Manifesto per l'eguaglianza dei diritti

Le infamie di ieri

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30/09/2007

Intermezzo acido

Quello che proprio non sopporto è leggere blogger laureati - indipendemente dal tipo di laurea conseguita - e scoprire che scrivono "pò". Con l'accento. Quando andavo alle superiori io, avevo un professore d'italiano che dava quattro e mezzo a chi faceva errori d'ortografia così ("E' il solo modo per farvela capire: colpirvi nell'unica cosa che v'interessa, il voto"). Ecco, a me pare che uno all'università non dovrebbe proprio andarci se scrive "pò". E se per disgrazia ci arriva lo stesso, non dovrebbe uscirne.

29/09/2007

Rinunce ansiolitiche

Stringo i denti, a poco a poco, ma sempre di più e fino a non rendermi conto che il mio volto sta diventando o è diventato una maschera rigida e tesa. Però, dopo la tensione, arriva sempre un momento in cui i muscoli si rilassano. E' il momento in cui dico a me stesso: rinuncio. Magari ci credo solo per un attimo e una parte di me sa che non è vero, ma in quell'attimo la mia rinuncia (o pretesa tale) scioglie completamente la mia rigidità ed è come se a un tratto mi scorresse un potente ansiolitico nelle vene. La mente sgombra si fa più lucida: inalo ossigeno puro e mi sento quasi inebriato. Sono senza desideri. Ma non ho rinunciato alla speranza: no, questa forma di rinuncia non è un'abdicazione dalla vita. Quello a cui rinuncio - per il breve tempo che dura - è la mia stretta un po' angosciata sulle cose, il mio incarognimento se non conseguo gli obiettivi che volevo raggiungere, la mia frustrazione. Per un attimo mi lascio tutto questo alle spalle. Apro il pugno rabbioso, dove le unghie lasciavano segni nella pelle, e guardo sorpreso la mia mano distesa. Quanto passerà prima che, lentamente e impercettibilmente, si richiuda ancora in un pugno?

27/09/2007

Pedalare controvento

In una sua canzone, il cantautore olandese Boudewijn de Groot usa l'immagine del ciclista che, curvo sul manubrio, sfida il vento e le intemperie e, continuando a pedalare va avanti malgrado tutto. Un'immagine forte (anche se abbastanza scontata, visto il clima dei Paesi Bassi). Mi sembra, a volte, di essere un po' come questo ciclista: nulla di eroico, per carità, però anch'io stringo i denti per non lasciarmi tentare - soprattutto quando i miei malumori, le mie malinconie e le mie frustrazioni minacciano di prendere il sopravvento. Cerco, insomma, di fare in modo che il primo soffio di vento un po' più forte non mi butti fuori strada: troppo facilmente mi vedo già accasciato sul ciglio di quell'ipotetico sentiero di campagna. Ci metto una certa dose di buona volontà, ma la volontà non è tutto. A volte più potente è il vento degli influssi e delle circostanze esterne. Prendo l'esempio degli ultimi giorni. Ogni tanto ho il vizio di tirare le somme: non succederebbe nulla se allo stesso tempo non fossi anche morto di sonno - sto dormendo poco e lavorando troppo (eppure senza i risultati che vorrei ottenere: la mia produttività, infatti, è bassa) -, il tempo è improvvisamente peggiorato, avrei voglia di piangermi addosso. Come se non bastasse, si aggiungono conversazioni che sembrano fatte apposta per mettere alla prova la mia resistenza. Così, stamattina, trovo M.H. collegato al messenger di Msn e gli chiedo come sta. E' sempre una domanda rischiosa: in quanto a umori neri - quando è depresso -, lui sa essere peggio di me. Mi risponde: "Una meraviglia!" - e io capisco subito che sta facendo del sarcasmo. Ma che cosa c'è che non va? A parte le solite cose, mi dice che vive in astinenza da più di due mesi. Ormai, aggiunge, non lo vuole più nessuno. Ho capito: è dell'umore "ormai-sono-troppo-vecchio-per-qualsiasi-cosa-figuriamoci-per-l'amore". Lui, che ha dieci anni più di me, mi dice, forse per consolarmi: "Alla tua età, ancora ancora, ma alla mia!". Non è la cosa più adatta da dire a me in questo momento, dopo l'annata che mi sto lasciando alle spalle, con tutte le illusioni e le relative delusioni, ma so che in qualche modo devo reagire. Non posso rispondergli che ha ragione. Oltretutto so che non è vero, so che dovrei rispondergli citandogli il proverbio tedesco secondo cui ogni pentola trova il suo coperchio, che nella vita non si può mai dire che qualcosa è impossibile, che nei rapporti interpersonali ci può essere sempre qualcosa a sorprenderci. Dovrei cioè dirgli tutte quelle cose che sto dicendo a me per non lasciarmi andare. E non è che non ci creda: ci credo anche, ma per farlo - nonostante le smentite - ho bisogno di produrre tanta energia quanto una centrale nucleare. La tentazione più forte e più immediata sarebbe quella di dargli ragione e rispecchiarmi nel suo sconforto. Lui mi dice che no, no, non è vero e che comunque per me le possibilità sono ancora più ampie - non solo perché sono più giovane (il che, naturalmente, contiene anche la vaga minaccia, alle mie orecchie, di un "aspetta e vedrai!"), ma anche perché - a suo dire - avrei il cazzo più grosso del suo ("E anche questa è una qualità") e qualche muscolo in più ("Ma dove? Ma per favore!" rispondo io). Io cerco di consolare sia lui che me spiegandogli che in fin dei conti siamo nella stessa barca, perché tutto sommato noi attiriamo un "pubblico di nicchia": troppo intellettuali, troppo fuori dai canoni di quello che "piace" agli altri uomini... però la nicchia c'è, bisogna coltivarla malgrado le frustrazioni. Lui persiste ribattendo che ormai per lui sta scomparendo anche quella nicchia lì. Mi spiace sentirlo così, proprio lui, che io ho sempre invidiato per la sua ammirevole capacità di stringere nuovi contatti e amicizie, per la sua espansività... Mi alzo e vado a farmi un caffè in cucina: guardo fuori dalla finestra. Lo stesso tempo grigio, la stessa pioggia ininterrotta. Mi domando dove trovare la forza di pedalare, chino sul manubrio della mia bicicletta, e soprattutto come contrastare la mentalità da vicolo cieco che, come uno specchio, mi ha messo davanti M.H., come non lasciarmene risucchiare, come non accasciarmi dicendo: sì, sì, SI', ha assolutamente ragione. Perché questa - temo - sarebbe la mia risposta istintiva. L'altra conversazione è di qualche giorno fa. Sono seduto a un tavolo del ristorante della palestra e sto mangiando un po' di verdurine. Mi si para davanti D. che mi chiede se sono da solo e se può sedersi con me. "Sì, prego, fai pure". D. quel giorno compie trentotto anni: ha la mia stessa età, dunque, con pochi mesi di differenza. E anche lui è gay, oltre a essere quello che io non sono: uno splendido ragazzo. Nonostante questo, è insoddisfatto: finita una lunga storia d'amore ("Ma quasi quasi torno con il mio ex"), non riesce a trovare nessuno. E attacca: "Ma ormai, a quest'età non si trova più nessuno. Chi è sistemato, è sistemato". E poi i ventenni sono troppo giovani per lui, non vuole fare da padre a nessuno, vuole qualcuno che sappia qual è il suo posto nella vita. Gli dico che in Italia è difficile, perché gli uomini spesso arrivano in promozione insieme con la mamma incorporata, quindi è sempre un paghi uno-prendi due, in un certo senso: lui, che non è italiano e si è reso indipendente dalla famiglia, mi capisce. E così lo guardo e mi angoscio: se non trova nessuno lui - a cui dovrei forse fare il discorso che faceva M.H. a me stamattina, se solo avessi potuto prevederlo: sei più grande, sei più muscoloso, hai il cazzo più grosso di me, sei un professionista di successo e via discorrendo -, perché dovrei trovarlo io che ho solo la sua età ma nessuno dei suoi atout? Mi rendo conto che mi sto incupendo. Sono tentato, anche in questo caso, di dargli ragione, di abbandonare le pur timide speranze che sto cercando di far rifiorire - invano, va detto - e di lasciar perdere. Anche in questo caso, una sorta di rispecchiamento della mia disillusione minaccia di frenare il mio esitante slancio vitale. Mi ritrovo a contrastare lui come se stessi contrastando una parte di me, per non lasciarmi trascinare giù. Mi rendo conto che poiché ognuna di queste conversazioni esercita su di me una pressione che va nella direzione dei miei peggiori istinti - cioè quelli che mi spingono a rinunciare e a gettare la spugna - io devo esercitare una pressione di segno contrario che, affinché sia efficace, deve possedere una forza maggiore. Ma dove trovo io tutta l'energia che mi serve? Dove, se poi nelle mie stesse esperienze non c'è nulla che, concretamente, mi aiuti a smentirli ma, anzi, solo cose che sembrerebbero dar più ragione a loro? Se continuo a pedalare - curvo contro il vento -, è per inerzia: dopo certe conversazioni, l'unica speranza è lasciarsi giorni così alle spalle. Sarebbe già un successo.

Senza schiuma, grazie

Questo tempo improvvisamente autunnale mi fa rinchiudere in me stesso e mi riporta brandelli di passato (anche recente), da masticare come una radice indigesta e ormai sfilacciata. Così, dopo che da qualche giorno ci rimuginavo sopra sfuggendo a ogni sensata razionalizzazione, mentre oggi ero sotto la doccia in palestra, ho avuto come una folgorazione: per lui io sono come la schiuma del cappuccino. Se c'è, bene: il cappuccino ha qualcosa in più. Se non c'è, pace e amen: il cappuccino resta cappuccino, ma mica uno si mette a fare storie perché c'è poca o niente schiuma. (Per non dire che c'è chi il cappuccino se lo fa fare apposta senza schiuma e non vorrei che lui fosse uno di quelli.)

26/09/2007

Intervista con gli inesistenti

Da un'intervista con due ragazzi gay iraniani: "Voglio avere un appartamento di quaranta metri quadri in Iran dove vivere con il mio compagno, la persona che amo. Svegliarmi la mattina e andare a lavorare, e stare in pace quando torno a casa. Tutto qui. Solo una vita tranquilla con il mio ragazzo. Vorrei realizzare questo sogno e non essere impiccato o lapidato perché amo qualcuno".

L'Iran, i gay, la stampa amica

Questa affermazione del presidente-dittatore dell'Iran è stata riportata da quasi tutti i maggiori quotidiani italiani. Quasi tutti le hanno dato rilievo nei titoli, o per lo meno negli occhielli, nei catenacci o nei sommari. L'ha riportata persino Avvenire, anche se un po' "sottovoce", all'interno dell'articolo. Se io invece leggessi solo il Manifesto o l'Unità, non ne avrei saputo niente: la dichiarazione di Ahmadinejad non è nemmeno presente all'interno degli articoli. A pensare male si fa peccato, ma il pezzo del Manifesto mi pare un elaborato "pompino" per dire che, tutto sommato, Ahmadinejad non è poi malaccio. Si legga il sommario, in cui la prima cosa che si sottolinea è questa: "Il presidente iraniano alla Columbia University: 'Vogliamo la pace, visitate l'Iran. Necessari più studi sull'Olocausto. Perché i palestinesi pagano per la Shoah?'". Un mansueto agnellino, insomma. Casomai, al giornalista del Manifesto preme più farci sapere che la mattina Ahmadinejad ha incontrato un rabbino di Neturei Karta - gli ebrei ultraortodossi e antisionisti che auspicano lo smantellamento di Israele e con i quali c'è identità di vedute. (Riportare la dichiarazione sugli omosessuali "inesistenti" in Iran ha una sua utilità. Se infatti può essere difficile valutare il contenuto di verità di altre sue affermazioni, basta questa per inquadrare il personaggio e mostrare con quanta sfacciataggine sa mentire).

25/09/2007

Largo al merito!

Per "colpa" di un articolo della Finanziaria voluto dal ministro degli Affari regionali, Linda Lanzillotta, entro la fine di novembre i consigli di amministrazione delle cosiddette "municipalizzate" non potranno avere più di cinque componenti ciascuno. E' una disposizione che ha portato scompiglio negli enti locali. Almeno a Milano, dove il sindaco suor Letizia dovrà far rotolare sedici teste nelle aziende comunali: c'è stata una sollevazione dei partiti. Nessuno vuole che vengano toccati i propri uomini: né Forza Italia, né Alleanza Nazionale, né la Lega. Per dirne una, De Corato ha dichiarato che loro hanno un uomo solo per municipalizzata e quindi "mi pare evidente che non possiamo essere noi quelli cui si chiede di tagliare". E perché no, invece? Non è affatto evidente. A me pare invece evidente che per realizzare una misura di risparmio così utile basti scegliere i consiglieri in base alle loro capacità, alle loro competenze: in base ai loro meriti, insomma. Per esempio, è quantomeno bizzarro che il presidente della società aeroportuale non parli inglese. O la conoscenza dell'inglese - tanto cara a suor Letizia quand'era ministro dell'Istruzione - non è un criterio di merito degno di considerazione? Oppure, in questa circostanza, non siamo più meritocratici? Ma forse ho capito: il criterio del merito, secondo questi meritocratici a corrente alterna, vale unicamente per gli altri, per i plebei non unti dal Signore. Per sé, per i parenti, per gli amici, per gli amici degli amici vale il criterio delle prebende. La scelta dovrà essere fatta comunque: chi mi passa i popcorn mentre assisto alle lotte intestine nel centrodestra milanese?

Promemoria...

Dieci anni passati invano? A risentire le parole di Aldo Busi, oggi - dieci anni dopo -, pare che il paese abbia subìto un'involuzione.

Perfezione e fallimento

Ambire alla perfezione è il metodo più sicuro per conseguire il fallimento. Proprio perché qualsiasi cosa che sia meno della perfezione è già un fallimento, se misurata con questi standard. Ma se lo so - e lo so - perché non si dissolvono questa inquietudine e questa insoddisfazione di me quando non centro pienamente gli obiettivi che mi sono prefissato? E' come se fossi trasparente e tutti leggessero in me i segni di questa forma speciale di fallimento. O meglio: vedessero che io ci soffro. (In realtà mi rendo conto che è ridicolo usare il termine "perfezione", ma in mancanza di meglio, mi rassegno. In questo caso la perfezione non va intesa in senso assoluto, ma relativo: perfetto è ciò che si realizza come m'immaginavo. Anche se quello che m'immaginavo era già, nelle intenzioni, poca cosa.)

23/09/2007

Malattia e psicologizzazione

"Inoltre esiste una predilezione specificamente moderna per le spiegazioni psicologiche della malattia, come di qualsiasi altra cosa. La psicologizzazione sembra attribuire agli individui il controllo su esperienze e avvenimenti (come le malattie gravi) che in realtà essi controllano poco o per niente. L'interpretazione psicologica mina la 'realtà' di una malattia. Quella realtà dev'essere spiegata. (...). Per coloro che non ritengono naturali né le consolazioni della religione a proposito della morte né il senso della morte (o di nient'altro), quest'ultima è il mistero osceno, l'affronto ultimo, la cosa che non si può controllare. La si può solo negare. Gran parte della popolarità e del carattere persuasivo della psicologia deriva dal suo essere uno spiritualismo sublimato: è un modo laico e fintamente scientifico di affermare il primato dello 'spirito' sulla materia. Di quella realtà ineluttabilmente materiale, la malattia, si può dare una spiegazione psicologica. La morte stessa può essere considerata, in ultima analisi, un fenomeno psicologico. Nel Libro dell'Es, parlando della tubercolosi, Groddeck sosteneva: 'Muore solo chi desidera morire e colui per il quale la vita è diventata intollerabile'. La promessa di un trionfo temporaneo sulla morte è implicita in gran parte del pensiero psicologico che comincia con Freud e Jung.

Come minimo c'è la promessa di un trionfo sulla malattia. Una malattia 'fisica' diventa in un certo senso meno reale ma, in compenso, più interessante se la si può considerare 'mentale'. Tutte le riflessioni dell'epoca moderna hanno sempre mirato ad ampliare la categoria delle malattie mentali. Anzi, parte della negazione della morte in questa cultura è un notevole ampliamento della categoria della malattia in quanto tale.

La malattia si estende per mezzo di due ipotesi. La prima è che ogni forma di devianza sociale può essere considerata una malattia. Così, se il comportamento criminale può ritenersi una malattia, i criminali non devono essere condannati o puniti ma compresi (alla stessa stregua in cui comprende un medico), curati e guariti. La seconda è che si può interpretare psicologicamente ogni malattia. La malattia è sostanzialmente considerata un avvenimento psicologico e le persone vengono incoraggiate a credere che si ammalano perché (inconsciamente) lo vogliono, che possono curarsi mobilitando la loro volontà e scegliere di non morire a causa di una malattia. Queste due ipotesi sono complementari: mentre la prima sembra mitigare la colpa, la seconda la ripristina. Le teorie psicologiche della malattia sono un mezzo potente per attribuire la responsabilità al malato. I pazienti a cui s'insegna di avere, involontariamente, causato la propria malattia vengono anche costretti a credere di essersela meritata."

Susan Sontag, da Illness as Metaphor (La malattia come metafora). Traduzione (dell'estratto) mia.