una palestra: prima di allora, non avevo mai avuto un buon rapporto con le lezioni di educazione fisica a scuola. Di conseguenza non avevo neanche un ottimo rapporto con il mio corpo. Potrei dire, anzi, che ero rinchiuso nel mio corpo come in una prigione - o una cella monacale - che mi ero scelto da solo, ma senza averlo esplicitamente voluto. Il mio corpo, non toccato da nessuno, era il simbolo di un certo solipsismo e di una astinenza erotico-affettiva dovuta principalmente al fatto che ero gay - lo sapevo già allora - ma non sapevo né come né dove manifestarlo. Il mio corpo, dunque, era la mia solitudine e rinchiudeva il mio desiderio, inespresso. Diversamente dai miei coetanei non stavo apprendendo i codici che regolano le prime relazioni amorose tra adolescenti. Questo ritardo nell'apprendimento - e l'inesperienza che ne deriva - non è un fenomeno raro, tra gli omosessuali: me ne sono reso conto soltanto poi, parlandone con amici e conoscenti. Allo stesso tempo, però, mi dava anche fastidio qualsiasi contatto fisico con gli altri. Mi sentivo fragile e forse temevo - temevo inconsciamente - che il tocco di una mano potesse far crollare la fragile impalcatura del mio io intrappolato e cristallizzato in quel corpo-carcere. Se qualcuno mi avesse posato una mano su un braccio o su una spalla l'avrei guardato con lo stesso fastidio con cui si guarda una tarantola o un serpente che, inaspettatamente, mi fossero caduti addosso. Al mio corpo legnoso avevo implicitamente ordinato di non sentire nulla, perché se avesse sentito qualcosa, poi forse non avrebbe più smesso di desiderare quei contatti che ancora non conosceva: per prevenire certe forme di nostalgia, avevo reciso in anticipo i fili che potevano stabilire dei legami con i corpi altrui - e, di conseguenza, con l'altrui sensibilità. Ma in un certo senso non riuscivo a distinguere tra il puro e semplice contatto - segno di vicinanza e calore umano - e il desiderio erotico. Non potendo soddisfare quest'ultimo, dovevo pensare, non volevo "concedermi" neanche il primo. O tutto o niente, insomma. E messo di fronte a questa alternativa, mi ritrovavo con un bel niente.

Dopo qualche settimana di esercizi in palestra arrivò un nuovo iscritto, di cui a distanza di vent'anni ricordo ancora il nome: M.C. Purtroppo questo non è un romanzo e quindi non posso mentire dicendo che successe qualcosa di fenomenale che mi cambiò la vita. Tuttavia l'istruttore, un giorno, ci mise insieme a fare un circuito di esercizi chiedendo a me di seguire M.C. e, eventualmente, correggerne la postura durante l'esecuzione di alcuni di essi. Per farlo dovetti toccargli spesso gambe e mani. Quello che doveva essere un tocco puramente distaccato e strumentale diventò per me, in segreto, un contatto che significava di più, perché questo M.C. mi piaceva parecchio. Naturalmente fui così discreto che lui non si accorse di nulla. Ero sì prigioniero del mio corpo, scollegato dagli altri, ma da quel corpo siderale aspettavo una qualche forma di salvezza. Ricordo che il giorno dopo ero così elettrizzato ed entusiasta di quel contatto apparentemente casuale che avevo la testa tra le nuvole: mi era bastato quel nulla-di-fatto per squarciare una ferita.

Credo che questo genere di esperienza sia comune a molti gay - e non solo a loro. Inoltre, chi per anni ha rifuggito il contatto fisico per paura di quello che avrebbe potuto provare col suo corpo e ha finito per sentirsene quasi distaccato, spesso lo recupera di colpo quando ha le prime esperienze sessuali. ll sesso può essere, in questi casi, la scorciatoia per scoprire il proprio corpo in relazione a quello altrui. Ma non costituisce un progressivo avvicinarsi, bensì è come un urto violento che stordisce i partecipanti. E' come chi, temendo l'acqua fredda, vi si tuffa il più velocemente possibile, trattenendo il respiro, fa quattro bracciate a nuoto e poi esce fuori. Può dire di avere conosciuto la sensazione di amalgamarsi all'acqua o di aver avvertito il proprio movimento in intima sintonia con quello delle onde? Non si è trattato, piuttosto, di uno shock? E' possibile, infatti, fare sesso e, allo stesso tempo, non entrare troppo in contatto con il corpo altrui, dove lo sfiorarsi e il toccarsi può essere anche il simbolo di un'apertura della mente all'altro. Si può fare tutto il sesso che si vuole e, allo stesso tempo, rimanere intrappolati nella rigidità del proprio corpo, chiuso e isolato. Insenzienti. Lo so perché l'ho sperimentato di persona. Lo so perché, osservando certi ragazzi con cui ho fatto sesso, mi sono accorto che in realtà non prendevano in considerazione né il mio né il loro corpo, ma li usavano entrambi - o una loro parte - come uno strumento avulso da tutto il resto. Io non ero io, non ero nemmeno il mio corpo: tutt'al più ero un organo genitale. E mi sono reso conto che in quell'istante la loro distanza e il loro "non darsi" pur dando una parte di sé rispecchiava esattamente quello che a volte è stato anche il mio comportamento.

Forse, il modo migliore di abitare nel proprio corpo è ignorare di averne uno. Se se ne avverte la presenza in continuazione è esattamente come tentare di muoversi guardandosi allo specchio: lo sguardo su di sé blocca l'istinto, distorcendolo. Non pensiamo più a fare, ma ci preoccupiamo del come lo facciamo. E lo sguardo sul proprio corpo - specie durante qualsiasi manifestazione amorosa - ne mette in risalto i difetti, paralizzandolo ancor di più e riportandolo a quello stato di legnosità non senziente che cerchiamo di superare. Come si può rientrare in questo corpo se i nostri occhi ce lo rendono estraneo? Immobilizzarsi non è una soluzione. Così come non è una soluzione trattenere il respiro, tuffarsi e trasformare il corpo in una macchina da sesso, ma priva di sensibilità.

20/10/2007

Viaggio con sgambetto

"Dovevo andare a Vienna". Così comincia il mio sogno e proprio con il verbo "dovere" comincia anche la breve trascrizione che ne ho fatto sul mio diario, la mattina appena sveglio. Sono in un negozio che assomiglia vagamente alle Messaggerie Musicali di Milano e sto cercando, nella sezione dedicata ai viaggi, qualche guida e cartina della capitale austriaca. Mi capita tra le mani una specie di ventiquattrore di tessuto che contiene vari dépliant e brochure: è tutto gratuito, perché è dell'Ente austriaco per il turismo. Vado alla cassa, dove c'è una ragazza nera che mi vende il biglietto aereo. Partirò il giorno dopo. La mattina successiva, infatti, vado in aeroporto di buon'ora: l'aereo dovrebbe decollare alle 8.41. Davanti ai banchi del check-in, che assomigliano a un'agenzia di viaggi, aspetto che arrivi il mio compagno di viaggi. E' un amico: anche lui è nero ed è un ragazzo molto corpulento, come se ne vedono spesso negli Stati Uniti, in stile un po' hip-hop. Nel frattempo decido di farmi registrare per il volo, ma quando guardo il biglietto mi accorgo che la destinazione non è Vienna, bensì Londra. Mi hanno venduto il biglietto sbagliato - e per di più ho pagato, di sola andata, novecento euro! Vado dall'addetta ai banchi di registrazione pensando che magari mi farà partire lo stesso per Vienna. Anche quest'impiegata è nera, ha capelli corvini e lisci, pettinati un po' a caschetto, e le labbra dipinte con un rossetto molto scuro, quasi viola. Mi dice che non può fare nulla e devo andare in biglietteria a cambiare il biglietto, comprandone uno nuovo. Nel frattempo mi accorgo che l'aereo partirà alle 9 in punto: mi dirigo agli sportelli, incerto se ce la farò. So che nel sogno sono arrabbiatissimo con me stesso per non avere controllato quando mi è stato venduto il biglietto. E qui mi sveglio.

Naturalmente la faccenda più strana di tutto il sogno è la presenza costante di questi neri. In un certo senso era quasi come se fossi in qualche città americana e non a Milano - chissà, forse Dallas o Atlanta. C'è anche un elemento molto realistico, cioè la distrazione con cui compro il biglietto sbagliato accorgendomene quando è troppo tardi. Con i biglietti aerei non mi è mai accaduto, ma in altri frangenti sì. A me, che soffro di "sindrome del controllo" e a fatica riesco ad allentare la presa, accadono cose che mi dimostrano che non posso, proprio non posso, controllare tutto: un insegnamento, questo, del mio inconscio? Curioso è poi il fatto che io "debba" - e non "voglia", evidentemente - andare a Vienna, che effettivamente è una città che non mi fa impazzire, perché troppo ingessata per i miei gusti e mi venga venduto "per sbaglio" un biglietto aereo per Londra - facendomelo pagare caro: qualche significato simbolico? -, che è invece la città europea che, con Berlino, di gran lunga preferisco. Se qualcuno nel sogno mi gioca uno scherzo e fa uno sgambetto ai miei piani, lo fa per realizzare i miei desideri e intralciare invece i miei doveri. Sembra che i neri rappresentino quella parte di me che vorrebbe lasciarsi andare al piacere e all'istinto. E tutto in previsione di un viaggio, lo stato in cui si confondono sospensione dei ritmi abituali, fuga da un presente opprimente, ricerca di un'alterità negata...

19/10/2007

C'era una volta...

Bzzz… Bzzz… Mi vibra il cellulare. Un messaggio. È D. che mi scrive da un’isola sperduta della Grecia – che ora, per ragioni di privacy, non nomino – e mi chiede se posso controllare su questo sito a quanto viene scambiato un euro in lire turche, perché domani intende fare un salto in Turchia e non vuole che lo freghino. Non ho nulla da fare: tempo dieci secondi e scopro che un euro vale più o meno 1,71 lire turche. Gli rispondo subito. Tutta l’operazione è durata meno di un minuto: abbiamo solcato distanze che – penso – solo poco più di dieci anni fa mi sarebbero sembrate insormontabili. Anzi, lo erano. Lui forse avrebbe dovuto telefonarmi (e trovare un telefono pubblico, prima) e io sarei dovuto essere a casa. E l’informazione richiesta avrei potuto trovarla solo in un quotidiano specializzato o direttamente in banca. Eppure è così che si viveva, a quei tempi. Si viveva comunque. Ma non rimpiango nulla: ho già ripetuto alla nausea che la comparsa di diavolerie come il telefono cellulare e internet ha decisamente migliorato la qualità della mia vita. Come minimo mi fa risparmiare tempo e fastidi. Per quanto riguarda il primo, ho resistito per puro snobismo fino al 2000 – anche perché ritenevo che, vivendo per i fatti miei e avendo un numero fisso (anche se non presente in elenco), non c’era motivo di avere anche un telefono mobile (utilissimo invece per tutti quei gay che vivono in famiglia: bisognerà, prima o poi, fare uno studio degli effetti che il cellulare ha avuto sulla liberazione, per lo meno sessuale, di molti gay italiani, mammoni e casalinghi). Per quanto riguarda il secondo, ricordo invece quando lo sentii nominare per la prima volta. Era l’inverno del 1994 e io stavo a Berlino. Condividevo un appartamento del pensionato studentesco di Storkower Strasse, nell’ameno quartiere di Lichtenberg – per chi non conosce Berlino: sto facendo dell’ironia – con lui, che studiava alla Technische Universität. Già allora, per i suoi studenti, l’università tecnica metteva a disposizione aule con computer collegati in rete e aperte tutta la notte. Lo vedevo tornare sempre più tardi – una volta mi disse che aveva perso l’ultima S-Bahn e si era fatto a piedi da Ostkreuz fino a Storkower Strasse – e avevo cominciato a sospettare qualcosa di losco: droga, prostituzione, gioco d’azzardo, tratta delle bianche? Niente di tutto questo: del resto, era un bravo ragazzo che nemmeno beveva birra. Semplicemente, passava ore e ore attaccato a questo nuovo fenomeno di internet. Fu lui, quindi, che me ne parlò per la prima volta, e dovettero passare quattro anni prima che cominciassi a usarlo anch’io. Senza più staccarmene. E se ripenso a tredici anni fa, a me sembra impossibile di avere vissuto in un pensionato studentesco dove non avevo nemmeno una linea fissa, nella metà orientale di una città in cui ancora mi capitava di dovermi mettere in fila davanti ai telefoni pubblici e in cui alle nuove conoscenze chiedevo di mandarmi una cartolina postale se volevano dirmi qualcosa di urgente (perché, nonostante tutto, la posta – prioritaria o non prioritaria – veniva consegnata il giorno dopo essere stata imbucata). Ora, nel 2007, mi sembra impensabile vivere senza internet e senza telefono cellulare e quell’epoca – tredici anni fa – assume quasi i contorni di una mitica “era del cinghiale bianco”. (Del resto, qualche anno fa mi è capitata tra le mani, usata, una copia della rivista gay Babilonia del 1984 e ho provato il medesimo shock: tutti gli annunci personali facevano riferimento a un numero di carta d’identità e a un indirizzo “fermo posta” e la pubblicità non era né di dvd – ancora ignoti – né di videocassette – abbastanza rare –, ma ancora di pellicole in Super 8!).

18/10/2007

Volere è potere? Psicologizzare la realtà (II)

Commentando il saggio di Susan Sontag, qualche giorno fa, ho finito per parlare di "psicologizzazione della realtà", quel fenomeno per cui oggi, in presenza di determinati eventi - come, per esempio, una malattia - si tende a spostare l'accento dalle cause esterne, oggettive, su (presunte) cause interne al soggetto. Intervenendo su queste non occorrerebbe più intervenire sulle prime: la realtà diventerebbe neutra e, in un certo senso, del tutto innocua. Io credo che questo modo di procedere non sia il frutto di un'evoluzione necessaria, ma porti in sé forti tracce ideologiche: la realtà viene cioè costretta nella gabbia di un'idea formulata a priori e a quest'ultima deve cedere il passo, snaturandosi.

Una certa interpretazione della malattia come prodotto di una "volontà inconsapevole" - un ossimoro, me ne rendo conto - dell'individuo e, come tale, risolvibile o prevenibile grazie a un corretto atteggiamento psicologico è soltanto una manifestazione di questo processo di psicologizzazione della realtà. Ho letto, di recente, un interessante saggio di Martin E. P. Seligman, uno dei più importanti psicologi americani, dal titolo Learned Optimism. Il punto di partenza del saggio è la ricerca delle cause della depressione: seguendo un approccio da cognitivista, Seligman ritiene che certe forme di depressione dipendano dal pessimismo, il quale è - a sua volta - il risultato dell' "impotenza appresa". In certe situazioni, infatti, una persona può sentirsi costantemente "impotente" e finire per credere che, qualsiasi siano le sue reazioni, la circostanza data non cambierà mai. A essere decisivo, quindi, è il modo in cui ogni singolo individuo valuta e spiega ciò che gli accade, il cosiddetto "stile di spiegazione": al riguardo Seligman appronta tutta una serie di test per determinare il grado di "pessimismo" - e, quindi, di tendenza alla depressione - delle persone. Non entro nei dettagli, comunque molto interessanti, ma mi limito a osservare che da un certo punto in avanti l'accento si sposta: se dal pessimismo - e quindi da uno stile di spiegazione che favorisce l'apprendimento dell'impotenza individuale - può nascere la depressione, come si può fare ad apprendere l'ottimismo, che dovrebbe al contrario favorire la gioia di vivere? Ottimista è chi, per esempio, non rinuncia dopo che un tentativo è andato male o chi non spiega i suoi fallimenti in modo permanente, personale e universale ("sarà sempre così, è solo colpa mia, andrà tutto male in ogni ambito", tanto per intenderci). E per studiare questo tipo di atteggiamento Seligman si rivolge ai venditori (soprattutto telefonici) di polizze assicurative di maggior successo, cioè quelli che non si scoraggiano dopo aver ricevuto un certo numero di risposte negative, ma anzi non perdono nemmeno l'entusiasmo. Se il loro atteggiamento ci insegna qualcosa, questo insegnamento può essere anche "venduto" alle aziende perché selezionino in modo adeguato dipendenti più resistenti a un certo tipo di stress. Man mano che ci si inoltra nella lettura del saggio di Seligman, una teoria che potrebbe essere di grande utilità per la crescita e la realizzazione personale si tramuta in una tecnica - con solide basi psicologiche, per carità - adatta a spremere meglio i lavoratori, senza pagare dazio.

Ma che cosa c'entra questo con il discorso che facevo all'inizio? In un certo senso c'entra: posto di fronte alle rigidità di un lavoro, chi non dimostra sufficiente ottimismo - e quindi capacità di successo - è cortesemente invitato a modificare se stesso e la sua percezione del mondo non perché questo lo farà stare meglio, a prescindere dal lavoro che fa, ma perché altrimenti non si dimostrerà adeguato al lavoro. In un mondo in cui la competizione si fa più aspra per produrre cose sempre più inutili non si pensa che, forse, è quel mondo ad avere qualche difetto, ma si psicologizza il problema: è l'individuo che non va ed è lui che dobbiamo cambiare. Se una persona è costretta, nel corso della sua vita, a cambiare dieci lavori, ad assumersi incarichi sempre più dequalificati, ad adeguarsi ai ritmi sempre più stressanti - da gallina ovaiola - dettati dalle esigenze produttive (e mai che si pensi di fare il contrario: adeguare il passo produttivo ai ritmi umani, più lenti), a sradicarsi sempre più spesso dal suo tessuto sociale in nome di una mobilità eletta a criterio principe e non ce la fa, non si ritiene che da cambiare è la realtà esterna, ma si individua il difetto all'interno del soggetto: da cambiare è lui, il suo atteggiamento psicologico. Ora, io sono d'accordo nel sostenere che la psicoterapia possa, in questi casi, svolgere una funzione di "contenimento del danno", perché le disgrazie capitano, di qualunque tipo esse siano - come dicono gli americani: shit happens -, ma bisogna tener sempre presente che sono per l'appunto disgrazie e non eventi auspicabili. Non mi sembra il caso di trasformare un pessimista - o un realista disincantato - in un ottimista solo per poterlo meglio legare a una catena produttiva che lo tritura: meglio è chiedersi se quest'ultima serva davvero gli interessi della salute psicologica dell'individuo.

E invece no: psicologizzando la realtà si stabilisce che basta intervenire su di sé - sul proprio "sistema psicologico" - perché tutto poi vada bene. Guariremo dalle malattie o, meglio ancora, non ci colpiranno nemmeno e, per quanto riguarda il lavoro, questo potrà essere quanto di più disumano ci sia, se non riusciremo a stargli al passo sarà solo perché "dentro di noi" qualcosa non va. Oltretutto, cominciare a credere che la causa di tutto è interna è un ottimo pretesto per non tentare di modificare le cose all'esterno: in alcune circostanze questo può trasformarsi in un perfetto strumento per esercitare il potere e mantenere lo status quo. "Non è vero che la realtà ti sta stritolando, ma sei tu che non hai il giusto atteggiamento mentale". D'altro canto, in chi si convince seriamente che sia sufficiente agire sulla propria psiche per produrre effetti concreti sull'esterno - il giusto stato mentale che guarisce dalle malattie, l'ottimismo che consente di svolgere i lavori più massacranti senza porsi il problema della giustizia sociale - s'insinua quasi un senso di potenza secondo il quale basta volere qualcosa perché questo si realizzi. Quando alla resa dei conti però i fatti smentiscono questa sovrapposizione di volontà e potenza e ne svelano il carattere illusorio, ciò che ne risulta è inevitabilmente un senso di frustrazione. O, eventualmente, la paralisi definitiva della volontà, con il rischio che l'indivuo scivoli per reazione nell'atteggiamento opposto e rinunci persino a cambiare ciò che invece potrebbe davvero cambiare.